Tag - frana di Niscemi

Un’altra scuola è possibile
Tre generazioni in sintonia oggi pomeriggio al presidio di Palermo per la libertà d’insegnamento, che ha chiuso la settimana di controinformazione nelle scuole voluta dai Cobas e dall’Osservatorio contro la militarizzazione: studenti (USB, Antudo, Cambiare Rotta, Collettivo Scirocco), giovani docenti e docenti anziani (Assemblea No Guerra, No Muos, Laboratorio Ballarò e naturalmente Cobas Scuola). In sintonia anche gli interventi: decisi contro il riarmo, il securitarismo, la criminalizzazione del pensiero critico; espliciti nella denuncia della fuga dalla democrazia del cosiddetto Occidente. Una vecchia insegnante ha ricordato come nei suoi 40 anni di servizio pubblico avesse realizzato seminari interculturali, invitando in classe anche ragazzi rom e africani, gemellaggi con classi parallele del carcere Ucciardone, cineforum gestiti dalle ragazze sui movimenti di liberazione delle donne e come avesse progettato l’insegnamento del Novecento (tutto, questione mediorientale inclusa) e la lettura analitica della Costituzione (oggi vilipesa e smantellata), quando ancora questi percorsi non erano previsti nei programmi ministeriali. Oggi la pedagogia attiva e partecipata dal basso è ancora possibile? Forse sì, ma con un bel po’ di coraggio. A rafforzare proprio questo coraggio invitano i giovani attivisti, che insistono sulla necessità di valorizzare gli organismi collegiali nelle scuole contro il dirigismo governativo, e il loro entusiasmo, il loro spirito di resistenza, sono una sferzata di energia per tutti. Contro il militarismo si intona la canzone del disertore, rimodulata sull’aria di un canto alpino della Grande Guerra. Si improvvisa anche una lezione di storia contemporanea, visto che siamo in via Generale Magliocco, un aviere che bombardò la Libia con l’iprite e morì poi nel ’36 durante l’occupazione dell’Etiopia – e raccontiamo che l’Italia, con la Gran Bretagna, fu il primo Paese al mondo ad usare armi chimiche (già nel 1911) nel suo “imperialismo da straccioni”, come lo definì Lenin. Ma soprattutto si mette in luce il nesso fra riarmo, militarizzazione del territorio, inquinamento, anzi avvelenamento e dissesto idrogeologico. E il pensiero va subito a Niscemi, alla sua sughereta e alla devastazione della frana. C’è un giovane laureato che interviene sulla vicenda, affranto ma non rassegnato. Si parla, oltre che del Muos, anche degli F35 a Birgi e di come la Sicilia, ma non solo l’isola, l’Italia tutta sia terra a sovranità limitata, con buona pace dei sedicenti sovranisti nostrani… E la gente che passa si ferma e ascolta. Ci chiede ancora volantini quando non ce ne sono più… Qualche stella in cielo mentre arrotoliamo striscioni e cartelli, un tempo clemente in un inverno buio…   Daniela Musumeci
February 13, 2026
Pressenza
Niscemi: sfruttamento locale e competizione globale
Il Movimento No Muos, nato e cresciuto attorno ai comitati  di Niscemi, Messina, Catania, Caltagirone, Ragusa, Piazza Armerina, Palermo e Alcamo, ha sfilato domenica 8 febbraio per le strade di Niscemi in solidarietà alle tante persone colpite dal disastro della frana. Abbiamo voluto essere vicini alle famiglie rimaste private di tutto: la loro casa, il bene principale. Da anni abbiamo evidenziato l’alta pericolosità del rischio franoso comprendente tutto il paese. Quindi essere vicino alle famiglie va da sé rimarcando le pesanti ricadute per la mancata tutela del territorio e i conseguenti impatti ambientali sempre gridati e mai attenzionati. Per le strette strade abbiamo sfilato, lanciato slogan cantando e sono stati scanditi diversi interventi sulla mediocre informazione dei media: in particolare qualche testata ha riportato in maniera distorta le dichiarazioni rilasciate da attivisti NOMUOS. La verità è che nulla è stato fatto per la messa in sicurezza del territorio, mentre percorsi tempestivi hanno dato il via a lavori immediati relativi al consolidamento della base militare. È questa la domanda: cosa si è fatto per stabilizzare il territorio il paese? Ci sono nei fatti due pesi e due misure e certo non è una novità: percorsi ingiusti e la mancata attenzione istituzionale. Non è possibile che il comune, le istituzioni, abbiano approvato in tempi celeri il progetto militare statunitense con la base militare M.U.O.S.  sottraendo un bene (la sughereta di Niscemi) già destinato alla Rete Natura Europea: più di 1.660.000 metri quadri di  terreno alla base americana M.U.O.S. (Mobile User Objective System). Per la costruzione della base militare M.U.O.S sono state sottratte al territorio aree boschive di antiche sugherete e pozzi d’acqua potabile, mentre famiglie niscemesi soffrono la mancanza di beni essenziali e sono dentro un’antica emergenza idrica; significa che manca l’acqua potabile dentro le case quando il sottosuolo è pieno d’acqua, scorrono fiumi sotto il paese e mai nessun lavoro di canalizzazione delle acque si è realizzato; è così che l’emergenza idrogeologica crea la frana. Niscemi oggi è devastata. Ecco cosa produce lo sfruttamento capitalistico locale riferito anche agli scenari di competizione globale. È stato imposto il modello di