Paolo Virno: esodo e linguaggio
Paolo Virno e Franco “Bifo” Berardi sono stati militanti di Potere Operaio, uno
a Roma l’altro a Bologna, entrambi in giro per l’Italia. Hanno vissuto, chi a
Roma chi a Bologna, l’esplosione del Settantasette. A seguire, prima e durante
la furia repressiva, hanno condiviso l’esperienza editoriale di “Metropoli”. Del
Settantasette, allo stesso modo negli anni Ottanta e Novanta, hanno messo in
rilievo un tratto decisivo: l’emergere in primo piano del marxiano general
intellect, inteso però come lavoro vivo. Per dare conto del linguaggio messo al
lavoro, del capitalismo digitale, le loro ricerche hanno percorso sentieri
diversi: Wittgenstein e l’antropologia filosofica, il primo, Baudrillard e
Guattari, la cybercultura, il secondo. Sempre sviluppando, entrambi, una
proposta filosofica originale. Negli ultimi anni, seppur da prospettive diverse,
tutte e due hanno riflettuto sul problema dell’impotenza (della moltitudine).
In vista della giornata di sabato 7 febbraio a Esc, dedicata al ricordo di Paolo
Virno, pubblichiamo un testo di Franco “Bifo” Berardi del 2013 – inedito nella
lingua italiana e destinato, in inglese, ai lettori nordamericani – su Paolo
Virno e la sua inconfondibile singolarità nella scena del pensiero
contemporaneo. Franco “Bifo” Berardi, che ringraziamo per il regalo prezioso che
ha fatto a DinamoPress e alle sue lettrici e ai suoi lettori, sarà anche lui
presente e interverrà a Esc sabato 7 febbraio.
L’INVARIANTE BIOLOGICA
Severo ed elegante, arcaico, ironico, a volte sferzante, a volte persino
sprezzante è lo stile di Paolo Virno, pensatore che proviene da un’esperienza
collettiva il cui punto di massima condensazione si trova nella breve vicenda
politica di Potere Operaio, durante gli anni più intensi della lotta di classe
in Italia, fra il 1969 e il 1973.
Sebbene il lavoro teorico di Virno si iscriva a pieno titolo in quella tendenza
che per consuetudine chiamiamo oggi post-operaismo, vi sono nel suo pensiero
alcuni tratti distintivi, che arricchiscono la prospettiva complessiva e al
tempo stesso sorprendono. Sorprendente è l’introduzione dei concetti di “natura
umana” e di “storia naturale” nel lessico post-operaista e altrettanto
sorprendente è l’esplicita riproposizione dell’invariante biologica come fattore
di definizione dell’umano.
Reintroducendo l’invariante biologica nella trama mutevole della storia, non si
finisce forse per instaurare una forma di determinismo naturalistico che
impoverisce il pensiero, la comprensione e di conseguenza l’azione stessa? È la
domanda che mi feci quando Virno ripropose una discussione tra Noam Chomsky e
Michel Foucault sul tema – per l’appunto – della natura umana.
Introducendo la pubblicazione di questa discussione del 1972, Virno valorizza la
posizione di Chomsky per prendere implicitamente le distanze dal
post-strutturalismo e questa scelta mi lasciò interdetto proprio perché il
pensiero di Chomsky mi è sempre parso ridurre l’azione linguistica a una
grammatica innata e immutabile, a carattere fortemente deterministico. Ma
seguendo l’intero svolgimento del pensiero di Virno l’equivoco si dissolve, non
senza un effetto di arricchimento del panorama concettuale.
Partiamo allora di qui, da un brano che si trova nel capitolo intitolato Storia
naturale del libro Quando il verbo si fa carne: «L’invariante biologica che
contraddistingue l’animale umano dal Cro-Magnon in poi è la dynamis o potenza:
cioè la non specializzazione, la neotenia, la mancanza di un ambiente univoco. I
quesiti con cui deve misurarsi la storia naturale suonano ora così: in quali
frangenti sociopolitici affiora la non specializzazione biologica dell’Homo
sapiens?» (p. 167).
Leggendo questo testo, e seguendo l’intero svolgimento del ragionamento virniano
a me torna alla mente un testo di Pico della Mirandola, umanista italiano e
studioso della mistica ebraica il quale,nella sua Horatio de dignitate hominis
scritta nel 1486 racconta come il Signore Iddio rimase privo di archetipi
proprio nel momento doveva generare l’uomo, corona della sua creazione. Il Padre
Eterno si vide perciò costretto a dar forma a un essere che non aveva forma e
doveva (o poteva) di conseguenza inventare in ogni momento la propria esistenza.
Una natura priva di determinazione, dunque. Anche Virno, come Pico, sottopone
l’evento umano a una generazione metastorica, affermando il carattere naturale
del linguaggio, per poi rivelare che questa naturalità non ha affatto i
caratteri della necessità deterministica. Scrive infatti: «Si può senz’altro
consentire con questa asserzione di Chomsky: il modo in cui noi ci sviluppiamo
non riflette le proprietà dell’ambiente fisico, ma quelle della nostra natura
essenziale. A condizione di aggiungere però che la nostra natura essenziale è
caratterizzata in primo luogo dall’insussistenza di un ambiente determinato, e
quindi da un duraturo disorientamento.” (p. 166).
> Riproponendo la discussione tra Chomsky e Foucault che si svolse nella città
> di Eindhoven nel 1972, Virno si distanzia del culturalismo radicale prevalente
> nel campo del pensiero critico operaista e post-strutturalista, e afferma
> l’imprescindibilità di una riflessione sulla natura umana, ma poi, subito dopo
> si distanzia dallo stesso Noam Chomsky per riaffermare l’irriducibilità
> dell’animale umano a qualsiasi determinismo naturalista. Nessun programma
> politico e nessun destino si ricava dalla potenzialità della natura umana; e
> il linguaggio, facoltà naturale che definisce l’animale umano, non è
> determinante della lingua che parliamo né delle scelte comunicative che
> andiamo compiendo.
