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Contro la Trinity of Power, la lotta del femminismo curdo per l’ecodemocrazia radicale. Intervista a Laura Corradi
Mentre nella confusione del mondo sorgono guerre tra diversi imperialismi, dal 2014, in un piccolo angolo di terra del Nord-Est siriano, nella regione del Rojava, c’è in atto una rivoluzione di stampo ecosocialista ed ecofemminista che si ispira alle teorie del confederalismo democratico[1] di Abdullah Öcalan[2], leader politico curdo e fondatore del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK)[3]. Il confederalismo democratico curdo è diventato negli anni un esempio politico e sociale per moltissimi militanti avendo come obiettivo la creazione di un’ecodemocrazia radicale, la costruzione di una leadership femminista e l’opposizione a patriarcato, capitalismo e Stato: una trinità di potere. Di questo parliamo con Laura Corradi, sociologa ecofemminista, autrice di un interessantissimo studio dal titolo “A Trinity of Power ‘Patriarchy/Capital/State’ in Gender Inequalities Intersectionality, Decoloniality, Kurdish Women and Jineolojî” pubblicato a maggio 2026 sulla prestigiosa rivista Inequalities. Journal of Critical Inequality Studies di Ca’ Foscari. Laura Corradi è un’attivista impegnata nei movimenti femministi, queer, deep ecology, pacifisti, contro il razzismo, per la salute e i diritti sociali. Ha insegnato Feminist Theory e Sociology of Sexualities all’Università di Santa Cruz in California, dove ha appreso l’importanza del metodo intersezionale e l’importanza di intersecare variabili di classe, genere, razza/etnia/cultura, età, orientamenti sessuali, religione, status e diverse abilità, nella ricerca sociologica. Da sempre svolge ricerca con un approccio decoloniale nelle comunità etniche a basso reddito, tra rifugiati/e, tra le popolazioni indigene in India, tra le comunità Maori in Nuova Zelanda e tra i Rom e Sinti in Europa, prestando molta attenzione allo sviluppo dei femminismi indigeni. Tra le più importanti studiose del confederalismo democratico in Rojava, del pensiero di Abdullah Öcalan e del femminismo curdo, è autrice di libri, articoli scientifici e divulgativi, è una grande sostenitrice dei processi di decolonizzazione delle conoscenze e delle metodologie a partire dalle prospettive aborigene. Attualmente è docente universitaria presso la Università della Calabria e si occupa di Sociologia della Salute e dell’Ambiente, di Studi di Genere e Metodo Intersezionale e di Genere e Scienza.  Come è nato il tuo recente studio e quanto tempo ha richiesto di approfondimento e lavoro? Conosco esuli del Kurdistan fin dagli anni ’80 quando ero una studente-lavoratore a Padova – a quei tempi perseguitati da Saddam Hussein, che nei loro confronti mise in atto una vera pulizia etnica, e sono sempre stata solidale con i popoli bersaglio di genocidio, ieri come oggi. Ma ho iniziato a studiare la questione curda nel 2014, quando in Rojava è stata approvata la Carta del Contratto Sociale – una costituzione bellissima la cui lettura mi ha entusiasmata. Era qualcosa di assolutamente nuovo. Per cui proposi alla Direttrice di Leggendaria, Annamaria Crispino, lo spazio per un Inserto ‘Speciale Curde’ – che vide la luce nel 2016 (n. 116 della rivista) col titolo “Jin Jiyan Azadi. Dove le donne vivono libere” per narrare l’esperienza femminista delle donne nella Federazione Rojava. Intervistai la costituzionalista Alessandra Algostino che analizzò il Contratto Sociale nelle sue peculiarità, collegandolo alle Costituzioni della Terra che si affacciavano al mondo in quel periodo. Oltre alla traduzione completa del contratto sociale, l’inserto conteneva anche altri contributi: di ragazze che avevano visitato Rojava in delegazione e dialogato con le organizzazioni delle donne; un articolo di Alessia Drò e Viola Lo Moro sul femminismo anticapitalista delle curde; e interviste raccolte da Radio Onda Rossa nel novembre 2014. ‘Speciale curde’ ottenne una grande diffusione e fu presentato in università, centri sociali, librerie riscuotendo attenzione e ammirazione per questo popolo che stava lottando contro l’Isis mentre costruiva una eco-democrazia diretta, con leadership di genere. Il