sviluppo militare per interessi di potere; in barba al paese e alla volontà popolare. Noi attivisti NOMUOS da più di 13 anni siamo contro questa presenza invasiva USA a Niscemi, con una delle infrastrutture militari più estese del territorio italiano: con antenne, e tre gigantesche parabole che collegate ad altre in Virginia, Hawaii e Australia potenziano gli attacchi nelle guerre, facendo diventare il territorio siciliano scenario di guerra. Alla fine il corteo si è aperto in piazza Mascione: per uno spunto di ragionamento ognuno ha invitato gli abitanti del posto a esprimere il loro pensiero sulle difficoltà presenti. Fuori da ogni fantasiosa promessa: l’emergenza richiede attenzione alle fragilità presenti, alla messa in sicurezza, al sostegno economico alle famiglie. Queste sono solo alcune delle voci che si sono espresse e che sono rimaste ancora senza risposta. Eppure la presenza di associazioni di altri paesi, i tanti contributi di solidarietà sono l’esempio del cambiamento: due ragazzi di un’associazione dei Nebrodi con un camioncino pieno di prodotti sono arrivati lì in piazza. Tante, tanti arrivano con doni per le famiglie di Niscemi. Ciò fa sperare in un futuro migliore. Diverso da questo. Virginia Dessy
February 10, 2026
Pressenza
Niscemi non cade
Non arriviamo a Niscemi per fare passerelle. Non arriviamo protetti da cordoni di polizia. Non arriviamo per parlare al posto di qualcuno. Siamo a Niscemi perché siamo parte di questa storia. Siamo a casa nostra. Siamo in mezzo alla nostra gente. Siamo con le compagne e i compagni di Niscemi. Quello che è accaduto non è una fatalità. Non è solo “maltempo”. È il prodotto di decenni di abbandono, di assenza di pianificazione, di manutenzioni episodiche, di opere emergenziali che sostituiscono la prevenzione. È il prodotto di un modello che considera alcuni territori sacrificabili. A Niscemi questo modello si vede in modo lampante: mentre il territorio civile viene lasciato senza infrastrutture adeguate, senza messa in sicurezza strutturale, senza servizi, continua e si rafforza una delle più grandi installazioni militari statunitensi presenti in Italia. Mentre case sono precipitate nel vuoto, mentre molte altre sono oggi inabitabili perché sospese sull’orlo della frana, mentre è stata istituita una zona rossa di 150 metri dal coronamento del dissesto che ingloba abitazioni, tre scuole, la biblioteca comunale e l’ufficio postale, la base militare viene monitorata, consolidata, ampliata. La zona rossa inizia a meno di cento passi dal municipio e dalla chiesa madre, e a poche decine di passi dalla piazza principale del paese. Esistono due territori solo nella narrazione del potere: uno civile, esposto e abbandonato; uno militare, protetto e messo in sicurezza. Ma la terra è una sola. E i rischi ricadono su chi abita. La frana è il segno visibile di una frattura più profonda: abbandono sociale, desertificazione economica, spopolamento, precarietà infrastrutturale, repressione del dissenso e avanzata della militarizzazione. Noi rifiutiamo le logiche mafiose, clientelari e paternalistiche con cui da sempre vengono gestite emergenze, risorse e ricostruzioni. Non chiediamo solo ristori. Chiediamo diritti. Chiediamo trasparenza. Chiediamo sicurezza vera. Chiediamo una gestione democratica dell’emergenza e della messa in sicurezza del territorio, sotto il controllo diretto dei comitati di cittadini, con accesso pubblico ai dati, alle decisioni, ai progetti. Chiediamo che la parola torni a chi vive questo territorio ogni giorno. Per questo chiamiamo una manifestazione pubblica: DOMENICA 8 FEBBRAIO 2026 ORE 10:00 NISCEMI – LARGO MASCIONE Una piazza aperta. Una parola collettiva. Uno spazio di ascolto, confronto e denuncia. Invitiamo le realtà sociali, i movimenti, le associazioni, le singole persone solidali a essere presenti. Niscemi non cade. Niscemi resiste. Niscemi parla. Movimento No MUOS Redazione Sicilia
February 3, 2026
Pressenza
La voragine del profitto
Niscemi è una cittadina di 25.000 abitanti passata alla cronaca negli ultimi anni non tanto per essere la capitale del carciofo violetto, ma per la costruzione nel suo territorio della base militare MUOS (NRTF) della US Navy. La cittadina sita nel cuore della Sicilia sud orientale, ai margini della piana di Gela, è situata su una collina di argille del miocene ricoperta da un ampio mantello di sabbie, segnata da numerose frane molto antiche e recenti. Domenica 25 gennaio è iniziato in modo inarrestabile un movimento franoso con un fronte esteso per circa 4 chilometri, che in alcuni punti raggiunge la profondità anche di 50 metri. Tutta l’area che costeggia la frana è stata dichiarata zona rossa per una profondità di 150 metri e sgomberata dagli abitanti. Si prevede l’evacuazione di almeno 4000 abitanti dalla cittadina nissena. Il movimento franoso è generato da una frana di grandi dimensioni, in una zona a elevato rischio frane e già fragile dal punto di vista idrogeologico (una frana più piccola era già avvenuta il 16 gennaio). Il fenomeno franoso è stato preceduto dal 19 al 21 gennaio dal ciclone “Harry”, che ha devastato le coste della Sicilia, soprattutto sul versante ionico e