«Sprovvedutezza istintuale e cronica potenzialità: questi aspetti invarianti
della natura umana, desumibili dalla facoltà di linguaggio, implicano
l’illimitata variabilità dei rapporti di produzione e delle forme di vita, senza
però suggerire alcun modello di società giusta» (p. 158).
Facoltà di linguaggio e prassi vanno infatti distinte, contro la pretesa
chomskiana di ridurre l’esecuzione linguistica allo svolgimento di una
competenza grammaticale innata. «Biologica la facoltà, storica la lingua; innata
la prima, acquisita la seconda, attinente alla mente individuale l’una,
inconcepibile al di fuori del nesso sociale l’altra» (p. 160). Se Chomsky è
servito a Virno per segnalare il suo interesse per un territorio concettuale che
spiazza strategicamente le attese del culturalismo radicale, lo stesso Virno ci
dice a chiare lettere che non è Chosmky il suo autore di riferimento, bensì
Ludwig Wittgenstein, e più precisamente il Wittgenstein del Tractatus.
Introducendo un altro dei suoi libri (Parole con Parole, del 1995) Virno scrive
infatti: «…qui si interpella il Tractatus, come il libro delle domande giuste».
LINGUAGGIO E POSTFORDISMO
La mia esplorazione del complicato universo virniano comincia da questo punto
che concerne la nozione di natura umana perché da qui e dalla precisazione sul
carattere non deterministico di questa definizione partono molti dei fili che la
sua riflessione è andata svolgendo nel corso degli anni su piani distanti come
la linguistica, la teoria politica, la filosofia analitica, la critica
dell’economia politica e l’azione sociale.
> Virno afferma la centralità del linguaggio come facoltà naturale, ma poi
> precisa che la prospettiva sociale definisce il linguaggio come prassi e
> questa non si identifica né si riduce alla facoltà naturale. Non dunque una
> grammatica, ma una prassi, è il linguaggio di cui ci parla Virno arricchendo
> sia la prospettiva politica del pensiero sociale post-operaista, sia la
> prospettiva scientifica della filosofia del linguaggio cui offre un contributo
> del tutto originale.
Nell’ambito del pensiero critico contemporaneo, e particolarmente nell’ambito
del cosiddetto pensiero post-operaista, Paolo Virno si distingue per la vastità
dei riferimenti bibliografici e delle suggestioni filosofiche, ma ancora più per
la distanza, non ostentata ma evidente, dal culturalismo radicale del cosiddetto
post-strutturalismo francese, che dagli anni ’70 in poi ha intrecciato
concettualmente e politicamente il post-operaismo italiano. Autori come Deleuze,
Guattari e Baudrillard non compaiono – se non di sfuggita e marginalmente – nei
suoi scritti, e nelle sue preoccupazioni. E lo stesso Michel Foucault compare
soltanto per essere messo in questione in maniera – se così posso dire –
irrispettosa.
Il versante su cui Paolo Virno si affaccia per costruire il suo edificio di
pensiero è quello della filosofia analitica mentre la Teoria critica appare
sullo sfondo come oggetto di interesse secondario, anche se negli anni della
formazione Virno si è occupato in modo approfondito di Theodor Adorno dedicando
al suo pensiero la sua tesi di laurea.
La questione del linguaggio viene da lui affrontata come questione fondante, non
come piano particolare del processo di soggettivazione o come aspetto connesso
alla singolarizzazione psichica. Il linguaggio non è piano fra altri del
processo di soggettivazione, ma tratto essenziale della natura umana, e solo
partendo da qui una riflessione politica sui processi di soggettivazione può
cominciare. Il tema del linguaggio e delle forme di vita, che Virno frequenta in
compagnia di Wittgenstein, entra nella sfera dell’analisi sociale quando, a
partire dal 1977, un movimento si fece carico di quelle questioni in modo
consapevolmente politico, e quando la trasformazione post-fordista fece del
linguaggio l’ambito principale della produzione capitalistica e la forma
generale del lavoro produttivo. Alla fine di Grammatica della moltitudine, il
libro forse più noto di Paolo Virno si trovano dieci tesi sul postfordismo. La
prima recita: «Il postfordismo ha fatto la sua comparsa in Italia con le lotte
sociali che per convenzioni sono ricordate come il movimento del ’77».
Il movimento del ’77, di cui Paolo Virno è stato protagonista politico e
interprete teorico, può essere considerato come l’episodio finale del ciclo di
lotte sociali iniziato con l’esplosione studentesca del 1968: questo ciclo ebbe
in Italia caratteri di continuità e di radicalità del tutto particolari.
Nell’arco di quel decennio la composizione sociale e intellettuale del lavoro
muta in parallelo con l’evoluzione dell’organizzazione del capitale. È da
quell’evoluzione che trae motivo e argomenti l’evoluzione concettuale che porta
il neo-marxismo italiano noto come “operaismo” a riconfigurarsi come
post-operaismo.
Mentre nel ’68 italiano e mondiale la classe operaia di fabbrica e gli studenti
si presentano come figure separate che vanno verso un processo di unificazione
politica e di ricomposizione sociale, la nuova realtà che si manifesta nel 1977
– dopo il dispiegarsi della crisi recessiva iniziata nel 1973 e in contemporanea
con l’inizio del processo di de-industrializzazione (o post-industrializzazione)
dell’Occidente, vede emergere sulla scena della rivolta una figura dai contorni
ambigui, insieme lavoratore precario e studente, intellettuale in formazione e
sperimentatore della comunicazione.
