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CPR: LA “DERIVA MANICOMIALE” DEI LAGER PER MIGRANTI CONTINUA TRA VIOLENZE, ABUSI E SILENZIO ISTITUZIONALE
La linea di violenze e abusi che ha caratterizzato i CPR negli ultimi anni non si è fermata. Nelle prime settimane del 2026 sono diversi i video diffusi che mostrano la realtà che si vive all’interno dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio: persone in evidente stato di agitazione, trincee costruite con coperte intorno ai letti, urla disperate nei corridoi. “Negli ultimi giorni noi abbiamo ricevuto le testimonianze e dei video molto espliciti di almeno tre persone con evidenti problemi di salute mentale, probabilmente quattro” commenta ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Nicola Cocco, medico della Rete Mai più Lager – No ai CPR e della SIMM – Società Italiana di Medicina delle Migrazioni “quello che ci preoccupa moltissimo è che nonostante tutte queste evidenze che poi noi ogni volta segnaliamo dovutamente alla prefettura, ad ATS, agli stessi garanti dei diritti delle persone private della libertà personale non c’è mai un intervento significativo se non nei casi proprio più estremi. È in atto e lo ribadiamo una vera e propria deriva manicomiale all’interno dei CPR e purtroppo continuiamo a riceverne le prove e le testimonianze.” Un altro nodo critico di questo inizio anno riguarda il CPR di Gradisca d’Isonzo, dove una nuova direttiva ha limitato drasticamente l’uso dei telefoni cellulari. Una scelta motivata ufficialmente da ragioni di “sicurezza” dalle Questure, ma che nei fatti elimina l’unico strumento di garanzia costituzionale per i trattenuti: senza smartphone, non esiste possibilità di documentare abusi; non si possono inviare foto di cartelle cliniche ai legali; non si possono denunciare violazioni dei diritti umani. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, l’intervento di Nicola Cocco, medico della Rete Mai più Lager – No ai CPR e della SIMM – Società Italiana di Medicina delle Migrazioni. Ascolta o scarica.
La sfida dei movimenti contro il CPR di Trento tra strategie, alleanze e prospettive
Il governo ha in programma la costruzione di un CPR a Trento. Non è un’ipotesi astratta: Ministero dell’Interno e Provincia hanno firmato un accordo che ne definisce tempi e modalità, segnando un’accelerazione rara nel panorama nazionale. Il tema dell’ampliamento dei CPR, infatti, ricorre spesso nei discorsi politici, ma raramente si traduce in passaggi concreti. Qui, invece, la scelta politica è accompagnata da atti amministrativi coerenti e allarmanti. Anche per questo il progetto trentino si configura come un laboratorio politico con implicazioni di portata nazionale. A confrontarsi con questa prospettiva c’è un territorio tutt’altro che passivo. Qui opera il Coordinamento Trentino-Alto Adige/Südtirol No CPR, una rete ampia che riunisce associazioni, realtà di movimento, parrocchie, operatorə dell’accoglienza. Una mobilitazione che nel tempo ha espresso radicalità e organizzazione, trasformando una vertenza locale in un riferimento anche fuori regione. È questa configurazione a rendere il caso di Trento particolarmente rilevante. Nelle politiche migratorie è raro osservare mobilitazioni così definite nel loro obiettivo – fermare la costruzione di un CPR – e allo stesso tempo capaci di aprire una discussione politica di ampia portata sulle modalità e le forme dell’organizzazione. L’ampia partecipazione alla manifestazione del 13 dicembre è, in questa direzione, un ottimo segnale. Come si struttura un’azione collettiva che ambisca a incidere in processo politico e non solo commentarlo dall’esterno. Con quali strategie? Quali alleanze? Quali forme di radicamento e di conflitto? Di questi temi abbiamo parlato con Francesco Lorini e Stefano Bleggi, attivisti del Coordinamento, per analizzare le coordinate di una battaglia che riguarda il presente e, insieme, l’evoluzione delle politiche migratorie in Italia. A che punto è oggi l’ipotesi di costruzione di un CPR a Trento? Sul piano istituzionale l’ipotesi non è più solo un aberrante “idea”: il 24 ottobre 2025 il presidente della Provincia Autonoma di Trento Fugatti e il ministro Piantedosi hanno firmato l’accordo di collaborazione per la realizzazione di un CPR. La struttura detentiva è prevista in Destra Adige, vicino al quartiere di Piedicastello, in un’area di circa 2.700 mq incastrata tra tangenziale e A22, con demolizione dell’edificio esistente e costruzione di moduli prefabbricati, doppia recinzione e spazi separati per trattenuti e forze dell’ordine, in deroga a qualsiasi regolamento urbano. Infatti il Comune di Trento è stato informato solo ad accordo firmato. L’investimento è stimato tra 1,5 e 2 milioni di euro, a carico esclusivo della Provincia, mentre gestione e manutenzione saranno del Ministero dell’Interno. L’avvio del cantiere è previsto nel corso del 2026. Si