“La storia mi assolverà”: Trump rivendica l’assedio a Cuba
di Federica Cresci – Cuba Mambi’ Gruppo di Azione Internazionalista
Trump oggi parla di Cuba senza più maschere. Non usa più soltanto la retorica
dei diritti e della democrazia per giustificare la pressione occidentale
sull’isola. Dice apertamente ciò che per decenni è stato perseguito con altri
linguaggi: piegare Cuba sul piano economico fino a costringerla alla resa. Ed è
proprio questo il punto politico. Trump non inventa nulla. Rende esplicito e
rivendicabile un metodo che gli Stati Uniti applicano contro Cuba dal trionfo
della Rivoluzione e dalla scelta di sovranità compiuta dal popolo cubano.
Nel gennaio 2026 questa linea non resta un sottotesto. Diventa una minaccia
dichiarata e diventa un messaggio rivolto al mondo. Si è parlato perfino
dell’ipotesi di un blocco navale per fermare le importazioni di petrolio a Cuba.
Sarebbe un salto di qualità non solo economico ma anche geopolitico e militare.
Nel frattempo si è già visto un effetto immediato e concreto. Paesi terzi che
iniziano a fare marcia indietro sulle forniture energetiche per paura di
ritorsioni statunitensi. In questa storia l’ordine del mondo resta sempre lo
stesso. Quando Washington minaccia gli altri si adeguano e chi paga è Cuba.
Ma questa storia non nasce oggi e non nasce con Trump. Chi vuole davvero capire
la guerra contro Cuba deve partire da un documento statunitense del 1960 e non
da un comizio. Il memorandum Mallory del Dipartimento di Stato è una delle prove
più importanti perché chiarisce l’obiettivo senza ambiguità. Negare risorse
economiche denaro e forniture per creare difficoltà sociali e spingere verso
disperazione e cambio di governo. È la logica dello strangolamento economico
come strumento politico. Non è una lettura cubana. È scritto nei documenti della
politica estera americana.
Poi quella strategia diventa legge struttura sistema. Il blocco economico
commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti a Cuba viene formalizzato e
reso totale nel febbraio 1962 sotto la presidenza di John F. Kennedy. Kennedy è
uno di quei presidenti che nel racconto occidentale anche in Italia viene spesso
elevato a simbolo di democrazia modernità e valori liberali. Eppure è proprio
quel mito della democrazia che firma un provvedimento di strangolamento
economico contro un popolo con l’obiettivo politico di piegarne la sovranità.
Da quel momento in poi Cuba vive in un contesto che assomiglia a una condizione
permanente di assedio. E non si parla solo di sanzioni. Si parla di terrorismo
sabotaggi attentati guerra sporca e destabilizzazione. Anche qui bisogna essere
chirurgici. Non serve elencare tutto. Bastano alcuni fatti che nessuno può
cancellare. Il 6 ottobre 1976 un aereo di linea cubano il volo Cubana 455 viene
distrutto da una bomba. Muoiono 73 persone. Nel 1997 si registra una campagna di
bombe contro hotel e luoghi turistici a L’Avana. Muore Fabio Di Celmo cittadino
italiano e ci sono feriti. È un caso simbolico perché non colpisce un governo.
Colpisce l’economia civile colpisce persone innocenti. La strategia è creare
paura colpire il turismo colpire la vita quotidiana e quindi colpire il paese
come corpo sociale.
Poi c’è l’ossessione storica per eliminare Fidel Castro. Anche qui è inutile
romanzare. È una storia di Stato e non una leggenda. Guinness World Records
registra un record legato al maggior numero di attentati falliti attribuendo a
Castro 638 tentativi sulla base delle dichiarazioni di Fabián Escalante ex capo
dei servizi cubani. Chi vuole ridurre questa vicenda a una fantasia tropicale
dovrebbe avere il coraggio di guardare cosa è stata davvero la Guerra Fredda nel
continente americano. Un campo di battaglia e non un talk show. E per Cuba
questa non è mai stata una metafora. È stata una condizione reale di guerra.
