Niscemi: oltre il ciclone, profitti e servitù militariRiprendiamo dal sito Jacobin Italia
La devastazione in Sicilia è frutto di territori ceduti ai grossi capitali, al
settore militare, e a uno Stato che è presente nel reprimere il dissenso ma
latita nel momento del bisogno.
Più di 2 miliardi di euro di danni tra Sicilia-Sardegna-Calabria, quattro morti,
oltre 300 persone disperse. Queste le cifre del passaggio del ciclone Harry nel
Mediterraneo avvenuto tra il 20 e il 21 gennaio 2026. In Sicilia i danni
calcolati fino a ora superano il miliardo, più di 100 i km di costa jonica
devastati, centinaia le persone che non possono tornare a casa. E se sulla costa
il mare e il vento hanno lasciato segni evidenti del loro passaggio,
nell’entroterra il protagonismo è della pioggia.
A Niscemi, paese di 25 mila abitanti in provincia di Caltanissetta, la frana che
dieci giorni prima aveva interessato contrade più periferiche dell’abitato
niscemese, non si è fermata: le piogge causate dal passaggio di Harry hanno reso
il terreno argilloso dell’altopiano, dove sorge il centro abitato, ancora più
scivoloso, creando nella zona sud-ovest del paese una frana lunga 5 km, con un
taglio che supera i 25 metri. Le persone sfollate in sole 24 ore sono diventate
più di mille. Ma la frana continua a camminare, e così anche l’area del paese
evacuata si allarga di conseguenza. Mentre scrivo, Niscemi è ancora in piena
emergenza.
Questi sono giorni di paura in Sicilia, di quella paura generata dal rumore del
vento, del mare in burrasca e della terra che si muove; sono giorni in cui le
vite di migliaia di persone sono sospese nel silenzio che caratterizza il
momento successivo alla tempesta, ma che è anche il tratto distintivo
dell’indifferenza. L’assenza di attenzione mediatica e politica all’indomani del
passaggio di Harry ha acceso molti animi: da quelli degli amministratori locali,
a quelli degli/delle abitanti delle zone devastate, passando per le persone di
origine siciliana emigrate nel nord produttivo, che sperimentano reazioni ben
diverse quando un evento climatico estremo colpisce il centro della produzione
di Pil.
A parte qualche rara eccezione, niente di quanto descritto in apertura di questo
articolo è arrivato nelle prime pagine dei giornali nazionali. Il Consiglio dei
Ministri ha impiegato cinque giorni per dichiarare lo stato di emergenza e
stanziare una prima tranche di 100 milioni di euro (per tre regioni, su un
totale di 2 miliardi di danni). Anche quando il disastro buca lo schermo, le
morti tunisine e le persone disperse nel Mediterraneo nel tentativo di
attraversarlo, scompaiono. Una (dis)attenzione mediatica non casuale, frutto di
una questione meridionale mai davvero sanata (e affrontata seriamente) e di uno
sguardo bianco razzializzante che non si spinge oltre i confini della fortezza
Europa, che ha reso il Mediterraneo un cimitero a cielo aperto. Una
(dis)attenzione mediatica che presta il fianco a quella politica, che – lontana
dai riflettori – può permettersi di lavorare con lentezza prima di dare qualche
risposta concreta a quella che considera la periferia del Pil, ma che non si fa
attendere durante le campagne elettorali di ogni ordine e grado. Il passaggio
del ciclone in Sicilia e i relativi effetti, però, si prestano a delle
considerazioni.
