La militarizzazione delle scuole e delle università per Salvatore Cingari
Non è vero che il fascismo non può tornare. Il fascismo è già tornato e se
finora non ha dispiegato la cupa violenza di un tempo è perché non ha avuto
bisogno di schiacciare un antagonista sociale. Negli Stati Uniti, in verità, le
milizie anti-immigrati hanno già il manganello omicida sporco di sangue e
l’esercito USA ha spezzato le reni al Venezuela.
Cosa è successo al neoliberismo? Il neoliberismo è morto se va inteso come
costituzione economica del mondo (Slobodian), ma è ben vivo se pensato come
colonizzazione mercatistica della società e della vita. Anzi esso trova nel
neo-populismo di destra la nuova condizione per alimentarsi: scioglie infatti la
contraddizione con la democrazia imponendo alla sovranità popolare, alla
discussione e al conflitto i tempi veloci e privati della decisione
aziendalistica.
In Italia questo vento ha iniziato a spirare assorbendo nel neo-conservatorismo
la stessa cultura democratica con il collante del riarmo, che ha saldato
liberal-progressismo e postfascismo. Con esso tramonta la speranza, coltivata
durante la pandemia, di un nuovo new deal basato sui diritti sociali e la cura:
se si vogliono tutelare scuole e ospedali – recita l’odierno Grande Fratello –
bisogna necessariamente metterle in sicurezza dai missili russi oggi e cinesi
domani.
Siamo nel pieno di quella che Guy Debord chiamava la falsificazione del mondo
prodotta dallo spettacolare integrato, il sistema in cui, cioè, alla violenza
classica esercitata attraverso i servizi segreti e le forze armate, si aggiunge
la coercizione delle immagini mercificate e menzognere.
Con la guerra alle porte, inizia a morire la verità e con essa la libertà. Il
fascismo è iniziato nel 1915 e nelle trincee ha preso forma l’universo
concentrazionario dei lager nazisti. Allo stesso modo la mentalità di guerra
favorisce una strategia della tensione permanente. Se la paura della criminalità
associata ai migranti clandestini ha reso inutili nuove stragi di stato (è dal
Novanta del ‘900 che non scoppiano più bombe no?), il regime di guerra promette
di chiudere definitivamente la partita della democrazia.
In questo ambito, la scuola e l’Università stanno vivendo un assedio che
promette di svuotarle del loro ruolo repubblicano, assoggettandole al potere del
governo, come avviene ad esempio in Ungheria.
Nelle scorse settimane il garante per l’infanzia e l’adolescenza (nominato dai
presidenti di camera e senato) ha somministrato agli studenti fra i 14 e i 18
anni un questionario di 32 domande di cui la principale è questa: “Se il mio
Paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e se servisse mi arruolerei.
Quanto sei d’accordo con questa affermazione? ”. Non c’è da stupirsi. Il governo
e alcune delle più alte cariche dello stato sono espressione di culture
politiche anticostituzionali o solo parzialmente costituzionali e il partito di
maggioranza è nazionalista. Esso cioè non intende permeare il clima scolastico
del valore del ripudio della guerra espresso nell’articolo 11 della Costituzione
o della difesa di valori come quelli per cui hanno combattuto i curdi del Rojava
(beni comuni, tolleranza di genere e interetnica), bensì è interessato a
rilanciare il culto della patria come valore centrale e autosufficiente.
A questo fattore e alla smobilitazione delle proprie radici antifasciste da
parte di una certa cultura democratica, si deve la legittimazione della
ricorrente presenza di divise nelle aule scolastiche e universitarie, contro la
quale è operativo da tempo un Osservatorio contro la militarizzazione della
scuola e dell’università. Ma dietro il livello ideologico agisce prepotente
quello economico: i più alti gradi della politica italiana, di entrambe le parti
politiche, hanno avuto ruoli e interessi nell’azienda Leonardo, produttrice di
tecnologia di guerra.
Alcuni mesi fa, anche all’Università degli studi di Perugia, gli studenti hanno
protestato per l’introduzione nell’anno accademico ‘24-25 al Dipartimento di
Scienze politiche, del corso intitolato “sistemi di intelligence e sicurezza
nazionale”, in cui, fra le varie cose si insegnava “influenza e manipolazione
della narrazione, conduzione di interrogatori, tecniche della sorveglianza”. Nel
programma risultavano seminari condotti proprio da Leonardo e da un’altra
azienda di armamenti, la Rheinmetall (speriamo vivamente che diventi realtà
l’ipotesi da alcuni ventilata di un corso di laurea fra Unipg e l’Università per
Stranieri di Perugia sul tema della pace: servirebbe a riequilibrare queste
tendenze). Ma è solo uno dei molteplici esempi sparsi su tutto il territorio
nazionale, in cui viene anche segnalata la presenza della Leonardo nei programmi
dell’alternanza scuola-lavoro.
Di poche settimane fa la protesta della premier e del Ministro Bernini per il
rifiuto del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Bologna di istituire un
corso di laurea per ufficiali dell’Esercito. Ma questa resistenza dell’autonomia
universitaria rischia di venire meno con la riforma della governance: sarà
imposto un rappresentante del governo nei cda dei consigli di amministrazione
(che non potranno mai essere elettivi), il rettore dovrà tenere conto nella
redazione del piano strategico di Ateneo di non meglio definite linee generali
di indirizzo stabilite dal Ministro e resterà in carica 8 anni, mentre i
direttori di dipartimento verranno eletti in concomitanza con le elezioni di
ateneo, compresa quella di conferma a metà termine.
