Expanding Michaux
Se c’è un’opera tanto vasta – muovendosi tra poesia, prosa, pittura disegno e
grafismo asemico ante litteram – da apparire talora come inesauribile è quella
di Henri Michaux (1899-1984); allo stesso tempo (e non senza paradosso,
considerando le difficoltà nell’accordare la convenzionale definizione di
“classico” a un autore così trasgressivo e “psichedelico”, eppure entrato di
diritto nella biblioteca della Pléiade), si tratta di un’opera che può ancora
trovare motivo di espansione. Ciò accade, in particolare, nella letteratura
francofona contemporanea, e accade spesso, inoltre, a partire
dall’attraversamento della poesia di Michaux: alta ed enigmatica, non di rado
giocosa, non è mai una poesia sfingea; combina, anzi, un certo grado di
ieraticità e una certa intimità con chi legge, inducendo così a nuovi passi di
sviluppo, elaborazione, completamento, o anche di deviazione e trasgressione.
Come dimostrato da una recente traduzione – a firma di una sempre eccellente
Valentina Maini – per i tipi di Bibliotheka, Midriasi (seguito da Verso gli
iceberg), il primo autore cui si può fare riferimento in questa “espansione”, o
“dilatazione”, di Michaux non può che essere Jean-Marie Gustave Le Clézio.
Premio Nobel per la Letteratura nel 2008, Le Clézio trovò il suo esordio a poco
più di vent’anni con Il verbale (1963) e l’anno successivo si laureò con una
tesi sulla solitudine nell’opera di Henri Michaux, per poi continuare a
intrecciare ancora lunga la propria scrittura con questo suo “padrino” tanto
invadente quanto di prezioso conforto.
Ed è, in effetti, la solitudine a fornire la dominante dei testi racchiusi
nell’edizione Bibliotheka, toccando le note del sublime tanto in Midriasi («Mai
è esistita una tale solitudine») quanto negli spazi difficilmente accessibili di
Verso gli iceberg («La solitudine è così grande che ci si può ricoprire tutto il
mare, tenerla sotto la propria ala e planare nell’aria fredda»). Che si tratti,
appunto, dello sguardo cavo, rivolto verso l’occipite, della midriasi in quanto
dilatazione della pupilla, o di un Nord artico e a tratti mistico, lo stato di
solitudine esplorato da Le Clézio appare spesso come estremo, restando prossimo
all’origine ancestrale – ancora una volta enigmatica senza essere per questo
inafferrabile – del segno e, in seconda battuta, della parola. È l’esito,
anticipato di parecchie pagine rispetto alla fine del testo, di Midriasi: «Occhi
del pensiero. Esistono. Sono lì. Le pupille dilatate captano tutto. Conoscono le
cose molto prima che appaiano. Conoscono le storie d’amore, di guerra e di
viaggio, mentre le storie sono ancora avvolte su sé stesse alla maniera delle
scolopendre». Ponendosi dunque nel solco di una scrittura visionaria e
anti-narrativa, Le Clézio tocca i territori ultimi della scrittura, dove la
storia si riduce a segno che, per di più, si avvolge su se stesso come
scolopendra – rinviando a quei grafismi che costellano la sua produzione
pittorica e visiva e che in Midriasi trovano un altro rinvio, fuggevole ma
significativo, con l’inclusione di due «lettere cinesi» (ma: «A volte è un
disegno incomprensibile», si legge subito dopo, ricordando così come sia
l’enigma del segno a prevalere su una sua qualsiasi radice culturale).