può dire che a oggi siamo quindi nella prima fase, quella amministrativa e progettuale con l’acquisizione e l’esproprio dell’area. Al momento nell’edificio che deve essere abbattuto vivono ancora due famiglie che hanno ricevuto solo la disdetta del loro contratto di affitto. L’accordo politico è firmato e Provincia e Governo lo presentano già come un “modello” da estendere altrove. Come si è organizzata la risposta dei movimenti a questa prospettiva? La risposta non è nata “dal nulla”: in Trentino esisteva già da anni un tessuto antirazzista e solidale, che il progetto del CPR ha spinto a mettersi maggiormente in rete. Due anni fa, quando l’ipotesi più probabile era che il CPR venisse costruito a Bolzano, si è costituito il Coordinamento Trentino-Alto Adige/Südtirol No CPR, che oggi riunisce oltre quaranta realtà regionali. Si tratta di un coordinamento inedito, nato dal basso ampio e trasversale, senza organizzazioni di partito di riferimento, che mette insieme spazi autogestiti, scuole di italiano per migranti, enti del terzo settore e parrocchie e molto altro. Il Coordinamento ha elaborato una piattaforma comune abolizionista (“Né qui, né altrove!”) che chiede la chiusura di tutti i CPR, il ripristino e potenziamento dell’accoglienza diffusa, l’abolizione della Bossi-Fini e dei decreti sicurezza, percorsi di regolarizzazione e libertà di movimento. La mobilitazione si è espressa in una sequenza di assemblee pubbliche, incontri informativi in spazi pubblici, iniziative culturali e di volantinaggio, fino alla manifestazione cittadina del 13 dicembre convocata a Trento contro la costruzione del CPR. Accanto al Coordinamento che ha un approccio “di movimento”, si sono espressi con nettezza anche segmenti del mondo istituzionale e religioso (Diocesi, Centro Astalli, Caritas, la Circoscrizione di Piedicastello, i sindacati), spesso in dialogo con il Coordinamento ma, per il momento, con registri e linguaggi differenti. Tutto questo ha favorito un’ampia e variegata partecipazione alla manifestazione. Inoltre, ha visto il riconoscimento della fiducia delle persone migranti in tutte quelle strutture che negli anni, e ancor più dallo smantellamento nel 2018 del precedente sistema di accoglienza diffusa, hanno aiutato e, nel caso delle scuole d’italiano, lavorato al loro fianco. Il risultato è stato la massiccia partecipazione alla manifestazione, come non si era mai vista in precedenti occasioni analoghe, degli studenti delle scuole d’italiano che comprendono di poter far sentire la loro voce e diventare soggetti di una diversa narrativa. In un fronte così composito, come si riesce a mantenere un posizionamento politico netto – radicalmente abolizionista – senza chiudere lo spazio del confronto e della partecipazione a soggetti che si oppongono alla costruzione del CPR con posture diverse? Nella vostra esperienza, come si gestiscono e valorizzano le differenze di linguaggi, tradizioni politiche e strumenti di intervento? La scelta, fin dall’inizio, è stata di tenere fermo l’orizzonte politico – abolire la detenzione amministrativa, chiudere tutti i CPR, senza trasformarlo però in un “test di purezza” che escluda chi arriva da altre storie politiche o da sensibilità più moderate. Nel contempo abbiamo deciso di non utilizzare mai linguaggi “Nimby” e di “umanizzazione” dei CPR, cosa che in alcuni politici dell’opposizione sta purtroppo avvenendo. In pratica questo ha significato alcune cose molto concrete: una piattaforma chiara cercando di allargare le adesioni oltre a chi per storia politica si esprime già su questi temi. La piattaforma del Coordinamento è esplicitamente abolizionista: «i CPR sono lager di Stato, non riformabili; vogliamo la chiusura di tutti i centri di detenzione amministrativa e l’abolizione delle norme che li rendono possibili». I documenti comuni mantengono quindi un posizionamento netto: niente spazio all’idea di un CPR “più umano” o “di eccellenza”, come inizialmente aveva sostenuto il Sindaco di Trento per poi cambiare opinione. A tal proposito, spiace constatare quanto è emerso in un incontro organizzato dal PD di Rovereto sul CPR: siccome si sono convinti che la realizzazione di un CPR “di eccellenza” sia impossibile, hanno rimarcato come però sia legittima, se non necessaria, la costruzione di uno strumento che consenta di portare all’espulsione delle persone migranti “indesiderate”. Non sappiamo se questa sia una posizione maggioritaria o minoritaria all’interno del partito, la linea del coordinamento resta invece chiara: l’unico “miglioramento” possibile è non costruire alcun nuovo CPR e lavorare su alternative di accoglienza, regolarizzazione, welfare. Chi aderisce sottoscrive questo orizzonte, ma ha piena libertà di declinare le proprie motivazioni (per qualcuno prevale la critica giuridica, per altri il tema della salute mentale, per altri ancora la giustizia sociale). Invece di appiattire tutto, si