Insegnare a scrivere prompt: è questo il futuro della scuola?
Guardare nella cartella dello spam o delle promozioni della propria e-mail è
sempre un’operazione produttiva e, per fare un gioco di parole, predittiva:
nella prima si possono scoprire siti internet bloccati, newsletters che si sono
indicate come “spazzatura”, ma è la cartella “promozioni”, specie se si insegna,
quella davvero indicativa per capire come si muove la scuola italiana e quale
direzione stia prendendo.
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Guardare nella cartella dello spam o delle promozioni della propria e-mail è
sempre un’operazione produttiva e, per fare un gioco di parole, predittiva:
nella prima si possono scoprire siti internet bloccati, newsletters che si sono
indicate come “spazzatura”, ma è la cartella “promozioni”, specie se si insegna,
quella davvero indicativa per capire come si muove la scuola italiana e quale
direzione stia prendendo. Gennaio è un mese interlocutorio, prima dell’inizio
della “guerra delle adozioni”, ma le case editrici stanno “preparando il
terreno” con webinar appositi per fidelizzare i docenti. Negli anni passati ne
ho frequentati di memorabili, come quello di Corrado Bologna sul tema del doppio
nella letteratura del Novecento, di Riccardo Bruscagli sul Principe di
Machiavelli; molti docenti di lettere, poi, si sono formati sulla didattica
della scrittura attraverso le iniziative di professionisti esemplari come Paola
Rocchi e Angelo Roncoroni.
Ora, invece, dopo l’esplosione dell’AI (o IA), sembra che nessuna attività
didattica possa essere svolta a scuola senza l’apporto e l’intermediazione delle
intelligenze artificiali. E quindi siamo inondati di webinar su come stimolare
la creatività digitale con l’AI, sull’applicazione dell’AI alle lingue classiche
o alle discipline STEM, in classi, badate bene, in cui dopo la Circolare
Ministeriale n. 3392 del 16 giugno 2025, è vietato l’uso degli smartphone e, se
si consente il BYOD, discrimina tra studenti che hanno accesso alla rete wifi
d’Istituto e altri che vivono le ore offline: il classico pasticcio
all’italiana, insomma. Anche le proposte di formazione dei vari Uffici
Scolastici Provinciali sono tutte improntate all’utilizzo dell’AI, con un
ventaglio di corsi di formazione per docenti su piattaforma FUTURA sempre legati
alle varie intelligenze artificiali. Si tratta, mi è stato spiegato dagli
addetti ai lavori, di corsi legati a vincoli del PNRR: nel concreto, si possono
pagare, per esempio, dei formatori per condurre un corso di 20 ore sull’AI
integrata in Canva o in Drive, ma attivare un corso su “Insegnare il secondo
Novecento”, di cui ci sarebbe un gran bisogno, risulta impossibile da
organizzare coi fondi europei.
La bolla social
Anche la bolla social contribuisce a creare questo interesse, quasi morboso,
verso l’AI, con storie postate sulle varie piattaforme che magnificano le
magnifiche sorti e progressive di applicazioni come la recentissima Google
Notebook LM, in grado di creare infografiche e riassunti “dandole in pasto”
testi scelti dai docenti in formato .pdf, .doc o scansioni. Sul blog Geniusuite
(l’articolo è reperibile qui), si scrive infatti che «a differenza di chatbot
generici come Gemini o ChatGPT, Notebook LM si basa esclusivamente sulle fonti
caricate dall’utente, garantendo risposte affidabili e contestualizzate. Questo
lo rende uno strumento ideale per docenti e studenti che vogliono approfondire
argomenti specifici, generare riassunti e creare materiali personalizzati per la
scuola».
Sempre il blog sopracitato ci informa che con Notebook LM si possono analizzare
contenuti multimediali come video di YouTube e siti web, porre domande e
ottenere risposte basate esclusivamente sulle fonti caricate, estrarre e
organizzare informazioni chiave con note e riepiloghi automatici, creare mappe
concettuali e timeline per una visione d’insieme degli argomenti trattati.
Insomma, a differenza di altre AI, che lavorano su grandi database generali e
possono anche “pescare” informazioni non precise, basate su dati statistici, con
questa AI gli studenti, caricando loro appunti e materiali di varia tipologia,
possono generare strumenti per lo studio come infografiche, mappe, file audio e
altro ancora.
Allontanarsi dal testo
L’obiettivo quindi di tutte queste AI sembrerebbe lo stesso: evitare il contatto
diretto con un testo complesso e porgere agli studenti materiale già
vivisezionato, riassunto, mappato, trasformato in infografica, linea del tempo
oppure in un file audio MP3. Non siamo luddisti: questa operazione è sicuramente
proficua per gli studenti con BES e DSA, soprattutto per coloro il cui
apprendimento passa attraverso il canale iconico oppure uditivo. Ottenere in
pochi minuti un’infografica o una mappa concettuale che riassuma i
concetti-chiave di un intero capitolo è un grande vantaggio per una scuola più
inclusiva. Gli stessi docenti possono, per esempio, semplificare un testo
adattandolo, per esempio, a NAI con competenze di italiano A2.
