Nuova indagine della Campagna Abiti Puliti sulle aziende di abbigliamento del Bangladesh
Fabbriche verdi, lavoro grigio. Percorsi nell’industria dell’abbigliamento in
Bangladesh tra certificazioni ambientali (LEED) e transizione giusta. È il nuovo
report realizzato da FAIR, organizzazione che coordina la Campagna Abiti Puliti
(CAP), sezione italiana della Clean Clothes Campaign (CCC) che opera a livello
internazionale per portare alla luce e cercare di risolvere i casi di violazione
dei diritti umani nei Paesi di produzione tessile.
La nuova indagine – i cui dati sono stati raccolti tra ottobre 2024 e maggio
2025 – nasce dalla collaborazione con il Bangladesh Centre for Worker Solidarity
per valutare l’industria dell’abbigliamento in Bangladesh, dove si riforniscono
diversi brand di moda che popolano le vetrine delle nostre città. Tra questi ci
sono marchi come Benetton, Bestseller, Decathlon, Fruit of the Loom, GAP, H&M,
Hugo Boss, Kiabi, M&S, NEXT, OVS, Zara e Wrangler. L’obiettivo del rapporto è
promuovere, allo stesso tempo, la tutela dell’ambiente, la protezione dei
lavoratori e delle lavoratrici e un’occupazione di qualità: elementi fondanti
della transizione giusta (Just transition).
Dopo una fotografia qualitativa della realtà, il report di FAIR propone infatti
una serie di raccomandazioni utili per raggiungere la transizione giusta. Tra
queste, l’invito a tutte le aziende operanti in Bangladesh che non l’hanno
ancora fatto, a firmare l’Accordo internazionale per la salute e la sicurezza
nell’industria tessile e dell’abbigliamento (Decathlon, Fruit of the Loom, Gap,
Kiabi e Wrangler), un meccanismo vincolante sottoscritto all’indomani del crollo
del Rana Plaza. I marchi già coinvolti nel programma sono, inoltre, chiamati a
utilizzare la propria influenza per includere i rischi legati allo stress da
calore e altri pericoli climatici nelle ispezioni e nelle misure correttive
vincolanti per i propri fornitori, garantendo allo stesso tempo prezzi equi e
pratiche commerciali corrette.
Ai brand, ai fornitori e al governo del Bangladesh si chiede di assicurare,
attraverso una contrattazione efficace e normative vincolanti, l’adozione di
misure contro tutte le forme di violenza e molestie di genere (Gender-Based
Violence and Harassment – GBVH) nelle fabbriche, e ad assicurare che le
lavoratrici e i lavoratori possano formare e aderire liberamente ai sindacati di
propria scelta senza timore di ritorsioni.
È fondamentale riconoscere un salario dignitoso, da considerare anche una misura
primaria di adattamento, che consentirebbe ai lavoratori di scegliere abitazioni
più sicure, un’alimentazione sana e di investire in sistemi di ventilazione,
isolamento o raffrescamento per affrontare la crisi climatica.
Dagli anni ‘80, il Bangladesh è uno dei principali attori nell’industria globale
dell’abbigliamento; nel 2010 è diventato il secondo esportatore mondiale di
abbigliamento (dopo la Cina) con un valore delle esportazioni di circa 12
miliardi di dollari, aumentati a oltre 34 miliardi nel 2019. Una situazione
dovuta alle agevolazioni fiscali, agli incentivi alle esportazioni, a una forza
lavoro a basso costo. È da questo contesto che nasce la cosiddetta fast fashion.
Oggi il settore tessile conta 4 milioni di lavoratori, la cui stragrande
maggioranza sono donne, che lavorano nelle quattromila fabbriche del Paese. Di
queste, sono 248 le fabbriche bangladesi che hanno ottenuto la certificazione
LEED (Leadership in Energy and Environmental Design), un fiore all’occhiello dal
punto di vista della sostenibilità ecologica degli edifici e di riduzione dei
consumi energetici, che ha permesso a molti marchi di migliorare la propria
reputazione. Il Bangladesh è addirittura leader mondiale nel numero di fabbriche
certificate con questo standard. Ma non basta: la certificazione LEED qualifica
come “green” fabbriche che non garantiscono in parallelo condizioni di lavoro
dignitose, con salari adeguati e presenza di sindacati, elementi che sono invece
essenziali per definire un’azienda che tutela i suoi lavoratori e lavoratrici.
