Tag - Torino manifestazione 31 gennaio 2026

Ai movimenti: non lasciamo il dissenso alla repressione
“La storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa”, scriveva Marx nel Diciotto Brumaio. Ci pensavo guardando le immagini di sabato scorso, a Torino. Sembrava di rivedere, in scala ridotta, quelle del luglio 2001 qui a Genova. La grande presenza unitaria di uomini e donne di tutte le età e di varia provenienza che hanno manifestato lungo il percorso fino alla fine. L’arrivo di chi viene subito nominato come “guastatore. Le forze dell’ordine massicciamente presenti, addobbate per la guerra. I petardi da una parte, i candelotti lacrimogeni dall’altra, le botte date nel mucchio. A Torino per fortuna nessun morto, nemmeno in coma, solo un poliziotto preso a calci. Delle altre persone ferite molti solerti giornalisti non hanno neppure parlato: sembra che sia diventato normale tornare a casa dopo una giornata di legittima protesta con la testa sanguinante e qualche osso rotto, si tratti di cittadinǝ che difendono il proprio territorio, operaǝ che difendono il posto di lavoro, studentǝ davanti a scuole e università. Eppure la protesta resta un diritto costituzionale, non un favore concesso, ma un elemento essenziale della democrazia. Manifestare significa rendere visibile un conflitto, portarlo nello spazio pubblico, chiedere che venga riconosciuto e discusso. Oggi, invece, il dissenso viene punito a prescindere, svuotato di legittimità politica e riscritto come devianza. Decreto dopo decreto, il perimetro di ciò che è considerato accettabile si restringe. Esporre un dubbio, avanzare una critica, rischia di diventare un atto pericoloso, un reato penale da perseguire. In questo contesto, vale la pena interrogarsi sul concetto stesso di violenza. Si parla molto di violenza contro le cose e contro le persone durante le manifestazioni. Si parla poco, invece, di altre forme di violenza, più pervasive e difficili da nominare. La violenza economica che frustra sistematicamente le aspettative di una generazione. La violenza semantica che delegittima chi dissente, trasformandolo in nemico interno. La violenza comunicativa e propagandistica che produce paura, semplifica il reale, cancella le cause dei conflitti. Molti giovani scendono in piazza non per vocazione allo scontro, ma perché vedono traditi i valori che la democrazia dovrebbe difendere. Vivono un presente di ansia e paura, un futuro incerto, un lavoro instabile, un diritto allo studio sempre più fragile. Quando ogni canale di partecipazione appare chiuso, la protesta diventa l’unico linguaggio disponibile. È una richiesta di ascolto. Nel clima attuale si sta affermando da tempo una cultura reazionaria: chi pone domande viene marginalizzato, chi critica viene deriso e isolato, chi prova a partecipare viene spinto ai margini del dibattito pubblico. Da qui nasce un conflitto che si radicalizza, perché non trova luoghi di mediazione. A questo punto la domanda non può che essere politica. Che cosa può fare la politica, se non riappropriarsi degli spazi che le competono? Spazi di confronto, anche aspro, anche scomodo. Spazi in cui incontrare i giovani, tutti, anche quelli considerati “cattivi”. Non per giustificare ogni gesto, ma per sottrarre il conflitto alla sola gestione repressiva. Genova ha mostrato cosa accade quando la politica abdica a questo ruolo e lascia alle forze dell’ordine il compito di gestire il rapporto con chi protesta. Un rapporto che viene inevitabilmente trattato come questione di ordine pubblico. Ancora 25 anni dopo, Torino lo ricorda. Quando la protesta viene lasciata sola, viene anche delegittimata politicamente. Che fare, allora? Tocca a noi ampliare il consenso, costruire alleanze, radicarsi nei territori. Rendere la partecipazione contagiosa, non un gesto isolato. Uscire dalla logica delle avanguardie e ricostruire spazi collettivi di parola, conflitto e partecipazione. Tocca a noi, ancora e sempre, inventare metodi nuovi o mutuati dalle lotte – ricchissime di esempi – di chi ci ha preceduto. Senza questa assunzione collettiva di responsabilità, la storia continuerà a ripetersi Osservatorio Repressione
February 12, 2026
Pressenza
Le polizie del dispotismo italico fra brutalità, “gioco del disordine” e divisione fra “sovversivi” e pacifici