Mi sorgono però due dubbi: il primo rimanda ai corsi sulla dislessia che ho
frequentato in passato, in cui si diceva esplicitamente che le mappe e gli
schemi andrebbero prodotti dagli studenti stessi, in base al loro stile di
apprendimento; il secondo è relativo al bypassare qualsiasi contatto con le
fonti dirette e studiare direttamente su compendi o mappe create dalle AI.
In memoria di Serianni
Il Prof. Serianni aveva fatto del riassunto uno dei suoi cavalli di battaglia,
tanto che esso rimane, saldamente, nelle richieste tanto della Tipologia A,
quanto della Tipologia B dell’Esame di Maturità; già in tempi sospetti, però,
aveva posto l’attenzione sui riassunti generati automaticamente da software,
sottolineando la necessità di continuare in questo esercizio. In un’intervista
su «Repubblica», del 2017, il compianto linguista sosteneva la necessità di
stendere più riassunti in classe, «Per “allenare i ragazzi a strutturare un
testo”. E dare loro più parole a disposizione per “aumentare il loro lessico”
ora compresso in un tweet e nel linguaggio abbreviato dei social e degli
smartphone» (I. Venturi, La svolta di Mister italiano: “Dalle medie alla
maturità meno temi e più riassunti”, «La Repubblica», 18.09.2017). In tutta
onestà, proporre nel 2026 riassunti come pratica domestica o come esercitazione
mi sembra un’operazione un po’ stucchevole e obsoleta: l’AI riesce a creare
riassunti spesso migliori di quelli degli umani, gli studenti ne fanno largo uso
e quindi, mi sembra tempo perso per noi e per loro.
Tuttavia è innegabile che avere già tutto riassunto, sintetizzato, mappato,
schematizzato, oltre ad allontanare sempre più dal testo originale, sia esso
letterario o funzionale, depotenzi le competenze di comprensione di concetti
complessi e, a mio avviso, darà un’ulteriore spinta alla semplificazione
lessicale a cui si sta assistendo, tanto che si parla di Generazione 20 parole.
Alzi la mano chi non ha notato, in questi ultimi anni, un impoverimento
lessicale degli studenti, a cui corrisponde un impoverimento del loro pensiero?
Termini che dieci anni fa erano perfettamente intellegibili, ora non lo sono
più: tanto per fare qualche esempio, si pensi a “ostico”, “pedante”, “fazioso”,
“celere” parole ormai, per continuare con termini incomprensibili agli
adolescenti, “desuete”.
Dispersione implicita?
Abdicare quindi a riassumere, creare infografiche in autonomia, stendere testi
per tappe significa, implicitamente, porre una pietra tombale sulla promozione
di competenze da parte degli studenti (e dei futuri docenti). Il problema
infatti non si pone nel caso di professionisti che hanno trascorso gli anni
universitari a riassumere Copisti e filologi di Wilson e Reynolds o a creare
presentazioni per le spiegazioni in classe, ma per chi potrà svolgere queste
operazioni attraverso, per esempio, Notebook LM o altre AI. È come se il fine
della scuola superiore fosse percorrere una maratona, ma per 5 anni ci si
allenasse solo sugli 800 metri: via via diventerà impossibile soddisfare delle
richieste che sono rimaste all’epoca pre AI. Se penso agli studenti in uscita
dai futuri percorsi di scuola superiore, mi vengo i brividi nel pensarli alle
prese, per esempio, con la prosa di Gianfranco Contini o di un saggio di
filosofia del linguaggio: mancano degli strumenti concettuali, ma, prendendo
un’espressione cara alla neuroscienziata cognitivista Maryanne Wolf, soprattutto
la pazienza cognitiva, per soffermarsi su un testo, analizzarne l’argomentazione
e cercare di far sedimentare i concetti nella propria mente.
Creare consapevolezza sull’AI
Nel corrente anno scolastico, nel Liceo Economico Sociale in cui insegno
italiano, abbiamo cercato di sensibilizzare gli studenti sui rischi di affidarsi
ciecamente all’AI. Diciamolo senza mezzi termini: anche se si magnifica
l’implementazione dello spirito critico grazie all’AI, questa viene usata per lo
più come assistente personale e ripetitore a basso costo (per non parlare nello
sconfinamento a psicologo gratuito). Quando, durante un compito domestico, si
manifestano delle difficoltà, ecco che si apre CHAT GPT o Gemini e si inizia una
conversazione. In un bell’articolo analizzato in classe, uscito su Wired
(recuperalo qui), si parla appunto di un’epistemia che si è sostituita
all’episteme dell’antica Grecia. Secondo l’autore, Luca Zorloni, infatti,
epistemia «identifica questa nuova stagione della nostra società dominata
dalla costruzione di una impressione di conoscenza che sta in piedi perché non
si sa, perché non si sa delegare all’AI e perché non si sa controllare e
verificare il risultato. Ci si bea, in compenso, di una risposta cucita talmente
bene da illuderci di non poter essere che vera». Zorloni continua sostenendo che
«L’AI ci renderà più stupidi se vorremo cullarci nella stupidità indotta. Se ci
accontenteremo della prima risposta del chatbot, senza considerare i meccanismi
probabilistici che governano il funzionamento dei grandi modelli linguistici».