doppio apicale (un uomo e una donna per ogni carica pubblica) sarebbe il minimo da fare anche qui – ovunque, nelle istituzioni come nelle comunità – ma nel nostro Paese siamo ancora bloccate da moderatismi e conflitti che favoriscono la frammentazione e rallentano in processi di mutamento radicale. Lei parla di una “trinity of power” composta da capitalismo, Stato e patriarcato. Da dove deriva questa espressione? Quale ruolo sta giocando nel nostro mondo contemporaneo, questa trinità di potere, nelle disuguaglianze di genere e nelle disuguaglianze di classe? ‘Trinity of Power’ è una espressione che propongo nel mio lavoro, per sintetizzare la complessa relazione tra patriarcato, capitale e stato – magistralmente analizzata dal leader curdo Abdullah Ocalan, incarcerato da 27 anni in un’isola della Turchia. I suoi scritti mi ricordano molto Antonio Gramsci – che ho imparato a conoscere fin da piccola, grazie a mia nonna. Se penso alle difficoltà di avere solo un libro alla volta, di essere privato di penna o matita per interi periodi, di non poter comunicare con l’esterno … mi rendo conto che il valore del suo lavoro è superlativo.  Nel suo ultimo libro ‘Sociologia della libertà’, Ocalan va alle radici delle oppressioni e sostiene (come altri/e studiosi/e) la tesi per cui le prime forme di patriarcato, capitale e Stato si manifestarono 5000 anni fa, con la sedentarizzazione e la possibilità di accumulare. Il saggio cerca di collegare le innovative proposte politiche del Movimento delle donne curde sul confederalismo democratico e la Jineolojî (gineologia, “Scienza delle donne”). Cosa è la gineologia e qual è il suo rapporto con il femminismo curdo? La gineologia – parafrasando la critica alla “scienza patriarcale e maschilista occidentale” di Vandana Shiva – può essere un “nuovo paradigma di scienza”? Nel mio saggio sintetizzo il lavoro di Ocalan, collegandolo con le proposte politiche del movimento delle donne curde, dal confederalismo mondiale delle donne alla Jineoloji (scienza delle donne) una grande operazione di riscrittura delle scienze dal punto di vista delle donne, a partire da ciò che ancora sopravvive nella vita quotidiana, nelle varie discipline, nelle pratiche delle donne. Da più parti è considerato un ‘nuovo paradigma’ nella costruzione della conoscenza, ha molto in comune con l’esperienza dei femminismi intersezionali e decoloniali, ma come spiego nel saggio, loro vanno oltre il femminismo …. Infine nell’ultima parte del mio lavoro traccio un ponte fra le epistemologie pratiche indigene e questa esperienza curda così vicina a noi. Curda e non solo, perchè coinvolge siriani, ezedi, turcomanni, arabi, armeni – tutte le etnie presenti nel luogo – in una forma di confederalismo democratico che potrebbe essere la soluzione per i conflitti in medio-oriente, e che ricalca le alleanze indigene delle 5 Nations, un tema che ho affrontato in tre saggi su Jacobin Italia. Questo lavoro pubblicato dall’Università Ca’ Foscari di Venezia sta avendo successo perchè guarda a possibili soluzioni e mi piacerebbe tradurlo in italiano – se durante l’estate ce la faccio – credo potrebbe essere un contributo al dibattito attuale nel nostro paese. All’interno del saggio/studio ‘Trinity of Power’ lei usa il termine ecodemocrazia radicale. Di cosa si tratta e perchè è la forma di organizzazione politica auspicabile di una società che si pretende “orizzontale” e democratica? In Rojava – nelle Amministrazioni Autonome del nord-est della Siria – si stanno sperimentando forme di eco-democrazia radicale in maniera partecipata ridefinendo bisogni, produzione, riproduzione, cooperazione; utilizzando processi decisionali che coinvolgono tutt*, senza i quali sarebbe impossibile pensare alla costruzione di eco-agricoltura ed eco-industria senza un consensus forte. Ma la radicalità della loro democrazia sta anche nell’impegno a generare eco-società ove non alberghino maschilità tossiche, razzismo, abilismo, etc. Il lavoro delle curde nella educazione in generale – e degli uomini in particolare – ci dà un grande esempio. Nella seconda parte del saggio lei parla di intersectional decolonization of knowledge (“decolonizzazione intersezionale della conoscenza”), sottolineando come la messa in discussione del colonialismo storico sia un punto di partenza fondamentale per ripensare oggi un mondo dal basso. La direzione è verso la condivisione dei saperi e il rifiuto di ogni mentalità estrattiva?  