Tag - Fascicolo dello scolaro

Schedatura di Stato: la sorveglianza della Stasi e i suoi insegnamenti
Il contributo, presentato  al 17° Convegno annuale del Centro NEXA Internet e Società,  analizza storicamente il tema della sorveglianza. Nella Repubblica Democratica Tedesca (DDR)  la sorveglianza era parte integrante di una più ampia Fürsorgediktatur, la “dittatura della cura” fondata sulla formazione ideologica, sulla partecipazione obbligatoria e sulla dipendenza materiale dei cittadini. Dal “fascicolo dello scolaro” a quello del lavoratore, la schedatura di massa non rispondeva esclusivamente a logiche repressive o di sospetto, ma era un progetto sistemico di conoscenza, modellamento e previsione delle vite individuali. Pur nella sua irripetibilità storica, l’esperienza della DDR diventa un monito contemporaneo sui rischi insiti nella raccolta sistematica di dati e nell’erosione delle garanzie giuridiche a favore di un controllo totale della società. --------------------------------------------------------------------------------   Il mio contributo sarà di carattere storico. Parliamo di uno Stato e di una società che non esistono più: quello della Germania Orientale, la Repubblica democratica tedesca (DDR) in cui la società ha vissuto una forma particolarmente radicale e pervasiva di sorveglianza, quasi totale, con schedature di massa e raccolta di dati sistematica sugli orientamenti e sui comportamenti dei cittadini. Un esempio storicamente concluso, ma reale. Quando parliamo di questo tema pensiamo automaticamente alla Stasi, il Ministero della sicurezza dello Stato della Germania orientale: un apparato di sicurezza che è poi andato oltre la mera funzione di servizio segreto. Abbiamo quindi già un’immagine pubblica, una percezione di questo tema, che in parte è corretta e in parte da precisare e approfondire. L’espressione comune “metodi della Stasi”, in caso di eccessi polizieschi, anche in Germania indica generalmente un servizio segreto tentacolare e ossessivo, braccio operativo e armato di un regime paranoico, capace di esercitare un controllo capillare sulla popolazione, ritenuto necessario, nei 4 decenni della sua esistenza. Nel nostro immaginario abbiamo l’idea di un’organizzazione orwelliana, distopica, di sorveglianza totale. Elemento di verità è che quest’apparato è esistito realmente e si è organizzato per realizzare esattamente quello di cui stiamo parlando. Quello che invece va corretto è che la Stasi era solo uno dei segmenti di un sistema istituzionale molto più ampio, fatto di articolazioni nell’organizzazione sociale che consentivano al potere (il Partito, nella DDR) di esercitare pieno controllo della società. Si tratta di qualcosa che andava oltre il mero spionaggio. Alla base, infatti, non c’era solo la curiosità, da parte del potere, di sapere e di rendere le vite dei cittadini trasparenti, per controllarle. Si riteneva legittimo formare attivamente la vita dei cittadini, intervenire a correzione, dare un contributo positivo, oltre la mera sorveglianza. Si trattava di un sistema e un’idea di esercizio del potere in vista di uno scopo. I meccanismi utilizzati erano estremamente articolati. Se davvero vogliamo comprendere cos’è stata storicamente la Stasi, articolazione di qualcosa di più grande, dobbiamo capire cos’è stato questo qualcosa di più grande. La dittatura della cura Parliamo di un’organizzazione sociale in cui ogni cittadino viveva soggetto a quella che in Germania si chiama fürsorge, la cura da parte dello Stato, che si prende cura dei suoi cittadini, dei loro bisogni materiali, spirituali, organizzativi, sociali. La cosiddetta fürsorgediktatur, la dittatura della cura, era basata su tre pilastri: 1) la formazione, educazione della personalità delle masse, che mirava a rendere ogni individuo in grado di vivere all’interno di una società nuova, da un punto di vista valoriale e morale; 2) la partecipazione: nessuno aveva il diritto di essere lasciato solo, ognuno doveva essere ben inquadrato nella società e aveva il dovere di partecipare; 3) la cura materiale: lo Stato si faceva carico di soddisfare i bisogni primari e non primari di ciascun cittadino, rendendolo di fatto dipendente dalla cura, ed esercitando poi un controllo dinamico di conformità, per verificare se l’evoluzione del modello di vita di ciascuno, i valori di riferimento, le  aspirazioni fossero consone alla base ideologica che definiva la “normalità”, ovvero la norma di vita di tutti i componenti della società. Da questa verifica di conformità dipendevano una serie di cose: casa, lavoro, carriera, opportunità, discriminazione, riconoscimento sociale. Dunque, la cura del regime e la sua componente di verifica attiva accompagnavano la vita di tutti, nella DDR, dalla culla alla tomba. La schedatura non era un controllo di polizia, ma un apparato burocratico e un insieme di istituzioni che raccoglievano sapere, informazioni e dati sul comportamento dei cittadini e sui loro bisogni, archiviandoli e gestendone la disponibilità