Valerio Mattioli / Scena degli anni Novanta
Le lenti dello storico non possono mai guardare troppo vicino, ma finalmente,
dopo un quarto di secolo, il decennio che va dal 1989 al 2001 è maturo per
essere raccontato. Coglie l’attimo e l’onere Valerio Mattioli che da addetto ai
lavori della cultura − editor per Nero editions, musicista, saggista, curatore
di rassegne e molto altro − ha trovato l’ottica per riportare in vita quegli
anni. Non ci tragga però in inganno il sottotitolo Una controstoria culturale:
questo è un saggio ricchissimo e densissimo in cui troviamo la storia di quegli
anni senza complementi di limitazione. La tesi di fondo è semplice: quello che
contraddistingue il decennio sono stati i centri sociali occupati, quei luoghi
altri che costellavano il territorio italiano. E se la distanza in termini di
anni è quella giusta per una pretesa di obiettività, certo bisogna aver vissuto
su Marte per non affrontare quel passato con un minimo di emozione, ricordi di
concerti mitopoietici, alleanze oniriche, serate lisergiche, happening erotici,
primi contatti con le macchine e molto altro.
Quello che rende assolutamente necessario questo libro è che, al di là di quello
che si pensi degli anni Novanta se ne rende l’ampiezza, gli sconfinati confini.
Se nei giorni in cui scrivo abbiamo appena vissuto lo sgombero di uno degli
ultimi e più importanti centri sociali degli anni Novanta, l’Askatasuna di
Torino, meglio ricordare che gli spazi sociali occupati hanno generato e
ospitato moltitudini di fatti culturali (e politici, ma nel saggio se ne parla
meno) importanti se non importantissimi per quello che sarebbe venuto dopo.
Primo fu certo il Leoncavallo di Milano, che con le sue gesta funzionò da vera
scintilla di ispirazione per tutto il movimento. Il Leonca, primo a chiamarsi
con il nome della via della prima sede per rimarcare il desiderio di radici e
territorialità, certo era ispirato dall’ondata rivoluzionaria degli anni
Settanta.
Fu una reazione all’eroina (vedi alla voce Fausto e Iaio) che spazzava via
militanti e artisti, alla tristezza delle aspirazioni monoformato dello yuppismo
della Milano da bere, ma fu anche molto di più. Mattioli racconta con il piglio
del grande narratore-divulgatore il momento in cui la scena dark milanese
battezzò quello spazio come propria sede di elezione, fu l’inizio di
quell’ispirazione all’apertura degli orizzonti e della contaminazione che
rappresentò la vera forza dei centri sociali. Dalla stessa voglia di contaminare
e di farsi sentire, in posti come Officina 99, Isole nel Kantiere, Forte
Prenestino nacque il RAP italiano, lo stesso che per intenderci oggi vince
Sanremo. Militant A, Neffa, Lou X, ’O Zulu e i compagni della scena delle posse
hanno rappresentato per anni l’avanguardia di quello che si doveva conoscere del
genere musicale dalle nostre parti. Mentre a ritmo di rap il movimento incedeva
con il passo felpato della Pantera, tutti ma proprio tutti le ragazze e i
ragazzi della Penisola si confrontavano con il fatto che le cose interessanti, i
concerti all’avanguardia e gli artisti da seguire si trovassero, a prezzi
popolari, nello spazio sociale più vicino.
Dalla musica (forse vero macro-tematica di questo lavoro) si passa all’editoria.
Riviste mitologiche come la romana “Torazine” (recentemente ripubblicata da Nero
Editions) e l’avanguardistica tecno-entusiasta “Decoder” sono state la punta
dell’iceberg di un fenomeno che ha visto redattori e compagni delle realtà
occupate come capofila di progetti editoriali di successo con sell out che oggi
l’editoria tutta si sogna. Per fare alcuni nomi Nautilus, Shake, Stampa
Alternativa, ma anche la casa editrice Theoria di quel Repetti che in seguito
creerà per Einaudi la collana Stile Libero e con l’antologia Gioventù Cannibale
darà la stura a quanto di meglio l’editoria italiana poteva pubblicare. Anche in
questo caso quello che avrà successo negli anni duemila nasce negli anni Novanta
e in ambienti underground. Altro primato delle realtà occupate è quello di aver
creduto nel potere liberatorio della tecnologia. Da Bologna a Napoli a Roma là
dove si occupava si teneva in gran conto il futuro tecnologico e iperconnesso
che ci aspettava. In quegli anni nacque tra le altre cose l’avveniristico e
fondamentale movimento degli Hackmeeting che ancora oggi “lotta insieme a noi”.
Ultimo capitolo, ma non meno importante di questo saggio riguarda i prodromi del
movimento LGBTQ+ antagonista. Le idee e i ragionamenti che avremmo visto in
seguito nelle piazze dei Pride, in nuove occupazioni e sui media sarebbero nati
ancora una volta negli anni Novanta da gruppi di persone che pensavano alla
nuova liberazione della sessualità e delle identità come una conquista ben al di
là delle logiche riformiste.
Cosa resterà di questi anni Novanta? Quella che certamente non è rimasta è la
fiducia in un futuro da conquistare e trasformare con i metodi del DIY (do it
yourself) e dell’autorganizzazione. Se il futuro non è più quello di una volta
(cit.) gli anni Novanta sono stati il momento in cui si guardava ancora avanti
con entusiasmo. Certo è che senza quei prodromi non solo la cultura in Italia
sarebbe molto diversa e per certi versi più provinciale, ma sarebbe anche stato
più arduo costruire un dissenso come quello delle piazze dello scorso autunno
contro il genocidio in Palestina. Insomma, consigliatissimo questo salto nel
passato per capire il presente, ricchissimo ed egregiamente narrato. Se dicessi
che si legge come un romanzo, lo insulterei.
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