> Questa evoluzione è l’effetto della pressione operaia contro lo sfruttamento,
> dell’assenteismo e del sabotaggio, e al tempo stesso è l’effetto della potenza
> inventiva del lavoro intellettuale che si presenta così duplicemente, come
> alleato del rifiuto operaio del lavoro salariato e come alleato del
> capitalista che intende aumentare la produttività e ridurre il peso della
> insubordinazione operaia grazie all’innovazione tecnologica.
È da questa ambiguità della nuova figura che trae origine la vitalità dei
movimenti politici e delle trasformazioni tecniche e culturali che seguirono
all’esplosione iniziale del 1977. Nell’evoluzione di quegli anni acquista
rilievo analitico centrale un’opera di Marx che fino agli anni ’70 fino
allorasconosciuta, i Grundrisse, e in particolare il capitolo noto come
Frammento sulle macchine.
Scrive in proposito Paolo Virno: «Il postfordismo è la realizzazione empirica
del Frammento sulle macchine di Marx… Il sapere astratto – quello scientifico in
primo luogo, ma non solo esso – si avvia a diventare niente di meno che la
principale forza produttiva relegando il lavoro parcellizzato e ripetitivo in
una posizioneresiduale.” (Grammatica della moltitudine, pp. 69-70).
È proprio a partire dalla lettura di questo testo marxiano che Virno rivendica
l’attualità propriamente sociale di autori che fino a quel momento erano rimasti
oggetto di un’attenzione specialistica dei filosofi del linguaggio. L’iscrizione
della riflessione sul linguaggio nella sfera del pensiero sociale non è una
scelta astrattamente intellettuale, ma la via più adeguata per cogliere la
specificità del postfordismo. «Il processo lavorativo non è più taciturno, ma
loquace. L’agire comunicativo non ha più il suo terreno privilegiato, o
addirittura esclusivo nelle relazioni etico-culturali e nella politica, esulando
invece dall’ambito della riproduzione materiale della vita. Al contrario la
parola dialogica si insedianel cuore stesso della produzione capitalistica. Per
comprendere davvero la prassi lavorativa postfordista occorre rivolgersi in
misura crescente a Saussure e Wittgenstein. È vero, questi autori si sono
disinteressati dei rapporti sociali di produzione: tuttavia, poiché hanno
riflettuto a fondo sull’esperienza linguistica, essi hanno da insegnare più cose
sulla fabbrica loquace di quanto non possano gli economisti di professione» (pp.
76-77).
Ecco emergere sulla scena quella figura sociale che Virno definisce
“intellettualità di massa”: «Chiamo intellettualità di massa l’insieme del
lavoro vivo postfordista (non già, si badi, qualche settore particolarmente
qualificato del terziario) in quanto esso è depositario di competenze cognitive
e comunicative non oggettivabili nel sistema di macchine.» (p. 77). Non si
tratta più di proletarizzazione degli intellettuali, non si tratta di una
perdita della funzione che il sapere e il suo portatore avevano avuto nella
società borghese della modernità, non si tratta di un effetto di declassamento
di alcuni settori della categoria privilegiata della borghesia intellettuale. Si
tratta al contrario di una trasformazione generale del processo lavorativo, che
porta il sapere al centro, al punto che le generiche facoltà linguistiche e
cognitive dell’essere umano divengono l’essenziale forza produttiva della
valorizzazione.
Nell’anno 1977 parve possibile un mutamento davvero radicale: parve che il
sapere potesse divenire consapevole forza di emancipazione dei lavoratori dal
lavoro. Nell’ambito del pensiero autonomo si fece strada una visione del
comunismo del tutto diversa da quella del comunismo storico novecentesco. La
potenza dell’intelletto collettivo aumentava la produttività del lavoro rendendo
possibile un’enorme liberazione di tempo di vita (di cura, di affetto, di
educazione, di ricerca) dalm dominio del lavoro salariato.
“Lavorare tutti ma pochissimo” divenne una formula realistica per il pieno
dispiegamento della forza politica della soggettività sociale dei movimenti. Le
teorie sociologiche sulla fine del lavoro proposte negli anni successivi da
autori come André Gorz e Jeremy Rifkin si rivelarono utopie ideologiche perché
non tenevano conto del fatto che l’emancipazione del tempo dalla schiavitù
salariata non è un effetto lineare dello sviluppo tecnologico, ma l’effetto di
un rapporto di forza tra capitale e lavoro. E in effetti, la controffensiva
capitalistica che negli anni successivi prese il nome equivoco di Neoliberismo
piegò il lavoro intellettuale a svolgere una funzione essenzialmente
antiproduttiva, anti-emancipatoria, e puntò ad aumentare la produttività ma
anche l’orario di lavoro così da ridurre il costo del lavoro destinando enormi
quote di tempo sociale alla disoccupazione, alla precarietà, all’immiserimento.
«L’iniziativa capitalistica orchestra a proprio beneficio precisamente quelle
condizioni materiali e culturali che assicurerebbero un pacato realismo alla
prospettiva comunista. Si pensi agli obiettivi che costituiscono il fulcro di
tale prospettiva: abolizione di quello scandalo intollerabile che è la
persistenza del lavoro salariato; estinzione dello stato in quanto industria
della coercizione e monopolio della decisione politica; valorizzazione di tutto
ciò che rende irripetibile la vita del singolo. Ebbene, nell’ultimo ventennio è
stata messa in scena un’interpretazione capziosa e terribile di quegli stessi
obiettivi. Anzitutto: l’irreversibile contrazione del tempo di lavoro
socialmente necessario è andata di pari passo con l’aumento di orario per chi
sta dentro e l’emarginazione per chi sta fuori» (p. 80).