è scelto di mantenere un filo di collegamento tra le differenze e provare in seguito a darsi obiettivi organizzativi più strutturati. Quindi chi ha più esperienza e praticità sul piano istituzionale può lavorare su mozioni, audizioni, interlocuzione con Comune e Circoscrizioni. Chi viene da tradizioni più di movimento e lotta si concentra su campagne di controinformazione, presìdi, cortei. Le realtà più legate al mondo dell’accoglienza hanno prodotto comunicati e prese di posizione sull’impatto locale del progetto e i tagli al sistema di accoglienza. Siamo ancora in una fase iniziale del percorso di opposizione, andranno sicuramente affrontate le differenze di pratiche nel momento in cui inizieranno i lavori (ad esempio sull’uso o meno della disobbedienza civile), ma per il momento ci siamo concentrati sulla manifestazione del 13 dicembre. Come dicono gli zapatisti e le zapatiste «camminiamo domandando». Quali direttrici avete scelto per la costruzione della mobilitazione e che tipo di pratiche vi sembrano oggi più efficaci, in relazione al tema e al contesto politico allargato? Ci sembra che le direttrici principali, siano almeno tre, alcune delle quali sono sicuramente più contraddittorie e difficili da comunicare. La prima, evidente nell’accordo e nelle politiche locali da quando è al potere la Lega, collega il CPR allo smantellamento dell’accoglienza e all’aumento della marginalità: l’accordo prevede il dimezzamento dei posti di accoglienza straordinaria in Trentino (da circa 700 a 350), in un contesto in cui tra 1.200 e 1.500 richiedenti asilo a Trento sono già oggi esclusi da qualsiasi forma di accoglienza. Il CPR viene denunciato come tassello di una strategia che produce irregolarità e povertà, per poi usare queste condizioni come giustificazione della detenzione. Al tempo stesso, mettere al centro la natura detentiva e violenta del dispositivo: attraverso testimonianze dai CPR esistenti, materiali del Garante, sentenze (compresa quella del Consiglio di Stato che parla apertamente di violazione del diritto alla salute) e il lavoro del Forum Salute Mentale, si sono raccontati i CPR come «manicomi del presente», luoghi di sofferenza e tortura legalizzata. Infine, stiamo cercando di smontare la narrazione securitaria e di efficacia, mostrando come i CPR siano inefficaci anche rispetto agli obiettivi dichiarati: nel biennio 2022-23 i dieci CPR italiani sono costati 39 milioni di euro per rimpatriare solo una minoranza delle persone colpite da espulsione, con una spesa media di circa 29.000 euro a persona trattenuta. Al momento, abbiamo radicato la mobilitazione solo nel tessuto urbano: assemblee nel centro sociale Bruno che è situato nel quartiere interessato di Piedicastello, coinvolgimento di parrocchie, circoli, associazioni culturali, lavoro specifico con studenti e studentesse, operatori e operatrici sociali, comunità di immigrati. Avremmo però bisogno di comunicare anche nelle Valli, veri luoghi del consenso della destra. Contemporaneamente resta da sviluppare un importante lavoro di comunicazione capace di collegare la battaglia contro il CPR di Trento al più ampio disegno securitario europeo che si sta delineando. Da un lato c’è il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, approvato dal Parlamento europeo nell’aprile 2024 e destinato a entrare pienamente in vigore da giugno 2026; dall’altro l’ipotesi di sostituzione della Direttiva rimpatri con un nuovo regolamento, ancora in fase di discussione. Ma come ha tenuto di recente a sottolineare Magnus Brunner, Commissario europeo per gli affari interni e le migrazioni, «la velocità è importante e dobbiamo accelerare e concludere, al fine di dare una sensazione alle persone; la sensazione che abbiamo il controllo di ciò che sta succedendo». * * Parole che mostrano chiaramente come il legislatore europeo sia determinato a far sì che le nuove norme sui rimpatri trovino applicazione il prima possibile e al tempo stesso persegua una strategia apertamente populista, orientata a rassicurare l’opinione pubblica in una costante rincorsa alle politiche dell’ultradestra. Ecco allora che la sfida più grande sarà quella di riuscire a collegare la mobilitazione contro il CPR di Trento in una battaglia contro quel corpus di leggi europee sopra descritto che già ora parla, fra l’altro, di «presunzione di non ingresso» e deportazioni in paesi terzi «di transito» e si arricchirà delle nuove norme dettate dalla riforma della Direttiva Rimpatri, fra le quali rischia ad esempio di entrare una norma, solo ultima in ordine di tempo fra quelle proposte dal Consiglio d’Europa, che prevede la possibilità per gli Stati membri di porre in essere veri e propri rastrellamenti casa per casa. Sulle pratiche non abbiamo le idee chiare, stiamo sperimentando, ci sembra necessario avanzare combinando diverse pratiche: da momenti di piazza (come la manifestazione del 13 dicembre) con