Se qualcuno pensa che tutto questo appartenga al passato basta guardare il
presente. Nelle ultime settimane abbiamo visto un episodio gravissimo. Decine di
cubani morti in Venezuela in un’operazione militare statunitense mirata a
catturare Nicolás Maduro. Questo fatto racconta qualcosa di essenziale. L’idea
che Cuba sia dentro un conflitto regionale permanente non è un’invenzione
ideologica. Cuba nel bene e nel male viene trattata come un nemico strategico in
una partita continentale. Ed è in questo contesto che le parole di Trump
assumono un senso sinistro. Il blocco navale non sarebbe una punizione. Sarebbe
l’ennesimo capitolo di un conflitto che prosegue per altre vie.
Eppure per anni una parte fondamentale del discorso occidentale ha cercato di
coprire questa guerra con un abito presentabile. Il blocco economico commerciale
e finanziario imposto dagli Stati Uniti a Cuba e la pressione economica non
venivano raccontati come guerra. Venivano raccontati come difesa della libertà
sostegno ai diritti umani promozione della democrazia. Questo è il punto dove
entra in gioco la responsabilità politica del centrosinistra europeo e italiano.
Non perché abbia inventato l’assedio ma perché lo ha reso moralmente accettabile
trasformandolo in una narrazione virtuosa. Gli Stati Uniti come esportatori di
democrazia e Cuba come dittatura da isolare colpire delegittimare.
Per decenni Cuba ha denunciato lo strangolamento economico commerciale e
finanziario imposto dagli Stati Uniti. Ha denunciato i piani di
destabilizzazione le interferenze gli attentati e la guerra sporca. Ha
denunciato che l’obiettivo non era migliorare i diritti umani ma piegare un
paese sovrano fino alla resa farlo collassare dall’interno e imporre un cambio
di regime. Eppure ogni volta che Cuba diceva questo una parte del centrosinistra
occidentale lo liquidava come propaganda della dittatura castrista. Come se la
denuncia dell’assedio fosse solo una narrazione difensiva e non il racconto di
una realtà storica. Come se l’aggressione fosse un’invenzione e come se la
guerra economica fosse un modo per giustificarsi.
Oggi però gli Stati Uniti si tolgono la maschera e lo dicono loro stessi senza
più il bisogno di fingere. Lo dicono quando minacciano apertamente di togliere
petrolio risorse e ossigeno economico. Lo dicono quando si parla perfino di
blocchi navali. E lo dicono adesso che Fidel non c’è più proprio nel momento in
cui qualcuno sperava di riscrivere la storia e far sparire le responsabilità. A
questo punto la domanda diventa inevitabile. Come si giustifica oggi quel
centrosinistra che per anni ha definito menzogna ciò che era un fatto e ha
chiamato democrazia ciò che era coercizione.
Aveva ragione Fidel quando disse “La storia mi assolverà”. La storia assolve
Cuba ma non assolve i traditori.
In Italia questa dinamica non è un’impressione. È documentata. Il 26 maggio 2003
nel pieno dello scontro internazionale sull’isola i Democratici di Sinistra
promuovono un’iniziativa pubblica dal titolo chiarissimo. La realtà cubana e
l’opposizione democratica dentro Cuba. Tra i protagonisti compaiono Marina
Sereni e Donato Di Santo figure centrali dell’area DS che poi confluirà nella
storia del PD. All’epoca Marina Sereni era una dirigente DS con responsabilità
politiche e internazionali. Negli anni successivi sarebbe diventata una figura
nazionale del Partito Democratico e anche Vice Ministra agli Affari Esteri nei
governi Conte II e Draghi. Donato Di Santo dirigente DS responsabile per
l’America Latina avrebbe poi ricoperto ruoli istituzionali come sottosegretario
agli Esteri e oggi è segretario generale dell’Organizzazione Internazionale
Italo Latino Americana IILA. Non stiamo parlando di commentatori. Stiamo
parlando di persone che allora e oggi si muovono tra politica istituzioni e
politica estera.
Ancora più rilevante è ciò che avviene nelle sedi istituzionali. Il 5 dicembre
2006 alla Camera dei Deputati nel Comitato permanente sui diritti umani della
Commissione Esteri vengono auditi esponenti dell’opposizione cubana. Osvaldo
Alfonso Valdés Joel Brito e Michele Trotta legato al Movimiento Cristiano de
Liberación nell’area di Oswaldo Payá. Non è un dettaglio. Significa portare la
dissidenza cubana dentro il Parlamento come fonte privilegiata di verità morale
sul paese. Significa costruire l’immagine di una Cuba ridotta a carcere e di un
Occidente investito del ruolo salvifico.
