Torino e il dissenso come problema del potere
Torino non è stata solo il teatro di una manifestazione; è stata un laboratorio
a cielo aperto che rivela lo stato di salute del nostro sistema. Più che un
confronto democratico, ciò a cui abbiamo assistito è stato un banco di prova per
un potere che sembra aver smarrito la capacità di ascoltare, preferendo
misurarsi con la piazza esclusivamente attraverso i parametri dell’ordine
pubblico.
Erano in ventimila. Tre cortei hanno attraversato una città militarizzata,
preparata come se dovesse fronteggiare un’invasione nemica: camionette,
identificazioni a tappeto, quartieri trasformati in zone rosse. Eppure, dentro
quella “minaccia” percepita, c’erano famiglie, studenti, anziani partigiani e
movimenti ecologisti. C’erano le voci di chi chiede il diritto alla casa, la
fine dell’economia di guerra e la libertà per la Palestina.
Quando la gestione di una piazza parla solo il linguaggio della repressione, il
dissenso smette di essere considerato una componente fisiologica della vita
pubblica per essere trattato come un problema di polizia.
La manifestazione nazionale “Torino partigiana” affonda le sue radici nello
sgombero di Askatasuna di dicembre. Ma ridurre questa storia a una cronaca di
sigilli e occupazioni significa, deliberatamente, non voler vedere.
Dal 1996, Askatasuna non è un semplice edificio: è un’infrastruttura sociale che
ha colmato i vuoti lasciati dallo Stato. Laddove le istituzioni si sono
ritirate, sono nati corsi di italiano per migranti, ciclofficine, lotte contro
il caporalato e reti di mutuo soccorso. Questo mutualismo non è un esercizio
teorico, ma una risposta concreta a bisogni inevasi che il potere oggi sembra
voler cancellare per ristabilire un decoro che somiglia troppo al deserto
sociale.
In piazza c’erano soprattutto i giovani. Una generazione che non chiede
concessioni, ma il diritto di esistere e di partecipare a un mondo fondato su
uguaglianza e giustizia. Il nodo politico non è la ricerca di un capro
espiatorio, ma l’incapacità delle istituzioni di accogliere il conflitto come
elemento vivo.
Difendere gli spazi sociali oggi non significa idealizzarli, ma proteggere
l’idea che la società debba avere dei luoghi in cui il pensiero critico possa
farsi corpo e comunità.
Il disciplinamento di scuole (leggi anche Basta censura, lettera dal liceo
Albertelli) e università indicano una direzione precisa. Non è solo una
questione di colori politici: stiamo assistendo a una contrazione dello spazio
del possibile.
La guerra all’esterno e la chiusura degli spazi di dissenso all’interno sono le
due facce della stessa medaglia; una logica di esclusione che vede nel pensiero
divergente un ostacolo al funzionamento di una macchina sempre più rigida.
Torino ha mostrato un’altra idea di città: non quella competitiva e sorvegliata,
ma una città fatta di legami e diritti. Una città che non chiede sicurezza come
controllo poliziesco, ma come giustizia sociale — perché la vera sicurezza non
nasce dalle grate alle finestre, ma dalla certezza di un futuro degno, di un
tetto e di una comunità che non ti lasci solo.
Gli episodi di tensione avvenuti a margine del corteo vanno condannati;
tuttavia, usarli strumentalmente per criminalizzare un movimento così vasto è un
atto di codardia politica che serve solo a evitare il merito delle questioni
poste.
Una società che non sa più abitare il conflitto, ma cerca solo di sopprimerlo, è
una società che ha smesso di educare e ha iniziato solo a punire. E un potere
che ha paura dei propri giovani è un potere che ha già perso la sua legittimità
morale.
Comune-info