Propaganda su sicurezza e detenzione amministrativa, tra circolare e decreto
1. Come si è verificato altre volte in passato, ad ogni mancata risposta da
parte della maggioranza ai problemi reali, che riguardano anche la sicurezza di
tutti, non solo dei cittadini, e le politiche migratorie, il governo tenta di
conquistare consensi con la decretazione d’urgenza: un nuovo decreto legge da
inserire nel pacchetto sicurezza che dovrebbe essere adottato all’inizio di
febbraio.
Un provvedimento di cui, malgrado manchi ancora un testo definitivo, si
conoscono già le eterogenee disposizioni, dalle “zone rosse” estese a
discrezione, ai DASPO ed ai “fermi di polizia preventivi” prima delle
manifestazioni, di “persone sospettate di costituire un pericolo”, fino alle
misure contro la diffusione dei coltelli tra i giovani, che riguardano materie
che nulla hanno in comune con le politiche migratorie, salvo l’apparente
corrispondenza a quanto richiesto con forte rilievo mediatico e politico da
quell’elettorato di destra che antepone il mantra “legge ed ordine” alla
soluzione delle questioni sociali.
Come se gli strumenti repressivi, al centro della decretazione d’urgenza,
potessero eliminare una violenza diffusa nei grandi centri urbani,
l’irregolarità e l’emarginazione dei migranti, la criminalità giovanile, che si
utilizzano in modo strumentale per radicalizzare scontri che alimentano poi
ulteriore repressione. Un circuito vizioso che giova soltanto a chi non vuole
dare soluzione ai problemi e ricorre alla propaganda della paura ed alla
criminalizzazione del dissenso per diffuse campagne di distrazione di massa e
per orientare il corpo elettorale a proprio vantaggio.
Mentre si sta completando il progetto di asservimento della magistratura,
destinataria di precise intimidazioni nei confronti di quei giudici che
applicano la legge in senso conforme alla Costituzione ed al diritto
sovranazionale, senza allinearsi agli indirizzi selettivi e punitivi imposti
dall’esecutivo. Che vuole trasferire alle forze di polizia (inclusi i
carabinieri e la guardia di finanza) dipendenti dai diversi ministri, poteri di
indirizzo sempre più ampi, come la direzione delle indagini giudiziarie che oggi
compete al pubblico ministero.
L’immigrazione rimane al centro della propaganda diffusa a reti unificate dai
paladini della sicurezza. Tra le misure repressive annunciate dal governo per
dare maggiore efficacia alle procedure di rimpatrio degli immigrati irregolari
destinatari di un provvedimento di espulsione si profila un nuovo giro di vite
sulla detenzione amministrativa nei CPR (centri per i rimpatri) e nelle altre
strutture a disposizione delle forze di polizia per il trattenimento prolungato
di persone che, senza il riconoscimento da parte del paese di origine, non si
riuscirà comunque a rimpatriare. In caso di mancanza di posti, i questori
potranno disporre trasferimenti anche in strutture notevolmente distanti, da una
parte all’altra dell’Italia, e forse anche in Albania.
Il Viminale annuncia per questo nuovi fondi. Ma non si vuole riconoscere che
rispetto ai numeri propagandati per le espulsioni promesse prima delle elezioni
non ci sono possibilità reali di dare esecuzione a decine di migliaia di
provvedimenti di accompagnamento forzato emessi ogni anno, anche nei confronti
di richiedenti asilo denegati, magari con ricorsi ancora pendenti davanti
all’autorità giurisdizionale.