sud orientale. Il ciclone ha scaricato centinaia di millimetri di pioggia in 48–72 ore, associati ad un fortissimo vento di scirocco. C’è una diretta correlazione fra la riattivazione del corpo di frana e la straordinaria ricarica idrica dei suoli con la pressione interstiziale aumentata nelle unità argillose di Niscemi che faticano a drenare, facendo crescere le falde superficiali. Quello che si è generato è stata una frana a scorrimento, una rottura sotterranea nel pendio a margine del paese che ha separato due strati di rocce, la superiore delle quali è scivolata su quella sottostante spinta dal peso dell’acqua accumulata dalle forti piogge, con la separazione tra i due strati lubrificata da quella stessa acqua. Una frana a scorrimento può durare secoli, elemento essenziale è l’acqua su terreni incoerenti, associato alla pendenza e alla gravità. Le frane come quella di Niscemi si possono contrastare solo con la prevenzione e la gestione del territorio, destinando adeguati fondi per mitigare il rischio. Si sa da tempo che Niscemi è in pericolo frana. Da almeno 236 anni la gente del posto sa di come fosse stato un errore costruire la cittadina sui colli argillosi che dominano Gela. L’archeologo e naturalista Saverio Landolina Nava lo ricorda in un suo libro del 1792 intitolato “Relazione Della Rivoluzione Accaduta In Marzo 1790 Nelle Terre Vicine A S. Maria Di Niscemi Nel Val Di Noto”. Saverio Landolina Nava ci racconta che il 19 marzo 1790 «il lato opposto al pendio della montagna si sollevò in un piano e unitosi al pendio abbassato coll’altro lato formò li due piani inclinati che ora si vedono». Una storia apocalittica di una frana vecchia duecento anni. Ma non occorre andare al 1790 per avere coscienza del pericolo franoso: domenica 12 ottobre 1997 Niscemi fu interessata da una estesa frana. In due quartieri si vide la terra alzarsi come se fosse sollevata da una forza immensa e gli alberi d’ulivo sradicarsi come fuscelli. Pezzi del paese si staccarono pian piano a gradoni. Ci furono ingenti danni e mille persone furono evacuate. Le cronache di trent’anni fa ci raccontano come tutt’intorno il suolo sprofonda, le case si sgretolano, restano in aria scheletri di cemento e muri costruiti con conci di tufo. I residenti di Niscemi denunciano decenni di inerzia istituzionale nel prevenire il rischio frana. Il responsabile della protezione civile siciliana già nel 1997 dichiarò in modo lapidario: «che il paese era stato costruito nel posto sbagliato e che c’erano cose da fare con assoluta urgenza. Primo: allontanare gli abitanti che vivevano nelle aree più pericolose esposte alla frana. Secondo: costruire un sistema fognario e di deflusso delle acque bianche e nere in modo che, in caso di piogge torrenziali, il terreno non si impregnasse come una spugna». Passata l’emergenza si bloccò tutto e calò l’oblio. I buoni propositi finirono. Quindi, senza scomodare Saverio Landolina Nava, il fenomeno franoso di Niscemi è noto da almeno trent’anni. Domenica 25 gennaio la frana si è riattivata perché era già attiva e perché si sono sommate condizioni particolari, come le precipitazioni intense, che hanno portato al crollo di un costone dello sperone di roccia sabbiosa e arenacea su cui è costruita la cittadina. Diverse abitazioni dovevano essere abbattute, si dovevano costruire nuovi alloggi, infrastrutture in zone sicure, canali di drenaggio e di scolo, ma nonostante lo stanziamento di milioni di euro le autorità comunali, regionali e statali per anni non hanno fatto nulla per fronteggiare una situazione di pericolo ben conosciuta. Nulla è stato fatto neanche dopo l’aggiornamento del Piano di Assetto Idrogeologico (PAI) del 2022 che con precisione quasi profetica descrive i rischi del versante occidentale della collina di Niscemi. Il documento parla chiaro di “processi morfologici intensi”, “forte attività erosiva”, “movimenti ancora attivi”. In pratica, una frattura annunciata, un rischio concreto e in evoluzione. Oggi occorre realizzare infrastrutture sicure e attuare un programma di ricollocazione delle persone evacuate, a spese naturalmente pubbliche, in nuovi edifici e in alloggi liberi già esistenti, un piano che preveda la garanzia di poter avere una nuova casa sicura a tutti coloro i quali non potranno rientrare nelle loro abitazioni. Solo per gli effetti del ciclone Harry si calcolano già due miliardi di danni ed è ridicola la cifra di 100 milioni stanziata dal governo Meloni. Vanno immediatamente dirottati sull’emergenza idrogeologica i 3,5 miliardi di euro già spostati dal faraonico progetto del ponte sullo Stretto sul ZES (Zona economica speciale per il Mezzogiorno), sottraendoli alle fameliche clientele mafiose foraggiate dal governo nazionale, dando così risposte immediate e concrete ai territori colpiti. Da troppo tempo in modo criminale è mancata la pianificazione territoriale, mentre c’è stata la tolleranza verso costruzioni in aree pericolose e l’abusivismo è andato avanti con i condoni. Si è costruito troppo e male su un territorio fragile. La speculazione e il profitto hanno preso il posto della prevenzione. Negli stessi anni in cui i progetti di consolidamento della