Coco Mellors / Sorelle, madri e altre dipendenze
Guardi la copertina di Le sorelle Blue e la prima cosa che ti chiedi è: quale
sorella sarà quale… I ritratti dell’artista olandese Barbara Hoogeweegen –
giustamente mantenuti nella versione italiana del romanzo – sono un invito a
entrare in una storia dove le protagoniste sembrano uscite da una rivista
patinata, con quelle facce bellissime e un po’ vuote; pensi di trovarti davanti
all’ennesima saga glamour. Poi inizi a leggere e capisci che non è affatto così.
C’è Lucky, modella autodistruttiva e affilata come una lama. Bonnie, la più
misteriosa e trattenuta. Avery, che porta sulle spalle il peso della sorellanza
come una seconda pelle. E Nicky, la sorella assente, quella morta troppo presto,
troppo in fretta. È proprio attorno a questa assenza che ruota il romanzo. La
vendita della casa a New York dove sono nate e cresciute le riunisce, ma è l’eco
di Nicky – la sorella persa – a tenere tutto in tensione.
Subito, il paragone con Piccole donne è inevitabile. Anche lì quattro sorelle,
ma qui, in Coco Mellors, non c’è traccia di educazione sentimentale: Jo non
scrive, Beth non muore in pace, Meg non si sposa per dovere e Amy… Amy forse è
Lucky, tossica e viva per caso. Le sorelle Blue sono quello che accade a Piccole
donne quando crescono davvero, senza filtro Instagram, senza finali
rassicuranti. Quando il lutto, la rabbia, le incomprensioni le trasformano in
creature difettose e bellissime alle quali la scrittrice dopo averle frullate,
disperse e portate sull’orlo della disperazione senza ritorno in un moto di
affetto regala un epilogo ricomposto e di speranza. Uno dei punti più
interessanti – e dolorosi – in Le sorelle Blue è il modo in cui l’autrice mette
a nudo la differenza tra l’essere sorelle ed essere amiche. Può sembrare una
sfumatura semantica, ma non lo è. Perché l’amicizia ha regole condivise, margini
mobili ma comunque decisi. Le sorelle invece… le sorelle ti capitano. Ti
crescono accanto, ti invadono lo spazio emotivo prima ancora che tu abbia
imparato a dargli un nome. E non sempre ti amano nel modo giusto o non ti amano
affatto. Le sorelle Blue si scontrano, si evitano, si feriscono. Eppure non
riescono a smettere di cercarsi. Come se il sangue, alla fine, fosse l’unico
legame di cui non puoi liberarti nemmeno quando ci provi con tutta te stessa.
Non si tratta di intimità, ma di incastro. Di una coabitazione emotiva che
nessuna psicoterapia al mondo riuscirà mai a smontare del tutto.
Accanto a questa tensione tra sorelle, c’è un altro asse su cui ruota tutto il
romanzo: quello della dipendenza. Ma Mellors non si limita alla dipendenza da
alcol o droghe. Qui si parla anche – e soprattutto – di dipendenza affettiva. Si
dipende da una madre che non c’è mai stata davvero, da un padre geniale e
incostante, da una sorella che forse ci ha amato male, ma almeno ci ha visto. Si
dipende perfino dal proprio stesso dolore. Dalla narrativa che ci raccontiamo da
anni per giustificare i nostri fallimenti. E questo, a volte, è più tossico
della vodka a stomaco vuoto. A proposito di ironia e sopravvivenza, vale la pena
riportare una battuta di Lucky – la più persa e forse per questo la più vera:
«Affrontiamo le nostre dipendenze nell’ordine in cui potrebbero ucciderci!»
recita con leggerezza, e intanto fa ridere la sorella. È solo una frase, ma
contiene tutto: l’urgenza, la consapevolezza, l’amore che ancora riesce a
scivolare tra le crepe.
Ed è qui che Le sorelle Blue dialoga in modo sotterraneo ma potente con il
romanzo d’esordio di Mellors, Cleopatra e Frankenstein (Einaudi, 2023) dove
tutto comincia con una relazione – lei giovane, fragile, straniera; lui adulto,
ricco, affascinante e distratto. Ma sotto la storia d’amore pulsa un’altra
struttura: quella familiare, o meglio, la sua assenza. Cleo si muove come una
figlia mai cresciuta, alla ricerca disperata di qualcuno che le dica chi è. E
Frank, a modo suo, è il prodotto di un altro tipo di disfunzione: il maschio che
ha imparato a non sentire, a non aspettarsi nulla, a riempire i vuoti con
l’alcol e i successi professionali. Due orfani emotivi che si sposano per
salvarsi, e si affondano con la stessa velocità con cui si erano scelti. In
entrambi i romanzi, Mellors smonta la famiglia come spazio di origine e al tempo
stesso come prigione. Non ci sono padri forti, né madri redentrici. I genitori –
quando ci sono – sono feriti, assenti, o peggio: presenti in modo sbagliato. E i
figli? I figli imparano presto a sopravvivere, a stringere patti con la
solitudine, a trovare rifugi provvisori nel corpo dell’altro. Anche a costo di
perdersi.
E allora capisci che la dipendenza non è un tema. È l’ossatura dei romanzi di
Mellors. Non c’è personaggio che non dipenda da qualcosa o da qualcuno. L’alcol,
la sorellanza, la sessualità, l’arte, persino la boxe alla quale la giovane
autrice riserva molte pagine di approfondito sapere come se un dolore
incorniciato da regole e colpi ben dati potesse diventare l’unica via
accettabile e nobile per addomesticarlo. E noi, lettrici e lettori, leggiamo.
Magari con un po’ di snobismo all’inizio – questi personaggi così belli, così
newyorkesi, così pieni di problemi da privilegio – ma poi restiamo. Perché
Mellors ci racconta anche quello che non vorremmo vedere: che dipendere da
qualcuno, a volte, è l’unica cosa che ci fa sentire vivi.
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