informativa. Si trattava di un sistema molto articolato di schedatura, differenziata per settori. Prendiamo l’esempio della scuola. Ogni bambino che andava a scuola aveva il suo fascicolo dello scolaro, ovvero una raccolta attiva di informazioni sul background familiare, sulle qualità relazionali, sul suo percorso scolastico, fino alla scuola professionale, in cui  il fanciullo imparava il mestiere. Nella Germania dell’Est, infatti, la disoccupazione era un reato. Era obbligatorio imparare un mestiere ed essere collocati attivamente nel sistema. Dopo il fascicolo dello scolaro, partiva il fascicolo del lavoratore, che copriva il resto della vita del cittadino, fino al pensionamento. Anche qui, attivamente, i vari centri di raccolta, gli Uffici quadri, raccoglievano, appunto, informazioni sulla condotta politico ideologica, morale e sociale del lavoratore e sul suo comportamento negli spazi collettivi.  Siccome lo Stato era proprietario degli immobili, per avere un appartamento bisognava andare in un ufficio pubblico, aprire una pratica con relativo fascicolo che raccoglieva ulteriori informazioni. Tutte le istituzioni non erano sovrane, ma strumenti di un potere centrale, e ogni istituzione era attivamente impiegata come strumento di potere per punire, premiare, sostenere, incoraggiare, discriminare. Un sistema esattamente contrario all’ idea di tutela dei dati sensibili. Nella DDR, al di là delle leggi, c’erano istituzioni che collaboravano tutte nel definire “chi è chi” nella società: cosa fa, dove risiede, quali sono i suoi amici, qual è la sua condotta, a che punto è del suo sviluppo ideologico e morale. Il sistema includeva anche il controllo delle cartelle mediche, negli uffici di igiene, negli ospedali, nei laboratori medici. La Stasi era un segmento di questo sistema, con una posizione privilegiata, essendo lo scudo e la spada del Partito, quindi l’unica organizzazione protettrice e garante del potere costituito nello Stato. Per assolvere alle sue funzioni di garanzia, la polizia segreta poteva, in qualunque momento, avere acceso illimitato a tutte le banche dati e a tutte le informazioni della burocrazia statale, in tutte le sue articolazioni. Il contesto in cui la Stati operava era molto particolare. Utopia cibernetica e previsioni individuali Difficile fare confronti automatici con l’attualità o con i sistemi occidentali dell’epoca. In quel contesto, verso la fine degli anni 50, l’ideologia sposò e abbracciò quella che all’epoca era l’utopia cibernetica, ovvero l’idea che le società in fondo non fossero altro che sistemi complessi, fatti di sottosistemi che su base matematica possono essere programmati, influenzati, corretti. Maturò quindi l’idea che la società socialista, come veniva denominata, potesse essere ottimizzata nel momento in cui si disponesse di un’istanza in grado di riconoscere le disfunzioni, operando su una disponibilità di dati sufficiente, per poi correggerle. Questa funzione fu attribuita alla polizia segreta, che diventò quindi qualcosa di ben diverso. Nemmeno la Gestapo aveva questo tipo di impianto. La Stasi divenne un apparato di preallarme, che operava silenziosamente, infiltrando completamente lo Stato e la società, impiantandosi al suo interno e verificando continuamente se ciò che veniva  deciso venisse effettivamente realizzato, se ciò che si programmava fosse effettivamente messo in moto e raggiungesse tutte le articolazioni del sistema. In questo modo avvenne qualcosa di semplice e contemporaneamente abominevole: lo svincolamento della raccolta dei dati della polizia segreta dalla sua dimensione criminale, ovvero dal sospetto. Non si raccoglievano dati in caso di sospetto di azioni o condotte illecite, per poi attivarsi. Si raccoglievano dati indipendentemente dalla positività e negatività del soggetto. Quindi, all’inizio degli anni 60, partì la raccolta dei dati di massa che per l’epoca non aveva paragoni sia per la sua sistematicità sia per l’organizzazione. Lo strumento di raccolta era cartaceo e analogico. Oggi a Berlino e negli archivi periferici della Stasi, fuori Berlino, oltre ai famosi 111 km lineari di materiale cartaceo archiviato, abbiamo circa 41 milioni di schede (su circa 16,5 milioni di abitanti) che vengono da circa 7000 schedari creati nel corso del tempo. Di questi, circa 10 milioni di schede perforate, Kerblochkarten, a perforazione manuale, che servivano ad acquisire dati di massa sulla popolazione secondo tre assi. Il primo, di tipo territoriale: bisognava raccogliere informazioni sufficienti per l’esercizio di un controllo locale. Ogni dislocamento della Stasi doveva essere in grado di sapere in qualunque momento chi facesse cosa, e dove. Il secondo asse riguardava una copertura informativa su determinati temi e aspetti della vita sociale: la produttività industriale, la disciplina sociale, la politica del personale, quindi la scelta di chi potesse lavorare dove, di chi potesse ricoprire determinate responsabilità e chi no, e il movimento della popolazione. La DDR era un