Non solo. Nella decolonizzazione intersezionale dei saperi si mette in atto uno smontaggio profondo ….non si tratta solo di condividere i saperi che esistono rifiutando che vengano male utilizzati – per fini estrattivi e distruttivi – ma si tratta di capire come la conoscenza che ci insegnano come “neutrale” sia l’espressione delle idee e degli interessi di una trinità di poteri – patriarcato, capitale, stato – che si è generata nel corso di millenni, con il passaggio dai matriarcati alle prime città-Stato. Nel mio corso di Genere e Scienza, alla Università della Calabria, cerchiamo di decostruire la matrice di ciò che sappiamo, decodificandone l’origine e gli sviluppi in maniera intersezionale. Come ci insegna la sociologa della scienza Sandra Harding, una pioniera della epistemologia femminista, il sapere dominante esprime una supremazia di genere, di classe, e coloniale. Senza una azione critica nei confronti della scienza continueremo ad accettare passivamente qualsiasi tecnologia – anche inutile e dannosa – magari in nome del “progresso”. La costruzione di un sapere liberato può darsi in un percorso di trasformazione sociale dal basso, orientato al benessere della gente e non al profitto, alla competizione, alla guerra. Tale percorso non può vedere le donne, le popolazioni neo-colonizzate e le comunità indigene, come soggetti subalterni ma come agenti attive e consapevoli del futuro. Recentemente lei, per questo originale saggio, ha ricevuto un premio di livello mondiale dal World Congress of Women Studies, tenutosi in Thailandia, per il miglior lavoro svolto nell’ambito degli studi di genere. Secondo lei, perchè l’importanza dei suoi studi viene riconosciuta “ai margini” del mondo e non viene premiata nell’ambito accademico europeo? Crede che sia un problema di autoreferenzialità accademica o di un incancrenito eurocentrismo duro da sciogliersi? Ho presentato solo una parte di questo saggio al Congresso Mondiale degli Studi delle Donne a Chiang Mai, nell’ambito di un lavoro su Genere e Scienza: “Dalla critica della scienza in Sandra Harding alla Jineoloji – Scienza delle donne curde”. Non mi aspettavo davvero tanto interesse; in Italia sono abituata a non ricevere riconoscimenti per il mio lavoro, anzi. Pensa che l’ultima volta che sono stata bocciata ad un concorso per prof ordinaria, nelle motivazioni c’era scritto che ho “una prospettiva ecofemminista”, che faccio “ricerca militante” e che rigetto in blocco il “neoliberismo, dominazione maschile e colonialismo”, come fosse un peccato. Devo dire che non è solo l’eurocentrismo: se guardiamo alla accademia italiana ancora così ancien regime, in maniera intersezionale, possiamo notare quanto pesino il classismo, l’eteropatriarcato (sia nelle sue forme moleste che in quelle moraliste) e le relazioni di potere … purtroppo anche tra donne.  L’individualismo, la competizione e la sfiducia sono alla base della mancanza di alleanze serie fra donne nell’università italiana – un ambito che conosco da oltre 40 anni. Speriamo che le cose cambino con le future generazioni: la lezione delle curde, le accademie delle donne, le norme di comportamento (non criticare mai una donna davanti agli uomini, non parlare alle sue spalle, offri una critica amorevole …) forse potranno essere raccolte dalle ragazze di oggi e dare frutti domani.   [1] Confederalismo democratico, basato sulle teorie di Abdullah Öcalan ed edotto dall’ecofilosofo Murray Bookchin, è una forma di organizzazione politica che rigetta lo Stato-Nazione e si fonda su tre pilastri: democrazia diretta (dal basso), parità di genere ed ecologia sociale. [2] È stato imprigionato nel 1999 dopo essere stato arrestato in Kenya dai servizi segreti turchi con la collaborazione di governi stranieri come Israele e Stati Uniti. È stato condannato all’ergastolo per reati quali “tradimento” e “separatismo” e per dieci anni è stato l’unico prigioniero dell’isola-prigione di Imrali. Il suo totale isolamento per 23 ore al giorno e i continui rifiuti di visitarlo sono stati denunciati in molte occasioni dalle organizzazioni per i diritti umani, rendendo la sua liberazione una causa inscindibile del popolo curdo. [3]Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) ha annunciato ufficialmente il proprio scioglimento e la fine della lotta armata contro lo Stato turco a maggio 2025. La storica decisione, che ha chiuso quasi 50 anni di conflitto, è stata formalizzata a seguito di un congresso basato sulle direttive dello storico leader Abdullah Öcalan.   