Per cercare di capire al meglio i fatti del 31 gennaio scorso a Torino è innanzitutto indispensabile osservare che il governo Meloni e il suo ministro dell’interno hanno agito lo sgombero brutale della sede dell’Askatasuna grazie all’assist del sindaco Lo Russo che ha scelto di assecondare l’obiettivo della criminalizzazione di questo centro sociale come atto esemplare per avviare la nuova fase del disegno neofascista. Senza questo tradimento del sindaco PD è probabile che tale azione avrebbe suscitato un’immediata reazione della maggioranza della città. Ma ecco che la destra PD, seguendo il noto orientamento reazionario dei Violante, Minniti ma anche Veltroni, Del Rio e altri, ha creduto di poter dimostrare di competere con il sicuritarismo reazionario del governo e con la criminalizzazione dei movimenti compresa quella dei Pro-Palestinesi, i NOTAV e in genere tutte le mobilitazioni contro le scelte di questo governo. La sicurezza di questa ex-sinistra, infatti, non si discosta gran che da quella reazionaria e inoltre reclama più polizia e la “chirurgia poliziesca” per la contrapposizione fra “sovversivi” e pacifici (una contrapposizione che ricorda quella fra “classi laboriose” e “classi pericolose” in voga già nel XIX secolo -vedi Chevalier et Foucault). Ed è emblematico che in questa concezione della sicurezza non ci sia menzione delle insicurezze ignorate di cui è vittima la maggioranza della popolazione (supersfruttamento violento dal caporalato grazie anche alla indifferenza o persino la complicità di buona parte delle polizie, morti sul lavoro e malattie oncologiche dovute a contaminazioni tossiche diffuse grazie alla “sacra” produttività a tutti i costi, secondo il credo liberista sposato anche dall’ex-sinistra). Il sindaco Lo Russo rimprovera al ministro Piantedosi di non seguire il paradigma sicuritario dell’ex-sinistra e quindi ignora totalmente le brutalità e la effettiva devastazione che le polizie hanno realizzato durante lo sgombero del centro sociale e la militarizzazione totale del quartiere Vanchiglia sino all’obbligo per i residenti di esibire i documenti per l’accesso a tutta l’area istituita come zona rossa con grate alte 3 metri (vedi Osservatorio Repressione). E non a caso questo esimio sindaco ignora totalmente le molte brutalità delle polizie durante la manifestazione di fine gennaio. La complementarietà di fatto fra l’ex-sinistra e il governo neofascista permette al ministro Piantedosi di affermare che i violenti hanno potuto provocare “devastazione” grazie alla copertura dei pacifici. Decine di frammenti di video hanno mostrato lo svolgimento della manifestazione del 31 gennaio (vedi la diretta Live Torino): l’assetto del dispositivo poliziesco era imponente e abbastanza diffuso da permettere a tanti operatori delle polizie di massacrare di botte manifestanti isolati, assolutamente pacifici e persino fotoreporter (fra altri vedi qui e qui ;  e soprattutto il Dossier: il vero volto del governo nella gestione dell’ordine). Almeno 45 i manifestanti feriti dalle polizie. Ma a ben guardare la sequenza della diretta Live Torino si può osservare che di fatto le polizie “giocano il disordine”, usando migliaia di lanci di lacrimogeni spesso sparati ad altezza dei manifestanti, idranti, barriere ecc. Ma non attaccano il corteo né i cosiddetti militanti “antagonisti” o “radicalizzati” che a loro volta non attaccano mai le polizie e si limitano a scagliare qualche pietra o delle sedie di plastica, razzetti da fuochi d’artificio per poi allontanarsi dallo schieramento delle polizie. E’ peraltro alquanto ridicolo parlare di black bloc; quelli conosciuti da Seattle e solo per neanche mezza giornata a Genova e dopo in Germania e altrove non esistono più (sono passati oltre 25 anni, sono ultra cinquantenni o sessantenni!). E va ricordato che – come scrisse l’allora PM Enrico Zucca – dopo i primi gradi di giudizio, i venticinque” imputati per essere condannati in maniera esemplare per i disordini al G8 di Genova, diventarono solo 10. “Il nucleo centrale della ricostruzione accusatoria fu, infatti, ribaltato dalle sentenze, in cui si accerta che l’elemento catalizzatore dei più gravi disordini avvenuti è l’attacco indiscriminato da parte delle forze dell’ordine a un corteo pacifico e autorizzato. Viene addirittura riconosciuta per circa la metà degli imputati la discriminante della reazione all’atto arbitrario del pubblico ufficiale. Si tratta, dicono i giudici, di una rivolta giustificata” (E. Zucca, “Genova: 14 anni dopo il luglio 2001”, in Il Ponte del 4-5/2015, a cura di Livio Pepino). I cosiddetti antagonisti di oggi sono solo dei militanti che cercano di resistere alle brutalità poliziesche ma nulla più. Invece, a ben guardare la sequenza della diretta Live Torino si vede che le polizie abbiano appunto giocato al disordine: non hanno attaccato i manifestanti come avrebbero potuto, hanno lasciato incendiare un furgone della PS, e spesso stavano a guardare tranne quando alcuni agenti si sono passati il piacere di bastonare a sangue qualche manifestante pacifico. Il tanto sbandierato caso del poliziotto “massacrato a martellate” si è rivelato una bufala. Come racconta Rita Rapisardi che era a qualche metro dal fatto: « le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli […] vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in tenuta antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero […] Uno dei poliziotti esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello). Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, “basta, basta, lasciamolo stare”. