La macchina economica della reclusioneFoto Assemblea lucana Nocpr
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Come collettivo in lotta contro la detenzione amministrativa, denunciamo la
vergognosa speculazione edilizia che alimenta i Centri di Permanenza per il
Rimpatrio (CPR) e critichiamo il contratto d’appalto pubblicato per i lavori di
adeguamento del CPR di Palazzo san Gervasio (Potenza).
I documenti tecnici relativi al nuovo progetto di adeguamento (inizio lavori
2026 – fine lavori 2028) svelano come la logica del profitto sia il vero motore
della costruzione di queste gabbie. Lo spieghiamo in quattro punti.
Uno, il business delle “gabbie”. Il caso Palazzo San Gervasio L’architettura
della reclusione non è edilizia civile, ma un investimento punitivo. Lo Stato,
tramite Invitalia, ha stanziato circa 7 milioni di euro (6.956.129,28 €) per il
solo “adeguamento” del centro lucano. L’analisi del contratto rivela criticità
strutturali: L’appalto “a corpo”: Essendo l’importo fisso e invariabile,
l’appaltatore ha l’interesse economico a ridurre la qualità dei materiali e dei
servizi per massimizzare il proprio guadagno, peggiorando le condizioni di vita
dei reclusi. Architettura del controllo: I milioni vengono spesi per recinzioni
metalliche, garitte, impianti antintrusione e sistemi di videosorveglianza
(TVCC) potenziati, trasformando ogni movimento in un atto di polizia. Disparità
di standard: Mentre per i reclusi si costruiscono celle, il contratto impone
standard elevatissimi per i controllori, obbligando l’appaltatore a fornire alla
Direzione Lavori uffici con tecnologie avanzate e persino un’autovettura di
servizio.
Due, la speculazione come motore della detenzione L’opposizione alla
speculazione è parte della lotta per la chiusura dei centri. Il sistema genera
profitto attraverso: Subappalti e profitti a cascata: La filiera di aziende
coinvolte crea un interesse economico affinché i CPR restino aperti e vengano
costantemente ampliati, diluendo al contempo le responsabilità etiche e legali
tra stazione appaltante e privati. Manutenzione infinita: Le clausole di
“gratuita manutenzione” e le responsabilità decennali vincolano le imprese alle
strutture per lunghi periodi, creando un legame simbiotico tra lo Stato e i
costruttori.
Tre, le criticità sistemiche di Invitalia. Invitalia non è un’agenzia tecnica
neutrale, ma il “braccio armato” del capitale di Stato per operazioni opache. Le
sue attività mostrano una profonda schizofrenia del capitale. Schizofrenia
operativa: mentre progetta resort turistici di lusso tramite Italia Turismo
S.p.A., costruisce simultaneamente gabbie per migranti nello stesso territorio.
La “Bad Bank” (Operazione Iran): Gestisce una linea di credito da 5 miliardi di
euro per investimenti in Iran che altre istituzioni (Sace) hanno rifiutato
perché troppo rischiosi. Se l’operazione fallisce, il rischio ricade sul denaro
pubblico. Accentramento di potere e fallimenti. Durante il Covid-19 ha operato
in regime di eccezione sollevando dubbi sulla trasparenza. Contemporaneamente,
fallisce nel rilancio industriale (ex Ilva, Industria Italiana Autobus),
limitandosi a tamponare le perdite dei privati con fondi pubblici senza
risolvere le crisi occupazionali o ambientali.
Quattro, l’esternalizzazione del business e il modello Albania La logica vista a
Palazzo San Gervasio si sta ora riproducendo su scala internazionale con la
costruzione dei CPR in Albania. Questa esternalizzazione rappresenta il “salto
di qualità” per il business della detenzione: i diritti umani diventano ancora
più invisibili e i flussi di denaro pubblico sfuggono al controllo sociale. È la
“deportazione appaltata” mascherata dal linguaggio tecnico dei cronoprogrammi.
Ogni bullone avvitato in questi centri è un insulto alla dignità umana
finanziato con le nostre tasse.
Opporsi ai CPR significa colpire la macchina economica di Invitalia e dei
costruttori che lucrano sulla privazione della libertà. Chiudiamo i CPR.
Fermiamo la speculazione. Nelle tasche dei costruttori il sangue dei migranti.
[Assemblea lucana Nocpr]
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