Fonti: https://bodypolitics.noblogs.org/ Laura Corradi, “A Trinity of Power ‘Patriarchy/Capital/State’ in Gender Inequalities Intersectionality, Decoloniality, Kurdish Women and Jineolojî”, Inequalities. Journal of Critical Inequality Studies, Ca’ Foscari, Maggio 2026 https://edizionicafoscari.unive.it/en/edizioni4/riviste/inequalities/2026/3/ “Speciale Jin Jiyan Azadì – Dove le donne vivono libere. L’esperienza femminista delle donne curde nella Federazione Rojava” in Leggendaria N. 116, maggio 2016, pp. 43-56. https://bodypolitics.noblogs.org/files/2015/08/Speciale-Jin-Jiyan-Azadì-femminismo-curdo.pdf Carta del Contratto Sociale del Rojava https://www.eleuthera.it/files/materiali/carta%20del%20rojava.pdf Lorenzo Poli
June 26, 2026
Pressenza
Addio a Teresa De Lauretis, madre della Teoria Queer
Apprendo solo ora della scomparsa, avvenuta il 2 febbraio 2026, della grandissima sociologa, antropologa, semiologa, filosofa ed accademica Teresa De Lauretis. Teresa de Lauretis ( 1938-2026 ), bolognese d’origine e una delle intellettuali più influenti del pensiero femminista del XX e XXI secolo, è morta all’età di 87 anni nella sua residenza di San Francisco, Stati Uniti, secondo il Diario Público. La sua carriera, che ha unito il mondo accademico in Europa e negli Stati Uniti, ha lasciato un segno indelebile nelle discipline umanistiche, articolando un pensiero femminista intersezionale che integrava semiotica e psicoanalisi nello studio del desiderio e del cinema. Teresa De Lauretis si laurea all’Università Bocconi di Milano per poi trasferirsi negli Stati Uniti dove inizia il suo percorso lavorativo di docente e accademica; ha ricevuto la laurea honoris causa in filosofia presso l’Università di Lund in Svezia ed è stata Professoressa Emerita di Storia della Consapevolezza presso l’Università della California, Santa Cruz. Il suo lavoro ha trasformato gli studi di genere, gli studi postcoloniali e l’analisi cinematografica inaugurando il pensiero queer e lasciando un’eredità fondamentale che continua a mettere in discussione le norme su sesso, genere, desiderio e identità. Gli studi a cui si è dedicata includono la semiotica, la psicoanalisi, la critica e teoria letteraria e cinematografica, il femminismo, il lesbismo e le teorie queer, branca di studi che prendono il nome da una formula da lei coniata. Come ha scritto Il manifesto, in un bellissimo articolo di Barbara Bonomi Romagnoli, a darne la notizia della sua scomparsa è stato il collettivo di Asterisco Edizioni che di recente aveva collaborato con lei per la riedizione di “Soggetti Eccentrici” – la cui prima edizione risale al 1999 per Feltrinelli – con introduzione e cura di Elia A.G. Arfini, Olivia Fiorilli e Goffredo Polizzi e, per la prima volta tradotto in italiano, il saggio Teoria Queer: sessualità lesbiche e gay. Un’introduzione, che prende spunto da un convegno organizzato da De Lauretis nel lontano 1990 all’università californiana di Santa Cruz e in cui, per la prima volta, viene usata l’espressione “Teoria Queer”. E’ proprio a lei che dobbiamo per la prima volta l’utilizzo, in ambito accademico, dell’espressione teoria queer per riferirsi alla branca di studi sulla sessualità e sul genere in seguito alle innovazione portate dal femminismo e dai movimenti di liberazione sessuale (gay, lesbico, trans, bisessuale) in ambito sociologico. Secondo un articolo scritto per la rivista Difference, il suo intento era quello di rompere con gli studi tradizionali su gay e lesbiche, ormai “troppo comodamente” integrati nell’ambiente universitario. Fu soltanto dopo la sua coniazione che si aprirono grandi dibattiti a livello multidisciplinare e multidisciplinare – sulla scia dei già noti