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno». Invece tutti i media di regime, imbeccati dal video mutilato postato dal ministro Crosetto, gridano “il poliziotto assaltato, circondato, preso a martellate”. Come è noto è seguita dopo la messa-in-scena della sig.ra Meloni che accorre al capezzale del poliziotto “massacrato” e del suo collega: una farsa tanto maldestra da suscitare l’ilarità pubblica: il collare sanitario non lo porta il poliziotto colpito ma l’altro, entrambi stanno sul lettino del pronto soccorso in divisa e con gli anfibi e poche ore dopo la visita della capa del governo sono dimessi e tornano a casa. Fra le tante testimonianze eccone una che in parte spiega il “gioco del disordine” scelto dalle autorità di polizia: «La polizia inspiegabilmente non aveva bloccato, o meglio sigillato, corso Regina Margherita come abbiamo visto fare nelle settimane precedenti. Si erano solo preoccupati di impedire che il corteo si dirigesse verso Porta Palazzo … ho deciso di seguire quel pezzo di corteo che, con lo striscione in testa, si dirigeva verso l’Aska (mentre la parte più consistente del corteo rimaneva fermo e interdetto se proseguire verso corso Regio Parco, come da percorso concordato, per quanto può valere). Lo scontro frontale e violento era purtroppo inevitabile, anzi favorito agevolato cercato invogliato coccolato e… È cominciata la sagra del lacrimogeno. Quel tratto di corso Regina fin dal giorno dello sgombero dell’Aska e per lunghe settimane dopo, è stato interdetto al traffico notte e giorno per evitare che loschi individui provassero ad avvicinarsi all’edificio occupato … E niente, proprio il giorno della manifestazione che chiamava a raccolta i centri sociali di tutta Italia (non è proprio così, sto sintetizzando perché “Torino è partigiana” è qualcosa di più) qualcuno si è scordato di sigillare quell’ importantissimo tratto di corso Regina Margherita». Dal punto di vista del governo il gioco del disordine ha funzionato, i media hanno sostenuto appieno l’allarme sino a gridare al pericolo di “ritorno agli anni di piombo” e purtroppo tanti democratici hanno accreditato la tesi che contrappone i violenti ai pacifici. I violenti sono accusati di aver fatto il gioco della stretta repressiva. Non ci si accorge che sono proprio l’ex-sinistra e chi sposa questo paradigma a favorire il governo neofascista che ha annunciato di presentare subito il nuovo decreto sicurezza con nuove norme fra le quali alcune che sono palesemente anticostituzionali (fra esse la “cauzione” da pagare per essere autorizzati ad andare a una manifestazione -vedi anche l’intervista di Rita Rapisardi a Zucca (Nuovi reati e pene iperboliche non risolvono i conflitti sociali). Nelle grandi manifestazioni ci saranno sempre militanti che cercano di agire con modalità “radicali” e la maggioranza che manifesta pacificamente. Ma tutti hanno il diritto di manifestare e i “radicali” non hanno alcuna intenzione di arrecare danno alla manifestazione, ma pensano che sia giusto resistere con modalità non solo passive, soprattutto quando si subiscono brutalità (vedi anche Mamme in piazza per la libertà di dissenso e Doppiozero). La coesistenza di pacifici e radicali è sempre stata una sorta di “dilemma” che di fatto è istigato dal potere repressivo; non è la presenza dei “radicali” che esaspera la repressione e l’autoritarismo. Il dispotismo di tipo hitleriano adottato da Trump e che il governo neofascista italiano come altri in Europa vogliono imitare non nasce come reazione a manifestazioni violente. Anzi negli ultimi due decenni in particolare si assiste a una evidente e generalizzata pacificazione delle proteste, mentre le brutalità poliziesche e ora delle milizie tipo l’ICE di Trump sono diventate più frequenti ed esasperate. Ed è normale che fra i giovani suscitino la volontà di reazione radicale, ma questo non autorizza nessuno a criminalizzarli come terroristi (si veda anche il libro di Benjamin S. Case, Rivolte di strada. Al di là della violenza e della nonviolenza, recensito qui: osservatoriorepressione.info. Criminalizzare i militanti che a Torino hanno cercato di resistere alle violenze poliziesche con un po’ di radicalità sino a dire che hanno fatto il gioco del governo è alquanto inopportuno e di fatto conduce a legittimare l’uso strumentale che ne fanno il potere e i suoi media (è in tal senso molto discutibile l’articolo di Rocco Alessio Albenese su Volerelaluna). Ricordiamoci che la radicalizzazione di una parte dei militanti negli anni ’70 sino a indurli alla lotta armata e alla tragica e paradossale illusione di “colpire il cuore dello stato” fu la reazione alle stragi di stato (da p.za Fontana sino alla stazione di Bologna) e il tragico rifiuto del PCI di cercare il dialogo con questi militanti, ma al contrario la sua solerzia nel reclamarne la criminalizzazione come terroristi per difendere uno stato infetto dalla deriva reazionaria. E per certi versi lo stesso si può dire a proposito dei 229 attentati che fece il gruppo dell’Affiche rouge contro i nazisti a Parigi così come quelli della Resistenza in Italia. Salvatore Turi Palidda