paese in cui non si poteva decidere di trasferirsi facilmente da una città all’altra. Bisognava richiedere permessi, trovare lavoro etc. Tutto ciò era tracciabile e influenzabile. Infine, c’erano gli indicatori sensibili: amicizie, relazioni, partecipazione alla vita sociale, parentela, legami con persone in occidente, necessità di viaggiare all’estero, in caso di una certa professione. C’era insomma una capacità prognostica. Non solo la statistica e il controllo del qui e ora, ma anche la capacità di predire come sarai domani. Per avere un’idea dei numeri pensiamo che ogni distaccamento territoriale, ad esempio i circondari o i comuni, era controllato dai comandi della Stasi per il 65% della popolazione adulta residente. Il che vuol dire che, su tutta la popolazione, c’erano circa 8,5 milioni di persone controllate quotidianamente. Negli anni ‘80 (in cui abbiamo dati con documentazione più completa) i rilievi di routine, quelli svolti per controllare che tutto fosse a posto (rilievi di sicurezza), riguardavano ogni anno una persona su due, per almeno una volta l’anno. Questa era la capacità reale del sistema su base analogica. Sogno digitale Dall’utopia cibernetica si passò poi al sogno digitale. Si pensarono di introdurre macchine, di sviluppare software e programmi che potessero permettere all’organizzazione di valutare e gestire masse di dati maggiori, di poterle incrociare, centralizzando gli archivi slegati tra loro, in modo da far convergere le informazioni attivamente, nel minor tempo possibile. La Stasi lavorava ancora con i corrieri in busta chiusa che trasmettevano informazioni manualmente e i tempi di risposta da un archivio ad un altro potevano essere anche di 15 giorni.  Il sogno digitale vette affidato ad una struttura speciale, chiamata Raggruppamento di analisi e gestione informativa, a partire dagli anni 60. Era il vero e proprio “cervello pensante” dell’apparato, a cui venne affidata la progettazione e lo sviluppo di sistemi informatici realizzati tra la seconda metà degli anni 70 e 80 (furono 4). Il più importante e più noto era il Zentrale Datenbank, ovvero il database centrale delle persone, una sorta di cervellone elettronico in cui, immettendo un nome, si potevano trovare tutte le informazioni possibili di cui si disponeva su quell’individuo. Serviva soprattutto per collegare persone a situazioni, non solo dati anagrafici e schede comportamentali, ma soprattutto reti di contatto. A partire da una base di circa un milione e mezzo di persone, si creavano collegamenti, che in parte avveno già in forma cartacea. Questo sistema accelerò moltissimo, ma alla caduta del muro di Berlino gli hardware e i nastri magnetici furono distrutti, per cui oggi non ci sono fonti disponibili per comprendere l’impatto operativo, ricostruito solo da ciò che è rimasto. Qualcosa si è salvato, ma si tratta di piccole frazioni di questo sistema informatico. La fase digitale, tuttavia, creò più problemi che giovamento. Paradossalmente, l’utopia digitale in qualche modo fallì perché li sommerse di dati che non erano più capaci di gestire, superando di gran lunga tutti gli indicatori di categoria con cui orientare la ricerca informativa. C’era poi il problema della centralizzazione. Un servizio segreto opera in segretezza, che è anche in parte segretezza interna, è costituito da singole articolazioni che non hanno piacere a condividere le informazioni. Questo piccolo dettaglio ebbe un peso enorme perché gli uffici periferici e i vari distaccamenti  non avevano alcun interesse a mettere in condivisione informazioni e schedari creati con fatica, che dovevano poi essere riversati nella disponibilità generale dell’organizzazione. Comparando la Stasi con i servizi della Germania occidentale, si vede che la Germania Federale aveva, negli anni 60-70, problemi molto simili. La DDR era limitata anche dalle disponibilità finanziarie molto ridotte rispetto a quelle occidentali. È possibile fare dei confronti, a partire dalla schedatura della Stasi nella DDR? Il punto è sempre contestualizzare. Non possiamo dimenticare che la Stasi poteva operare, e operò, così, in una condizione di quasi totale assenza di limitazioni giuridiche e costituzionali. La società era organizzata in forma chiusa e militarizzata, con una mobilità fisica e sociale estremamente limitata e controllata. Queste sono condizioni molto diverse da quelle odierne. Tutto quello che abbiamo, però –  i milioni di schede, i km di documenti – sono il lascito e la testimonianza di un’esperienza reale, che va ben oltre l’idea di “casa di vetro”, in cui il cittadino era esposto in maniera totale al controllo del potere. In questo modo, e fatte le dovute contestualizzazioni, più che lezione, possiamo dire che la schedatura della DDR deve servirci come monito. Difficile dunque pensare ad una Stasi 2.0, ma quell’esperienza ci parla ancora oggi.   Qui il link alla pagina del Convegno Nexa-Internet e Società, Torino 15 Dicembre 2025, dal titolo “Contro la casa di vetro”.
February 3, 2026
ROARS