Quale didattica?
Mi capita spesso di confrontarmi, nelle pause caffè, con diversi colleghi e, al
mio catastrofismo, molti ribattono con pacatezza: «Matteo, è inutile che chiedi
le costanti letterarie di Svevo, le trovano tutte su CHATGPT, devi spingere su
altre richieste, come per esempio una particolare interpretazione del finale
della Coscienza di Zeno, un’attualizzazione del contenuto del libro». Altri,
invece, vanno sostenendo di non chiedere più contenuti, ma solo interpretazioni
e approfondimenti. Non so, questa ultima deriva mi pare un po’ pericolosa,
specie perché, in primo luogo, le competenze (di interpretazione, analisi,
problematizzazione) non si possono generare senza un sostrato di conoscenze e
abilità. Mi sembra poi che se una metodologia simile avvantaggia una categoria
di studenti (quelli con spirito critico e capacità di interiorizzazione dei
contenuti), vada a detrimento di una larga fetta di studenti che raggiungono
livelli sufficienti o buoni e tendono a riprodurre i contenuti del docente, più
che a farli propri. Perdonatemi il paragone culinario, ma è come se durante una
sfida di Masterchef, venga richiesto a cuochi amatoriali più o meno bravi, di
cucinare un’anatra all’arancia con riduzione di frutti rossi…il rischio è che
metà della classe presenti qualcosa di immangiabile.
AI e impatto ecologico: paradossi ridicoli intorno all’Educazione Civica
Luca Maria Mercurio, nell’articolo Quanto inquina l’AI e perché? L’impatto
ambientale sul consumo di acqua, energia e CO2, ci informa (se ancora non lo
sapessimo) che «una mail di 100 parole scritta da ChatGPT-4 può “consumare” più
di mezzo litro d’acqua; se un americano su 10 attualmente impiegati mandasse una
mail con ChatGPT-4 alla settimana, i server utilizzerebbero 435 milioni di litri
d’acqua all’anno, il fabbisogno idrico di un giorno e mezzo dell’area di Rhode
Island (circa 1 milione di abitanti)».
Ci vantiamo della nostra coscienza ecologica, di essere una generazione attenta
all’impatto ambientale di ogni nostra azione, progettiamo (al I e II grado)
moduli di Educazione Civica sugli Obiettivi di Agenda 2030, intorno magari al
Goal 12 “Consumo e produzione responsabili”, ma poi prevediamo attività in cui
gli studenti smanettano per ore sulle AI scrivendo prompt su prompt per creare
immagini e infografiche, con un consumo di acqua abnorme. Mi sembra francamente
un paradosso imbarazzante per dei professionisti dell’educazione.
Stabilire priorità, per la democrazia
Come sostengo sempre, se il digitale è buono e può migliorare l’apprendimento,
va sicuramente integrato, ma spesso mi sembra solo una moda, e soprattutto uno
strumento per rendere le lezioni accattivanti quando, sotto sotto, di profondo
non c’è nulla. Ma una bella infografica generata con Notebook LM ora non si nega
a nessuno: peccato che siano quasi tutte uguali e di una banalità sconcertante.
Il rischio, per riprendere il titolo, è che in futuro, invece di insegnare ad
argomentare, a scrivere e a risolvere problemi, ci ridurremo a insegnare come
scrivere adeguatamente un prompt per le AI del futuro. In ciò sta una sconfitta
della scuola come palestra di libertà, di critica, ma soprattutto come ambiente
in cui gli studenti si dotano degli strumenti necessari a comprendere il mondo.
Venendo alle materie umanistiche, su cui posso esprimere un giudizio motivato,
sono preoccupanti le già riscontrate lacune lessicali, ma anche l’incapacità
degli studenti nello strutturare un discorso che non si riduca a membri
giustapposti. I recenti dati Invalsi del 2025 dimostrano poi un calo del 7,5%
rispetto ai livelli pre-pandemia nella comprensione del testo e nella
riflessione grammaticale e lessicale: mi sembrano queste le vere emergenze da
affrontare in classe, non la rincorsa all’ultima applicazione in grado di
allontanare gli studenti dalla lingua e dai testi complessi, che, andando avanti
così, non riusciranno più a comprendere. Con un colpo enorme inflitto alla
democrazia.
Questo articolo è ripreso dal blog personale dell’autore
(https://profmatteozenoni.com/), uno spazio di riflessione aperto su
letteratura, scuola e didattica.