February 11, 2026
Pressenza
Il mosaico che nasce dalle lotte: una prospettiva autonoma nella frattura istituzionale
Pubblichiamo un’ampia sintesi del comunicato dei Centri Sociali Marche (CSM), i quali intervengono sui tema politico generale che investe direttamente la loro comunità.  Essi prendono parola rispetto alla manifestazione del 31 gennaio scorso, partendo da un giusta considerazione: in quel di Torino non si manifestava per una delle tante vertenze sindacali, ma per reagire e contrastare la chiusura degli spazi autogestiti, divenuti nei decenni presidi alternativi anche in difesa dei beni comuni dei centri urbani , “dove l’aggregazione sociale – scrivono i CSM– si trasforma in comunità politica, dove la produzione culturale diventa critica del presente e immaginazione di un futuro diverso, dove la rabbia si organizza in conflitto. Sono luoghi di controinformazione, di mutualismo, di sperimentazione di forme di vita fuori dalle logiche del mercato“[accì] E’ passata solo una settimana dalla oceanica manifestazione di Torino e le piazze sono tornate a riempirsi con i porti bloccati dagli scioperi e dai cortei che li hanno attraversati e la manifestazione di Milano che ha rovinato il siparietto dell’inaugurazione dei giochi olimpici. Minacce e intimidazioni governative accompagnate dalla retorica poliziottesca del campo largo non hanno silenziato le piazze, che sono tornate ad esprimersi con determinazione, ma anche con quella gioia che solo la ritrovata potenza dell’osare collettivo è capace di dare. Le mobilitazioni di questi giorni, che continuano e si ostinano a tenere la parola, rendono evidente la forza di sedimentazione comune che la molteplicità e diversità dei fronti di lotta sono in grado di produrre al di là del contenuto di volta in volta trainante. […]Sgomberare un Centro Sociale non significa solo chiudere uno “stabile abusivo”, ma sradicare un nodo di socialità ribelle, tentare di spezzare una trama di relazioni, cancellare uno spazio di pensiero e organizzazione libero. Le mobilitazioni a difesa di Askatasuna contengono in sé un pezzo di progettualità, la difesa del diritto alla città, della possibilità di esistere collettivamente al di fuori della merce e della repressione, la necessità della riappropriazione collettiva dello spazio pubblico strappato all’occupazione militare che ha caratterizzato il quartiere Aurora e Vanchiglia nelle settimane successive allo sgombero. La militarizzazione dei quartieri, i sistemi repressivi, i divieti e le identificazioni di massa costituiscono la risposta classica dello Stato quando viene intaccata la sua sovranità su un territorio: la risposta di piazza ha intaccato quel dispositivo rifiutandosi di essere confinata nei margini consentiti, trasformando la solidarietà emotiva in un fatto organico e politico, che riconosce in uno spazio sociale autogestito un nodo cruciale della rete di resistenza che unisce la città alle sue periferie e alle comunità in lotta. Quel campo gravitazionale specifico, proprio per la sua capacità di essere motore e, quindi, “moto” sociale e popolare, non deve essere disperso in una visione generalista, che rischierebbe in ultimo di essere depotenziante, ma deve trovare una sua specifica prospettiva di continuità e di espansione. La latitudine di una mobilitazione non è data dai contenuti che le vengono cuciti addosso, ma dalla massima valorizzazione del significante primario che ne ha catalizzato l’aggregazione ed il “sentimento” comune. Questo non riduce affatto le potenzialità di generalizzazione che ogni conflitto porta con sé, ma al contrario ne dipana le strategie articolandole in una pluralità di fronti di lotta, che maturano “sul campo” la loro unificazione e i successivi passaggi di connessione. La medesima visuale è possibile applicarla alle mobilitazioni milanesi contro le “insostenibili olimpiadi” con il suo giusto monito “know your enemy”, allo sciopero internazionale dei porti o, guardando alle nostre spalle, alle mobilitazioni a fianco del popolo palestinese dell’autunno. Le diecimila persone che hanno attraversato le strade di Milano il 7 febbraio sanno benissimo che le sessantamila persone che erano il 31 gennaio a Torino sono dalla loro parte, sono con loro, così come chi è defraudato dei suoi diritti pensionistici e dell’assistenza sanitaria sa benissimo che i sessantamila manifestanti di Torino e i diecimila manifestanti di Milano sono dalla loro parte. E anche i nemici sono bravi a fare questo genere di conti. La dinamica di moltiplicazione dei terreni di scontro e la forza trainante della loro specificità, che nel contempo afferma il senso di comune appartenenza, costituiscono in questa fase il dispositivo più