frana finivano nel dimenticatoio, le parabole NRTF (MUOS) della US Navy ottenevano tutte le autorizzazioni necessarie, nonostante si trovino nella riserva naturale della Sughereta. La fragilità negata del suolo si manifesta sotto forma di dissesto, come effetto concreto della speculazione affaristico-mafiosa e di un modello che ha imposto opere militari in aree inadatte, modificato assetti del suolo e regimi di drenaggio, favorito espansioni edilizie disordinate e rinviato sistematicamente interventi strutturali di messa in sicurezza. Studi, perizie, osservazioni tecniche indicano l’incompatibilità palese tra la fragilità geologica e idrogeologica del territorio niscemese e la presenza di infrastrutture militari di grandi dimensioni come il MUOS. All’interno della base americana è nato un problema simile a quello che colpisce l’intero paese, i fenomeni erosivi hanno interessato la zona sud della base dove è localizzata l’area antenne. In Sicilia, nonostante l’evidente sconquasso ambientale, si continua a investire in infrastrutture militari e in grandi opere spesso inutili o addirittura dannose. Il MUOS e il ponte sullo stretto ne sono un chiaro esempio. Serve il controllo popolare dal basso per la messa in sicurezza e il risanamento idrogeologico sostenibile e naturalistico del territorio niscemese. Serve un piano straordinario, concordato e controllato dalla popolazione, per la ricostruzione. Servono verifiche geologiche e idrogeologiche indipendenti su tutta l’area, inclusa la base americana MUOS. Non servono cifre astronomiche, serve cambiare approccio per la gestione del territorio, dell’ambiente e per la sicurezza degli abitanti di Niscemi. (in Umanità Nova,  settimanale anarchico – anno 106 n.4 del 8-02-2026)                                                         .     Renato Franzitta
February 2, 2026
Pressenza
Non solo Niscemi, franano anche i beni culturali
La frana di Niscemi ed i gravi danni che l’uragano Harry ha prodotto sulle coste orientali di Sicilia, Calabria e Sardegna, non sono certo immaginari. Essi sono, tuttavia, anche espressione metaforica della frana che coinvolge politica e istituzioni, incapaci di adottare strategie di prevenzione dei danni idrogeologici che coinvolgono gran parte dell’Italia. Sono danni strutturali, che toccano da vicino le popolazioni colpite, le loro case, il loro futuro e che hanno – per lo Stato e la finanza pubblica – costi altissimi, non ancora precisati ma sicuramente di gran lunga superiori al costo degli interventi di prevenzione mai realizzati. Sulla prevenzione, infatti, si continua a fare ben poco. Si continua ad intervenire – sempre che si intervenga – quando il danno è fatto. E parliamo di danni sempre più frequenti, con l’intervallo tra i cataclismi climatici che si riduce sempre più, come dimostra il fatto che, in Sicilia, in questi due decenni del nuovo secolo, se ne sono già registrati almeno un paio (Zeo nel 2005 e Apollo nel 2021). Un interessante articolo “Patrimonio culturale e disastri ambientali: quali strumenti per la prevenzione?” pubblicato in questi giorni su Micro Mega, a firma di Eliana Fischer e Carmelo Nigrelli, mette in evidenza un aspetto particolare, quello dei danni che coinvolgono il patrimonio culturale e archeologico, che è inamovibile. Leggiamo, infatti, che in Sicilia, dopo il ciclone Harry, “si è registrata la quasi scomparsa, nella costa ragusana, delle aree archeologiche di Caucana [in foto], un abitato di età tardoantica e bizantina, quasi un unicum per quel periodo, e di Kamarina dove si erano insediati coloni siracusani 600 anni prima di Cristo”. Non solo. Non sappiamo ancora nulla di aree archeologiche “come quella della penisola Magnisi, dove si era sviluppata una delle più importanti culture dell’aetà del bronzo, quella di Thapsos”. E, se abbiamo notizia di danni a siti archeologici della Sardegna, nulla sappiamo dei danni al patrimonio della Calabria, osservano gli autori. E’ chiaro, comunque, che i danni determinati da gravi eventi climatici non risparmiano il patrimonio culturale, archeologico e artistico, che non sempre è possibile spostare, come – invece – avvenne per alcuni manufatti artistici dopo l’esondazione dell’Arno a Firenze, nel 1966. Chi non ricorda gli “angeli del fango” che trasportavano a mano libri, dipinti e reperti fuori dagli Uffizi o dalla Chiesa di Santa Croce, all’interno della quale si trovavano il Cristo di Cimabue e l’Ultima Cena del Vasari, poi oggetto di difficile restauro? Ma restauro e ricostruzione possono solo porre rimedio, limitatamente. L’integrità del nostro patrimonio è affidata piuttosto alla prevenzione che deve basarsi sulla conoscenza della situazione idrogeologica. Nel 2018, Anno Europeo del Patrimonio culturale, è stato presentato a Bruxelles lo studio “Safeguarding Cultural Heritage from Natural and Man- Made Disasters”, dedicato al rischio del patrimonio culturale, che necessita di strategie di prevenzione comuni ai 28 paesi membri dell’Unione. In Italia, come ricorda l’articolo di Fischer/Nigrelli, il ministero ha un potenziale strumento “che se implementato e ristrutturato per integrarlo con gli strumenti ordinari di pianificazione” diventerebbe