l’intento di dare visibilità e legittimità sociale al “NO CPR”; a campagne di controinformazione strutturate con incontri pubblici e uso dei media; a pressione istituzionale multi-livello per moltiplicare le prese di posizione contrarie. È poi importante proseguire nella pressione e nella costruzione di alternative pratiche (accoglienza diffusa, sportelli legali, reti di mutuo aiuto) che mostrino che «un’altra politica migratoria è possibile» qui e ora. Con quali lenti valutate l’efficacia della mobilitazione? Quali passaggi intermedi e obiettivi collaterali immaginate possano favorire il raggiungimento dell’obiettivo centrale – impedire la costruzione del CPR? L’obiettivo centrale è chiaro: impedire la costruzione del CPR a Trento. Ma, sapendo che si tratta di un obiettivo molto difficile, la valutazione dell’efficacia deve avvenire su diversi piani. Quante e quali istituzioni si esprimono contro il CPR? È importante che il “no” venga non solo dai movimenti, ma anche in modo deciso da Sindaco, Diocesi, mondo dell’accoglienza, ordini professionali. La parte mediatica è poi fondamentale: il Trentino è un territorio con tre quotidiani locali, tre tv locali, oltre al tg regionale della Rai. Entrare nelle case di tutto il territorio all’ora di pranzo e cena con una narrazione differente ed efficace è fondamentale. Continuare ad allargare e nel contempo dare stabilità al fronte sociale, aumentando le adesioni e la partecipazione attiva ai momenti di confronto e alle decisioni. Dobbiamo ancora valutare se riusciremo ad avere un impatto sull’iter amministrativo: tramite un consigliere provinciale del PD contrario al CPR è stata fatta richiesta di accesso agli atti, abbiamo la disponibilità di diversi avvocati di ASGI a metterci la testa e capire come aprire un contenzioso per rallentare e rendere difficoltoso questa procedura. Vogliamo provare a essere il proverbiale granello di sabbia che blocca l’ingranaggio: sarebbe un duro colpo per la narrazione di Fugatti dover posticipare la costruzione del CPR e questo avrebbe una ricaduta positiva anche a livello nazionale. Tuttavia, anche se la costruzione del CPR, pur con dei rallentamenti, dovesse essere portata a termine, la mobilitazione dovrebbe perlomeno lasciare in eredità delle reti stabili di solidarietà e di difesa legale. In questo senso, gli obiettivi intermedi includono la stabilità di un fronte regionale di opposizione, far emergere criticità tecnico-giuridiche sul sito scelto, consolidare gli strumenti di supporto a chi rischia la detenzione amministrativa. Questa attività sarà inoltre funzionale a favorire il confronto e la ricerca di nuove soluzioni in grado di rispondere al cambio di paradigma che le nuove norme europee necessariamente determineranno nella lotta per la libertà di movimento, per i diritti delle persone migranti e nelle stesse lotte dei lavoratori contro dinamiche di sfruttamento sempre più pervasive anche per i nativi. Il tema dei costi e dello spreco di denaro pubblico legato ai CPR è ambivalente. Spesso ha presa sull’opinione pubblica; allo stesso tempo rischia di oscurare la questione dei diritti e della violenza strutturale. In quali termini pensate sia possibile usare – o problematizzare – questo argomento all’interno della mobilitazione? È un punto decisamente ambivalente e delicato. Il rischio è scivolare in un discorso tipo “il CPR non conviene economicamente” che, da destra, è rovesciato in “minori costi per l’accoglienza” o in “rendiamo più efficace il rimpatrio forzato”. Nella mobilitazione regionale, attualmente, il tema dei costi viene usato in modo subordinato a quello dei diritti e della violenza strutturale. Di sicuro c’è molta retorica perché la Provincia parla di “risparmio” in quanto con la realizzazione del CPR a Trento ci sarebbero meno trasferte degli agenti verso i CPR fuori regione. Ma a ben vedere le nuove norme europee, una volta entrate in vigore, avrebbero come cardine l’efficientamento dei CPR attraverso la loro trasformazione in veri e propri hub per la deportazione sistematica della persone all’esterno dei confini europei in un qualunque paese di transito con cui lo Stato membro abbia sottoscritto un accordo in tal senso. In sostanza, noi vogliamo concentrarci sui diritti violati, la violenza della detenzione amministrativa, su come essa sia funzionale a un sistema di sfruttamento lavorativo delle persone migranti e sul razzismo istituzionale. I costi vengono dopo, come ulteriore argomento per parlare anche a chi è sensibile soprattutto a come si utilizza il denaro pubblico: bisogna però aggiungere che queste risorse sono sottratte al welfare e ai progetti di inclusione sociale. Come si inserisce la vostra esperienza nel quadro più ampio delle mobilitazioni contro i centri di trattenimento per migranti in Italia e in Europa? L’esperienza regionale si inserisce in un movimento molto più ampio che, in Italia e in Europa, da