efficace di sedimentazione e consolidamento di un accumulo che può creare le condizioni per ulteriori passaggi di costruzione e stabilizzazione del conflitto: “agilità” dei contenuti che si traduce in “agibilità” politica dei percorsi e delle pratiche che essi esprimono. Al contrario, crediamo vadano in tutt’altro senso le “grandi alleanze”, con lunghi scadenzari e piattaforme, che dentro la logica sostanziale del “grande fronte”, burocratizzano i percorsi, sclerotizzano i contenuti e legittimano dinamiche e formazioni politico-istituzionali che sono parte del problema e non della soluzione. Esiste in questo momento un problema di organizzazione? Certo, esiste sempre un problema di organizzazione nei processi di sviluppo dei movimenti. Tuttavia, l’organizzazione è a sua volta un processo capace di interpretare i dati materiali, di implementare le connessione organizzative che già si producono nella sperimentazione concreta e, soprattutto, di misurarsi con lo stadio di avanzamento di una progettualità a cui il processo organizzativo è necessariamente orientato. Un fondamentale tratto distintivo che emerge dalle mobilitazioni di questi mesi è la forte rivendicazione di autonomia che si esprime nei contenuti e nelle pratiche e che emerge non come dato ideologico, ma come necessità imposta dalle condizioni, come reazione realistica e attuale ai cambiamenti di sistema in atto. Il potere ama le piazze inermi, telegeniche, possibilmente lontane. Le piazze che non mettono in discussione il proprio manganello, le proprie scelte, la propria idea di ordine. Le piazze di questi giorni e di questi mesi sono state l’esatto contrario: un corpo politico vivo, denso, conflittuale, che ha posto al centro la questione del conflitto reale, della sua autonomia e della sua auto-organizzazione. La verità è semplice e fa male: ciò che la “democrazia”, oggi, teme realmente è il conflitto reale e la sua capacità politica. Teme la possibilità che una soggettività collettiva autonoma e determinata possa mettere in crisi i meccanismi di dominio, lo sfruttamento, il controllo. Per il potere il vero “scandalo” della manifestazione di Torino è il fatto che sessantamila persone abbiano dimostrato di sapere perché erano lì e contro cosa. Questo è il conflitto politico che atterrisce il potere, sia quello di chi già governa, che quello di chi si candida a farlo, perché è irriducibile, perché non può essere ricondotto a negoziazione, perché è forza e coscienza, è autonomia che si rende costituente al di fuori dei dispositivi ordinamentali. E’ su questo dato che bisogna misurare la progettualità e i correlati processi organizzativi. Il punto non è, ovviamente, fare una radiografia di chi partecipa o non partecipa alle mobilitazioni, perché la forza dei movimenti è proprio nella loro straordinaria capacità di trascinamento, nella capacità di coinvolgimento anche di pezzi, realtà e soggettività che si attivano pur in contraddizione con le proprie grandi o piccole “patrie” di provenienza. Il punto è la progettualità complessiva che ogni mobilitazione, seppur in forma frammentaria, porta con sé, le aspirazioni che essa esprime, le pratiche che mette in campo, il rigetto della retorica tossica e divisiva che cerca di imporre la distinzione tra “manifestanti buoni” e “manifestanti cattivi”, o che invoca il fantasma degli “infiltrati”, il ruolo centrale e propulsivo svolto da un radicale e diffuso protagonismo giovanile. Sono le nuove generazioni, quelle più brutalmente colpite dalla precarietà esistenziale, dallo smantellamento del futuro, dal ricatto formativo e lavorativo, ad aver incarnato con maggior forza la necessità del conflitto. Questo protagonismo non è espressione di un generico “malessere”, ma di una presa di parola collettiva e di una pratica di lotta che rifiuta il ruolo di vittima passiva. È la risposta generazionale a un sistema che non offre prospettive se non quella di una sopravvivenza impoverita e controllata. La loro presenza massiccia e determinata segna il passaggio da un disagio individuale a una assunzione collettiva della necessità della rottura. Alla drastica riduzione dei diritti e delle garanzie sociali, alla povertà economica e culturale che ne deriva, al sentimento di solitudine, insicurezza e rabbia che queste politiche generano, il potere politico risponde con una sola, univoca risorsa: la repressione. In questo scenario, dove saltano le mediazioni e le istituzioni “democratiche” tornano alla loro essenza più nuda, ovvero quella del diritto che corrisponde alla forza, il primo passaggio organizzativo che si impone non è tanto sul piano delle strutture, quanto, piuttosto, sul piano proprio della progettualità, della visione e di una narrazione che assume la frattura istituzionale in atto per realizzarne l’interfaccia conflittuale, l’alternativa sociale, costruendo potere dal basso, nelle lotte, nelle comunità, nelle pratiche di autorganizzazione: