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Antisemitismo: combatterlo davvero, senza strumentalizzazioni
A cura di Fulvia Fabbri, attivista per i diritti umani e Milad Jubran Basir, giornalista italo palestinese L’antisemitismo è una forma storica e persistente di razzismo, che ha prodotto persecuzioni, pogrom e il genocidio nazifascista. E’ purtroppo ancora vivo nel nostro paese e combatterlo non è opzionale: è un dovere politico, morale e civile. Ma proprio perché la posta in gioco è alta, la lotta all’antisemitismo non può essere piegata a operazioni di censura, delegittimazione del dissenso o repressione della solidarietà internazionale. Bisogna invece chiedersi quali strategie e strumenti possono davvero contrastare l’antisemitismo, impedire che si diffonda e si rafforzi. Il 27 gennaio 2026, ricorrenza della Giornata della memoria, la Commissione Affari costituzionali del Senato ha adottato, tra otto proposte di legge, il ddl di Massimiliano Romeo come testo base per la legge sull’antisemitismo, in discussione al Parlamento, per essere approvata, se il percorso verrà rispettato, il prossimo mese di Marzo 2026. “Il testo, oltre a misure educative nell’ambito scolastico, prevede la possibilità di vietare manifestazioni in caso di valutazione di grave rischio potenziale per l’utilizzo di simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita ai sensi della definizione operativa di antisemitismo adottata dalla presente legge”. La definizione operativa di antisemitismo, a cui il ddl Romeo fa riferimento, è quella dell’IHRA, Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (International Holocaust Remembrance Alliance), che, nella definizione generale, descrive l’antisemitismo come “una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto”. Dalla definizione generale discendono 11 esemplificazioni operative, alcune di queste mettono al centro la relazione tra comunità ebraiche e Stato israeliano. “Esempio 7. Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo. Esempio 8. Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico.” La conseguenza di questa impostazione conduce a considerare le critiche ad Israele -non importa il loro contenuto – come una forma “nascosta” di antisemitismo. D’altra parte l’accusa di antisemitismo è sempre stata usata dal governo di Netanyahu, durante tutti gli ultimi tre anni, durante la campagna militare contro Gaza. Nel novembre 2025 il Ministero israeliano per gli affari della Diaspora e la lotta all’antisemitismo ha reso noto di aver respinto le registrazioni di quattordici (ma il numero esatto è 37) organizzazioni umanitarie non governative, operanti in Gaza e Cisgiordania, sulla base di presunti legami con il terrorismo, accuse di posizioni antisemite, iniziative di delegittimazione dello Stato di Israele e di negazione degli attacchi del 7 ottobre. L’effetto di questa decisione del Ministero israeliano sarà l’allontanamento di Ong quali Medici senza Frontiere, che sta garantendo il 75% delle cure sanitarie a Gaza, di Save The Children , che organizza attività educative nella Striscia e in Cisgiordania, della Caritas di Gerusalemme e Caritas internazionale. Secondo Sandro De Luca , presidente di LINK 2007, network che raggruppa 15 tra le più importanti e storiche Organizzazioni Non Governative italiane, subordinare l’accesso all’assistenza umanitaria a valutazioni politiche (come il giudizio di antisemitismo e/o di legittimazione dello Stato israeliano) “significa snaturare l’essenza stessa dell’azione umanitaria e normalizzare condizioni di vita incompatibili con il rispetto della dignità umana”. Per contrastare questi effetti della definizione generale dell’IHRA, nel 2021 è stata redatta la Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo (JDA), frutto del lavoro di studiosi ed esperti di antisemitismo, storia e diritto internazionale. La JDA afferma con chiarezza ciò che dovrebbe essere ovvio: criticare uno Stato, le sue politiche o la sua ideologia non è antisemitismo, a meno che la critica non si trasformi in odio o discriminazione verso gli ebrei in quanto tali. Al punto C la Dichiarazione afferma che non è antisemitismo “la critica, basata sull’evidenza, di Israele come Stato. Ciò include le sue istituzioni e i suoi principi fondanti. Include anche la sua politica e le sue pratiche, interne ed estere, come l’operato di Israele in Cisgiordania e Gaza, il ruolo che Israele gioca nella