La normalità dei cambiamenti climatici
In Sicilia i cicloni potevano essere una novità negli anni Novanta, quando se ne
sentì parlare solo un paio di volte. Quella che viviamo oggi è una nuova
normalità: dal 2018 a oggi, sono sei i fenomeni ciclonici che hanno coinvolto le
coste siciliane; l’ultimo, nel 2021, ha causato 3 morti. Non si tratta
dell’imprevedibilità del mare, che certo non si nega, soprattutto quando si è
abituati a vivere circondati dal mare. Gli studi ci dicono che il clima in
Sicilia non sta cambiando, è già cambiato. Piogge torrenziali, cicloni,
mareggiate, picchi di calore sempre più intensi, periodi di siccità prolungata:
queste sono tutte conseguenze dell’aumento delle temperature globali. Sebbene
negare questa evidenza oggi sia sempre più difficile, l’ostruzionismo climatico
fa in modo che il tema dei cambiamenti climatici finisca in fondo all’agenda
politica o, peggio ancora, sia utilizzato strumentalmente per drenare risorse su
altro (ad esempio, la difesa). Misure di adattamento climatico e messa in
sicurezza del territorio diventano delle chimere, che lasciano spazio a
politiche speculative, estrattive e predatorie. O peggio ancora all’ignavia. La
stessa area interessata dalla frana che rischia seriamente di isolare tutto il
paese di Niscemi, nel 1997 fu interessata da un evento franoso simile, che aveva
causato ingenti danni e sfollato centinaia di persone. A seguito di
quell’evento, intoppi burocratici e contenziosi legali portati alle lunghe hanno
fatto perdere i fondi disponibili per la messa in sicurezza del territorio.
Un’ignavia burocratica e una pigrizia politica che non esistono se l’uso del
territorio è destinato a scopi militari. Ancor più se statunitensi.
Oltre i cambiamenti climatici: la militarizzazione del territorio
Niscemi non è solo un paese tagliato in due da una frana. Dal 1991 la base Nrtf
della US Navy occupa una consistente porzione (l’equivalente di 220 campi da
calcio) della Riserva naturale orientata Sughereta, uno dei polmoni verdi
dell’entroterra siciliano dalle caratteristiche faunistiche e floristiche
speciali. In questa base, dal 2019, è attivo il Muos, un sistema di
comunicazione geo-satellitare a utilizzo esclusivo della difesa statunitense. Il
Muos, insieme alla vicina Sigonella, rendono la Sicilia un vero e
proprio hub militare statunitense al centro del Mediterraneo, oggi complice
della guerra in Ucraina e del genocidio a Gaza… domani chissà.
La popolazione colpita dalla frana ha generosamente lottato contro
quest’ennesima installazione militare, qualcuno direbbe «con ogni mezzo
necessario»: grandi manifestazioni pacifiche, danneggiamenti, occupazione della
base militare, perizie e contro perizie, azioni legali di ogni tipo. È dal 2009
che il movimento denuncia lucidamente il rischio di mettere una (ulteriore)
infrastruttura militare in un territorio così fragile dal punto di vista
idro-geologico, oltre ai danni all’ambiente e alle persone circostanti.
Nonostante le perizie indipendenti e i dati, per la difesa americana nessuna
ignavia burocratica, nessun vincolo ambientale, ma la complicità di una classe
politica nazionale e regionale (di ogni colore politico, si intende) prona al
dominio imperialista e agli interessi militaristi degli Stati Uniti d’America.
Il territorio è unico, ma le regole (e la sovranità esercitata) evidentemente
sono diverse.
Ed è così che nello stesso territorio in cui le persone in casa devono
attrezzarsi con grosse riserve sul tetto per avere l’acqua corrente, nella
vicina base militare l’acqua (potabile) non manca mai; nello stesso spazio
geografico presidiato dall’esercito più potente al mondo, nell’estate del 2025
un incendio durato più giorni ha distrutto due terzi del patrimonio boschivo
della Sughereta, lambendo la stessa base militare presidiata; nella stessa area
in cui si muore troppo per malattie tumorali e in cui l’esistenza dell’ospedale
è stata messa in discussione più di una volta, si decide di installare una
infrastruttura militare che inquina la poca acqua che c’è e che avvelena l’area
con le sue onde elettromagnetiche; nello stesso luogo che ogni anno diventa
sempre più vecchio e disabitato per via di una migrazione costante, ciclicamente
arrivano giovanissimi militari italiani e americani a difendere una base dalle
persone che vi si oppongono; nello stesso luogo in cui per trent’anni non si è
riusciti a mettere in sicurezza un’area a rischio frana, meno di sei mesi fa la
Regione Siciliana, in barba ai vincoli ambientali, ha approvato la richiesta di
lavori di messa in sicurezza della base di cemento del Muos, che rischia di
crollare per via di un possibile smottamento del terreno. Un’autorizzazione che
oggi assomiglia più a uno schiaffo per l’intera comunità di Niscemi.