il che significa chiedersi non a tavolino ma nella concretezza dell’agire, quali siano i percorsi attraverso cui è possibile tradurre la pratica dell’autonomia che già si esprime nelle piazze nel progetto di un’autonomia organizzata, di un’autonomia costituente. Questo primario passaggio, questo interrogativo fondante che impone di misurarsi con il tema del contro-potere sociale, segna una diversità profonda, non ideologica ma concreta e basata sulla realtà dei processi in atto, rispetto alla semplificazione del luogo centralizzato dell’indistinta alleanza anti-meloniana, già predisposta per essere poi editata nei progetti di ricomposizione istituzionale e di rappresentanza, nazionale o locale, di una “sinistra” che è essa stessa parte dei dispositivi di regime. Un’alleanza dove tutto può essere metabolizzato purché sia salvaguardato il terreno della rappresentanza istituzionale, dove si può persino scoprire che dobbiamo difendere i pubblici ministeri e la Procura della Repubblica, perché sarebbero i garanti super partes dei diritti dei cittadini e non gli esecutori fedeli dei decreti-sicurezza e della repressione di Stato. Non si tratta di un mosaico all’interno del quale le diverse prospettive si compongono: sono mosaici diversi che realizzano disegni diversi. Il mosaico che nasce dalle lotte, che si sviluppa nella pratica di un’autonomia che cresce e rivendica se stessa, è un mosaico che si compone non sul pavimento ma sulla volta: è per questo che è possibile lavorarci senza calpestarlo e che è possibile osservarlo senza dovere ogni volta chinare la testa. Redazione Italia
February 10, 2026
Pressenza
Riflessioni dopo la manifestazione del 31 gennaio
Sabato 31 gennaio, si è svolta a Torino una grande manifestazione nazionale di protesta contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna, che ha visto la partecipazione di molti giovani e di tante realtà della società civile. C’è chi ha contato fino a 50mila partecipanti. Una grande e bella manifestazione, che è stata messa in discussione e oscurata dagli scontri scatenati all’imbrunire da un gruppo di manifestanti contro il cordone di Polizia posizionato in prossimità della sede di Askatasuna. Poiché anche noi, come Centro Studi Sereno Regis avevamo dato la nostra convinta adesione e partecipato a questo evento con tutte le realtà associative del Coordinamento antifascista torinese, sentiamo la necessità di confrontarci e riflettere su quanto accaduto, a partire dal contesto generale che stiamo attraversando. Viviamo in tempi di sfide epocali. Ai sempre più drammatici effetti del riscaldamento globale si sommano quelli delle crescenti diseguaglianze, mentre dilaga un clima bellicista che contagia le strutture e le istituzioni stesse della democrazia, mettendole a rischio. Diventa perciò impellente la necessità di capire quali possono essere le strade più efficaci per affrontare queste sfide e contrastare le derive autoritarie in atto. Il grande movimento del Minnesota indica una strada maestra: quella della mobilitazione dal basso per affermare il proprio diritto al dissenso e la legittimità, anzi l’essenzialità del conflitto per arginare la violenza del potere. Questo movimento è forte ed efficace perché ha scelto la strada della risposta asimmetrica: non lo scontro frontale, ma il rifiuto di obbedire a imposizioni palesemente ingiuste, la non-collaborazione, il rifiuto di sottostare a situazioni di torsione autoritaria del sistema democratico, di accettare violenza e repressione. E in questo modo è riuscito a crescere e a coinvolgere ampi strati di popolazione. Un altro esempio straordinario è stato quello della Global Sumud Flottilla, che aveva l’obiettivo di rendere evidente agli occhi di tutti l’illegalità del blocco israeliano di Gaza, condannata a genocidio anche per fame, e ciò è stato reso possibile da un’azione simbolicamente potentissima perché disarmata ma determinata a procedere, pur sapendo che sarebbero stati fermati. In quell’azione chi ha perso sono stati i militari israeliani che, intervenendo in acque internazionali senza alcuna legittimità, hanno reso evidente a tutto il mondo l’illegalità del blocco e dunque la Flottilla ha raggiunto il suo obiettivo e non a caso è servita anche da catalizzatore delle proteste in tutto il mondo. Foto di Foto Enzo Gargano (Archivio CSSR) Un’azione di protesta per essere efficace  dovrebbe infatti  riuscire a conquistare il consenso di una comunità sempre più ampia di cittadini, spostare dalla propria parte gli indecisi,  in modo da fare pressione sui decisori politici, addirittura convincere coloro che stanno dalla parte del potere a “defezionare”, cioè a passare dalla parte di chi protesta, ma ciò è tanto più possibile quanto più l’azione riesce a farsi capire, a rendere evidente l’ingiustizia e dunque le ragioni dell’opposizione ad essa. È quanto è accaduto con la solidarietà espressa in seguito allo sgombero di Askatasuna, da