studi di genere e Women’s Studies – in ambito accademico e politico con il termine queer: grandi filosofe come Judith Butler riutilizzarono l’espressione “teoria queer” per ampliarla ed approfondirla nei campi della sociologia, della filosofia e degli studi di genere; la sociologa Greta Gaard utilizzò gli strumenti della teoria queer in una prospettiva ecofemminista; la teologa femminista argentina Marcella Althaus-Reid (1), esponente della Teologia della Liberazione latinoamericana, negli anni Novanta riprendere il concetto di queer di De Lauretis, dando inizio ad un originale approccio teologico, la queer theology, in cui la tematica della liberazione è declinata nella condizione di discriminazione delle persone LGBTQ; la teologa femminista, monaca benedettina e indipendentista catalana di sinistra Teresa Forcades riprenderà De Lauretis e Althaus Reid, per dare un’ulteriore ed originale interpretazione del concetto di queer in ambito teologico; mentre in Italia l’attivista LGBTQ e filosofa queer di fama internazionale Liana Borghi, scomparsa nel 2021, ha apportato contributi fondamentali alla teoria e alla pratica femminista, lesbica e queer, favorendo in modo decisivo la traduzione e la divulgazione, in Italia, delle opere e del pensiero femminista. Oggi, a proseguire il lavoro svolto, è il filosofo queer Federico Zappino, tra i principali traduttori di Judith Butler in Italia nonchè tra i più grandi esperti del pensiero femminista e materialista di Monique Wittig.     Nonostante il grande apporto culturale ed intellettuale nel dare inizio alla teoria queer, secondo il portale “Género, Estética y Cultura Audiovisual (GECA)” dell’Università Complutense di Madrid, fu la stessa Teresa De Lauretis ad aver abbandonato il termine anni dopo, ritenendo che la parola queer fosse stata assorbita dal mercato e svuotata del suo potenziale politico. De Lauretis fu sempre critica della commercializzazione dei corpi e della strumentalizzazione dei temi della teoria queer da parte della società capitalista attraverso i settori della moda, della pubblicità e del consumismo: settori che hanno sempre avuto il fine di assimilare al sistema corpi e generi potenzialmente rivoluzionari, come potenzialmente rivoluzionario è il desiderio (citando Deleuze) laddove invece non venga mercificato. Cosa è il genere per Teresa De Lauretis? “Il genere non è una proprietà del corpo, ma delle relazioni sociali. (…) Si tratta di rappresentazione e autorappresentazione, un prodotto di diverse tecnologie sociali, discorsi istituzionalizzati, epistemologie e pratiche critiche e quotidiane. (…) La rappresentazione sociale del genere influenza la sua costruzione soggettiva e, allo stesso modo, la rappresentazione soggettiva del genere (o autorappresentazione) influenza la costruzione sociale.” (Lauretis, 1987) Il lavoro di De Lauretis è stato fondamentale nel mettere in discussione l’idea che le categorie di sesso e genere fossero “naturali“. Per capire al meglio questi processi, De Lauretis ha proposto il concetto di “tecnologie di genere“, intendendo il genere come un costrutto sociale prodotto da discorsi culturali. Inoltre, ha sottolineato l’importanza di analizzare insieme sesso, classe, razza e identità sessuale, criticando qualsiasi tentativo di omogeneizzare “moltitudini sessuali”. Secondo De Lauretis, le tecnologie di genere “Costruiscono, riproducono, rafforzano e rielaborano continuamente la “donna” sulla base degli archetipi tradizionali: madre-puttana-vittima-oggetto sessuale, status vicario.” (Lauretis, 1987). Da grande critica dell’essenzialismo di genere – in quanto cuore della cultura patriarcale che concepisce genere e sesso come un unicum che ingabbia “la donna” in un prototipo singolare, unico e sempre definibile – Teresa De Lauretis ha dato una definizione rivoluzionaria del concetto di “donna” nella storia fino ai gironi nostri:  “Si tratta di una costruzione fittizia, una sintesi dei diversi ma coerenti discorsi della cultura occidentale: la “ donna” come ciò-che-non-è-uomo. La donna è un soggetto storico. (Lauretis, 1987).” Definizione che approfondisce ciò che affermava la femminista francese Simone de Beauvoir: “Non si nasce donne, si diventa” (tratta da Il secondo sesso, 1949), teorizzando che la femminilità non è un destino biologico innato, ma una costruzione sociale e culturale imposta dalla società patriarcale. L’identità femminile si determina attraverso l’educazione e la storia, rendendo la donna l’«Altro» rispetto all’uomo.  