Appello per le donne detenute di TorinoIl Coordinamento Transfemminista Contro il Carcere è un’esperienza torinese che
mette insieme realtà diverse che in questi anni si sono trovate attorno al
carcere delle Vallette per portare solidarietà alle donne della sezione
femminile e alle loro lotte.
Da questa comune solidarietà è nata l’esigenza di proseguire una riflessione
abolizionista e transfemminista assumendo un’ottica intersezionale.
Contestualmente è pratica attiva mantenere un rapporto costante con le donne
incarcerate tramite scambio di lettere e-mail, sostenendo con i presidi fuori
dal carcere i momenti di lotta del femminile (scioperi della fame, appelli) e
diffondendo la loro voci nei momenti di lotta cittadina, in particolare in
occasione dell’8 marzo e del 25 novembre.
In questi giorni il CTCC è promotore del seguente appello che è stato inviato
alle molte istituzioni che si occupano di carcere: ai Garanti territoriali, la
direzione del carcere, il Tribunale di Sorveglianza, le camere penali e molti
altri.
Coordinamento transfemminista contro il carcere
Appello
Per la dignità e i diritti delle donne delle sezioni femminili del carcere
Lorusso e Cutugno di Torino
Da anni, come associazioni, movimenti e Coordinamento transfemminista contro il
carcere seguiamo la situazione delle sezioni femminili del carcere Lorusso e
Cutugno di Torino, per portare solidarietà e sostegno alle donne recluse, per
creare attenzione e impegno attorno ai loro diritti e bisogni e soprattutto per
far sentire le loro voci oltre le sbarre attraverso la diffusione pubblica dei
loro appelli e scritti.
In tutto il paese, le condizioni di detenzione si sono andate degradando:
sovraffollamento, carenze rispetto agli obiettivi educativi, formativi e di
reinserimento, violazioni dei diritti fondamentali, per primi quello alla vita –
come testimonia la crescita esponenziale di suicidi e autolesionismo anche tra
le donne- e quello a non essere sottoposti a violenze, umiliazioni e trattamenti
degradanti – come accaduto nei casi di tortura oggi sotto processo. Nell’ultimo
anno la creazione di nuovi reati (anche contro le lotte interne non violente) e
norme punitive (come quelle per le donne incinte o madri); le circolari
ministeriali (come quella che chiude gli spazi di socializzazione e ingresso
della società in carcere) stanno portando a una quotidianità insostenibile.
Questo accade anche dentro le celle del carcere torinese.
Dal nostro costante contatto con le donne detenute alle Vallette, da mesi ci
giungono notizie allarmanti sul progressivo degrado della condizione di
detenzione e su una crescente chiusura di spazi, l’inasprimento di regole
disciplinari e la mancanza di ascolto e rispetto nelle relazioni con la custodia
che governa le sezioni.
“La vita qua e invivibile, ogni cosa che ci dicono è una minaccia siamo rimaste
una decina di detenute che lottiamo le altre hanno paura.”
“Fanno gli abbinamenti di cella come decide l’ispettore, senza logica a suo
piacimento, non guarda chi vuole stare insieme in cella, non guarda i reati
(tipo incolumi) o se sono psichiatrici, ci sono persone che stanno male con le
concelline e non le cambia, poi sclerano e finiscono con il rapporto
disciplinare.”
“Ci ha fatto la censura sugli acquisti allo spaccio, decide lei quante briosce,
torte, pizze, ecc. dobbiamo acquistare”
“Riguardo il lavoro c’è una graduatoria, senza logica, decide lei quando una
persona deve lavorare, se vuole allungare un contratto o meno, non guarda: chi
ha figli minori, chi ha dei pagamenti urgenti da fare, che non ha famiglia,”
“Con lei non c’è dialogo, ci urla sempre in faccia”
“L’approccio qui dentro è ormai basato solo sulla chiusura, ci sono differenze
di trattamento che sono palesi e creano disunione tra le ragazze e la disunione
ci rende più deboli e questo è ciò che fa più comodo a chi coordina.”
Accanto alla denuncia di questo scenario, dalle donne giungono reiterate
richieste di ascolto e sostegno: sono le richieste accorate e urgenti di chi è e
si sente senza voce né parola, di chi oggi è messo nelle condizioni di non poter
esercitare quel diritto di parola, opinione e civile protesta che è un diritto
costituzionale riconosciuto anche a chi è reclusa.