anni contesta la detenzione amministrativa. Negli ultimi anni le lotte contro i CPR hanno attraversato molte città, soprattutto quelle in cui queste strutture sono già attive. Mercoledì 10 dicembre abbiamo avuto un appuntamento con la presentazione del libro “Gorgo CPR” di Lorenzo Figoni e Luca Rondi, e con la partecipazione di Igor Zecchini della rete milanese “Mai più lager – No ai CPR”. Questa mobilitazione si intreccia anche con reti che mettono in relazione i CPR con altre istituzioni totali, come il Forum Salute Mentale e la Brigata Basaglia. Inoltre, alcune realtà impegnate nel Coordinamento fanno parte del Network Against Migrant Detention e hanno partecipato alle mobilitazioni in Albania contro l’accordo coloniale Rama-Meloni e l’esternalizzazione della detenzione, nonché ad incontri a livello europeo volti alla promozione di quel concetto di fare rete, riconoscendo come le singole battaglie abbiano come obiettivo comune la critica radicale al sistema di gestione dei flussi migratori a livello europeo. In questo panorama, Trento può portare un contributo specifico, perché molto probabilmente è il primo progetto di CPR del governo Meloni con un iter avviato. Mostra come anche un territorio percepito come periferico, distante dalle zone di frontiera, possa diventare un laboratorio di politiche di criminalizzazione. E colloca la critica al CPR dentro una cornice più ampia: l’intreccio tra autonomia speciale, politiche migratorie locali e nuovi dispositivi europei di controllo delle frontiere. La mobilitazione trentina si riconosce pienamente nell’orizzonte condiviso con molte altre lotte: i CPR non si riformano, si aboliscono; la sicurezza non nasce dalla detenzione, ma da diritti, welfare e libertà di movimento. Immagini in copertina e nell’articolo a cura della rete di Trento No CPR e Melting Pot SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo La sfida dei movimenti contro il CPR di Trento tra strategie, alleanze e prospettive proviene da DINAMOpress.
La Corte d’Appello di Torino libera Mohamed Shahin. Smontato il teorema Piantedosi
L’imam di Torino, Mohamed Shahin potrà tornare libero. Era stato arrestato e poi deportato dal 24 novembre nel lontanissimo Centro di permanenza per il rimpatrio di Caltanissetta perché destinatario di un provvedimento di espulsione firmato di persona dal ministro degli Interni Matteo Piantedosi. Nel decreto di espulsione firmato da Piantedosi per “motivi di sicurezza dello Stato […] L'articolo La Corte d’Appello di Torino libera Mohamed Shahin. Smontato il teorema Piantedosi su Contropiano.
Racconti di CPR: “il vero traffico di essere umani”@0
In questa puntata di Harraga parliamo di detenzione amministrativa in un modo più diretto e vivido del solito, insieme ad alcuni reclusi nel CPR di Torino e di un recluso al CPR di Caltanissetta; dov’è attualmente recluso anche Mohamed Shahin, imam di Torino a rischio di deportazione per la sua partecipazione attiva alla mobilitazione a fianco della resistenza palestinese. Iniziamo da un riassunto di quanto accaduto nell’ultimo mese dentro e fuori i CPR torinese di Corso Brunelleschi, tra uno sciopero della fame, proteste portate avanti dai detenuti buttandosi dal tetto, repressione e azioni di solidarietà. Aggiornamenti in parte già raccontati qui e qui. Abbiamo poi ascoltato le voci dei reclusi, con contributi audio da Corso Brunelleschi e da Pian del Lago e una diretta dal CPR torinese. Quanto ci raccontano é come un individuo detenuto diventi un “corpo”, usato dai carcerieri per fare profitto ad ogni costo. Quanto il razzismo e la sua efferatezza sia fatto di pestaggi e le violenze sistematiche delle guardie che “sfogano su di noi la propria rabbia”, “così non pensi di protestare un’altra volta per il cibo o per la tua terapia”. Una quotidianità fatta di freddo, di cibo immangiabile, di una gestione dei centri improntata al creare il maggior profitto con il minor sforzo possibile, riducendo a zero i servizi e delegando a Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza e Vigili del Fuoco la risposta a qualsiasi richiesta dei reclusi. Della complicità del personale sanitario e dei medici che “qua fanno quello che fa più comodo alla polizia”. Del ruolo dell’Ufficio Immigrazione, che quando non può deportare arriva a proporre ai reclusi un trasferimento nel CPR coloniale in Albania o il rimpatrio volontario, come soluzione per la liberazione. Della rabbia e dell’uso del proprio corpo come unico strumento possibile di lotta per cercare la libertà. “Questi che organizzano il CPR sono una banda organizzata bene, protetta dallo Stato, che guadagnano soldi sulla gente povera. più trattengono la gente, più guadagno entra nelle loro tasche”. Il tutto per garantire il funzionamento di quello che é il “vero traffico di esseri umani”, per continuare a rendere possibile il business sulla pelle delle persone immigrate in Europa. Buon ascolto.
