“Martiri delle Foibe”, quando a celebrare le tragedie della storia è chi le causate
Il “Giorno del Ricordo” è stato stabilito con la Legge 92/04, che fu proposta
dai neofascisti di AN (ex MSI, fondato dai fascisti alleati dei nazisti, oggi
ampiamente confluiti in Fratelli d’Italia) a più riprese fin dai primi anni ’90.
Il testo definitivo era accompagnato da una relazione in cui si esaltava il
ruolo svolto dalla Decima Mas e dal Battaglione Bersaglieri “Mussolini” nella
“difesa dei confini orientali” tra il 1943 e il 1945, formazioni militari che
hanno proseguito la guerra al fianco dei nazisti fino alla fine del conflitto.
Il 10 febbraio non fu scelto a caso come data del “Giorno del Ricordo”: un modo
per oscurare silentemente l’anniversario del Trattato di Pace che il 10 febbraio
1947 aveva fissato i nuovi confini con la Jugoslavia. Proponiamo un
‘interessante articolo dell’Osservatorio Democratico sulle Nuove Destre Italia
il 3 febbraio 2026.
Ogni anno si dedicano piazze, vie e parchi, in ogni parte d’Italia, ai “Martiri
delle Foibe”. Noi siamo già intervenuti, anche in passato, per dire la nostra
opinione critica. E crediamo che sia il caso di tornare ad affrontare in maniera
un po’ più approfondita questo tema.
Nel 2004 il governo di centrodestra, con il vergognoso avallo del
centrosinistra, stabilì di celebrare il 10 febbraio una “Giornata del Ricordo”
per celebrare “i martiri delle foibe e dell’esodo istriano, fiumano e dalmata”.
Una ricorrenza situata a dieci giorni dalla “Giornata della Memoria” (istituita
nel 2000 per il ricordo dalla Shoah e di tutte le vittime e i perseguitati del
nazifascismo). In questi anni il senso comune ha portato a fare di tutto un
polverone, cosicché si parla correntemente di “foibe” come “olocausto degli
italiani”.
Noi riteniamo che in tutto questo ci sia un’operazione di confusione e di
ribaltamento dei fatti. L’obiettivo di raggiungere una “memoria condivisa”
attraverso una specie di “par condicio della storia”, per la quale ricordiamo
“tutte le vittime”, nasconde i giudizi di valore sulle responsabilità storiche
specifiche, in particolare quelle del regime fascista italiano in collaborazione
con il nazismo tedesco. Chi ha provocato le tragedie della seconda guerra
mondiale e chi, dopo averle subite, ha reagito, diventano la stessa cosa.
Oggi, correntemente, con il nome di “foibe” ci si riferisce a due periodi
distinti: in Istria dopo l’8 settembre del 1943, fino all’inizio dell’ottobre
dello stesso anno, e a Trieste nel maggio 1945, dopo la liberazione da parte
delle truppe partigiane yugoslave (ufficialmente alleate del fronte antinazista)
e durante i 42 giorni di amministrazione civile della città. In questi due
periodi, secondo la vulgata corrente, un numero imprecisato di persone, comunque
“molte migliaia”, sarebbero state uccise solo perché erano di nazionalità
italiana e poi “infoibate”, ossia gettate nelle cavità naturali presenti in
quelle zone. Si tratterebbe di una “pulizia etnica”, di un “genocidio
nazionale”. La responsabilità principale viene in genere attribuita ai “titini”,
ossia ai partigiani yugoslavi comunisti. Chi propone un esame critico di questa
versione viene chiamato “negazionista” o, ben che vada, “riduzionista” (usando
quindi le stesse categorie utilizzate per chi nega o sminuisce la Shoah).
Noi riteniamo che vada ristabilita invece una corretta lettura dei fatti, sia
per il contesto storico in cui sono inseriti, sia nella ricostruzione
documentaria dei fatti stessi.
Fin dal 1919 le squadre fasciste, a Trieste e nell’Istria, fecero una politica
di aggressione violenta, in chiave nazionalista, contro le istituzioni operaie e
la popolazione slovena e croata. Mussolini, in un discorso a Pola del 1920,
dichiarò: “Abbiamo incendiato la casa croata di Trieste, l’abbiamo incendiata a
Pola. Bisogna che l’Adriatico, che è un nostro golfo, sia in mani nostre. Di
fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire al
politica dello zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono
essere le Alpi Dinariche. Il nostro imperialismo vuole raggiungere i giusti
confini segnati da Dio e dalla natura, e vuole espandersi nel Mediterraneo.”.
Quando il fascismo diventò regime, operò in quelle terre un’opera di
snazionalizzazione violenta e capillare, fino a far identificare fascismo e
italianità.
Furono 20 anni di oppressione e repressione, che portarono migliaia di persone
nei carceri del Tribunale Speciale, al confino, davanti ai plotoni di
esecuzione, e alla perdita dei loro beni e della loro terra.