È un’esperienza metamorfica, in continua evoluzione – per quanto sempre in
chiave a-dialettica – e che sembra originata, almeno in Midriasi, da una
sostanza allucinatoria, una non meglio precisata «bevanda nera», che rinvia così
al Michaux “psichedelico” di Conoscenza degli abissi (Quodlibet, 2006) e, in una
recentissima traduzione italiana, di Miserabile miracolo (Quodlibet, 2025, qui
una recensione). Le Clézio, tuttavia, coglie quella che in Michaux non è
un’esperienza ricreativa e politica – a differenza ad esempio dei beatniks più o
meno coevi, nonché di stanza a Parigi più o meno nello stesso periodo – venendo
piuttosto corretta, secondo l’analisi di Carlo Mazza Galanti sull’Indiscreto,
con «un’attitudine sostanzialmente poetica e scientifica, o meglio
poetico-scientifica, e rigorosamente solipsista» improntata a un insieme di
«analisi, studio, sperimentazione attiva, comprensione dei meccanismi
psicofisiologici del corpo-mente, […] sforzo di afferrare la materia di cui è
fatto il pensiero, di spingersi fino a scoprirne le regioni più remote». Le
Clézio raccoglie idealmente il testimone proprio da questi ultimi passaggi, nel
tentativo di spingersi verso quelle «regioni più remote» e anche, com’è
prevedibile, di ampliare l’esplorazione al di là delle più semplici consonanze
con l’opera del proprio maestro.
Della poesia di Michaux, in effetti, Le Clézio non si mostra interessato a
fornire un’analisi puntuale, eppure i testi di quest’ultimo intrattengono
relazioni evidenti con le poesie del suo maestro intitolate “Icebergs” e “Iniji”
– quest’ultima riportata anche nell’edizione Bibliotheka, nella traduzione di
Maini – e, anzi, si qualificano anche in modo esplicitamente come analisi in un
caso, ovvero nel testo introduttivo a “Verso gli iceberg”, sottotitolato,
appunto, “Un’analisi”. A Le Clézio interessa, piuttosto, la forza performativa
della poesia di Michaux, radicata nel suo confronto a tutto campo, di matrice
dichiaratamente orientalista, con il silenzio: «D’azione è il potere di questa
parola: non è illustrazione, né pretesto, ma creazione immediata simile a un
gesto, a una danza. Ci ritroviamo catturati dall’urgenza di ciò che viene detto
e mostrato: cose nascoste, a volte cose sacre, che non eravamo riusciti a vedere
e che erano rimaste sullo sfondo della coscienza; cose che custodivamo, senza
saperlo, come dietro l’occipite, e di cui percepivamo confusamente il dolore». A
seguire, parlando di “Iniji”, Le Clézio indica come questa magnificenza della
lingua, appresa dal maestro e poi trasformata nel proprio percorso laicamente
iniziatico (a partire dallo sguardo della pupilla dilatata e rivolta verso
l’occipite e allo stesso tempo verso la volta del cielo, in Midriasi, o
nell’esplorazione del Nord, in Verso gli iceberg), non sia soltanto
autoconclusa, o ieratica, ma indichi un percorso che può ancora essere espanso:
«Lingua insensata che avanza, magnificamente autonoma come il corpo di un
delfino, che fila senza sforzo lungo il mio corpo, superandolo e prendendosi
gioco di lui, veloce attraverso la massa che non può frenarla. Non dire nulla,
non dire più nulla dopo Iniji. Ma non è quello che vuole questa lingua. Perché
dovrebbe renderci muti? La musica entra dalle orecchie e deve uscire di nuovo
dalla bocca, oppure, dai fianchi».
La musica di Michaux continua a fluire e a espandersi anche in un altro caso
abbastanza recente, fra quelli noti a chi scrive, ossia in Ma ralentie (Éditions
d’autre part, 2018; Prix Auguste Bachelin 2018) della scrittrice svizzera
francofona Odile Cornuz – libro inedito in italiano, del quale avevo tentato la
traduzione di alcuni estratti qui e qui. Come si può facilmente intuire, in
questo caso il canovaccio esteso da Cornuz fino a diventare un lungo récit –
costantemente sospeso sul filo tra finzione e non fiction e dunque non lontano,
almeno in alcuni passaggi, dagli esiti di Le Clézio in termini di genere, anche
se con maggiore eclettismo formale – è “La ralentie” di Michaux, del 1938, forse
una delle sue poesie più note. Nel farlo, la dilatazione orchestrata da Cornuz
non si muove né sulle note, più facili e scontate, della retorica della slow
life – consustanziale, in realtà, all’accelerazione della temporalità
neoliberale, con la sua alternanza tra euforia e depressione – né tantomeno
sulle note del “comico profondo” di Michaux, cogliendo comunque – come ha
osservato Jean-Louis Kuffer nella sua recensione – un motivo di ripartenza
nonché di adesione gioiosa: «Ralentie peut-être mais avec joie».
