Quando il popolo indica la luna, lo stolto guarda il dito
pubblichiamo la nota politica di Askatasuna diramata a seguito della
manifestazione nazionale del 31 gennaio scorso in quel di Torino
«Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito», spesso attribuita a
Confucio, anche se più correttamente riconducibile alla tradizione zen/buddista.
Il senso è semplice e potente: ci si può perdere nel mezzo e mancare il
significato, fermarsi alla superficie senza cogliere ciò che davvero è in gioco.
È un proverbio utile oggi più che mai, per non perdere la bussola e andare a
ruota della macchina narrativa costruita e alimentata dal governo e dai media
mainstream a esso supini, a partire da ciò che è accaduto nella manifestazione
del 31 gennaio.
Il corteo nazionale contro lo sgombero di Askatasuna è stato un successo al di
là di tutte le aspettative. Lo sappiamo noi e lo sa, soprattuto, il governo. Un
passaggio fondamentale di un percorso nato dallo sgombero di un centro sociale
simbolo di resistenza, capace di far convergere centinaia di realtà e oltre
50.000 persone in una manifestazione a difesa degli spazi sociali, delle
pratiche di libertà e contro il governo Meloni. Una vera boccata d’ossigeno in
un contesto politico, nazionale e internazionale, segnato da guerre,
colonialismo, repressione e da un clima generale che farebbe accapponare la
pelle anche ai più ottimisti. In un tempo dominato da politiche guerrafondaie,
dall’oscuramento delle questioni ecologiche, da misure sessiste, omofobe e
discriminanti, lo sgombero di uno spazio sociale storico è diventato occasione
per ricostruire legami, riconoscersi, ritrovarsi. Questo è un fatto politico
enorme. La manifestazione ha dato spazio ai tanti soggetti e alle molte storie
che compongono la piazza, permettendoci di sentirci più forti e meno soli,
mentre la controparte affila gli artigli e accompagna il Paese verso una deriva
autoritaria sempre più esplicita, che guarda con ammirazione a modelli violenti
e reazionari, dagli USA alle peggiori esperienze europee. E proprio dagli Stati
Uniti – Minneapolis insegna – arrivano segnali di resistenza e solidarietà
diffusa che parlano anche a noi.
Al termine della manifestazione, una parte del corteo ha deciso di proseguire in
corso Regio Parco e un’altra parte, numericamente significativa, ha deviato in
Corso Regina per avvicinarsi allo stabile di Askatasuna, oggi murato e devastato
al suo interno dai vari distruttori in divisa. In corso Regina, l’apparato
repressivo messo in campo dal governo Meloni e dal ministro Piantedosi ha
risposto subito alla deviazione con una forza sproporzionata, scaricando
centinaia di lacrimogeni sullo spezzone. Questa gestione muscolare, coerente con
quanto visto nei giorni precedenti (quasi 800 fermi e identificazioni,
intimidazioni, minacce), è stata però colta di sorpresa. Non si aspettavano che
lo spezzone colpito reggesse l’urto, resistesse, avanzasse metro dopo metro,
senza panico né tentennamenti con l’obiettivo di avvicinarsi a uno stabile che è
stato strappato come uno scalpo dal governo per cancellare un pezzo di quella
storia partigiana che ha caratterizzato da sempre Torino e che mai gli andata
giù. Quella disponibilità alla resistenza è la stessa che vediamo da mesi nelle
piazze contro il genocidio in Palestina: indica che esiste una parte della
popolazione, soprattutto giovane, che non si rassegna a stare calma, che è
sempre meno disposta ai posizionamenti mediani ed è pronta a tracciare un
confine netto. Corteo del 20 dicembre, corteo del 31 gennaio: se tanta gente,
così varia e così determinata, si è vista in piazza due volte in due mesi
bisognerà farci i conti no?
Sicuramente al governo lo hanno capito. Parte quindi, scientifica, la grancassa
per decontestualizzare e ricondurre una questione sociale nel campo dell’ordine
pubblico. C’è da stupirsi? Non vedere il continuum dell’apparato repressivo
messo in campo in questi giorni è pura miopia. Prima è arrivato l’allarmismo
securitario per scoraggiare la partecipazione, poi la violenza poliziesca in
piazza, infine, oggi, l’uso sistematico di una narrazione mediatica
criminalizzante. Tutto converge verso un unico obiettivo: impedire che si
strutturi un’opposizione sociale reale e dal basso a questo governo. Prese di
posizione strumentali del solito circolino di giornalisti, di politici e
opinionisti di regime, impegnati a imporre una verità narrativa che tenta di
cancellare la forza di ciò che sta nascendo. Si azzardano paragoni storici
ridicoli (gli anni di piombo) per provare a nascondere una verità quasi banale:
se la politica chiude spazi, tanti giovani gli spazi decidono di prenderseli, se
il potere fa una prepotenza, a volte qualcuno si incazza. Vanno loro dietro PD e
Movimento 5 Stelle, intenti ad affannarsi a inseguire la destra sul terreno
dell’ordine e del manganello, tra dichiarazioni roboanti su legalità e condanne
rituali. Ancora incapaci di capire, dopo anni di sconfitte, che la destra sarà
sempre più abile di loro nel parlare alla pancia di chi è stato convinto che i
nemici stiano in basso, e non in alto e che così non si fa altro che alimentare
l’agenda Meloni, Piantedosi, Salvini, Crosetto: un governo complice del
genocidio in Palestina, delle politiche di guerra, che pensa che un infermiere e
una scrittrice ammazzati mentre protestavano contro ICE se la sono cercata, che
parla di “remigrazione” e vuole una società divisa, spaventata, impotente,
incapace di organizzarsi.
La manifestazione del 31 gennaio, però, ci dice che non è più tempo di
equilibrismi. Con la posta in palio oggi, bisogna scegliere. I 50.000 scesi in
piazza il 31 gennaio hanno fatto una proposta politica al Paese. Hanno indicato
una strada per rafforzare e allargare l’opposizione sociale all’attuale governo.
Costruiamoci in comunità. Moltiplichiamo assemblee e momenti di confronto.
Costruiamo piazze in tutto il Paese. Guardiamo al futuro con ottimismo e
consapevolezza.
E soprattutto: non fermiamoci a guardare il dito, se osserviamo bene la luna
appare più luminosa che mai. Ne avremo bisogno in questa lunga notte.
> Solidarietà agli arrestati!
> Angelo, Matteo e Pietro liberi!
Redazione Italia