Esce nelle sale l’11 febbraio “Disunited Nations”, documentario sul genocidio palestinese
“Un genocidio non dipende dal numero di morti ammazzati. Dipende dall’intenzione
ed è un processo che si consuma nel corso del tempo” dice Amos Goldberg, storico
eminente dell’Università di Gerusalemme nel documentario di Christophe
Cotteret, Disunited Nations che sarà proiettato l’11 febbraio in 100 sale.
Gaza non è Auschwitz, continua Goldberg, ma è comunque genocidio. Genocidio è
stato il trattamento sovietico dell’Ucraina a Holondor nel 1932-’33; c’è stato
genocidio dei Tutsi in Ruanda nel 1994, genocidio dei Rohingya in Myanmar nel
2017, riconosciuto dagli Stati Uniti. L’intento di distruzione è molto più
evidente a Gaza: impedire cibo e acqua, tagliare l’elettricità, bombardare gli
ospedali, uccidere bambini, testimoni e giornalisti, distruggere arte e cultura.
Il tutto nel silenzio complice di un’Europa sfasciata e sempre più a destra, con
la continua delegittimazione dell’ONU, la criminalizzazione delle iniziative
umanitarie fino all’espulsione dalla Striscia e le minacce a chiunque critichi i
massacri e la pulizia etnica in Cisgiordania.
“È la prima volta – dice Goldberg – che il governo appoggia la guerra”.
Il rapporto di Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU per i territori
palestinesi occupati, di cui il documentario testimonia l’attività, ha aperto lo
scenario del colonialismo storico di Israele ed è un’inchiesta esemplare che è
l’indice attuale della storia secolare di sfruttamento nelle diverse forme che
ha assunto in seguito ai processi di decolonizzazione. Dopo il 7 ottobre,
Antonio Guterrez, Segretario Generale dell’ONU, diceva che nessuna parte è al di
sopra del diritto umanitario. Ma quel diritto, che Hannah Arendt denunciava come
mera finzione giuridica, si era già logorato negli anni di pacificazione
post-bellica, laddove gli stati hanno iniziato ad adottare doppi standard. Nel
caso dei territori palestinesi, il veto nelle votazioni del Consiglio di
Sicurezza dell’ONU, ha reso risibili dal 1967 le risoluzioni dell’ONU e le
proposte di “ due popoli, due stati” o di uno stato bi-nazionale.
La débacle storica dell’ONU ne ha giustificato la continua delegittimazione e
l’inconsistenza della penalità internazionale si è registrata in maniera
flagrante con l’incriminazione di Netanyhau, dell’ex-ministro israeliano della
difesa Gallant e del leader di Hamas, Deif, da parte della Corte Penale
Internazionale a novembre 2024. Per questo, sostiene Johann Sanfi, direttore
legale delle Nazioni Unite a Gaza, ex-procuratore per crimini di guerra in
Ruanda e in Ucraina, serve un coordinamento giuridico transnazionale che studi
casi concreti di crimini di guerra e repressione del dissenso. Questa avvocatura
internazionale potrebbe avere una funzione di supplenza degli stati e di
garanzia di incolumità per individui e popolazioni.
Il documentario offre la possibilità di alcune considerazioni.
La rottura del diritto internazionale, riconosciuta oggi da esperti e analisti
di geopolitica, è l’effetto storico di lunga durata dei rapporti di forza e di
sfruttamento degli stati nazionali sulle popolazioni e rivela la crisi della
“statualità” come dispositivo di governo interno ed esterno allo stato.
Oggi, il capitalismo “big tech” non ha bisogno degli stati e si serve di
sovranismo e razzismo per riscrivere le discriminazioni storiche di potere e
ricchezza e per attivare discriminazioni di sesso, razza e identità etnica e
culturale.
La demolizione sistematica delle organizzazioni internazionali è stata l’impresa
storica delle cancellerie occidentali, e oggi delle destre mondiali, che ha
trovato grande adesione dal momento in cui, agli inizi degli anni novanta del
‘900, crimini di guerra e crimini contro l’umanità sono stati riconosciuti come
effetti di ‘guerre umanitarie’. Questa miserabile inversione del rapporto tra
guerra e diritto ha annullato la differenza tra guerra, conflitto coloniale di
insediamento e guerra civile. A Gaza e in Cisgiordania questa micidiale
indistinzione ha generato la giustificazione del genocidio come guerra
difensiva.