La controffensiva neoliberista viene interpretata qui come un’azione
antiproduttiva del capitale, che punta essenzialmente a ridurre il costo del
lavoro, anche se questo comporta una irragionevole e devastante separazione dei
lavoratori tra una massa dispersa di precari e disoccupati, e un esercito di
lavoratori industriali e cognitivi costretti a ritmi infernali, a orari
interminabili, a bassi salari e umilianti condizioni di dipendenza. Invece di
suddividere il tempo di lavoro necessario residuo permettendo alla società di
godere del proprio tempo, il capitale ha imposto una prospettiva feroce e
idiota: mentre si aumenta lo sfruttamento di una parte si costringe un’altra
parte della forza lavoro a vivere la libertà come miseria disoccupata e come
precarietà. La guerra tra dipendenza e autonomia si gioca tutta in questo
paradosso che impone a tutti l’ansia di dominio e di profitto di una minoranza
di psicopatici che detengono il potere finanziario e politico.
Con la sconfitta dell’autonomia sociale inizia il tempo in cui «il lavoro
salariato è divenuto disvalore e costo sociale eccedente, mentre la critica di
esso si manifesta quale fattore di civilizzazione nonché eminente forza
produttiva» (Convenzione e materialismo). Questo rovesciamento antiproduttivo e
antiemancipatorio viene reso possibile da una controffensiva sociale che prende
nome di Neoliberismo. Nell’anno stesso in cui Margareth Thatcher vince le
elezioni in Gran Bretagna, in Italia quel processo viene avviato con una
repressione poliziesca che punta a criminalizzare e mettere in silenzio il
pensiero e le pratiche dell’autonomia sociale.
PRODUZIONE INFORMAZIONE SIGNIFICATO
Nel 1979 dunque le forze dell’oscurantismo capitalista scatenarono la vendetta
contro l’autonomia sociale. Questo attacco si manifestò a livello globale nelle
forme della deregulation, della riduzione del costo del lavoro e della spesa
pubblica, della privatizzazione e dell’aumento dello sfruttamento: tutte quelle
trasformazioni che presero nome di Neoliberismo e furono inaugurate in Gran
Bretagna dal governo Thatcher, per poi diffondersi progressivamente nel mondo
con una violenza crescente, fino all’attacco finale che si sta verificando nel
secondo decennio del ventunesimo secolo nella forma di crisi finanziaria e di
predazione generalizzata delle risorse sociali da parte della classe
finanziaria. In Italia l’attacco neoliberista venne preparato dall’eliminazione
dell’avanguardia operaia nelle fabbriche (licenziamenti di massa alla Fiat di
Torino) e con la criminalizzazione della cultura anticapitalista. Paolo Virno fu
oggetto di questa campagna di criminalizzazione e insieme a centinaia di operai,
studenti, professori, giornalisti fu arrestato il 6 giugno del 1979 e detenuto
per due anni prima di essere scarcerato e infine assolto dalle accuse di
associazione sovversiva nel 1987.
Nel frattempo, mentre le avanguardie del movimento si disperdevano, la
trasformazione della società italiana seguiva linee non dissimili da quelle
della generale trasformazione postfordista dell’Occidente, anche se la
specificità italiana – che la miseria analitica della sinistra interpretava in
termini di arretratezza – accentuava i caratteri nuovi dell’emergente
capitalismo postfordista: corruzione mafiosa generalizzata, predominio della
chiacchiera, menzogna pubblicitaria pervasiva, cialtroneria della macchina
mediatica sempre più potente.
Virno analizza questo passaggio degli anni ’80 in vari saggi, raccolti in un
libro dal titolo Esercizi di esodo (2002) e nelle note su opportunismo e cinismo
che troviamo in Grammatica della moltitudine. Questi “cattivi sentimenti” sono
la modalità emotiva di una socializzazione lavorativa ed extra-lavorativa
«sempre più segnata da svolte repentine, choc percettivi, innovazione
permanente, cronica instabilità». È la precarizzazione del lavoro che va
sgretolando la solidarietà sociale e colorando di ansia competitiva le relazioni
tra persone e va preparando così la piena subordinazione neoliberale della vita
sociale e dei saperi all’interesse privato d’impresa.
La funzione capitalistica di valorizzazione assorbe e sottomette il lavoro
dell’innovazione, il lavoro intellettuale e quella che un tempo era stata la
dimensione marginale ed elitaria dell’industria culturale diviene il regime
dell’info-produzione generalizzata. Non più settore merceologico particolare, ma
paradigma della nuova forma di info-produzione. A questa trasformazione sono
dedicate alcune pagine memorabili in cui Virno, ispirandosi a una riflessione di
Hannah Arendt, si occupa del rapporto tra lavoro azione e intelletto, e sviluppa
la metafora del virtuosismo, attività senza opera, che realizza l’esecuzione di
uno spartito.
«Il virtuosismo diventa lavoro massificato con la nascita dell’industria
culturale. È lì che il virtuoso ha cominciato a timbrare il cartellino.
Nell’industria culturale, infatti, l’attività senza opera, ossia l’attività
comunicativa che ha in se stessa il proprio compimento è un elemento
caratterizzante, centrale, necessario, ma proprio per questo motivo è anzitutto
nell’industria culturale che la struttura del lavoro salariato ha coinciso con
quella dell’azione politica.” (Grammatica, p. 32).