Racconti di CPR: “il vero traffico di essere umani”@2
In questa puntata di Harraga parliamo di detenzione amministrativa in un modo più diretto e vivido del solito, insieme ad alcuni reclusi nel CPR di Torino e di un recluso al CPR di Caltanissetta; dov’è attualmente recluso anche Mohamed Shahin, imam di Torino a rischio di deportazione per la sua partecipazione attiva alla mobilitazione a fianco della resistenza palestinese. Iniziamo da un riassunto di quanto accaduto nell’ultimo mese dentro e fuori i CPR torinese di Corso Brunelleschi, tra uno sciopero della fame, proteste portate avanti dai detenuti buttandosi dal tetto, repressione e azioni di solidarietà. Aggiornamenti in parte già raccontati qui e qui. Abbiamo poi ascoltato le voci dei reclusi, con contributi audio da Corso Brunelleschi e da Pian del Lago e una diretta dal CPR torinese. Quanto ci raccontano é come un individuo detenuto diventi un “corpo”, usato dai carcerieri per fare profitto ad ogni costo. Quanto il razzismo e la sua efferatezza sia fatto di pestaggi e le violenze sistematiche delle guardie che “sfogano su di noi la propria rabbia”, “così non pensi di protestare un’altra volta per il cibo o per la tua terapia”. Una quotidianità fatta di freddo, di cibo immangiabile, di una gestione dei centri improntata al creare il maggior profitto con il minor sforzo possibile, riducendo a zero i servizi e delegando a Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza e Vigili del Fuoco la risposta a qualsiasi richiesta dei reclusi. Della complicità del personale sanitario e dei medici che “qua fanno quello che fa più comodo alla polizia”. Del ruolo dell’Ufficio Immigrazione, che quando non può deportare arriva a proporre ai reclusi un trasferimento nel CPR coloniale in Albania o il rimpatrio volontario, come soluzione per la liberazione. Della rabbia e dell’uso del proprio corpo come unico strumento possibile di lotta per cercare la libertà. “Questi che organizzano il CPR sono una banda organizzata bene, protetta dallo Stato, che guadagnano soldi sulla gente povera. più trattengono la gente, più guadagno entra nelle loro tasche”. Il tutto per garantire il funzionamento di quello che é il “vero traffico di esseri umani”, per continuare a rendere possibile il business sulla pelle delle persone immigrate in Europa. Buon ascolto.
Racconti di CPR: “il vero traffico di essere umani”@1
In questa puntata di Harraga parliamo di detenzione amministrativa in un modo più diretto e vivido del solito, insieme ad alcuni reclusi nel CPR di Torino e di un recluso al CPR di Caltanissetta; dov’è attualmente recluso anche Mohamed Shahin, imam di Torino a rischio di deportazione per la sua partecipazione attiva alla mobilitazione a fianco della resistenza palestinese. Iniziamo da un riassunto di quanto accaduto nell’ultimo mese dentro e fuori i CPR torinese di Corso Brunelleschi, tra uno sciopero della fame, proteste portate avanti dai detenuti buttandosi dal tetto, repressione e azioni di solidarietà. Aggiornamenti in parte già raccontati qui e qui. Abbiamo poi ascoltato le voci dei reclusi, con contributi audio da Corso Brunelleschi e da Pian del Lago e una diretta dal CPR torinese. Quanto ci raccontano é come un individuo detenuto diventi un “corpo”, usato dai carcerieri per fare profitto ad ogni costo. Quanto il razzismo e la sua efferatezza sia fatto di pestaggi e le violenze sistematiche delle guardie che “sfogano su di noi la propria rabbia”, “così non pensi di protestare un’altra volta per il cibo o per la tua terapia”. Una quotidianità fatta di freddo, di cibo immangiabile, di una gestione dei centri improntata al creare il maggior profitto con il minor sforzo possibile, riducendo a zero i servizi e delegando a Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza e Vigili del Fuoco la risposta a qualsiasi richiesta dei reclusi. Della complicità del personale sanitario e dei medici che “qua fanno quello che fa più comodo alla polizia”. Del ruolo dell’Ufficio Immigrazione, che quando non può deportare arriva a proporre ai reclusi un trasferimento nel CPR coloniale in Albania o il rimpatrio volontario, come soluzione per la liberazione. Della rabbia e dell’uso del proprio corpo come unico strumento possibile di lotta per cercare la libertà. “Questi che organizzano il CPR sono una banda organizzata bene, protetta dallo Stato, che guadagnano soldi sulla gente povera. più trattengono la gente, più guadagno entra nelle loro tasche”. Il tutto per garantire il funzionamento di quello che é il “vero traffico di esseri umani”, per continuare a rendere possibile il business sulla pelle delle persone immigrate in Europa. Buon ascolto.