tante realtà, e in particolare dal Comitato Vanchiglia Insieme, che aveva promosso un’affollata assemblea rivolta a tutta la città e che in un comunicato in seguito ai fatti del 31 scrive: > “Per noi scendere in piazza significa esprimere il nostro dissenso, lo > facciamo nel modo che ci caratterizza, conviviale e pacifico (…). Ci addolora > vedere i resti degli scontri, i danni creati e pensare a chi è rimasto ferito, > ma ci addolora anche vedere che 50.000 persone che hanno manifestato in altre > forme sono rimaste nascoste da una coltre di fumo. Viviamo in un periodo > storico difficile, dove la nostra libertà e i nostri diritti vengono > gradualmente erosi. Il governo, cerca di fare quello che hanno sempre fatto i > regimi: divide et impera. A noi è richiesto lo sforzo e l’impegno di tenere > insieme i pezzi, di stare nella complessità (…). Non lasceremo che la tensione > di una giornata oscuri il legame che ci unisce”. Siamo consapevoli che alcuni governi in passato hanno accettato passivamente se non addirittura agevolato l’ingresso di “facinorosi” non meglio identificati che compaiono alla fine delle manifestazioni affollate e pacifiche e che mettono in atto azioni di guerriglia, devastando il territorio con bombe carta e altri ordigni incendiari deliberatamente costruiti, provocando feriti sia tra le forze di Polizia sia tra i manifestanti. Siamo altrettanto consapevoli che azioni violente come quelle di vandalizzare cassonetti e macchine per strada e ancor più aggredire e colpire persone e forze dell’ordine – in attesa della ricostruzione complessiva dei fatti accaduti e degli esiti del processo che seguirà – vanno assolutamente condannate e stigmatizzate e i loro autori isolati, per non dare spazio alcuno a strumentalizzazioni né a giustificazioni dell’uso della violenza come strumento di lotta. Oltretutto, questi gesti sono del tutto funzionali ad un disegno autoritario: non solo si alienano la simpatia di chi potrebbe condividere gli obiettivi dei manifestanti, ma legittimano anche la repressione, invece di contrastarla e fanno passare in secondo piano i motivi della protesta. È necessario che ognuno si assuma in questa fase storica la responsabilità del proprio ruolo, compreso un certo modo dozzinale di fare cronaca; ricordiamo ancora le risposte di alcune testate giornalistiche durante le manifestazioni contro il TAV in Val di Susa: “Se non ci sono scontri, non ci interessa”. Il ministro Piantedosi ha affermato alla Camera che “Chi sfila con gli antagonisti offre impunità”. Detta da chi considera reato il soccorso in mare ai naufraghi, questa frase lascia il tempo che trova. Il vero fine di questi ragionamenti è la piazza vuota, o per la paura degli scontri, o per il pericolo di esserne considerato complice. Non vogliamo entrare nell’assurda polarizzazione che obbliga a prendere le parti fra chi compie violenza, vogliamo cercare di condividere una riflessione più ampia sui meccanismi della violenza agita; non possiamo dimenticare che questa è a sua volta alimentata da forme di violenza meno visibili (quelle strutturali, economiche e culturali ad esempio) che storicamente si manifestano poi nelle piazze come violenza diretta, con aggressioni a persone e cose. Ribadiamo la necessità di non lasciare le istituzioni locali sole nella gestione della sicurezza e nel loro ruolo di mediatrici del conflitto, soprattutto mentre il governo nazionale preme a ogni occasione per ulteriori giri di vite repressivi e punitivi. Invitiamo le forze dell’opposizione a studiare insieme forme di tutela dalle infiltrazioni, la sorveglianza video partecipata dal basso per esempio – come messa in atto sistematicamente contro l’ICE – può essere efficace, almeno come primo strumento di documentazione. Soprattutto però ricordiamo che per sostenere la priorità della scelta nonviolenta non c’è bisogno di essere profondi conoscitori del pensiero di Gandhi, basta riferirsi al manuale sulla guerra del generale prussiano Von Clausewitz per ribadire l’inutilità e la controproduttività della violenza usata senza finalità alcuna, o per obiettivi che sono in contraddizione assoluta rispetto alla causa che si afferma di perseguire. Certo, anche azioni rigorosamente nonviolente possono andare incontro alla repressione, come è avvenuto in passato (si pensi ad esempio alla storia della lotta per il riconoscimento del diritto di obiezione di coscienza al servizio militare o alla lotta antinucleare)  e come avviene ancor più oggi dopo il cosiddetto “decreto sicurezza”, volto a colpire proprio anche questo tipo di azioni, che si sono diffuse con la nascita di nuovi gruppi come ad esempio Extinction Rebellion o Ultima generazione. Ma in questi casi chi è messo in discussione è il sistema repressivo, non chi manifesta. È importante aprire una discussione su questi temi. Centro Sereno Regis
February 5, 2026
Pressenza
E se ci liberassimo della “virilità guerriera”?
