Emanuel Schikaneder / Armonie dell’umano
Profondamente radicato nella tradizione popolare viennese e, nel contempo,
legato a misteriose simbologie massoniche, Il flauto magico è una fiaba di
infantile levità e di universale pregnanza. Siamo di fronte a un Singspiel,
ovvero a un lavoro nel quale l’equilibrio fra musica e parola è di particolare
importanza. Che poi la sublime partitura vergata da Mozart, in alcuni contesti,
abbia relegato il testo in secondo piano è un altro discorso. Nelle
rappresentazioni teatrali, in particolare fuori dall’ambito tedesco, il libretto
viene di solito accorciato per agevolare un pubblico non padrone dell’idioma. In
questo contesto ci sforzeremo di dimenticare per un attimo la magnifica veste
sonora confezionata dal genio di Salisburgo, per parlare del lavoro di Emanuel
Schikaneder appena ripubblicato e delle sue innumerevoli suggestioni. Converrà,
in primo luogo, delinearne brevemente il ritratto.
Bavarese originario di Straubing, Schikaneder è un impresario teatrale dalle
risorse inesauribili, un attore dotato di vis comica non comune e un valevole
cantante. Se oggi è ricordato quasi esclusivamente per il suo rapporto con il
compositore austriaco, non dobbiamo dimenticare che egli fu uomo di teatro fra i
più apprezzati nella sua epoca. Mozart lo ritrova a Vienna, rinnovando
un’amicizia e una sintonia d’intenti già sorta a Salisburgo. Entrambi massoni,
trovarono nel soggetto fiabesco terreno fertile per le loro idee. A dire il vero
la massoneria, in auge sotto Giuseppe II, dopo la sua morte si trovò presto a
mal partito, in quanto promotrice di ideali libertari ostili all’ordine
costituito, apparentati con la Rivoluzione francese.
Forse dobbiamo proprio a Mozart l’alto contenuto morale del Flauto magico, che
nella prima stesura del libretto doveva risultare meno denso. Il testo porta la
firma di Schikaneder, ma alla sua creazione contribuirono in maniera decisiva
gli scritti di Ignaz von Born, sia riguardo l’ambientazione egizia, sia per
quanto concerne l’inesausta tensione verso la saggezza, la verità e l’armonia
fra gli uomini. Siamo di fronte a un libro colmo di utopie, tanto più necessario
in un periodo di sconvolgimenti profondi come quello attuale. Nella prefazione,
con il consueto acume, Pietro Citati delinea le fattezze di un Mozart
particolarmente inquieto e prossimo alla morte, anche se impegnato nella stesura
di un’opera dalle derive giocose e infantili. Gli sta accanto Schikaneder il
quale, con il suo istrionico talento, deve aver allietato almeno a tratti
l’estrema stagione del salisburghese. Da questo singolare incontro scaturì non
solo un’opera fra le più alte nella storia della musica, ma anche un testo che
ha una propria dignità autonoma sia per la fantasiosa elaborazione, ma
soprattutto per i valori etici che incarna. Bernhard Paumgartner, nel suo noto
saggio su Mozart, afferma che i successivi libretti di Schikaneder “non furono
che derivazioni di quest’opera”. Una commedia fiabesca in grado di anticipare la
nascente sensibilità romantica, un lavoro unico nel suo genere per vastità di
pensiero e per l’universalità del messaggio proposto.
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