L’intellettualizzazione del lavoro e la messa a salario del linguaggio comporta
certamente un potenziamento della forza sociale, ma al tempo stesso comporta –
entro le condizioni capitalistiche – un impoverimento straordinario. «Nessuno è
così povero come colui che vede la propria relazione con la presenza altrui,
ossia la propria facoltà comunicativa, il proprio aver-linguaggio ridotti a
lavoro salariato.” (p. 32). Ugualmente nessun mondo è così misero quanto quello
in cui il linguaggio finisce per essere ridotto a strumento subalterno di
valorizzazione del capitale.«Il mondo sensibile come contesto in cui
l’esperienza umana è ineludibilmente inscritta, senza però nmai aderirvi in modo
pieno e univoco è consunto e dissolto dalla comunità teologico-linguistica»
(Parole con parole, p. 85).
Partendo dalla costatazione che il linguaggio diviene campo essenziale della
produzione di valore e al tempo stesso viene sottomesso alla logica del
simulacro, copia senza prototipo, ripetizione automatica dell’effetto di
linguaggio Virno parla di “idolatria del linguaggio”: «Quando il linguaggio è
raffigurato (nonché idolatrato) come illimitato autoriferimento che nulla lascia
veramente sussistere al di fuori di sé, non è più in questione un ambito
extralinguistico, né quindi la forma che esso eventualmente assume (contesto
indeterminato o habitat prefissato). Si delinea piuttosto una situazione
estrema: abrogata la materialità del mondo, è il linguaggio stesso a costituire
ormai, con il suo inesauribile ritorno presso di sé, una sorta di ambiente
immediato» (p. 85).
La logica del simulacro si instaura quando l’enunciazione non fa più riferimento
ad alcun prototipo o referente, ma si esercita unicamente come replicazione.
Ritorna qui la critica dello spettacolo sviluppata dai situazionisti (cui Virno
ha dedicato il saggio Cultura e produzione sul palcoscenico, uscito per le
edizioni de Il Manifesto nel 2006). «La comunità spirituale della comunicazione
si è realizzata storicamente nella società dello spettacolo: dunque nella
società che fa della comunicazione generalizzata l’habitat di qualsiasi
esperienza immediata: nella società che rende i codici linguistici uno sfondo
seminaturale, molto simile alla foresta per l’orso o al fiume per l’alligatore;
nella società in cui, venendo meno l’attrito tranlinguaggio e mondo, perdura
l’impressione di un blocco o di un congelamento della storia (impressione che
gli eredi postmoderni della comunità teologico-linguistica non si stancano
diavallare e di agghindare)» (p. 86).
L’ipertrofia della comunicazione annulla (ignora) l’attrito tra linguaggio e
mondo, pretende di fare del mondo una banale estensione dell’effetto
comunicativo del linguaggio, e riduce così il mondo a riproduzione in superficie
sempre mutevole dello spettacolo, della proiezione mediatica di un linguaggio
privato di profondità, di sfondo, di conflitto. Il discorso di Virno si avvicina
qui alla critica che si sviluppa nell’ambito della cibercultura prevalentemente
nordamericana, fino dai primi anni ’90, in contemporanea con la costruzione
della macchina linguistica universale, la rete. In Data trash, un libro del
1993, Arthur Kroker e Robert Weinsstein elaborano un’idea che già dagli anni ’70
era emersa negli scritti di Jean Baudrillard: “more information less meaning”.
Quanto più veloce è il ciclo dell’informazione tanto più tende a ridursi il
tempo per l’elaborazione singolare del significato.
Quando il lavoro diviene lavoro linguistico e il prodotto si manifesta
essenzialmente come informazione, l’accelerazione del ciclo informativo diviene
dimensione principale dell’incremento della produttività del lavoro, ma al tempo
stesso sottrae il linguaggio alla sua autonomia di significazione. Si tratta
della specifica manifestazione della contraddizione tra valore d’uso e valore di
scambio nella sfera del linguaggio, quando il linguaggio viene attratto nella
sfera della comunicazione e là viene ridotto a performance produttiva. Ecco
allora che, quanto più intensa diviene la produzione di info-merce, quanto più
rapida è la esposizione e il consumo di unità informative da parte del
destinatario consumatore, tanto meno è possibile un’elaborazione criticamente
singolare dell’informazione. L’aumento della produttività del lavoro linguistico
comporta infatti una accelerazione del flusso infosferico, e una riduzione del
tempo di ricezione cui consegue necessariamente una riduzione della possibilità
di elaborazione e di estrazione singolare di significato. L’elaborazione di
significato comporta infatti un rallentamento che contraddice la logica della
massima estrazione di valore dal ciclo infosferico.
Il processo di astrazione che investe il lavoro in generale investe così anche
quell’ambito particolare del lavoro che è la comunicazione. Quanto più il
linguaggio è sussunto nella produzione di valore, tanto più la comunicazione si
fa scambio astratto di info-merce. Per incrementare la produttività del lavoro
linguistico si deve rendere più intensa la produzione di info-merce, e di
conseguenza più rapido diviene l’info-flusso, più rapida l’esposizione, mentre
si contrae il tempo di ricezione e di elaborazione. La comunicazione tende così
a diventare mera stimolazione di un organismo privatodella sua autonomia e
singolarità linguistica e sensibile, trasformato in appendice di un
flussointegrato di informazione-valore di scambio.
MOLTITUDINE INDIVIDUAZIONE ESODO
Paolo Virno non usa il linguaggio socio-mediologico e ciberpunk con il quale ho
cercato di interpretare il suo pensiero nelle righe precedenti. Il suo
linguaggio è più rigoroso di quello del suo umile commentatore, perché, come ho
detto all’inizio, lo stile di Virno è severo, non frivolo come credo sia il mio.
Ma nella parabola del suo discorso sono anticipate e sintetizzate molte
questioni che – certo su un piano differente – sono state elaborate dalla
letteratura ciber-distopica alla cui fonte io mi sono forse troppo abbeverato.