molto utile nelle politiche di prevenzione, la Carta del Rischio. Ad iniziare il percorso che condusse alla sua realizzazione fu Giovanni Urbani, funzionario dell’Istituto Centrale del Restauro, che tra il 1973 ed il 1983 elaborò un Piano Pilota per la conservazione dei beni culturali in Umbria, partendo dal presupposto che andavano considerati non separatamente, ma in stretto rapporto con l’ambiente naturale in cui sono inseriti, che deve essere anch’esso tutelato. Come ricordano Fischer e Nigrelli, il contributo scientifico di Urbani fu ignorato ed egli, nel 1983, “in aperta protesta contro un’amministrazione incapace di adottare le riforme indispensabili per un progresso scientifico e organizzato nel settore del restauro e della conservazione del patrimonio artistico e storico , rassegnò le sue dimissioni dall’Icr (Istituto centrale del restauro)”. Quello che Urbani aveva seminato portò frutto negli anni successivi, quando cominciò ad essere elaborata la Carta del rischio, “la cui idea guida consiste nell’individuare sistemi e procedimenti che consentano di programmare gli interventi di conservazione, prevenzione e restauro dei beni culturali, architettonici, archeologici e storico-artistici attraverso una banca-dati aggiornabile, gestita a livello centrale”. La Carta è oggi soprattutto un inventario, non uno strumento operativo, ma ha il merito di aver collegato in maniera indissolubile il bene al suo contesto geografico. Essa ha funzionato, inoltre, come punto di partenza per un nuovo strumento, l’Atlante del rischio del Patrimonio territoriale e urbano, nel cui sviluppo è coinvolto anche il Dicar dell’Università di Catania, in grado d’interagire e integrarsi con gli altri strumenti di pianificazione e di facilitare i titolari della tutela e protezione del patrimonio nella scelta delle priorità. E’ cambiato, in conclusione, il modello stesso di intervento. Non basta, infatti, tutelare l’oggetto architettonico nella sua singolarità. Come scrivono gli autori, “il cambiamento climatico non risparmia un immobile anche se storico, imbellettato e restaurato”. Redazione Sicilia
February 2, 2026
Pressenza
Frana di Niscemi: serve un cambio di paradigma immediato
Frana di Niscemi: un evento prevedibile in un territorio fragile, aggravato dal cambiamento climatico e da una governance ambientale inadeguata. L’evento franoso verificatosi a Niscemi non può essere interpretato come un fenomeno isolato né come una mera calamità naturale. Si tratta della manifestazione sistemica di una fragilità territoriale strutturale, tipica di ampie porzioni della Sicilia, caratterizzate da substrati argillosi a bassa coesione, elevata plasticità e marcata suscettibilità ai movimenti gravitativi in condizioni di saturazione idrica. Le cartografie ISPRA sul dissesto idrogeologico e i dati del geoportale regionale classificavano già l’area come a elevata pericolosità geomorfologica. L’innesco immediato è stato rappresentato dalle precipitazioni estreme associate al ciclone Harris, che hanno superato le soglie critiche di stabilità dei versanti. Tuttavia, questo episodio si inserisce pienamente nel quadro del cambiamento climatico in atto nel bacino mediterraneo: i modelli climatici regionali (RCM) indicano un aumento statisticamente significativo della frequenza e dell’intensità degli eventi piovosi concentrati, alternati a periodi prolungati di siccità che riducono la coesione dei suoli e ne amplificano la vulnerabilità. In termini scientifici, dunque, l’evento era prevedibile. Ancora più grave è il fatto che Niscemi era già stata colpita da una frana nel 1997, con danni rilevanti. Da allora si sono succeduti studi preliminari, dichiarazioni di intenti e promesse di intervento, senza che si arrivasse a un programma strutturale di mitigazione del rischio. Questo rappresenta un classico caso di fallimento della prevenzione: l’assenza di decisioni operative si è tradotta in un accumulo di rischio. Nel frattempo, la Sicilia affronta simultaneamente: * incendi boschivi ricorrenti e perdita di biodiversità * crisi idrica cronica, con perdite di rete superiori al 50% in molte aree * inquinamento industriale e degrado della qualità dell’aria * gestione inadeguata del ciclo dei rifiuti * erosione costiera attiva su circa il 77% del litorale regionale * urbanizzazione disordinata e consumo di suolo * crisi dell’agricoltura legata a stress idrico e impoverimento dei suoli Secondo la classificazione UNCCD (Convenzione delle Nazioni Unite contro la Desertificazione, ndR), oltre il 70% del territorio siciliano presenta indicatori compatibili con processi di desertificazione. Le proiezioni climatiche suggeriscono che entro il 2030 circa un terzo dell’isola potrebbe assumere caratteristiche assimilabili a ecosistemi aridi, con degradazione del suolo, perdita di sostanza organica, salinizzazione e stress idrico cronico. A questo quadro si aggiunge un ulteriore elemento strutturale: negli ultimi anni consistenti risorse destinate alla messa in sicurezza del territorio non sono state spese o sono rimaste bloccate nei meccanismi burocratici regionali, mentre contemporaneamente 2,1 miliardi di euro del Fondo Sviluppo