Gli accordi con i paesi di origine non funzionano, e dopo la sentenza della
Corte di Giustizia UE del 1 agosto 2025 il ricorso alla categoria di paese di
origine sicuro, ed ai centri in Albania, non appare più funzionale a facilitare
le espulsioni. Ancora più fumosa la prospettiva, pure ventilata, di espulsioni
verso paesi terzi sicuri, categoria che risulta controversa nella legislazione
europea che deve ancora entrare in vigore, per dare attuazione al Patto europeo
sulla migrazione e l’asilo.L’ultimo rapporto delle associazioni italiane sui
Centri per i rimpatri è impietoso e fotografa una situazione totalmente
fallimentare dei CPR (centri per i rimpatri), oltre che sul piano funzionale,
dal punto di vista strutturale, e sotto il profilo della ricorrente violazione
dei diritti fondamentali in tutti i centri di detenzione amministrativa
attualmente operativi in Italia.
La Corte Costituzionale con la sentenza n.96/2025, rilevava come la vigente
normativa dettata dall’art. 14 del Testo Unico sull’immigrazione (TUI)
risultasse lesiva del principio costituzionale della riserva di legge in materia
di libertà personale (art.13 Cost.), in quanto «del tutto inidonea a definire,
in modo sufficientemente preciso, quali siano i diritti delle persone trattenute
nel periodo – che potrebbe anche essere non breve – in cui sono private della
libertà personale», rimettendo «pressoché l’intera disciplina della materia a
norme regolamentari e a provvedimenti amministrativi discrezionali», ed aveva
quindi richiesto al legislatore un intervento per definire le modalità del
trattenimento amministrativo. Il governo Meloni si sta orientando in una
direzione opposta, prima con circolari ministeriali ed adesso con la
decretazione d’urgenza, esaltando i poteri discrezionali di questori e prefetti,
in una materia come la libertà personale che è coperta da precise garanzie
costituzionali come la riserva di legge e la riserva di giurisdizione (art.13
Cost.).
Sulla base di una perenne emergenza sicurezza, che non si potrà certo risolvere
con l’allontanamento forzato di alcune migliaia di persone, il pacchetto
sicurezza che si annuncia per febbraio contiene norme, che potrebbero finire in
un decreto legge, secondo cui si delimita il sindacato del giudice nella
convalida dei provvedimenti di accompagnamento forzato alla frontiera e di
trattenimento amministrativo, “tenendo conto delle acquisizioni della
consolidata giurisprudenza italiana e internazionale, al fine di evitare
distorsioni interpretativo-applicative”. Distorsioni che sarebbero imputabili
evidentemente ai giudici che non convalidano le misure di trattenimento, mentre
adesso il ministro dell’interno si erge a “controllore” di organi
giurisdizionali.
Sembra che con la nuova decretazione d’urgenza si voglia reagire ad alcuni
pareri dell’Ufficio Massimario della Corte di Cassazione che lo scorso anno,
proprio in materia di detenzione amministrativa, pur riassumendo la consolidata
giurisprudenza della Corte, sono stati considerati da esponenti della
maggioranza come un attacco ai provvedimenti posti in essere dal governo.
Con il decreto legge “sicurezza” in arrivo sull’onda di scontri di piazza che
hanno fortemente colpito l’opinione pubblica, si tenta ancora una volta di
limitare i ricorsi giurisdizionali delle persone immigrate destinatarie di un
provvedimento di espulsione. Si svuotano i diritti di difesa con la previsione
che il gratuito patrocinio non sia più automaticamente garantito nei
procedimenti di opposizione all’espulsione. In caso di violazione
reiterata dell’ordine di lasciare il territorio nazionale, si prevede che
il rimpatrio con accompagnamento forzato possa avvenire senza l’adozione di un
nuovo provvedimento formale che l’autorità giudiziaria dovrebbe convalidare.
Risulta così svuotato il principio di effettività della difesa sancito
dall’art.24 della Costituzione, e richiamato in diverse occasioni dalla Corte di
Giustizia dell’Unione europea e dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo.