A questo punto, però si ripropone il problema di come si ricostituisca autonomia
e singolarità quando il processo di valorizzazione capitalistico si è traferito
dalla sfera della ripetizione a quello della differenza, dalla sfera della
trasformazione materiale a quella della trasformazione informazionale e
simbolica. Ritorna cioè il problema della soggettivazione politica entro la
dimensione aperta dalla svolta linguistica.
> Moltitudine, individuazione, esodo sono tre passaggi concettuali attraverso i
> quali Virno rende possibile la riemergenza dell’autonomia nel panorama sociale
> definito dalla sussunzione del linguaggio entro la sfera del valore. Come
> uscire dal recinto in cui la sussunzione del linguaggio rinchiude la
> soggettività?
«Il punto d’onore del pensiero critico sta nell’esibire il carattere
radicalmente finito della parola umana. Questo significa valorizzare gli aspetti
non linguistici della nostra appartenenza al mondo, restituendo autonomia e
rilevanza a ciò che resta opaco a ogni enunciazione». È così che la corporeità
sociale ritorna nella scena, partendo da una rivendicazione filosofica dei
limiti del linguaggio.
«Dacché il moderno processo di produzione incorpora l’agire comunicativo come un
lievito irrinunciabile, il linguaggio sembra davvero un Ens perfectissimum.
L’espropriazione cui è soggettova di pari passo con l’apparente sua onnipotenza.
L’ermeneutica e la filosofia analitica riflettonoquesta apparenza, e la
rassodano. Presentando come un ideale della ragione ciò che è già realizzato in
forma di dominio, i fautori di una comunità illimitata della comunicazione si
mettono a loro agio nell’ordine sociale esistente. Viceversa, la svolta
linguistica del materialismo produce una dissonanza proprio perché consiste
innanzitutto nella rivendicazione dei limiti del linguaggio.” (Parole con
parole, p. VIII).
Lasciamo qui in sospeso la questione, cui torneremo nelle conclusioni, dei
limiti del linguaggio come dinamica infinita di continua ricomposizione delle
forme di vita, per riaprire la prospettiva che la sussunzione sembra avere
chiuso (facendo del linguaggio un ente perfettissimo perché suggellato dal suo
carattere di facoltà naturale e perché sussunto nella sfera della riproduzione
economica). E apriamo una riflessione sui modi in cui Virno si avvicina alla
questione della soggettività.
Pur non essendovi nei testi virniani alcuna polemica o aperta divaricazione
rispetto al modo in cuiToni Negri e Michael Hardt elaborano la nozione
spinoziana di “moltitudine”, è evidente che il suo modo di proporre questo
concetto è differente dal loro. Mentre nella trilogia di Negri-Hardt(dall’Impero
alla moltitudine al bene comune) è implicita perfino nella forma un andamento
dialettico e l’esaltazione del carattere attivamente soggettivo della
moltitudine, nel modo in cui Virno parla di moltitudine non può rintracciarsi
alcuna retorica della soggettività. Moltitudine per lui significa: «ciò che non
si è acconciato a divenire popolo, quanto contraddice virtualmente il monopolio
statale della decisione politica insomma un rigurgito dello stato di natura
nella società civile» (Grammatica, p. 7).
Come per Hobbes anche per Virno quello di “moltitudine” va considerato come un
concetto negativo, anche se naturalmente Hobbes odia quella negatività come
pericolo mentre in quella negatività Virno scorge la condizione per il processo
di individuazione che ne permette un’evoluzione soggettiva. A partire da questa
negatività, o meglio da questa irriducibilità che il concetto di moltitudine
esprime, diventa poi necessario delineare il processo che Gilbert Simondon
definisce col termine di “individuazione”. A Simondon – un autore che ha giocato
un ruolo significativo nell’elaborazione di Deleuze e di altri pensatori
contemporanei eppure rimane poco noto in Italia ma anche in Francia, Virno ha
dedicato un’attenzione particolare, curando per l’editore Derive Approdi
l’edizione italiana del suo libro più importante: L’individuation psichique et
collective, Aubier, 1989. Riferendosi al pensiero di Simondon Virno scrive: «I
molti devono essere pensati come individuazione dell’universale, del generico,
del condiviso» (p. 9).
Cosa è il condiviso? Condiviso è il linguaggio come facoltà naturale, come
invariante. A partire da questa invariante condivisa, però, si sviluppa un
processo di differenziazione che si manifesta attraverso l’enunciazione,
attraverso quella che già Saussure definisce “parole” differenziandola dalla
“langue”. E’ questo darsi contestualizzato differente storico e singolare
dell’atto di linguaggio che Virno definisce, partendo dalla lettura di Simondon,
come «individuazione».
«Due tesi di Simondon sono particolarmente rilevanti per qualsivoglia discorso
sulla soggettività nell’epoca della moltitudine. La prima tesi afferma che
l’individuazione non è mai completa, che il preindividuale non si traduce mai
del tutto in singolarità. Di conseguenza, secondo Simondon, il soggetto consiste
nell’intreccio permanente tra elementi preindividuali e aspetti individuati;
anzi, è questo intreccio. Esso è, invece, un composto: io ma anche “si”, unicità
irripetibile ma anche universalità anonima» (p. 50).
La dinamica che produce quell’esperienza collettiva che abitualmente chiamiamo
“movimento” si trova qui illuminata in maniera particolarmente efficace: il
movimento è in effetti la tensione tra singolarizzazione e dimensione condivisa
dell’essere sociale. In questa dinamica le potenzialitàinscritte nella
composizione sociale del lavoro si trasformano in forme di vita liberate dal
lavoro, maal tempo stesso stimolano il capitale a trasformarsi e in questo modo
innovano l’organizzazione stessa del lavoro.