Criticando fortemente il separatismo femminista in quanto corrente di pensiero che volgeva a ripensare il genere attraverso categorie essenzialiste, De Lauretis preferisce parlare non di “Donna” al singolare, ma di “donne” al plurale, sottolineando ancora una volta un dato incontrovertibile, ovvero che ogni donna, come ogni uomo è attraversato da differenze che li rendono unici. Parlare di donne al posto di donna significa evidenziare come ogni tentativo di incasellare, classificare, categorizzare e definire “la Donna” sia vano perchè le differenze (sesso, classe, razza, identità sessuale, etnia, pensiero politico etc..) ci attraversano. Non esiste una donna uguale ad un’altra, come non esiste un uomo uguale ad un altro. Ecco da qui il concetto di moltitudine e la teorizzazione dei corpi non-conformi, ovvero tutti quei corpi, quelle soggettività diverse che il patriarcato non riconosce e che dunque esclude. Tra le sue opere, alcune tradotte in differenti lingue nel mondo, ricordiamo La sintassi del desiderio: struttura e forme del romanzo sveviano (1976), Alice Doesn’t: Feminism, Semiotics, Cinema (1984), Technologies of Gender: Essays on Theory, Film, and Fiction (1987), The Practice of Love: Lesbian Sexuality and Perverse Desire (1994), Sui generis: scritti di teoria femminista (1996), Soggetti Eccentrici (1999) e Freud’s Drive: Psychoanalysis, Literature and Film (2010). Con Teresa De Lauretis se ne va una delle più importanti pensatrice del Novecento che ha dato una svolta mondiale al femminismo, agli studi di genere, oltre che alla liberazione delle donne e delle soggettività LGBTQ. In tempi di “caccia alle streghe” del fantomatico “gender” e della sparizione progressiva dell’educazione sessuale delle scuole pubbliche a causa della sessuofobia puerile di una destra medievale, il pensiero di Teresa De Lauretis può essere un ottimo stimolo alla conoscenza di noi stessi, di presa di consapevolezza della storia e della realtà per crescere liberi di false definizioni, false concetti con il fine di riprendere in mano la nostra vita a partire da noi stessi.   (1) Marcella Maria Althaus-Reid (Rosario, 1952 – Edimburgo, 20 febbraio 2009) è stata una teologa argentina, impegnata nei movimenti di liberazione femminista e lgbt. Laureata in teologia presso l’Istituto Teologico Ecumenico (ISEDET) di Buenos Aires, è stata tra le prime donne del suo Paese ad accedere ai gradi accademici teologici. Al termine della sua vita, è stata senior lecturer in etica cristiana e docente di Teologia Contestuale nella facoltà di teologia presso il New College di Edimburgo (Scozia). Volendo spogliare la teologia dal corredo di “decenza” e ipocrisia che la rivestiva, ha approfondito le tematiche sulla sessualità e sugli studi di genere, con un approccio ermeneutico biblico di taglio materialista e femminista. Scandalizzò il mondo cattolico per essere autrice di Indecent Theology. Theological Perversions in Sex, Gender and Politics, Londra (2001) e di The Queer God, Londra (2003), pubblicato in italiani con il titolo Il Dio queer, Torino (2014) dala Casa Editrice Claudiana.   LIBRI E PUBBLICAZIONI: LAURETIS, T. (1980). L’immaginazione tecnologica. Macmillan Press, Londra. LAURETIS, T. (1984). Alice non più. Editoriale Catedra. LAURETIS, T. (1987). Tecnologie di genere. Macmillan Press, Londra. LAURETIS, T. (1994). La pratica dell’amore: sessualità lesbica e desiderio perverso. Dibattito femminista, pp. 34-45. LAURETIS, T. (2008). L’unità di Freud: psicoanalisi, letteratura e film.   Per info: https://www.consultacinema.org/2026/02/11/rivendicare-desideri-eccentrici-per-la-teoria-del-cinema-in-memoria-di-teresa-de-lauretis/ https://paroledequeer.blogspot.com/2023/02/cuando-las-lesbianas-no-eramos-mujeres.html > TERESA DE LAURETIS Teresa De Lauretis, Conferencia “Género y Cultura Queer”, Buenos Aires, 29 aprile 2014 Lorenzo Poli
February 11, 2026
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