2. Mentre appare ancora incerta la portata effettiva delle previsioni
riguardanti la detenzione amministrativa che saranno contenute nel nuovo
pacchetto sicurezza, che dovrà concretizzarsi in un decreto legge e in un
disegno di legge, il ministro dell’interno Piantedosi ha diffuso una circolare
(direttiva) per sollecitare “con la massima determinazione” le espulsioni per i
migranti violenti che minacciano “la sicurezza pubblica”. Secondo
Piantedosi, “si rende quanto mai necessario che sia disposto il rimpatrio con
accompagnamento alla frontiera degli stranieri irregolari che, per il loro
comportamento, sulla base di elementi di fatto, possano ritenersi una minaccia
per l’ordine e la sicurezza pubblica, ponendo in campo ogni sforzo organizzativo
utile a darvi corso”. Nei loro confronti si prevede che “sia disposto il
trattenimento nei CPR con priorità”, formalmente in base dall’art. 14. comma
1.1. del decreto legislativo n. 286/1998, ma nella sostanza sulla base di una
valutazione amministrativa fortemente discrezionale.
Secondo la circolare del Viminale “qualora singoli alloggi o addirittura, come
pure è accaduto, interi settori dei Cpr siano resi inutilizzabili, si provveda a
trasferire i migranti ivi trattenuti presso altri centri di trattenimento,
escludendosi la possibilità di dimissioni dalla struttura con ordine di
allontanamento del questore onde evitare che tale prospettiva possa incentivare
comportamenti violenti”. Il trattenimento amministrativo appare dunque
finalizzato a garantire la sicurezza pubblica (impedire “efferati delitti”)
piuttosto che all’esecuzione effettiva del rimpatrio, una prospettiva opposta
rispetto alle previsioni in materia di trattenimento amministrativo dettate
dalla vigente Direttiva “rimpatri” 2008/115/CE, e persino dal
prossimo Regolamento sui rimpatri approvato lo scorso dicembre dal Consiglio
UE, ancora non entrato in vigore.
Con questa ennesima direttiva ministeriale viene stravolto il rapporto stabilito
dalla Costituzione tra norma di legge e provvedimento amministrativo, e materie
che dovrebbero essere disciplinate dal legislatore, riguardando la libertà
personale, coperta dalla riserva di legge, rimangono invece oggetto di atti
discrezionali di singoli ministri, con un progressivo svuotamento dello Stato di
diritto, principio fondante del sistema democratico.
Con la circolare Piantedosi si chiede ai questori di destinare “risorse adeguate
all’accompagnamento degli stranieri presso i CPR assegnati, a qualsiasi distanza
questi si trovino. Qualora, peraltro, per esigenze o circostanze contingenti,
ciò non risulti possibile, interesseranno la Segreteria del Dipartimento della
pubblica sicurezza affinché assicuri ogni supporto logistico o di personale
utile a tale scopo”. Sarebbe anche esclusa “la possibilità di dimissioni dalla
struttura con ordine di allontanamento del questore onde evitare che tale
prospettiva possa incentivare comportamenti violenti”, e verrebbe ridotta la
possibilità di accertare l’inidoneità fisica della persona rinchiusa nel centro
di detenzione rispetto al trattenimento amministrativo, e dunque di stabilire la
sua liberazione.
Con la stessa circolare i Prefetti vengono invitati “a stipulare convenzioni con
l’ASL per applicare pienamente l’art. 3. comma 2. della direttiva 19 maggio 2022
del Ministro dell’interno “ in modo da garantire il trattenimento nei Centri di
detenzione anche in assenza di visita medica per l’accertamento dell’idoneità
alla vita di comunità ristretta, a condizione che tale visita sia effettuata
entro 24 ore dall’ingresso. Per evitare che “l’idoneità alla vita di comunità
ristretta possa essere esclusa, in via automatica, sulla base del mero
accertamento di condizioni di tossicodipendenza dello straniero” si sollecitano
i Prefetti a “stipulare apposite convenzioni con i locali SerD”. Previsioni che
aumenteranno in modo esponenziale le condizioni di disagio psicofisico che già
caratterizzano i centri di detenzione in Italia, con un diffuso ricorso a
psicofarmaci, ai quali corrisponde un insostenibile clima di tensione che la
circolare Piantedosi andrà ad esasperare.