L’indagine ha analizzato in particolare 8 di queste fabbriche, dove è del tutto
assente la rappresentanza sindacale e dove si registra un divario di ben il 70%
tra il salario percepito e quello considerato il minimo dignitoso. Molte le
testimonianze raccolte da lavoratori e lavoratrici che non sono messi nella
condizione di vivere una vita dignitosa. Dalle interviste alle lavoratrici
emergono descrizioni di ambienti che esternamente sono “fabbriche verdi”, con
luci moderne e pannelli solari sui tetti, ma che internamente racchiudono
“lavoro grigio” con ritmi di lavoro estenuanti, stress da calore, violenza di
genere, salari poveri e un clima di paura che scoraggia ogni denuncia per timore
di ritorsioni.
Tra le testimonianze si legge quella Fatima: «L’ambiente è bello da vedere
dall’esterno. All’interno, le politiche non vengono seguite correttamente. Le
procedure e le regole di lavoro sembrano buone dall’esterno, ma non vengono
seguite nella pratica. Questa fabbrica è “verde” solo di nome».
Prosegue Shima: «Se si guarda la fabbrica dall’esterno, è bella, sembra un
giardino. Ma a che serve se non possiamo lavorare in pace? Abbiamo segnalato più
volte il problema del calore estremo ai nostri supervisori, ma non è cambiato
nulla. Abbiamo anche chiesto delle tende, se non altro per ripararci dalla luce
diretta del sole, ma senza alcun risultato».
Allo stesso modo, Reshma ricorda l’esperienza collettiva nella fabbrica con
queste parole: «Tutti i lavoratori hanno affermato con grande convinzione che
questo [luogo di lavoro polveroso] era la loro principale preoccupazione in
materia di salute e ambiente. L’edificio è climatizzato e l’aria condizionata è
sempre accesa. Ma non ci sono abbastanza ventilatori o aspiratori per eliminare
la polvere, con il risultato che ci ammaliamo molto spesso. I lavoratori
tossiscono o starnutiscono continuamente e noi lo abbiamo fatto notare. Negli
ultimi sei anni abbiamo presentato diverse lamentele alla direzione ma non è
stata intrapresa alcuna azione, se non quella di chiederci di indossare delle
mascherine. Ma la quantità di polvere è così esagerata che le mascherine non
riescono a proteggerci».
Su questo gravoso problema, interviene Kalpona Akter, presidente del sindacato
Bangladesh Garment & Industrial Workers Federation, premiata dal governo per il
suo instancabile impegno a favore dei diritti delle lavoratrici tessili: «Il
Bangladesh è uno dei Paesi più vulnerabili al mondo in fatto di clima: l’aumento
delle temperature, le inondazioni e l’aumento del livello del mare minacciano
sia le infrastrutture che la salute dei lavoratori. Ci aspettiamo che i
firmatari dell’Accordo Internazionale includano nel programma di ispezione i
rischi climatici, entro il prossimo 24 aprile 2026, data in cui ricorre
l’anniversario del Rana Plaza».
Tredici anni fa, in questa data, a Dacca (capitale del Bangladesh) crollò
l’edificio Rana Plaza che causò migliaia di morti e feriti: una tragedia che
mise in luce la negligenza nei confronti della sicurezza delle lavoratrici e la
logica di sfruttamento alla base della fast fashion.
L’Accordo Internazionale che Campagna Abiti Puliti chiede alle aziende di
sostenere e implementare è solo un primo passo per raggiungere una industria
della moda davvero compatibile con i limiti del Pianeta, come spiega Deborah
Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti: «Le politiche green, calate
dall’alto senza il coinvolgimento della classe lavoratrice nelle varie fasi
della transizione, non sono né sufficienti né efficaci per raggiungere
un’industria della moda pulita, equa e democratica entro i limiti planetari. Per
farlo è necessario un cambiamento strutturale e sistemico a livello nazionale e
internazionale».
Per consultare e scaricare il report completo, cliccare sul link e inserire la
mail:
www.abitipuliti.org/moda-in-bangladesh-nuovo-report-su-fabbriche-verdi-e-lavoro-grigio
Redazione Italia