In quello stesso perimetro politico istituzionale si collocano anche altri nomi
e passaggi che mostrano continuità tra DS e PD. Il Comitato sui diritti umani
della Commissione Esteri negli anni viene guidato da figure come Pietro
Marcenaro e Furio Colombo esponenti riconducibili al campo del centrosinistra.
Nel 2009 nella stessa sede parlamentare Valdés viene ascoltato di nuovo con
interventi di deputati del Partito Democratico come Mario Barbi e Matteo
Mecacci. In parallelo nello spazio pubblico e mediatico l’opposizione cubana
viene trattata come simbolo di libertà. E quando negli anni successivi emergono
figure come Yoani Sánchez entrano nel circuito politico occidentale come icone
non per un confronto reale e complesso con la società cubana ma come strumenti
di una narrazione già scritta.
La stessa cornice morale viene alimentata e sostenuta da una rete di iniziative
e campagne che in Italia hanno avuto un’intersezione evidente con l’area
radicale. Il Partito Radicale e figure dell’area radicale hanno storicamente
costruito campagne sul tema Cuba in chiave di dissidenza e denuncia del regime.
In quel contesto questi temi trovavano spesso una sponda nel mondo del
centrosinistra istituzionale che accettava la narrazione e la faceva entrare nei
luoghi ufficiali legittimandola.
Accanto alla politica istituzionale si sviluppa poi una vera guerra mediatica
spesso parallela e spesso più velenosa che accompagna e prepara il terreno
culturale su cui quelle scelte diventano naturali. Qui non si parla più solo di
governi e Parlamento. Si parla di penne titoli campagne parole che costruiscono
senso comune. E in quel contesto non si possono ignorare alcuni nomi che hanno
inciso per anni nel racconto italiano su Cuba. Omero Ciai e Angela Nocioni
entrambi legati al mondo dell’informazione di area progressista. Ciai è stato a
lungo associato a reportage e letture fortemente ostili ai governi rivoluzionari
latinoamericani e in ambienti militanti veniva persino soprannominato con
sarcasmo Omero Cia, fu inviato de l’Unita’ all’Avana, successivamente passo’ a
Repubblica. Nocioni è stata al centro di polemiche durissime per articoli su
Cuba e Venezuela che in quell’epoca scatenarono reazioni di rabbia e
contestazione in ambienti della sinistra radicale.
Un passaggio emblematico riguarda il quotidiano Liberazione storica voce di
Rifondazione Comunista quando fu diretto da Piero Sansonetti. In quel periodo
proprio per alcuni articoli giudicati ostili a Cuba ci furono proteste pubbliche
e contestazioni con militanti filocubani che arrivarono persino a manifestare
sotto la sede del giornale. E Piero Sansonetti che allora era direttore di
Liberazione oggi risulta direttore de l’Unità.
Il punto qui non è negare che a Cuba esistano contraddizioni e problemi. Il
punto è la selezione politica di ciò che viene definito diritto umano e ciò che
viene cancellato dal discorso. Quando un paese viene strangolato economicamente
per decenni quando gli vengono ostacolate transazioni investimenti importazioni
carburante servizi quando l’obiettivo dichiarato storicamente è creare
disgregazione sociale e collasso allora parlare solo di diritti in astratto è
una falsificazione. È un discorso monco. È propaganda. È la costruzione di una
morale fittizia che serve a coprire una guerra.
E in questa falsificazione entra un altro elemento che non può essere ignorato.
I programmi di promozione della democrazia il finanziamento di progetti e media
mirati su Cuba la costruzione di un ecosistema di opposizione sostenuto
dall’estero. Anche qui bisogna essere precisi. Non serve gridare CIA come
slogan. Basta dire quello che è verificabile. Esistono programmi e finanziamenti
statunitensi rivolti a iniziative Cuba focused e il governo cubano da decenni li
interpreta come una forma di ingerenza e destabilizzazione. Questa non è una
questione morale. È una questione geopolitica. Mentre si parla di società civile
si esercita potere politico attraverso leve economiche e comunicative. La
differenza tra aiuto alla libertà e ingerenza è spesso solo la prospettiva di
chi guarda. Ma per Cuba con una storia di attentati sabotaggi bombe e guerra
economica quell’ingerenza non è neutra. È un pezzo della stessa aggressione.