Rispondere alla violenza con la violenza ha lo stesso significato, e purtroppo gli stessi effetti, della massima latina, tornata purtroppo di attualità: “Si vis pacem, para bellum”. Ed è quello che sta accadendo dopo la manifestazione di Torino come protesta per la chiusura del centro sociale Askatasuna. Se è vero che a trasformare una protesta pacifica in uno scontro con la polizia contano molto le misure repressive di un governo di estrema destra, con nostalgie di regime, chi ha un lungo percorso politico alle spalle, sa che scelte di questo genere si ripetono con la ritualità propria soltanto di stereotipi arcaici, tanto più duraturi quanto meno indagati. Tale è la “virilità guerriera”, a cui purtroppo cominciano a guardare con interesse anche le donne. Se anziché fermarsi a contrapposizioni note, come “guerra e pace”, “buoni e cattivi”, “caos e ordine”, “paura e sicurezza”, si cominciasse invece a riflettere sull’”agire politico”, su quanto si porta dietro di una idea di società e di governo del mondo rimasta per millenni appannaggio di una comunità storica di uomini, forse non sarebbe più così difficile prospettarsi un reale cambiamento. Le prime e più gravi conseguenze negative di quanto avvenuto a Torino sono quelle che scoraggiano la prospettiva, già apparsa come “reale e possibile” nelle manifestazioni per Gaza e oggi a Minneapolis contro l’ICE (United States Immigration and Customs Enforcement), il braccio armato di Trump: una società civile capace di una “resistenza” non violenta, che occupa instancabilmente le strade e le piazze di tutto il mondo per giorni e mesi. Le guerre tra popoli e le guerre civili, in un momento in cui si sta assistendo a grandi conquiste della coscienza storica, come il legame, che c’è sempre stato, tra tutte le forme di dominio – sessismo, classismo, razzismo, distruzione della natura, ecc.-, rischiano di innescare un cammino inverso di resa al già noto. Comune-info
February 2, 2026
Pressenza
Torino e il dissenso come problema del potere
Torino non è stata solo il teatro di una manifestazione; è stata un laboratorio a cielo aperto che rivela lo stato di salute del nostro sistema. Più che un confronto democratico, ciò a cui abbiamo assistito è stato un banco di prova per un potere che sembra aver smarrito la capacità di ascoltare, preferendo misurarsi con la piazza esclusivamente attraverso i parametri dell’ordine pubblico. Erano in ventimila. Tre cortei hanno attraversato una città militarizzata, preparata come se dovesse fronteggiare un’invasione nemica: camionette, identificazioni a tappeto, quartieri trasformati in zone rosse. Eppure, dentro quella “minaccia” percepita, c’erano famiglie, studenti, anziani partigiani e movimenti ecologisti. C’erano le voci di chi chiede il diritto alla casa, la fine dell’economia di guerra e la libertà per la Palestina. Quando la gestione di una piazza parla solo il linguaggio della repressione, il dissenso smette di essere considerato una componente fisiologica della vita pubblica per essere trattato come un problema di polizia. La manifestazione nazionale “Torino partigiana” affonda le sue radici nello sgombero di Askatasuna di dicembre. Ma ridurre questa storia a una cronaca di sigilli e occupazioni significa, deliberatamente, non voler vedere. Dal 1996, Askatasuna non è un semplice edificio: è un’infrastruttura sociale che ha colmato i vuoti lasciati dallo Stato. Laddove le istituzioni si sono ritirate, sono nati corsi di italiano per migranti, ciclofficine, lotte contro il caporalato e reti di mutuo soccorso. Questo mutualismo non è un esercizio teorico, ma una risposta concreta a bisogni inevasi che il potere oggi sembra voler cancellare per ristabilire un decoro che somiglia troppo al deserto sociale. In piazza c’erano soprattutto i giovani. Una generazione che non chiede concessioni, ma il diritto di esistere e di partecipare a un mondo fondato su uguaglianza e giustizia. Il nodo politico non è la ricerca di un capro espiatorio, ma l’incapacità delle istituzioni di accogliere il conflitto come elemento vivo. Difendere gli spazi sociali oggi non significa idealizzarli, ma proteggere l’idea che la società debba avere dei luoghi in cui il pensiero critico possa farsi corpo e comunità. Il disciplinamento di scuole (leggi anche Basta censura, lettera dal liceo Albertelli) e università indicano una direzione precisa. Non è solo una questione di colori politici: stiamo assistendo a una contrazione dello spazio del possibile. La guerra all’esterno e la chiusura degli spazi di dissenso all’interno sono le due facce della stessa medaglia; una logica di esclusione che vede nel pensiero divergente un ostacolo al funzionamento di una macchina sempre più rigida. Torino ha mostrato un’altra idea di città: non quella competitiva e sorvegliata, ma una città fatta di legami e diritti. Una città che non chiede sicurezza come controllo poliziesco, ma come giustizia sociale — perché la vera sicurezza non nasce dalle grate alle finestre, ma dalla certezza di un futuro degno, di un tetto e di una comunità che non ti lasci solo. Gli episodi di tensione avvenuti a margine del corteo vanno condannati; tuttavia, usarli strumentalmente per criminalizzare un movimento così vasto è un atto di codardia politica che serve solo a evitare il merito delle questioni poste. Una società che non sa più abitare il conflitto, ma cerca solo di sopprimerlo, è una società che ha smesso di educare e ha iniziato solo a punire. E un potere che ha paura dei propri giovani è un potere che ha già perso la sua legittimità morale. Comune-info
February 1, 2026
Pressenza