Questa dinamica si manifesta in maniera particolare quando parliamo della forma
pienamente sviluppata del lavoro sociale nell’epoca postfordista, ovvero
nell’epoca in cui l’intellettualizzazione del lavoro ha sospinto al suo limite
estremo la tensione tra dominio ed emancipazione all’interno dell’organizzazione
tecnologica stessa del capitale. Internet è l’esempio più pieno della dinamica
dell’individuazione come differenziazione che si muove dalla dimensione
strumentale e culturale condivisa per dar forma all’enunciazione singolare che
però poi rientra nel flusso ininterrotto del divenire della rete.
D’altra parte però Virno mostra che a questo punto, quando la cooperazione
intellettuale diviene insieme fattore di valorizzazione e possibilità di
emancipazione, quando la complessità e la velocità ndei flussi informativi
innervano in maniera fittissima lo spazio dell’agire sociale, la forma stessa
del potere muta, spostandosi dallo spazio della politica (sia
democratico-rappresentativa che autoritaria) verso lo spazio
dell’amministrazione.
«L’amministrazione, non più il sistema politico-parlamentare, è il cuore della
statualità: ma lo è, appunto, perché rappresenta una concrezione autoritaria del
general intellect, il punto di fusione tra sapere e comando, l’immagine
capovolta della cooperazione eccedente» (p. 43).
Non è forse qui descritto il passaggio dalla forma governo, cioè un potere che
si incarna nell’azione volontaria e personalizzata, alla forma impersonale e
automatica della governance? Quella che Virno propone qui è in effetti la
migliore spiegazione più adeguata di una parola che gli inetti esecutori del
disegno criminale della classe finanziaria usano continuamente per giustificare
la loro violenza e la loro arroganza, ma non spiegano mai per la semplice
ragione che non ne comprendono essi stessi il significato. Governance significa
infatti trasformazione del potere in una macchina astratta, concrezione
autoritaria del general intellect. Il contenuto del lavoro del general intellect
sfugge a coloro stessi che su quel lavoro lucrano, i capitalisti finanziari e i
loro funzionari politici, ladri ignoranti del sapere altrui.
Ma se ci poniamo dal punto di vista della vita e dell’intelligenza sfruttata,
cioè dal punto di vista della società che cerca la sua autonomia per non
sprofondare nell’abisso in cui il capitalismo finanziario la sta trascinando,
ecco allora che ci rendiamo conto di una cosa: questa configurazione del potere
non può essere sovvertita con le metodologie della dialettica, né con le
strategie della politicarivoluzionaria volontarista del ventesimo secolo. Quella
che ci occorre è una strategia di tipo sottrattivo.
Potremmo descrivere la situazione in cui oggi ci troviamo in termini di rapporto
tra forma e contenuto: il capitale è la forma, il codice semiotico che si
sovrappone e si articola nella carne viva della società e nel cervello
connettivo dell’intelletto generale, il suo contenuto cioè, che si trova
incostante evoluzione. Il contenuto – i saperi, le competenze sociali proiettate
verso un’autonoma creazione di forme di vita – è costretto entro la gabbia della
governance, che sottopone la concretezza dell’attività utile al processo di
astrazione che rende possibile la sua traduzione in valore. Non ha più alcuna
efficacia l’idea di una rivoluzione che sovverta il potere, che si impadronisca
delle leve della decisione – dal momento che quelle leve non esistono e la
decisione non è prodotto di unavolontà personale ma replicazione di un
algoritmo, di un’astrazione autoritaria del sapere, come dice Virno.
Lo vediamo bene in questi anni della catastrofe europea: di fronte all’azione
della Banca centrale e del ceto politico-finanziario che distrugge in maniera
sistematica la democrazia e le strutture stesse della vita civile, i movimenti
sono esplosi, si sono diffusi nella società, ma non hanno saputo con la loro
protesta fermare né sovvertire l’azione del potere astratto che procede invece
imperterrito verso la piena devastazione dell’Europa e delle infrastrutture
della civiltà sociale.
Soltanto una separazione attiva del contenuto dalla forma che lo necrotizza può
rimettere in moto una dinamica di autonomia che svuoti la scatola mortale del
capitalismo finanziario. Esodo è la parola con cui Paolo Virno ha definito il
processo di autonomizzazione e di emancipazione (disentanglement, nel senso di
sottrazione della potenza dall’effetto di astrazione che lo entangle). Gilles
Deleuze aveva già detto che nella fuga non ci si limita affatto a fuggire. E
aveva aggiunto che nella fuga prima di tutto si cercano nuove armi. Questa frase
non va intesa (o non va intesa soltanto) in senso militare. Nella fuga si
cercano e si costruiscono nuove forme che esprimano vitalmente quel contenuto
che la forma capitale necrotizza. E Virno scrive: «Nulla è meno passivo di una
fuga, di un esodo. La defezione modifica le condizioni entro cui la contesa ha
luogo, anziché presupporle come un orizzonte inamovibile; cambia il contesto in
cui è insorto un problema, invece di affrontarlo scegliendo l’una o l’atra delle
alternative previste» (p. 46).
Tornando alla triade lavoro intelletto azione, occorre che l’intelletto si
separi dal lavoro (attività sottomessa alla ripetizione eteronoma) per assumere
le movenze dell’azione (attività in variazione indipendente).