Il neogentilianesimo di Galli della Loggia, presidente della commissione che ha
elaborato la riforma (e per il quale la patria è morta con l’avvento al potere
dell’antifascismo e solo l’Occidente conosce la storia) risuona delle spinte
autoritarie e centralizzatrici di quella del 1923, per la quale i rettori
venivano nominati dal Re e non dalle facoltà, mentre i presidi dal ministro (e
non dalle facoltà).
Il clima di guerra soffoca scuola e università, inoltre, con la repressione del
dissenso. Anche contro la mobilitazione del mondo giovanile nei giorni della
Flottilla è rivolto il secondo decreto sicurezza in discussione in parlamento,
in cui vengono inasprite le pene per reati collegati alle manifestazioni e
conferita alla polizia ampia discrezionalità in campo repressivo. In futuro sarà
resa più difficile la possibilità di manifestare contro l’alleato israeliano ed
esprimere il proprio dissenso dal suo operato spesso criminale.
A questo fine, sempre in parlamento, sono anche in discussione decreti
presentati da varie forze politiche che tendono ad equiparare antisemitismo e
antisionismo, rendendo quest’ultimo passibile di sanzione: uno di questi decreti
è a firma degli esponenti atlantisti e neoliberali del PD. Nei giorni scorsi ha
peraltro fatto scalpore una circolare della regione Lazio che prevedeva un
censimento dei “palestinesi” presenti nelle scuole. Essa ha evocato i ricordi
tragici delle leggi razziali del 1938.
Invano il ministero si è affrettato a precisare che si trattava di effettuare un
sondaggio al fine di garantire ai ragazzi palestinesi debite misure di
accoglienza, come si fece per gli ucraini. Spiegazione poco credibile. Per i
bianchi e (presunti) antirussi ucraini, si produssero infatti circolari ben più
esplicite e dettagliate della muta richiesta di un conteggio di tipo etnico,
incurante anche della differenza fra palestinesi da poco arrivati da Gaza e
altri di più lunga residenza in Italia, di palestinesi israeliani o della
Cisgiordania etc.. Il sospetto che dietro la richiesta di conteggio ci fossero
misure sicuritarie e repressive non può non sorgere spontaneo.
Ma un ulteriore inquietante segnale della repressione in corso, che chiude un
cerchio iniziato a Genova nel 2001, è stata la sospensione di un corso di
formazione organizzato da CESTES-PROTEO e il suddetto Osservatorio intitolato “4
novembre la scuola non si arruola”, giudicato propagandistico dal ministero e
non capace di somministrare le competenze disciplinari attese. Per non dire
dell’indagine ispettiva del Ministro dell’Istruzione e del merito Valditara in
due scuole toscane colpevoli di aver ospitato in videoconferenza la relatrice
speciale dell’ONU Francesca Albanese, a seguito di un’interrogazione
parlamentare di un’esponente di Fratelli d’Italia che ha lamentato un
insegnamento basato sul “pensiero unico”. Da allora è stato ricorrente, da parte
del governo e dell’opinione pubblica di destra, la richiesta di “contraddittori”
a scuola e università qualora si fossero invitati ospiti con un orientamento
politico specifico. Si tratta in realtà di esercitare una censura preventiva
alla libertà di insegnamento che è, appunto, libera secondo l’articolo 33 della
costituzione e si innesta in un sistema il cui pluralismo è garantito dalla
possibilità di attingere ai molteplici punti di vista espressi dai molteplici
docenti.
La scuola e l’università non sono talk show e non è possibile chiedere,
costituzione repubblicana alla mano, un contraddittorio fra fascismo e
antifascismo, fra difensori della pace e assertori della guerra come valore da
rilanciare, fra sostenitori delle organizzazioni internazionali e nazionalisti,
fra vittime e autori del genocidio. A proposito: dice molto della situazione che
stiamo vivendo il fatto che mentre si richiede un’ispezione per un invito ad una
funzionaria ONU, lo Stato italiano continua ad essere un alleato di ferro di
Israele e nulla ha da dire sul board of Gaza, se non accettare a denti stretti
le conseguenze del fatto ch’esso vada contro l’articolo 11 della nostra Carta.
Ma l’onda è destinata a salire. Di questi giorni la notizia che in una scuola di
Pordenone, Azione studentesca, gruppo di estrema destra nato da un ramo di
Azione giovani, organizzazione giovanile dell’ex alleanza nazionale poi
confluita in gioventù nazionale di Fratelli d’Italia, ha distribuito un
questionario in cui si chiedeva fra l’altro se gli studenti avessero uno o più
professori di sinistra e se questi facessero propaganda in classe. Ma anche in
una scuola di Perugia, sempre molto di recente, una docente di scuola superiore
ha denunciato che una coppia di genitori ha protestato – recita un post
dell’Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e delle Università, da
poco costituitosi nel capoluogo umbro e collegato a quello nazionale -, «perché
troppi sono parsi gli spazi dedicati al tema della guerra e della pace: una
poesia palestinese, un film, un libro, un discorso di Gino Strada sulla
necessità e l’urgenza di rinunciare alla guerra. Troppe lezioni: in fondo ‘che
la guerra è brutta, si sa’, ‘un mondo senza guerre è un’utopia irrealizzabile’;
‘qual è dunque il senso di queste lezioni che, peraltro, comportano il rischio
di scivolare nell’ideologia e dunque nell’indottrinamento?’ ».
Abbiamo finito lo spazio, ma non credo che ci sia bisogno di un ulteriore
commento, se non per assicurare che tutti noi continueremo ad opporre
resistenza, insegnando liberamente le discipline, fermi della convinzione che la
vita non si debba mai sacrificare alla Patria ma che essa vada promossa in nome
di una ben più ampia e alta umanità.
Salvatore Cingari, Università di Perugia
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