e Coesione sono stati dirottati verso il Ponte sullo Stretto (1,3 miliardi) e impianti di incenerimento (circa 800 milioni). Questa scelta appare scientificamente incoerente in un contesto ad alta vulnerabilità climatica e geomorfologica. Dal punto di vista dell’analisi costi–benefici ambientali, l’allocazione delle risorse pubbliche risulta in contrasto con le raccomandazioni della letteratura internazionale sulla gestione adattativa dei territori mediterranei, che privilegia: * mitigazione del rischio idrogeologico (consolidamento dei versanti, drenaggi profondi, opere di regimazione idraulica) * infrastrutture verdi e Nature-Based Solutions (riforestazione, rinaturalizzazione dei corsi d’acqua, ripristino della copertura vegetale) * modelli di economia circolare in alternativa all’incenerimento * pianificazione territoriale integrata con vincoli geomorfologici e scenari climatici futuri. Un ulteriore fattore critico è rappresentato dalla sistematica sottovalutazione degli impatti cumulativi nelle procedure autorizzative. Valutazioni Ambientali (VIA e VAS) vengono spesso condotte in modo frammentario, senza una reale integrazione dei dati su dissesto idrogeologico, consumo di suolo e cambiamento climatico. Autorizzazioni edilizie e infrastrutturali continuano a essere rilasciate in aree fragili senza un’analisi profonda delle conseguenze a medio e lungo termine, alimentando un modello di sviluppo che incrementa l’esposizione al rischio. L’approccio dominante, fondato su grandi opere e difese rigide, produce un feedback maladattativo: aumenta la spesa pubblica senza rimuovere le cause strutturali del degrado territoriale. Nel frattempo, mentre la Sicilia affoga nel fango, il dibattito politico resta concentrato su un Ponte che non risolve le criticità infrastrutturali interne dell’Isola e su impianti di incenerimento che cristallizzano un modello arretrato di gestione dei rifiuti. La frana di Niscemi non è solo un disastro ambientale: è l’esito diretto di scelte politiche miopi, di fondi non spesi per la prevenzione, di autorizzazioni concesse senza un approccio sistemico e di un grave ritardo nell’adattamento climatico. Serve un cambio di paradigma immediato. Il governo regionale e il Parlamento siciliano devono pretendere, insieme al governo nazionale, la riallocazione dei 5,3 miliardi del Fondo Sviluppo e Coesione verso la messa in sicurezza del territorio, la gestione sostenibile delle risorse idriche, la prevenzione del dissesto idrogeologico e l’adattamento al cambiamento climatico. Continuare a finanziare grandi opere simboliche mentre i comuni franano significa accettare consapevolmente nuovi disastri annunciati. La vera infrastruttura strategica della Sicilia oggi non è un ponte sullo Stretto: è la cura del territorio. Ed è una responsabilità politica precisa, che ha nomi, ruoli e decisioni ben riconoscibili.   Redazione Sicilia
January 30, 2026
Pressenza
Niscemi: oltre il ciclone, profitti e servitù militari
Riprendiamo dal sito Jacobin Italia La devastazione in Sicilia è frutto di territori ceduti ai grossi capitali, al settore militare, e a uno Stato che è presente nel reprimere il dissenso ma latita nel momento del bisogno. Più di 2 miliardi di euro di danni tra Sicilia-Sardegna-Calabria, quattro morti, oltre 300 persone disperse. Queste le cifre del passaggio del ciclone Harry nel Mediterraneo avvenuto tra il 20 e il 21 gennaio 2026. In Sicilia i danni calcolati fino a ora superano il miliardo, più di 100 i km di costa jonica devastati, centinaia le persone che non possono tornare a casa. E se sulla costa il mare e il vento hanno lasciato segni evidenti del loro passaggio, nell’entroterra il protagonismo è della pioggia. A Niscemi, paese di 25 mila abitanti in provincia di Caltanissetta, la frana che dieci giorni prima aveva interessato contrade più periferiche dell’abitato niscemese, non si è fermata: le piogge causate dal passaggio di Harry hanno reso il terreno argilloso dell’altopiano, dove sorge il centro abitato, ancora più scivoloso, creando nella zona sud-ovest del paese una frana lunga 5 km, con un taglio che supera i 25 metri. Le persone sfollate in sole 24 ore sono diventate più di mille. Ma la frana continua a camminare, e così anche l’area del paese evacuata si allarga di conseguenza. Mentre scrivo, Niscemi è ancora in piena emergenza. Questi sono giorni di paura in Sicilia, di quella paura generata dal rumore del vento, del mare in burrasca e della terra che si muove; sono giorni in cui le vite di migliaia di persone sono sospese nel silenzio che caratterizza il momento successivo alla tempesta, ma che è anche il tratto distintivo dell’indifferenza. L’assenza di attenzione mediatica e politica all’indomani del passaggio di Harry ha acceso molti animi: da quelli degli amministratori locali, a quelli degli/delle abitanti delle zone devastate, passando per le persone di origine siciliana emigrate nel nord produttivo, che sperimentano reazioni ben diverse quando un evento climatico estremo colpisce il centro della produzione di Pil. A parte qualche rara eccezione, niente di quanto descritto in apertura di questo articolo è arrivato nelle prime pagine