Racconti di CPR: “il vero traffico di essere umani”@3
In questa puntata di Harraga parliamo di detenzione amministrativa in un modo più diretto e vivido del solito, insieme ad alcuni reclusi nel CPR di Torino e di un recluso al CPR di Caltanissetta; dov’è attualmente recluso anche Mohamed Shahin, imam di Torino a rischio di deportazione per la sua partecipazione attiva alla mobilitazione a fianco della resistenza palestinese. Iniziamo da un riassunto di quanto accaduto nell’ultimo mese dentro e fuori i CPR torinese di Corso Brunelleschi, tra uno sciopero della fame, proteste portate avanti dai detenuti buttandosi dal tetto, repressione e azioni di solidarietà. Aggiornamenti in parte già raccontati qui e qui. Abbiamo poi ascoltato le voci dei reclusi, con contributi audio da Corso Brunelleschi e da Pian del Lago e una diretta dal CPR torinese. Quanto ci raccontano é come un individuo detenuto diventi un “corpo”, usato dai carcerieri per fare profitto ad ogni costo. Quanto il razzismo e la sua efferatezza sia fatto di pestaggi e le violenze sistematiche delle guardie che “sfogano su di noi la propria rabbia”, “così non pensi di protestare un’altra volta per il cibo o per la tua terapia”. Una quotidianità fatta di freddo, di cibo immangiabile, di una gestione dei centri improntata al creare il maggior profitto con il minor sforzo possibile, riducendo a zero i servizi e delegando a Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza e Vigili del Fuoco la risposta a qualsiasi richiesta dei reclusi. Della complicità del personale sanitario e dei medici che “qua fanno quello che fa più comodo alla polizia”. Del ruolo dell’Ufficio Immigrazione, che quando non può deportare arriva a proporre ai reclusi un trasferimento nel CPR coloniale in Albania o il rimpatrio volontario, come soluzione per la liberazione. Della rabbia e dell’uso del proprio corpo come unico strumento possibile di lotta per cercare la libertà. “Questi che organizzano il CPR sono una banda organizzata bene, protetta dallo Stato, che guadagnano soldi sulla gente povera. più trattengono la gente, più guadagno entra nelle loro tasche”. Il tutto per garantire il funzionamento di quello che é il “vero traffico di esseri umani”, per continuare a rendere possibile il business sulla pelle delle persone immigrate in Europa. Buon ascolto.
Islamofobia, CPR e repressione politica: la vicenda di Mohamed Shahin come emblema del razzismo sistemico in Italia@1
Oggi ospitiamo due compagni dell’Assemblea di No CPR di Torino per fare un’analisi del razzismo sistemico a partire dall’arresto di Mohamed Shahin. Mohamed Shahin, imam della moschea Omar Ibn al-Khattab di Torino, è stato arrestato martedì scorso con l’accusa di essere una minaccia alla sicurezza dello stato. Shahin ha ricevuto la stessa mattina dell’arresto un decreto di annullamento del permesso di soggiorno di lunga durata ed è stato deportato al CPR di Caltanissetta, non prima di aver ricevuto anche un decreto di espulsione. Da subito ci siamo mobilitat3 per esigere la sua immediata liberazione: Mohamed Shahin  non ha compiuto nessun reato, quello che gli viene contestato è la partecipazione attiva alle manifestazioni che da due anni si oppongono al genocidio a Gaza. Ciò che gli viene imputato è quindi un reato ideologico, che non può esser in nessun modo la giustificazione del sua reclusione in CPR e di una eventuale espulsione. Mohamed Shahin è infatti un dissidente politico del regime di Al SiSi, quindi la sua espulsione in Egitto equivarrebbe a una sentenza di morte. La vicenda di Mohamed Shahin non è soltanto un suprema ingiustizia, ma è la riprova del fatto che il razzismo sistemico ha come obiettivo quello di renderci continuamente ricattabili e dunque più esposti alla repressione politica; questa repressione si espleta attraverso gli ingranaggi del sistema dei CPR e dei decreti di espulsione. In tutto ciò anche l’islamofobia di stato ha giocato un ruolo importante, poiché gli imam sono fra le persone più a rischio espulsione o rigetto dei documenti in quanto vengono spesso considerati a priori una minaccia alla sicurezza dello stato.  In un momento storico in cui la solidarietà alla causa palestinese è riuscita a costruire alleanze trasversali fra lavorator3, student3, comunità islamiche e seconde generazioni, come sempre lo Stato si trova disarmato e non può che reagire con una dura repressione. Starà a noi, non solo impedire l’espulsione di Mohamed, ma anche ricomporre quel movimento delle piazze per la Palestina che negli ultimi due mesi ha fatto tremare i dominanti. Se la deportazione rimane un rischio concreto che minaccia Mohamed Shahin e altre persone che hanno tentato di esprimere il proprio dissenso verso il genocidio del popolo palestinese o che provano quotidianamente ad opporsi allo sfruttamento, al razzismo e all’islamofobia dilaganti in questo paese, anche il Cpr viene utilizzato dallo Stato come strumento di minaccia, monito e ricatto per la manodopera sfruttata e sfruttabile. Nella seconda parte della trasmissione viene quindi approfondito il ruolo del CPR e delle deportazioni, con un focus sull’aumento considerevole delle deportazioni verso l’Egitto: ne parliamo in diretta con una compagna dell’Assemblea contro CPR e frontiere del Friuli-Venezia Giulia.  