IL LIMITE L’ECCESSO IL POSSIBILE
La nozione di esodo è nodale nel pensiero di Virno perché lega insieme questioni
di ordine politico (abbandono collettivo della dimensione totalizzante del
capitale, autonomia della conoscenza dal suo destino subordinato, creazione di
una sfera dell’intelletto collettivo libera dal dominio dellaproduzione di
valore), e questioni di ordine filosofico e linguistico. Per capire il rilievo
filosofico della nozione di esodo è opportuno riprendere il discorso, iniziato e
sospeso, sui limiti del linguaggio. Per farlo leggiamo l’ultimo libro di Virno,
E così via all’infinito.
Il libro, sottotitolato Logica e antropologia si presenta come una riflessione
sul regresso all’infinito e sulle strategie della sua interruzione che rendono
possibile la decisione conoscitiva etica esistenzialepolitica. Fin dalla prima
pagina Virno ci dce che l’animale umano è colui che possiede la capacità di
negare, di immaginare il possibile e di risalire all’infinito verso il
fondamento del sapere e dell’agire.
È chiaro che un risalimento all’infinito paralizza la decisione, perciò Virno
sottolinea, ancor più del regresso all’infinito, la capacità di esercitare
tecniche che rendono possibile troncarlo o inibirlo, o metterlo tra parentesi
per rendere possibile l’azione o l’asserzione, insomma la de-cisione.
«I nostri discorsi e i nostri comportamenti si giovano in ogni momento di un
basta così che, mettendo provvisoriamente al bando l’incertezza insita nell’e
così via, garantisce loro pertinenza e appropriatezza» (p. 12). Se il linguaggio
è una potenza illimitata, la sua efficacia discorsiva e la sua operatività
pragmatica dipendono dal fatto che nell’esercizio della facoltà linguistica noi
poniamo dei limiti. È propriamente in questo senso che Wittgenstein afferma, in
uno dei passi più citati della sua opera che «i limiti delmio mondo sono i
limiti del mio linguaggio». Ciò non va inteso soltanto nel senso negativo di una
limitazione dell’esperienza possibile, ma anche nel senso dell’istituzione dello
spazio dell’esperibile come spazio positivo.
E al tempo stesso occorre ricordarsi che quando parliamo di limite parliamo di
un’entità che non ha un solo versante, ma due: l’uno è quello che sta al di qua,
e impedisce di vedere oltre – l’altro è quello che sta al di là e si affaccia
sull’infinito delle possibilità di esperienza che non vediamo finché siamo da
questa parte. È il tema dell’esodo che così si ripresenta, come sfondamento del
limite e come eccesso istituente.
«L’arresto dell’e così via è un dato di fatto. Ma un dato di fatto bifronte. Al
pari di qualsiasi soglia o confine, il basta così può essere considerato tanto
una via di uscita che una via di accesso… Un pensiero prensile e un’azione
appropriata portano su di sé il segno di una cesura: non più e così via. Per
altro verso, in quanto accesso a, l’interruzione è un principio euristico» (pp.
75-76).
Su un piano differente, che non è quello logico ma quello psichico ed estetico,
Félix Guattari offre lostesso panorama concettuale nel suo ultimo libro,
Chaosmose. La caosmosi guattariana offre una visione simile: il caos (l’infinito
virniano se volete) viene continuamente limitato dalle griglie di
semiotizzazione linguistica, estetica, psichica. Ma l’eccesso desiderante
rimette in questione la semiotizzazione presente, e apre a una nuova osmosi
cosmica, ad una nuova semiotizzazione, a unnmnuovo provvisorio ordine
percettivo. Il ritornello è l’equilibrio provvisorio che si stabilisce nel
rapporto tra deriva singolare e caos.
È la prospettiva del possibile, che qui si riapre. Possibile è la dimensione che
sfugge all’enunciazione assertiva, ma che al tempo stesso si delinea oltre il
suo orizzonte. La possibilità è l’inserzione dellan dimensione extra-linguistica
(l’opacità insondabile dell’eventualità) nella prensile trama del linguaggio.
«Con un filo di paradosso si potrebbe dire: il mondo è costituito
linguisticamente da ciò che nel linguaggio manifesta l’incompletezza o
limitazione del linguaggio rispetto al mondo»ı (p. 140).
Da queste brevi note sulla questione del possibile ritorniamo all’inizio di
questo tentativo di cartografare l’impervio e affascinante territorio del
pensiero virniano. Torniamo alla questione dell’invariante biologica e del suo
carattere non specificante, della natura linguistica dell’animale umano che non
implica determinismo dell’esercizio di parola. Che l’animale linguistico
disponga della modalità del possibile significa che il suo ambiente non è un
ambiente univocamente determinante. «La mancanza di un habitat univoco fa sì che
la cultura sia la prima natura dell’uomo come dice Gehlen…. La modalità del
possibile coincide con l’eccesso pulsionale non finalizzato biologicamente,
nonché con il carattere non specializzato dell’animale umano. Il regresso
all’infinito esprime l’apertura al mondo come cronica incompletezza o anche, ma
è lo stesso, come vana ricerca di quella proporzionalità tra pulsioni e
comportamenti che è invece appannaggio di un ambientecircoscritto» (pp.
156-157).
In questo modo Virno restituisce all’azione umana la sua dimensione di libertà,
delineando i fondamenti di una teoria della possibilità. Possibilità non è data
in condizioni di indeterminazione, ma in condizioni di parziale determinazione
aperta. Il possibile è iscritto entro un campo determinato dalle condizioni
sociali, come nel caso della stessa natura umana, il che significa che la
possibilità è immanente a una realtà determinata. Ma questo campo non è
specificato, anche se è plastico. Immanenza e possibilità sono in fin dei conti,
le caratteristiche dell’azione umana, o prassi, e certamente emergono nel
pensiero di Paolo Virno, che abbiamo cercato di ripercorrere in queste pagine.
La foto di copertina è di Nora Porcu
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