Si verifica così un altro colpo di coda della coscienza magica di Michaux,
destinata, come già rilevava Maurice Blanchot (in Henri Michaux ou le refus de
l’enfermement, Farrago ed., 1999), a dilatarsi ed espandersi, non solo nella
propria ma anche in altre scritture: «Questo è il sogno angoscioso della
coscienza magica. Vuole uscire da se stessa, ma non può uscirne se non rendendo
presente un mondo dove essa si incontra sempre. Questa coscienza tende a
superarsi, e superarsi significa per lei espandersi ovunque, diluirsi in ogni
cosa, trovarsi là dove non si trova». Magia, inoltre, che è soffio sempre
sospinto dal vento, che compare tanto verso la fine della “Ralentie” («Ils
parlent de Dieu, mais c’est avec leurs feuilles. / Ils ont des plaintes. Mais
c’est le vent.») quanto, con maggior rilievo e pregnanza, nei testi di Le Clézio
(qui un’occorrenza a titolo di esempio, fra le tante: «Il silenzio è così
grande, qui dove inizia il vento, qui dove prendono forma le parole del
linguaggio»), ricongiungendosi con quel « vento terribile » che soffia in
Ecuador di Michaux.
È invece l’opera del Michaux artista visivo a riemergere in una recentissima
opera di Tommaso Lisa, Cantos dei tarli I-XXXIII (Villa Rondinelli Edizioni,
2025). Autore, nel 2024, del Grande libro dei tarli per ExOrma, Lisa propone ora
un’opera verbovisiva che già a partire dal titolo si rifà ai modelli poetici
canonici di Dante (per il numero di canti) e di Ezra Pound (per la declinazione
come Cantos, ma anche per la possibilità di lettura molteplice e
“ideogrammatica” dei versi, che si possono combinare in verticale, in
orizzontale e in diagonale tra le pagine pari e dispari) nel contesto di
un’aggiornata prospettiva post-antropocentrica, e quasi “entomocentrica”. Non
più scolopendre, ma tarli: i versi di Lisa sono infatti accompagnati da grafismi
che nascono come calchi di gallerie di tarli, stilizzati a china e poi
vettorializzati da Elisabetta Porcinai, che denunciano analogie talora
incredibili, ma di certo inequivocabili, con alcune opere pittoriche di Henri
Michaux, tra cui quella cui allude esplicitamente una didascalia in chiusura di
libro: «HENRI MICHAUX, Senza titolo 1963, inchiostro di china su carta 322 x 417
mm». Tale didascalia, tuttavia, prelude a una pagina bianca, configurandosi come
una citazione in assenza – dovuta anche a una non trascurabile difficoltà
nell’ottenimento dei diritti di riproduzione dell’opera visiva, difficoltà che
sembra ripercuotersi anche sulla riproduzione dei testi poetici dell’autore, ed
essere una delle cause materiali, forse più triviali ma anche più pressanti,
della “dilatazione” dei testi di Michaux in altri testi – cui però viene
esaustivamente dato corpo nell’intera trama verbovisiva del libro: ennesima e
assai perspicua dimostrazione dell’afterlife dell’opera di Michaux nelle
scritture radicali e di ricerca contemporanee, anche al di fuori dei limiti
della francofonia.
L'articolo Expanding Michaux proviene da Pulp Magazine.