I diritti di difesa delle persone immigrate irregolari, malgrado un recente
intervento della Corte di Cassazione (Ordinanza n.188 del 4 settembre 2025) che
ne riconosce la valenza effettiva, sembrano sempre più limitati ad un mero
riconoscimento formale. Al contrario, per la Consulta, va richiamata la “tutela
prevalentemente riparatoria e compensativa offerta dal generale principio del
neminem laedere, ai sensi dell’art. 2043 c.c., e il rimedio dei provvedimenti
d’urgenza ex art. 700 c.p.c.”, mentre “ lo statuto costituzionale della libertà
personale comprende l’esistenza di rimedi giurisdizionali a presidio non
soltanto della legittimità delle misure limitative, ma anche delle modalità con
cui esse sono applicate, in virtù degli artt. 24 e 111 Cost.” I rimedi
giurisdizionali devono avere portata effettiva, senza eccezioni personali, e
vanno riconosciuti a tutte le persone straniere private della libertà personale.
Le modalità di trattenimento decise in via amministrativa appaiono in contrasto,
oltre che con le sovraordinate fonti normative internazionali, con i più
elementari principi di umanità e di tutela dei diritti fondamentali delle
persone trattenute nei CPR per effetto di provvedimenti questorili, sanciti
dalla Costituzione. Come ha affermato la sezione specializzata della Corte
d’appello di Cagliari, Sez. distaccata di Sassari (N.R.G. 290/2025 del 4 luglio
2025): “in assenza di quella determinazione dei ‘modi’ della detenzione, non
‘ancora’ disciplinati dal legislatore con fonte primaria, non può che
riespandersi il diritto alla libertà personale, il cui vulnus è chiaramente
espresso dalla Consulta, perché qualunque ‘modo’ non disciplinato da norma
primaria non riveste il crisma della legalità costituzionale ed è legalmente
inidoneo a comprimerla”. Non si può prevedere adesso quale sarà la risposta dei
giudici a questa nuova decretazione d’urgenza ed alla circolare ministeriale che
incide tanto profondamente sulle modalità di trattenimento, che dovrebbero
essere regolate per legge, in conformità al riconoscimento effettivo dei diritti
fondamentali previsti dalla Costituzione. Di certo si tratta di una materia
nella quale sarà determinante la residua autonomia della magistratura rispetto
al potere esecutivo, come si potrà verificare presto su scala più ampia con
riferimento ai diritti di libertà di tutte le persone sottoposte alla
giurisdizione italiana.
Le forme di limitazione della libertà personale, e della libertà di
circolazione, affidate ad una discrezionalità sempre più ampia delle autorità
amministrative, sperimentate contro le persone migranti in condizione di
irregolarità, inclusi i richiedenti asilo destinatari di un provvedimento di
diniego, si stanno rapidamente estendendo ai cittadini, per i quali si prevede
l’inasprimento degli strumenti di controllo e dei divieti generalizzati, che non
colpiscono le frange più violente, ma vanno inesorabilmente a segnare una svolta
autoritaria che limiterà l’esercizio delle libertà democratiche (di
manifestazione, di associazione, di circolazione, ed in prospettiva, di
manifestazione del pensiero) per tutti i cittadini. Al di là della tutela
giurisdizionale che sarà ancora azionabile, dopo la riforma della giustizia che
si avvia alla verifica referendaria, sarà necessario rafforzare le reti di
difesa legale, e promuovere nuove aggregazioni del corpo sociale che, dal basso
ed in modo diffuso, costituiscano barriere di resistenza quotidiana di fronte
alla degenerazione securitaria in corso.
Fulvio Vassallo Paleologo