A partire dall’aprile 1941, l’Italia fu in guerra nella penisola balcanica
insieme ai tedeschi, contro la resistenza partigiana e la popolazione locale.
Ricordiamo la nota “Si uccide troppo poco” mandata nel 1942 dalle gerarchie
militari. Furono 350.000 i civili montenegrini, croati e sloveni massacrati,
fucilati o bruciati vivi nelle loro case durante i rastrellamenti; furono più di
100.000 i civili, uomini, donne e bambini, deportati e rinchiusi in oltre 100
campi di concentramento (i “campi del Duce”) disseminati nelle isole dalmate, in
Friuli e nel resto d’Italia. Migliaia di essi furono falciati dalla fame e dalle
malattie. A Trieste, fascisti e repubblichini furono i collaboratori zelanti
delle SS che avevano la zona sotto il loro controllo (ricordiamo il campo di
sterminio di San Sabba, con 5000 vittime, ebrei, slavi e resistenti).
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, con la capitolazione dell’esercito
italiano e la cessione del potere ai tedeschi, in Istria scoppiò una vera e
propria una insurrezione popolare, in particolare di contadini e operai, che
durò fino ai primi di ottobre, ossia fino al ritorno dei nazifascisti. Da una
parte ci fu l’aiuto a migliaia di soldati italiani sbandati, dall’altra furono
improvvisati dei cosiddetti “tribunali popolari”, più o meno strutturati, che
non presero di mira gli italiani in quanto tali, ma in cui si scaricò l’odio
accumulato in vent’anni contro i gerarchi fascisti e i proprietari terrieri che
avevano approfittato del regime. Le vittime di queste esecuzioni, molte delle
quali furono poi “infoibate”, furono alcune centinaia (una cifra verosimile è di
400-500). E’ pensabile che, in un simile clima, possano essersi esercitate anche
vendette private o crudeltà ingiustificabili.
Dai primi di ottobre ritornarono i nazisti. Furono accompagnati da milizie
italiane, e fascisti furono gli informatori e le spie che li guidarono
nell’incendio di decine di villaggi. Vi furono, ad opera dei nazifascisti, 5.000
civili uccisi e 12.000 deportati e ulteriori “infoibamenti”.
Durante il periodo dell’amministrazione civile di Trieste da parte degli
yugoslavi, 42 giorni da fine aprile a maggio 1945, le autorità avevano elenchi
ben definiti di gerarchi e collaborazionisti, che sottoposero a processo e
giustiziarono. Anche qui, il numero è ricostruito in maniera diversa: da alcune
centinaia, precisamente testimoniabili, a una cifra superiore, di alcune
migliaia, che lievita in maniera assolutamente inattendibile nei racconti
postumi degli eredi neofascisti. Anche qui, possono esserci stati casi di
vendette private; ma non ci furono esecuzioni di massa casuali o imputate al
solo fatto di essere italiani.
Nel corso del dopoguerra, fino a metà degli anni ’50, una cifra fra 180.000 e
250.000 di persone di lingua italiana lasciò i territori della Repubblica
yugoslava e si trasferì in Italia; prima sollecitati e poi praticamente
abbandonati a se stessi dalle autorità italiane. Anche questo fenomeno, doloroso
come ogni esodo, va messo nel suo contesto di spostamento di popolazioni che,
dopo la 2° guerra mondiale, furono costrette ad abbandonare i territori dove
precedentemente abitavano lungo la linea dei confini orientali: diversi milioni
di persone, in prevalenza tedeschi, dalla Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria,
Ucraina.
Una ricostruzione storica obiettiva non sempre è facile nei suoi aspetti
particolari, ma il quadro generale è chiaro: è quello dei lutti e dei crimini
provocati in Europa dal nazifascismo. Un “mattatoio della storia” in cui
possiamo provare umana pietà per ogni singola vittima, ma in cui bisogna tenere
ben salde le differenze: “senza mettere sullo stesso piano”, scrive Giacomo
Scotti, “coloro che per decenni praticarono la violenza e infine la scatenarono,
e quanti a quella violenza reagirono, talvolta con ferocia, nel momento storico
della svolta”.
Noi italiani dobbiamo imparare a fare i conti con il nostro passato e le nostre
responsabilità storiche, sia per quello che riguarda la persecuzione razziale
contro gli Ebrei, sia per le guerre coloniali in Africa, sia per le guerre
d’aggressione e le stragi nella penisola balcanica (Albania, Grecia,
Yugoslavia). Avremo raggiunto una memoria storica “condivisa” quando tutti
avremo saputo assimilare e riconoscere queste colpe, smettendo di considerarci
solo “brava gente” o facendo celebrare le vittime delle tragedie storiche (le
“foibe”) proprio da chi le ha causate. Un vero “Giorno del ricordo” dovrebbe
essere dedicato a questo.
Osservatorio Democratico sulle Nuove Destre Italia
Redazione Italia