regione, o qualsiasi altro modo in cui, come Stato, influenza eventi nel mondo. Non è antisemita segnalare la sistematica discriminazione razziale. In generale, le stesse norme di dibattito che si applicano agli altri Stati e agli altri conflitti per l’autodeterminazione nazionale si applicano nel caso di Israele e della Palestina. Quindi, anche se polemico, non è antisemita, in sé e per sé, paragonare Israele ad altri esempi storici, tra cui il colonialismo di insediamento o l’apartheid.” La JDA non indebolisce la lotta all’antisemitismo: la rafforza, perché la sottrae alla strumentalizzazione e la restituisce alla sua funzione originaria, ossia combattere il razzismo, non proteggere governi o politiche di occupazione. In questo quadro già di per sé complesso, merita di essere citato e riconosciuto il lavoro serio e prezioso della “Commissione straordinaria per il contrasto ai fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza”, istituita nel 2023, per volontà della senatrice a vita Liliana Segre, che ne è la presidente. Negli ultimi anni la Commissione ha svolto un’attività di analisi, ascolto e documentazione fondamentale, contribuendo a portare alla luce la diffusione strutturale dei discorsi d’odio, online e offline, a collegare antisemitismo, islamofobia, razzismo anti-migranti e altre forme di discriminazione come fenomeni interconnessi, affermando che la risposta all’odio non può essere solo repressiva, ma deve basarsi su educazione, prevenzione, responsabilità politica e tutela delle libertà costituzionali. C’è davvero bisogno di un ddl antisemitismo? O non sarebbe bene rafforzare l’azione della Commissione per il contrasto ai fenomeni di intolleranza, razzismo e antisemitismo e istigazione all’odio, che è finalizzata a guardare la nostra società nella sua interezza, prendendo in considerazione tutti gli eventi discriminatori che vi si muovono, a monitorare le ideologie introdotte, le parole diffuse, i comportamenti agiti “contro”. Non sarebbe meglio che la politica tutta accogliesse le indicazioni di questa Commissione, per trasformarle in approfondimento culturale, in testimonianza rivolta alle giovani generazioni ? In questa prospettiva verrebbe preservato il valore etico universale della memoria della Shoah: una memoria viva che non assolve il potere, ma lo interroga. Milad Jubran Basir
February 15, 2026
Pressenza
No alla campagna mediatica contro associazioni palestinesi in Italia
Come giornaliste/i e operatori dell’informazione, condanniamo con forza la campagna mediatica orchestrata da molte/i colleghe/i e testate giornalistiche contro associazioni e gruppi palestinesi in Italia. Esprimiamo la nostra piena solidarietà al Centro Culturale Handala Ali, ai Giovani Palestinesi d’Italia (GPI), all’Unione Democratica Araba Palestinese (UDAP), all’Associazione dei Palestinesi in Italia (API), e a Mohammad Hannoun, Mohamed Shahin, Suleiman Hijazi, Anan Yaeesh, Omar Korichi, Brahim Baya e tutti coloro che vedono costantemente i propri nomi e volti esposti sulle pagine dei giornali, subendo gogna mediatica, diffamazione, pressione psicologica e il terrore di esprimere liberamente le proprie opinioni. L’arresto di Mohamed Shahin – ora libero – avvenuto il 24 novembre 2025 a seguito di un articolo de La Stampa che ha innescato l’interrogazione parlamentare di Augusta Montaruli (Fratelli d’Italia) ci ha allarmati profondamente. E ci costringe ad essere ancora più rigorosi su ciò che scriviamo, poiché può avere conseguenze devastanti per le persone. Riteniamo estremamente pericolosa questa pratica di articoli e servizi televisivi che prendono di mira singole persone, soprattutto con origini arabe e palestinesi. Negli ultimi due anni, assistiamo a uno schema inquietante: durante le mobilitazioni per la Palestina, le persone arabe subiscono conseguenze più severe sia sul fronte legale che mediatico. Costantemente violiamo la deontologia professionale quando pubblichiamo i volti di persone ancora sotto processo, accostandoli ad aggettivi diffamatori e associandole al “terrorismo”. Diffondere nomi e cognomi di indagati o già assolti viola il principio della presunzione di innocenza. Questo modo di fare giornalismo non solo crea gravi problemi legali alle persone coinvolte, ma provoca danni psicologici permanenti per l’esposizione mediatica improvvisa, soprattutto quando accompagnata da articoli denigratori e epiteti offensivi, non solo ai singoli, ma