“Vogliamo parlare con la direttrice che venga al padiglione femminile e noi
formeremo una delegazione di detenute che ci sarà alla riunione con lei.
Comunque, le problematiche sono tante”
“Vi chiediamo per cortesia di riportare il più possibile fuori la nostra voce,
così da richiamare l’attenzione verso noi, donne ristrette, perché è troppo
tempo che viviamo una privazione aggiuntiva e nonostante le richieste e le
segnalazioni non riusciamo ad esprimerci con dirigenti esterni ai padiglioni”
Grave e allarmante è che questa mancanza di diritto ad avere voce, anche nella
quotidiana relazione con la custodia, si traduca nella produzione di conflitti
altrimenti evitabili, in una gestione custodialistica che culmina in sanzioni
disciplinari e persino in trasferimenti punitivi verso altre carceri – lontano
dalle famiglie, dagli operatori e dai difensori di riferimento, mirati
soprattutto alle donne che a questa voce non intendono rinunciare, che sono
solidali con le altre, e che legittimamente chiedono di essere ascoltate.
“M. è stata trasferita solo perché è entrata in contrasto con l’ispettrice… Una
cosa del genere non deve e non può esistere! Siamo arrabbiate, esasperate e a
quanto pare non abbiamo più diritto di parola. Non sappiamo più cosa fare!”
Ricordiamo con forza che una sanzione disciplinare in carcere non è un atto
simbolico, ma una azione che incide molto concretamente sulla vita delle donne
recluse: significa orientare portare a giudizi negativi in sede di sintesi
trattamentale, che ha come conseguenza la negazione o limitazione di misure
quali liberazione anticipata, accesso a misure alternative, partecipazione ad
attività trattamentali o al lavoro. Fino al trasferimento, come sradicamento dai
propri affetti, riferimenti, difensori. Una sanzione disciplinare dovrebbe
essere considerata extrema ratio, non strumento ordinario di governo delle
sezioni.
Appare anche più grave, in un contesto penitenziario sempre più drammatico, che
la gestione delle sezioni femminili si sia via via fatta più rigida, chiudendo
sia spazi e tempi del quotidiano, sia opportunità di dialogo e mediazione: tanto
più le condizioni di detenzioni sono difficili e degradate, tanto più le
relazioni tra istituzione e detenute dovrebbero saper tenere ferma la barra dei
diritti fondamentali, del rispetto e della negoziazione. Quello che sta
avvenendo al femminile è l’opposto: la creazione di un clima che espone non solo
a un peggioramento della vita delle detenute, ma anche a un maggior dominio
della risposta disciplinare e punitiva.
Una scelta che denunciamo come lesiva dei diritti delle donne e anche come
pericolosa per una gestione nonviolenta delle sezioni.
Per tutte queste ragioni, chiediamo:
* Alla direzione del carcere di intervenire per ristabilire una gestione
equilibrata e negoziale delle sezioni femminili e di curare in prima persona
il rapporto con le donne detenute
* che tutti gli organi diversamente competenti – Garanti, Tribunale di
Sorveglianza, Camere penali – si impegnino, secondo le proprie responsabilità
e ruoli, a sostenere il ripristino di una gestione delle sezioni femminili
improntato al rispetto, all’ascolto, alla mediazione, e a una maggior
agibilità del tempo e dello spazio
* che tutti, organismi istituzionali, professionali e della società civile, si
impegnino in questa direzione, e nella difesa delle donne colpite da sanzioni
disciplinari o penali correlate alla mancanza di possibilità di ascolto,
dialogo e mediazione e nella battaglia contro un dominante approccio
disciplinare
* che i rappresentanti politici che ne hanno facoltà compiano un’azione
costante di controllo e informazione sul carcere e sulle sezioni femminili in
specifico, ascoltando e incontrando le donne detenute
Come Coordinamento transfemminista contro il carcere siamo da sempre e oggi con
più forza impegnate a promuovere iniziative in questa direzione, e siamo a
disposizione per costruire collaborazioni con le realtà che condividono
l’urgenza di agire per i diritti, il rispetto e la dignità delle donne recluse e
di tutta la popolazione detenuta
Per aderire a questo appello inviare una mail a:
Coordtransfemcontrocarcere@gmail.com
Firme promotrici Coordinamento Transfemminista Contro il Carcere
Campagna Madri Fuori
Mamme in piazza per la libertà di dissenso
Non una di meno Torino
Mamme in piazza per la libertà di dissenso