dei giornali nazionali. Il Consiglio dei Ministri ha impiegato cinque giorni per dichiarare lo stato di emergenza e stanziare una prima tranche di 100 milioni di euro (per tre regioni, su un totale di 2 miliardi di danni). Anche quando il disastro buca lo schermo, le morti tunisine e le persone disperse nel Mediterraneo nel tentativo di attraversarlo, scompaiono. Una (dis)attenzione mediatica non casuale, frutto di una questione meridionale mai davvero sanata (e affrontata seriamente) e di uno sguardo bianco razzializzante che non si spinge oltre i confini della fortezza Europa, che ha reso il Mediterraneo un cimitero a cielo aperto. Una (dis)attenzione mediatica che presta il fianco a quella politica, che – lontana dai riflettori – può permettersi di lavorare con lentezza prima di dare qualche risposta concreta a quella che considera la periferia del Pil, ma che non si fa attendere durante le campagne elettorali di ogni ordine e grado. Il passaggio del ciclone in Sicilia e i relativi effetti, però, si prestano a delle considerazioni. La normalità dei cambiamenti climatici In Sicilia i cicloni potevano essere una novità negli anni Novanta, quando se ne sentì parlare solo un paio di volte. Quella che viviamo oggi è una nuova normalità: dal 2018 a oggi, sono sei i fenomeni ciclonici che hanno coinvolto le coste siciliane; l’ultimo, nel 2021, ha causato 3 morti. Non si tratta dell’imprevedibilità del mare, che certo non si nega, soprattutto quando si è abituati a vivere circondati dal mare. Gli studi ci dicono che il clima in Sicilia non sta cambiando, è già cambiato. Piogge torrenziali, cicloni, mareggiate, picchi di calore sempre più intensi, periodi di siccità prolungata: queste sono tutte conseguenze dell’aumento delle temperature globali. Sebbene negare questa evidenza oggi sia sempre più difficile, l’ostruzionismo climatico fa in modo che il tema dei cambiamenti climatici finisca in fondo all’agenda politica o, peggio ancora, sia utilizzato strumentalmente per drenare risorse su altro (ad esempio, la difesa). Misure di adattamento climatico e messa in sicurezza del territorio diventano delle chimere, che lasciano spazio a politiche speculative, estrattive e predatorie. O peggio ancora all’ignavia. La stessa area interessata dalla frana che rischia seriamente di isolare tutto il paese di Niscemi, nel 1997 fu interessata da un evento franoso simile, che aveva causato ingenti danni e sfollato centinaia di persone. A seguito di quell’evento, intoppi burocratici e contenziosi legali portati alle lunghe hanno fatto perdere i fondi disponibili per la messa in sicurezza del territorio. Un’ignavia burocratica e una pigrizia politica che non esistono se l’uso del territorio è destinato a scopi militari. Ancor più se statunitensi. Oltre i cambiamenti climatici: la militarizzazione del territorio Niscemi non è solo un paese tagliato in due da una frana. Dal 1991 la base Nrtf della US Navy occupa una consistente porzione (l’equivalente di 220 campi da calcio) della Riserva naturale orientata Sughereta, uno dei polmoni verdi dell’entroterra siciliano dalle caratteristiche faunistiche e floristiche speciali. In questa base, dal 2019, è attivo il Muos, un sistema di comunicazione geo-satellitare a utilizzo esclusivo della difesa statunitense. Il Muos, insieme alla vicina Sigonella, rendono la Sicilia un vero e proprio hub militare statunitense al centro del Mediterraneo, oggi complice della guerra in Ucraina e del genocidio a Gaza… domani chissà. La popolazione colpita dalla frana ha generosamente lottato contro quest’ennesima installazione militare, qualcuno direbbe «con ogni mezzo necessario»: grandi manifestazioni pacifiche, danneggiamenti, occupazione della base militare, perizie e contro perizie, azioni legali di ogni tipo. È dal 2009 che il movimento denuncia lucidamente il rischio di mettere una (ulteriore) infrastruttura militare in un territorio così fragile dal punto di vista idro-geologico, oltre ai danni all’ambiente e alle persone circostanti. Nonostante le perizie indipendenti e i dati, per la difesa americana nessuna ignavia burocratica, nessun vincolo ambientale, ma la complicità di una classe politica nazionale e regionale (di ogni colore politico, si intende) prona al dominio imperialista e agli interessi militaristi degli Stati Uniti d’America. Il territorio è unico, ma le regole (e la sovranità esercitata) evidentemente sono diverse. Ed è così che nello stesso territorio in cui le persone in casa devono attrezzarsi con grosse riserve sul tetto per avere l’acqua corrente, nella vicina base militare l’acqua (potabile) non manca mai; nello stesso spazio geografico presidiato dall’esercito più potente al mondo, nell’estate del 2025 un incendio durato più giorni ha distrutto due terzi del patrimonio boschivo della Sughereta, lambendo la stessa base militare presidiata; nella stessa area in cui si muore troppo per malattie tumorali e in cui l’esistenza dell’ospedale è stata messa in discussione più di una volta, si decide di installare una infrastruttura militare che inquina la poca acqua che c’è e che avvelena l’area con le sue onde elettromagnetiche; nello stesso luogo che