all’intera comunità. Il giornalismo richiede rigore e cautela, deve tutelare chi non ha voce nei media e proteggere i soggetti vulnerabili. Non può diventare uno strumento del potere per reprimere. Diversi avvenimenti provano che le istituzioni italiane stanno prendendo di mira la comunità palestinese in Italia. La recente circolare del Ministero dell’Istruzione che chiede alle scuole di indicare il numero di studenti palestinesi presenti senza specificare obiettivi, tutele o progetti educativi rappresenta un passaggio molto grave. Anche la scuola pubblica rischia di essere coinvolta in pratiche di controllo e sospetto, trasformando i minori in categorie da monitorare. Al di là delle smentite ufficiali, questa richiesta è un segnale politico inquietante: invece di proteggere, lo Stato espone e isola una comunità già sotto pressione. Si tratta di una deriva autoritaria che rigettiamo in toto. Tutto questo porta come conseguenze il silenziamento della comunità palestinese italiana, la distrazione dal genocidio del popolo palestinese perpetrato da Israele, il rafforzamento delle organizzazioni filo-israeliane in Italia, e il rinforzo della narrazione e dell’immagine del governo Meloni, di cui la premier Giorgia Meloni, il Ministro degli Esteri Antonio Tajani, e quello della Difesa Guido Crosetto sono stati denunciati per “concorso in genocidio” alla Corte Penale Internazionale. Questi attacchi si inseriscono in un contesto più ampio di schedature di palestinesi e solidali, sorveglianza politica e proposte di legge come il DDL Gasparri e il DDL Delrio, che ampliano gli strumenti repressivi e confondono deliberatamente antisionismo e antisemitismo. Il DDL sull’antisemitismo – ovvero l’adozione della definizione di antisemitismo dell’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (IHRA), che tra le varie cose descrive come “antisemita” anche molte forme di critica ad Israele, e le manifestazioni in cui vengono pronunciati diversi slogan  –   è stato appena approvato dalla maggioranza alla Commissione Affari costituzionali del Senato. Noi denunciamo la pericolosità di questa decisione. Ribadiamo con forza che l’antisionismo è l’opposizione ad un progetto colonialista, suprematista, razzista e imperialista, mentre l’antisemitismo è una forma di razzismo, che non ha nulla a che fare con Israele e il genocidio del popolo palestinese. Rifiutiamo categoricamente questo accostamento che mira a limitare la libertà di espressione, di critica e la solidarietà con il popolo palestinese. Condanniamo le colleghe e i colleghi che non rispettano la deontologia professionale e mettono in pericolo la comunità palestinese italiana e chiediamo all’Ordine dei Giornalisti di applicare le sanzioni previste per questi casi. FIRMATARI Sara Manisera – FADA Collective Arianna Poletti – FADA Collective Anna Toniolo – FADA Collective Pierluigi Bizzini – FADA Collective Arianna Pagani – FADA Collective Dalia Ismail Stefania Cingia Federica Bonalumi Marina Lombardi Nuri Fatolahzadeh Cecilia Dalla Negra – Orient XXI Italia Filippo Taglieri Sara Tanveer Carolina Sophia Pedrazzi Alessandro Stefanelli Federica Rossi Dario Morgante Rivista La Rivolta Aurora Campus Leonardo Passeri Adil Mauro Isabella Balena Nicolò Cozzolino Camilla Donzelli Melissa Aglietti Davide Traglia Gabriele Grosso Ciro Giso – Marea Media Carla Monteforte Sara Ramzi Federico Tisa Ludovica Jona Flavio Novara Lucrezia Tiberio Elena Del Col Alae Al Said Alessia Manzi Lavinia Nocelli Sofia Turati – Marea Media Benedetta Pagni Angelo Boccato Lorenzo Di Stasi Davide Lemmi – FADA Collective Teresa Di Mauro Simone Manda Marco Simoncelli – FADA Collective Vittoria Torsello – Marea Media Valeria Rando Beatrice Cambarau Tommaso Siviero – FuoriFuoco Cecilia Ferrara Angela Falconieri Chiara Pedrocchi Marco Albertini Benedetta Torsello Francesca Maria Lorenzini Giulio Tonincelli Pamela Cioni Federica D’Alessio Martina Ucci Chiara Paolini Alba Nabulsi Marianna Lentini Monica Alessandra Lupo Lara Gigante Roberta Lippi Luca Gringeri Laura Lesèvre Raffaele Riccardo Buccolo Francesca Fornario Lorenzo Forlani Shady Hamadi Claudia Carpinella Carolina Trocchia Tonia Scarano Ilario D’Amato Salvatore De Rosa Savin Mattozzi – Marea Media Francesca Ferrara Fabrizio Ferraro Giuseppe Carrella Carlotta Therry Parrotta Gianluca Grimaldi Antimafia Duemila Marta Bellingreri – SyriaUntold Antonio Antonucci Redazione Italia
February 8, 2026
Pressenza