Novità negative a sostegno della pratica obsoleta dell’incenerimento rifiuti : Phoenix di A2A
Stanotte a Campofelice di Roccella (PA) hanno preso fuoco (ancora sconosciuta la
causa) cumuli di rifiuti indifferenziati adiacenti un impianto di riciclo; una
nube di diossina se ne è sollevata e le autorità hanno raccomandato agli
abitanti di non uscire e di serrare le finestre. Eppure la Regione prevede la
costruzione di due inceneritori nel capoluogo e a Catania… Riportiamo a tal
proposito un articolo di Medicina Democratica
Uno degli aspetti critici dell’incenerimento dei rifiuti, da sempre ricordato da
chi – come Medicina Democratica – da sempre osteggia questa pratica obsoleta, è
la produzione di elevate quantità di residui solidi in quanto l’incenerimento
non fa scomparire la materia ma la trasforma (in emissioni gassose, liquide e in
residui solidi dai diversi apparati degli impianti).
Oltre alle scorie pesanti che inglobano i rifiuti incombustibili, i problemi
maggiori sono riferiti ai residui costituiti dalle ceneri leggere (polveri
abbattute da sistemi di filtrazione come filtri elettrostatici e/o a manica e
simili) e alle polveri dai sistemi di abbattimento delle componenti acide e dei
microinquinanti (polveri “calciche” PCR; polveri da trattamento con soda solvay
PSR, carboni attivi esauriti…). A seconda della composizione del rifiuto
alimentato e del tipo di inceneritore si può arrivare complessivamente al 30% in
peso di cui una quota tra il 5 e il 10 % in peso è costituita da queste polveri
che sono classificate come pericolose per la concentrazione di elementi
pericolosi (metalli pesanti, microinquinanti organici tra cui le note diossine).
Per questi rifiuti il destino finale è problematico: o discariche speciali (tra
cui una miniera di sale dismessa in Germania) o trattamenti costosi per ridurre
la pericolosità e comunque smaltimento in discariche anche se per rifiuti non
pericolosi.
In molte occasioni sono stati proposti sistemi di riduzione della pericolosità
(es. vetrificazione, ceramizzazione, ecc.) i cui “prodotti finali” sono
destinabili anche al recupero.
La società A2A ha presentato un progetto, che guarda caso ha denominato Phoenix
(le ceneri – degli inceneritori – che “risorgono” rispetto al destino corrente)
presso il centro di smaltimento di Corteolona-Genzone (che comprende, da oltre
30 anni, discarica per rifiuti speciali, inceneritore, impianto di trattamento
di fanghi, impianto di trattamento rifiuti indifferenziati, “biocubi”, ecc)
quale continuazione operativa e ampliamento di un impianto sperimentale a ciò
dedicato autorizzato dal 2015.
In sostanza il progetto riguarda le ceneri leggere e le polveri dai sistemi di
abbattimento di inceneritori (come di altri impianti termici) inglobando e
trattando le stesse con leganti di tipo cementizio e ottenendo, secondo i
proponenti un EOW (End of Waste – un rifiuto che ha cessato la qualifica di
rifiuto, ovvero è diventato un prodotto commerciabile liberamente). Per fare
cosa ?
* la parte solida (“sabbia”), unita a cemento o altri leganti, verrebbe
utilizzata per costruire infrastrutture ed edifici;
* la parte liquida costituita per lo più (ma non solo) da sale (cloruro di
sodio e altri sali analoghi) verrebbe solidificata e sarebbe utilizzabile
come “sale antighiaccio”.
In entrambi i casi i rifiuti pericolosi dagli inceneritori ritornerebbero
nell’ambiente ed anche, letteralmente, nelle nostre case. Ovviamente il
proponente presenta una mole di documentazione per dimostrare che i prodotti
ottenuti dalle ceneri/polveri così trattate non sarebbero pericolosi ovvero non
rilascerebbero sostanze pericolose verso l’ambiente (per l’eternità?) o
perlomeno non in quantità tali da essere considerate un pericolo.
Purtroppo l’avviso al pubblico per le osservazioni è stato, guarda caso,
pubblicato il 22 dicembre 2025, periodo in cui si pensava ad altro. Come
Medicina Democratica Lombardia, lo abbiamo incontrato nelle periodiche verifiche
sulle istanze di Valutazione di Impatto Ambientale che – per legge – devono
essere messe a disposizione sul sito regionale. Anche se un po’ tardi e
considerata la mole di documentazione presentata dal proponente (all’esito di
una sperimentazione durata oltre 5 anni) abbiamo potuto formulare osservazioni
solo parziali che mettiamo a disposizione (visto che non l’ha fatto la regione
Lombardia ad oggi, sono disponibili infatti solo delle note degli enti locali,
nessuno contrario alla realizzazione dell’impianto)
osservazioni medicina democratica depositate phoenix
Se questo impianto venisse autorizzato sarebbe sicuramente il primo di una
serie, da un lato ridurrebbe la forza di un motivo di contrasto per
l’incenerimento dei rifiuti ma soprattutto aprirebbe la strada ad una
reintroduzione nell’ambiente, senza le “protezioni” previste dalle norme sullo
smaltimento dei rifiuti pericolosi, anche a contatto diretto con le persone (un
“cemento” prodotto con la “sabbia” ottenuta non sarebbe distinguibile dai
cementi “tradizionali” che peraltro già inglobano rifiuti non pericolosi di
diverso genere).
Basti pensare che l’impianto proposto in provincia di Pavia ha una capacità di
50.000 t/a mentre i rifiuti prodotti, quali residui pericolosi (senza contare le
scorie pesanti, di minore pericolosità ma comunque da smaltire) sono stimati
(Ispra anno 2024) pari a 347,090 t/a (le scorie pesanti sono 1.064,000 t) di cui
due terzi prodotte dagli inceneritori del nord Italia. Facile prevedere che un
processo del genere potrà essere esteso a gran parte dei rifiuti pericolosi
derivanti dal trattamento dei rifiuti che, nella sola regione Lombardia
ammontano a 858.000 t/a (Ispra, con riferimento al 2022).
Inutile dire che il proponente dichiara tale iniziativa come dentro la “economia
circolare”, quale – per loro – sarebbe o potrebbe essere considerata tutta la
filiera dell’incenerimento: non è così, allo stato della normativa europea, ma i
cedimenti progressivi sul “new green deal” non fanno sperare in una coerente
difesa di principi rigorosi in tema di tutela dell’ambiente (e della salute
connessa).
Una prospettiva doppiamente inquietante e a cui le associazioni ambientaliste
dovrebbero far mente locale per evitare di venir “aggirate” su un tema
importante come la produzione e la gestione dei rifiuti e dei relativi impatti.
A cura di Marco Caldiroli
Medicina Democratica