ogni anno diventa sempre più vecchio e disabitato per via di una migrazione costante, ciclicamente arrivano giovanissimi militari italiani e americani a difendere una base dalle persone che vi si oppongono; nello stesso luogo in cui per trent’anni non si è riusciti a mettere in sicurezza un’area a rischio frana, meno di sei mesi fa la Regione Siciliana, in barba ai vincoli ambientali, ha approvato la richiesta di lavori di messa in sicurezza della base di cemento del Muos, che rischia di crollare per via di un possibile smottamento del terreno. Un’autorizzazione che oggi assomiglia più a uno schiaffo per l’intera comunità di Niscemi. Territori fragili e uso del territorio Le fragilità di Niscemi sono le fragilità di tanti altri luoghi della Sicilia. Quel mostro che a Niscemi è il Muos, altrove è il progetto del Ponte sullo Stretto (Messina), è il progetto della scuola di addestramento per i piloti di F35 (Trapani), è l’impianto eolico offshore (isole Egadi), è la rete di gasdotti di Eni (Gela). Tutte queste storie rendono evidente una verità: le fragilità dei territori sono una condizione strutturale per la speculazione e la militarizzazione, ma anche una loro conseguenza. Le fragilità ambientali, sanitarie, sociali, economiche, demografiche determinano quanto una zona è sacrificabile agli interessi militari, politici, ed economici dei grossi capitali, e sono allo stesso tempo la misura del prezzo pagato da questi stessi territori sacrificati. Fragilità che dovrebbero essere amministrate con cura, rispetto e responsabilità, ma che invece spesso lasciano spazio a carrierismo, speculazione e, soprattutto, al ricatto. Il miraggio del lavoro e del benessere che accompagna ogni progetto di occupazione militare e speculazione sul territorio, sono in realtà ricatti travestiti da promesse costantemente disattese: ti promettiamo un lavoro ma inquineremo l’aria, le falde acquifere e ti faremo ammalare; promettiamo ricchezza ma ti renderemo un obiettivo militare; promettiamo sviluppo e benessere ma devasteremo l’ecosistema e sconvolgeremo il paesaggio. Militarismo e capitalismo tentano di comprare il consenso locale con promesse che fanno leva sulle fragilità più dolorose, e allo stesso tempo frenano e bloccano ogni possibilità di sviluppo alternativo a quello progettato altrove. Si arriva a negare l’esistenza stessa di economie e reti sociali che possano esistere fuori da queste opere calate dall’alto: i luoghi dove insistono questi progetti sono considerati dei vuoti da riempire. L’uso del territorio non è in mano a chi lo abita, ma di chi lo occupa e lo compra, proponendo idee di sicurezza e sviluppo che sono un cappio al collo sempre più stretto per la nostra e le altre specie, sull’orlo del disastro climatico e della guerra. Oltre il colonialismo interno, il capitalismo e il militarismo Qualche indizio su cosa potrà accadere adesso è nelle dichiarazioni rilasciate dagli amministratori locali: la priorità è ricostruire le infrastrutture turistiche della costa prima dell’inizio della stagione estiva, gli altri interventi strutturali arriveranno dopo. Parole che raccontano la storia di una costa che non è più luogo della vita e delle relazioni locali, ma infrastruttura turistica da fruire, che crea l’economia dello sfruttamento del lavoro stagionale e della privatizzazione dell’accesso al mare. Una visione di territorio e del suo utilizzo che stabiliranno le priorità della ricostruzione, per chi e a quale scopo. Sottigliezze che faranno tutta la differenza del mondo, e in cui pezzi di territorio «inutile» rischiano di essere dimenticati. I movimenti contro il Ponte sullo Stretto di Messina e contro il MUOS di Niscemi, hanno già scritto lucide riflessioni a riguardo. La devastazione che la Sicilia sta vivendo in questi giorni è frutto di una sovranità sul territorio sospesa, ceduta ai grossi capitali, al settore militare, e a uno Stato che è presente nel reprimere il dissenso, salvo poi latitare nel momento del bisogno. La ricostruzione può essere un’occasione per rifare meglio di prima, e un buon inizio sarebbe stanziare i 15 miliardi previsti per la realizzazione del Ponte sullo Stretto per la messa in sicurezza dei territori, misure di adattamento climatico e la ricostruzione. Servono studi e misurazioni indipendenti, insieme allo stop per ogni nuovo progetto speculativo sul territorio, al consumo di suolo, infrastrutture militari comprese. Serve prendersi delle responsabilità ed essere presenti. Mentre lo Stato latita, sono presenti le comunità colpite, i movimenti locali, le persone che si sono attivate da subito in modo solidale per ripristinare un vago senso di normalità. Una lezione che ho personalmente imparato molti anni fa a Niscemi è che i territori sono di chi li abita. Le presenze, ma soprattutto le assenze, di questi giorni non fanno altro che confermare questa lezione. Come affermare e garantire il diritto all’autogoverno di questi territori è la sfida vera che siamo già chiamate ad affrontare. Nel frattempo, tutta la mia solidarietà va alle comunità colpite. *Federica Frazzetta è ricercatrice alla Scuola Normale Superiore di Pisa Redazione Sicilia
January 30, 2026
Pressenza