E qui arriva il nodo. Trump oggi dice ciò che la politica statunitense ha sempre
fatto ma lo dice senza più necessità di travestimenti. Dice taglio risorse
soffocamento pressione totale. E in questa chiarezza brutale si vede anche la
colpa del falso centrosinistra occidentale. Quello che per decenni ha
accompagnato queste politiche con parole pulite ha costruito un consenso morale
attorno a un’operazione di guerra economica ha trasformato l’assedio in virtù e
la resistenza in colpa. Il centrosinistra italiano ed europeo che si è
inginocchiato a questa cornice non è ingenuo. È responsabile. Perché la sua
funzione storica non è stata opporsi all’impero ma renderlo presentabile.
E questa responsabilità non riguarda solo Cuba. È un metodo che il
centrosinistra occidentale ripete anche su altri paesi dell’America Latina come
il Venezuela. Anche lì si costruisce una narrazione moralista e selettiva dove
l’aggressione economica e la destabilizzazione vengono coperte da parole pulite
e da un linguaggio umanitario che in realtà prepara il terreno alla destra e
alle sue opzioni più brutali. Anche lì si santificano figure utili alla
propaganda del momento e si tace su ciò che non conviene raccontare.
Lo si è visto anche con vicende recenti trasformate in operazioni mediatiche e
politiche. Si è arrivati a presentare come simboli limpidi persone che in un
altro contesto verrebbero trattate con molta più prudenza. Mario Burlò per
esempio è rientrato in Italia dopo la detenzione in Venezuela e ad attenderlo
non c’era solo l’abbraccio dei media ma anche la realtà dei suoi conti
giudiziari. È stato assolto in Cassazione dall’accusa di concorso esterno in
associazione mafiosa ma era ed è coinvolto in procedimenti legati ad altri reati
e a questioni fiscali collegate al fallimento dell’Auxilium Basket. E questo non
viene raccontato quando serve costruire un santo da spendere contro un governo
nemico. Viene nascosto e rimosso perché rompe la fiaba.
La destra imperialista e aggressiva la riconosci subito. È il nemico dichiarato.
Ma il centrosinistra che si dice progressista e poi legittima la stessa logica
la stessa pressione lo stesso sistema di menzogne e omissioni è più pericoloso
perché lavora dall’interno del linguaggio morale. È quello che ti parla di
diritti mentre accetta la fame come strumento politico. È quello che ti dice
democrazia mentre normalizza il blocco economico commerciale e finanziario
imposto dagli Stati Uniti a Cuba. È quello che ti presenta i dissidenti come
santi in automatico senza mai chiedersi quale macchina politica li seleziona li
premia li amplifica li usa.
La verità oggi è che non c’è nulla di nuovo per Cuba. Cuba è in guerra da sempre
o meglio è costretta a vivere dentro uno stato di guerra permanente fatto di
blocchi economici sabotaggi attentati interferenze pressioni diplomatiche e ora
perfino minacce di misure di tipo militare come il blocco navale. Ciò che cambia
è solo il grado di ipocrisia con cui l’Occidente si racconta. Trump sta facendo
saltare l’ultimo velo. E proprio per questo chi oggi in Europa e in Italia
continua a ripetere la stessa narrativa automatica la stessa demonizzazione la
stessa propaganda a senso unico dovrebbe provare vergogna. Perché non è solo un
errore di analisi. È un contributo concreto alla costruzione di un mondo che
scivola sempre più a destra sempre più violento sempre più spudorato.
Cuba non ha bisogno di santificazione e nemmeno di silenzi sui suoi problemi. Ma
ha il diritto di non essere strangolata. Ha il diritto di non essere piegata con
la fame. Ha il diritto di non essere bersaglio di terrorismo e
destabilizzazione. E se oggi Trump dice apertamente ciò che è stato fatto per
decenni la domanda politica finale è semplice. Chi ha preparato il terreno
perché questa brutalità diventasse normale. Non solo la destra. Anche quel
centrosinistra che in nome della falsa democrazia americana ha legittimato la
guerra contro un popolo trasformandola in lezione morale. E oggi quei nodi
arrivano al pettine. L’impero non ha più bisogno di maschere e chi lo ha aiutato
a indossarle adesso non può fingere di essere innocente.
L'Antidiplomatico