V.V. Ganeshananthan / Il dolore degli altri non è solo degli altri
Non so se ha senso parlare di guerre peggiori o migliori, ma verrebbe da dire
che le guerre civili sono le peggiori. Non tanto in termini di violenza,
difficilmente misurabile, quanto in termini di conflitto interiore, di dilemmi
morali, di strappi affettivi. Questo memoir scritto con grande partecipazione e
grande sofferenza, che ci parla in modo diretto ponendoci la domanda “ma voi
cosa avreste fatto” più e più volte, è ambientato nello Sri Lanka, un paese
lontano da noi sia fisicamente che concettualmente. Un paese tormentato da una
guerra civile lunghissima e violentissima: abbiamo sentito parlare dei Tamil,
delle Tigri, degli scontri, della repressione; in qualche raro momento le
notizie hanno raggiunto le prime pagine dei giornali, ma sono scomparse subito
dopo. A parte il romanzo vincitore del Booker Prize nel 2022, Le sette lune di
Maali Almeida (recensito su “Pulp Magazine”) di Shehan Karunatilaka, in cui
quella realtà intricata e complicata veniva illuminata da un racconto ai limiti
del surreale, lo Sri Lanka è davvero fuori dai nostri radar, personali e
collettivi.
Miei fratelli perduti comincia in un periodo storico non tanto lontano ma ancora
pacifico e tranquillo: il 1981, quando Sashi, protagonista e voce narrante,
allora sedicenne, si prepara per gli esami sognando di diventare medico, come la
dottoressa Premachandran, l’unica donna nella facoltà di medicina della sua
città, Jaffna. Sashi ha quattro fratelli, una famiglia normale, sono tutti pieni
di energia e di progetti, proiettati verso un futuro di realizzazione
professionale e personale. Sono esattamente come noi. La minoranza Tamil a cui
Sashi appartiene non è proprio ben vista, ma le rivendicazioni sono pacifiche e
la situazione è largamente accettabile. E poi quasi impercettibilmente tutto
degenera e deflagra in una guerra civile tra le più violente e durature del
nostro tempo (che da quel punto di vista non si è fatto mancare nulla).
È una situazione in cui non si può restare a guardare. Non si può neppure
prendersi il tempo di riflettere. Bisogna stare da una parte o dall’altra. E
starci vuol dire o combattere o sostenere chi combatte. Sashi viene subito
chiamata a lavorare nell’ospedale di emergenza dei resistenti. È ancora soltanto
una studentessa di medicina, ma è brava e impara in fretta. I suoi fratelli si
arruolano tra le Tigri e si danno alla lotta armata, per i ragazzi c’è ancora
meno scelta. E Sashi perde i suoi fratelli, a uno a uno, i primi tre li perde
materialmente, fisicamente; ma anche il quarto, quello che sopravvive, lo perde
come affetto, come alleato, come compagno.
All’università, sotto la guida della professoressa Premachandran, Sashi non solo
diventa medico, ma partecipa all’attività veramente sovversiva di registrare e
scrivere tutto quello che succede, tutti i soprusi, tutte le efferatezze, tutte
le atrocità che vengono commesse da entrambe le parti, dal governo singalese
come dalle Tigri e dagli altri movimenti di lotta armata. Le informazioni
vengono ottenute attraverso interviste, condotte con discrezione, rispetto ed
empatia, perché l’importante è che le persone possano raccontare e condividere
quello che hanno vissuto e così alleggerirne il peso e la sofferenza. I
resoconti vengono diffusi clandestinamente, con grandi rischi personali.
Infatti, Premachandran pagherà con la vita il suo impegno di documentazione.
Sashi alla fine emigra, senza convinzione o slancio ma come pure scelta di
sopravvivenza. Da medico negli Stati Uniti cerca comunque di rimanere in
contatto con il suo paese, cosa di per sé difficilissima, e di alimentare il
lavoro di raccolta di informazioni, di costruzione di una memoria che, un giorno
che finalmente la guerra civile sarà finita, permetterà di ricreare una
coesistenza pacifica.
È questo secondo me il messaggio forte del libro: che quando la vita diventa
impossibile e le sofferenze sono parte della quotidianità, quando le
ingiustizie, le vessazioni, gli abusi diventano la normalità, l’unico modo per
restare umani è quello di raccontare, di scrivere, di dare forma e voce a quello
che succede. Di permettere alle persone, a chi subisce, di mettere in parole
quello che provano e sentono e pensano. Non è la soluzione del problema, certo
che no, come del resto non lo è armarsi e intraprendere la lotta. Ma in certi
momenti è l’unico modo per restare vivi, per non soccombere, e per lasciare a
chi viene dopo una memoria su cui fondare il futuro.
Di nuovo la scrittura, questo modo concreto e materiale che può prendere la
narrazione, questo fenomeno che ci distingue da tutte le altri specie (forse
l’unico che ci distingue in meglio), si rivela una delle poche armi che abbiamo
a disposizione nei momenti estremi della nostra storia. Arma spuntata ma non
distruttiva. Arma di costruzione invece che arma di distruzione. Magari un
giorno riusciremo a dotarci di armi di costruzione come strumento di difesa. Per
il momento le testimonianze, i racconti, le parole sono quello che ci ricorda la
nostra verità di specie umana. Terribile ma anche compassionevole. Anche nella
peggiore delle guerre ci sono persone che lottano non per distruggere ma per
aiutare. È importante ricordarsene e questo romanzo memoir dà un contributo
prezioso.
L'articolo V.V. Ganeshananthan / Il dolore degli altri non è solo degli altri
proviene da Pulp Magazine.