Franck Courtès / Il memoir di un’odissea quotidiana
Come ormai ci ha abituati, Playground estrae dal cilindro un gioiello
letterario. È il caso de La mattina scrivo, già celebrato dalla maggior parte
della critica, romanzo memoir del francese Franck Courtès, da cui la regista
Valérie Donzelli ha tratto il film omonimo uscito quasi in contemporanea con
l’edizione italiana. Opera autobiografica potente e amara, ci racconta la storia
di Paul, fotografo di successo che decide di abbandonare una carriera sicura per
inseguire la vocazione alla scrittura. Le vendite, nonostante le recensioni
positive dei critici, non gli permettono entrate sufficienti per vivere
decorosamente e anzi, in poco tempo, intacca anche i suoi risparmi.
Dopo aver venduto tutte le cose di cui pensa di poter fare a meno – come lo
scooter o l’anello del padre – e lasciato la casa dove viveva con la moglie e i
figli, tutti e tre trasferitisi in Canada, per vivere in un monolocale buio e
disordinato, decide di iscriversi a una piattaforma che offre lavori saltuari:
piccoli traslochi, sgombero di cantine, manutenzione di giardini, smontaggio e
montaggio mobili. Decide che lavorerà solo il pomeriggio dedicando la mattina
alla scrittura. Ma il mondo della gig economy, governato da algoritmi e
recensioni dei clienti, è una realtà a perdere: chi chiede di meno avrà il
lavoro. Paul si trova di fronte a un capitalismo digitale ben più crudele di
quello classico, dove non c’è alcuna persona fisica a cui chiedere conto. Tutti
gli iscritti alla piattaforma sono in concorrenza, immigrati e indigenti che
lottano per sopravvivere: una realtà di schiavi e poveri che sembra rimanere
invisibile per una società che si basa sul consumo.
Courtés descrive con precisione quasi chirurgica la discesa sociale di un uomo
che, per restare fedele alla propria arte, finisce stritolato da algoritmi che
mettono all’asta il suo tempo e la sua fatica fisica e costringendolo a
rinunciare alla vita sociale. Nonostante le difficoltà, Paul continua a scrivere
non riuscendo a produrre niente che interessi la casa editrice: i diritti
d’autore di ciò che ha pubblicato in precedenza gli garantiscono una entrata di
appena 250 euro al mese.
Il film, presentato all’82esima Mostra di Venezia, è un adattamento fedele del
romanzo: la differenza è che nel testo l’autore sottolinea maggiormente la
svalutazione del lavoro intellettuale e fisico, la disumanità di un nuovo
capitalismo che sfrutta ancor più deliberatamente la povertà e la mancanza di
uno stato sociale che consideri gli strati più deboli, mentre nel film
l’attenzione è più rivolta verso la passione per l’arte che fa scendere il
protagonista a compromessi radicali che affronta con dignità eroica. Entrambe le
opere sono dirette e prive di autocommiserazione: i ripetuti tentativi del padre
di Paul di convincerlo a tornare alla fotografia o occuparsi di qualcosa di più
remunerativo non ottengono risultati e la perplessità di amici e conoscenti per
una scelta a loro incomprensibile non condizionano la sua determinazione. Il
protagonista è deciso ad affrontare qualsiasi avversità pur di raggiungere il
suo scopo. Da sottolineare la prova di Bastien Bouillon che riesce a trasmettere
allo spettatore gli stati d’animo di Paul. Un’accoppiata vincente, due opere
politicamente taglienti, di spietata critica sociale anche se il romanzo è
leggermente superiore al pur godibile film, entrambi comunque di ottima qualità.
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