Per altri approfondimenti sulle deportazioni verso l’Egitto è possibile scaricare QUI l’opuscolo: > Egitto paese sicuro? Una storia paradigmatica di reclusione e deportazione dal > CPR di Gradisca d’Isonzo [OPUSCOLO]
Islamofobia, CPR e repressione politica: la vicenda di Mohamed Shahin come emblema del razzismo sistemico in Italia@0
Oggi ospitiamo due compagni dell’Assemblea di No CPR di Torino per fare un’analisi del razzismo sistemico a partire dall’arresto di Mohamed Shahin. Mohamed Shahin, imam della moschea Omar Ibn al-Khattab di Torino, è stato arrestato martedì scorso con l’accusa di essere una minaccia alla sicurezza dello stato. Shahin ha ricevuto la stessa mattina dell’arresto un decreto di annullamento del permesso di soggiorno di lunga durata ed è stato deportato al CPR di Caltanissetta, non prima di aver ricevuto anche un decreto di espulsione. Da subito ci siamo mobilitat3 per esigere la sua immediata liberazione: Mohamed Shahin  non ha compiuto nessun reato, quello che gli viene contestato è la partecipazione attiva alle manifestazioni che da due anni si oppongono al genocidio a Gaza. Ciò che gli viene imputato è quindi un reato ideologico, che non può esser in nessun modo la giustificazione del sua reclusione in CPR e di una eventuale espulsione. Mohamed Shahin è infatti un dissidente politico del regime di Al SiSi, quindi la sua espulsione in Egitto equivarrebbe a una sentenza di morte. La vicenda di Mohamed Shahin non è soltanto un suprema ingiustizia, ma è la riprova del fatto che il razzismo sistemico ha come obiettivo quello di renderci continuamente ricattabili e dunque più esposti alla repressione politica; questa repressione si espleta attraverso gli ingranaggi del sistema dei CPR e dei decreti di espulsione. In tutto ciò anche l’islamofobia di stato ha giocato un ruolo importante, poiché gli imam sono fra le persone più a rischio espulsione o rigetto dei documenti in quanto vengono spesso considerati a priori una minaccia alla sicurezza dello stato.  In un momento storico in cui la solidarietà alla causa palestinese è riuscita a costruire alleanze trasversali fra lavorator3, student3, comunità islamiche e seconde generazioni, come sempre lo Stato si trova disarmato e non può che reagire con una dura repressione. Starà a noi, non solo impedire l’espulsione di Mohamed, ma anche ricomporre quel movimento delle piazze per la Palestina che negli ultimi due mesi ha fatto tremare i dominanti. Se la deportazione rimane un rischio concreto che minaccia Mohamed Shahin e altre persone che hanno tentato di esprimere il proprio dissenso verso il genocidio del popolo palestinese o che provano quotidianamente ad opporsi allo sfruttamento, al razzismo e all’islamofobia dilaganti in questo paese, anche il Cpr viene utilizzato dallo Stato come strumento di minaccia, monito e ricatto per la manodopera sfruttata e sfruttabile. Nella seconda parte della trasmissione viene quindi approfondito il ruolo del CPR e delle deportazioni, con un focus sull’aumento considerevole delle deportazioni verso l’Egitto: ne parliamo in diretta con una compagna dell’Assemblea contro CPR e frontiere del Friuli-Venezia Giulia.  Per altri approfondimenti sulle deportazioni verso l’Egitto è possibile scaricare QUI l’opuscolo: > Egitto paese sicuro? Una storia paradigmatica di reclusione e deportazione dal > CPR di Gradisca d’Isonzo [OPUSCOLO]
Metix Flow – 28 novembre 2025
Chiacchierando di Sciopero, Palestina, CPR…… E di sottofondo una play list ruvida… 01 – New brutalism – 087 02 – New brutalism – 089 03 – Mclusky – Unpopular parts of a pig 04 – Mclusky – The digger you deep 05 – The Jesus lizard – Thumbscrews 06 – The jesus lizard – More Beautiful Than Barbie 07 – Therapy – Teethgrinder 08 – Fugazi – Break-In 09 – Fugazi – Furniture 10 – Shellac – My Black Ass 11 – Shellac – Pull the Cup 12 – Bench press – Respite 13 – Bench press – Dreaming Again 14 – DADAR – Desperate 15 – Hierophants – Nothing Neu 16 – Midnite Snaxxx- Greedy Little Thing 17 – Straight Arrows – 21st Century – 18 – Gee Tee – Kombat Kitchen 19 – Gee Tee – Dudes In The Valley 20 – Birds of paradise – The Little Death 21 – Fluxus – Nessuno si accorge di niente 22 – Goat Girl – Throw Me a Bone 23 – Goat Girl – The Man