D’altra parte la forma ibrida della guerra con impiego di droni e sistemi
satellitari di identificazione individuale ha definitivamente dissolto qualsiasi
limite al diritto di guerra e ha alimentato la propaganda sul “diritto
all’autodifesa” di Israele, ben oltre i limiti della guerra al terrorismo di
Hamas. Il tutto ha costituito un laboratorio di sperimentazione di tecnologie
“dual use”.
Ma, a differenza che nel XX secolo, dopo il 7 ottobre la politica di Netanyahu,
appoggiato dall’estrema destra religiosa di Ben Gvir e Smotrich, ha prodotto la
distruzione del concetto politico di “Stato di Israele”. Come ha riconosciuto la
storica Anna Foa, «…i morti di Gaza sono opera di uno Stato che si proclama a
gran voce democratico,…ma che non esita a colpire vecchi e bambini per uccidere
un solo capo di Hamas…».
Inoltre, storici, filosofi, artisti e scrittori ebrei che si sono dichiarati
contro il genocidio sono accusati di “tradimento”. Questa accusa, lanciata
genericamente insieme con l’accusa di “antisemitismo” a chiunque critichi la
politica di Israele, ha avuto l’effetto di separare il ricco pluralismo di
posizioni etico-politiche e storico-filosofiche dell’ebraismo dalle possibilità
di una “politica ebraica” favorevole alla costituzione di uno stato di
convivenza arabo-israeliana.
La criminalizzazione del dissenso ha ottenuto l’identificazione di antisionismo
e antisemitismo. Che l’antisemitismo si sia pericolosamente esteso è vero, – ma
in una situazione in cui si intensifica un micidiale potere planetario di
dominio che annulla le differenze tra stati democratici, stati autoritari e
dittature conclamate.
“Israele è un piccolo stato, che ha sempre fatto guerre brevi”, dice Uri Misgav,
giornalista di Haaretz, leader delle proteste contro il governo di estrema
destra di Netanyau. Un sondaggio degli inizi del 2025 dimostra che “il 47% della
popolazione di Israele approva le esecuzioni di massa a Gaza”. Tre anni di
assedio hanno rafforzato la realtà di un paese in guerra continua. Dopo il
fallimento degli accordi di Oslo nel 1993, anche per la strumentale, storica
ignavia dei paesi arabi, la “questione palestinese” si è trasformata in
dichiarata servitù alla globalizzazione americana dei mercati e alla geopolitica
del petrolio.
L’informazione mainstream continua a parlare di Medioriente come di un’area
geopolitica che ancora esiste, ma in realtà Iran, Libano, Siria, Yemen, sono
tutti fronti di guerra che non prevedono oggi la costituzione in un ordinamento
internazionale, a meno che non venga riconosciuta l’autonomia di curdi,
libanesi, yemeniti e delle esperienze politiche di autogoverno, cosa sperabile
ma improbabile visti i tempi.
Dunque, le mobilitazioni mondiali precedenti e successive all’impresa umanitaria
della Global Sumud Flotilla hanno dimostrato il fallimento degli stati
nell’azionare il diritto internazionale; hanno cambiato la percezione dello
stato del mondo e hanno fatto emergere la vera essenza della “forza di legge”
che è guerra e rapina di risorse energetiche, ecocidio, militarizzazione di
terre e territori, deportazione e repressione. In questo senso la “Palestina
globale” delle proteste riflette l’”Israele globale” come modello di governo del
caos mondiale.
La soglia storico-politica del presente ingovernabile si apre tra due elementi
di incidenza: l’autoritarismo omicida di oltreoceano che tenta la
normalizzazione della vita, tradotta in Europa in riarmo, securizzazione e
compressione dei diritti, e l’urgente necessità di una mobilitazione dei diritti
e del diritto. Una mobilitazione del diritto che prevedrebbe una nuova
produzione giuridica “dal basso”, con la rielaborazione del diritto
all’autodeterminazione dei popoli. Questa possibilità, intravista in questi
mesi, vede le popolazioni e non gli stati nazionali come soggetti di diritto che
costituiscono forme di autogoverno municipale, cittadino, regionale e
continentale. Un diritto della terra alternativo al ripristino del dominio
occidentale sul mondo. Un diritto transnazionale che contrasti la guerra ai
migranti; un diritto territoriale che tuteli l’autonomia delle popolazioni.
Ma anzitutto un diritto alla diserzione che coincide con il diritto alla verità
e alla resistenza ai poteri di morte. Un diritto che può essere alimentato se è
condiviso da molte voci.
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