Territori fragili e uso del territorio
Le fragilità di Niscemi sono le fragilità di tanti altri luoghi della Sicilia.
Quel mostro che a Niscemi è il Muos, altrove è il progetto del Ponte sullo
Stretto (Messina), è il progetto della scuola di addestramento per i piloti di
F35 (Trapani), è l’impianto eolico offshore (isole Egadi), è la rete di gasdotti
di Eni (Gela).
Tutte queste storie rendono evidente una verità: le fragilità dei territori sono
una condizione strutturale per la speculazione e la militarizzazione, ma anche
una loro conseguenza. Le fragilità ambientali, sanitarie, sociali, economiche,
demografiche determinano quanto una zona è sacrificabile agli interessi
militari, politici, ed economici dei grossi capitali, e sono allo stesso tempo
la misura del prezzo pagato da questi stessi territori sacrificati. Fragilità
che dovrebbero essere amministrate con cura, rispetto e responsabilità, ma che
invece spesso lasciano spazio a carrierismo, speculazione e, soprattutto, al
ricatto.
Il miraggio del lavoro e del benessere che accompagna ogni progetto di
occupazione militare e speculazione sul territorio, sono in realtà ricatti
travestiti da promesse costantemente disattese: ti promettiamo un lavoro ma
inquineremo l’aria, le falde acquifere e ti faremo ammalare; promettiamo
ricchezza ma ti renderemo un obiettivo militare; promettiamo sviluppo e
benessere ma devasteremo l’ecosistema e sconvolgeremo il paesaggio.
Militarismo e capitalismo tentano di comprare il consenso locale con promesse
che fanno leva sulle fragilità più dolorose, e allo stesso tempo frenano e
bloccano ogni possibilità di sviluppo alternativo a quello progettato altrove.
Si arriva a negare l’esistenza stessa di economie e reti sociali che possano
esistere fuori da queste opere calate dall’alto: i luoghi dove insistono questi
progetti sono considerati dei vuoti da riempire. L’uso del territorio non è in
mano a chi lo abita, ma di chi lo occupa e lo compra, proponendo idee di
sicurezza e sviluppo che sono un cappio al collo sempre più stretto per la
nostra e le altre specie, sull’orlo del disastro climatico e della guerra.
Oltre il colonialismo interno, il capitalismo e il militarismo
Qualche indizio su cosa potrà accadere adesso è nelle dichiarazioni rilasciate
dagli amministratori locali: la priorità è ricostruire le infrastrutture
turistiche della costa prima dell’inizio della stagione estiva, gli altri
interventi strutturali arriveranno dopo. Parole che raccontano la storia di una
costa che non è più luogo della vita e delle relazioni locali, ma infrastruttura
turistica da fruire, che crea l’economia dello sfruttamento del lavoro
stagionale e della privatizzazione dell’accesso al mare. Una visione di
territorio e del suo utilizzo che stabiliranno le priorità della ricostruzione,
per chi e a quale scopo. Sottigliezze che faranno tutta la differenza del mondo,
e in cui pezzi di territorio «inutile» rischiano di essere dimenticati.
I movimenti contro il Ponte sullo Stretto di Messina e contro il MUOS di
Niscemi, hanno già scritto lucide riflessioni a riguardo. La devastazione che la
Sicilia sta vivendo in questi giorni è frutto di una sovranità sul territorio
sospesa, ceduta ai grossi capitali, al settore militare, e a uno Stato che è
presente nel reprimere il dissenso, salvo poi latitare nel momento del bisogno.
La ricostruzione può essere un’occasione per rifare meglio di prima, e un buon
inizio sarebbe stanziare i 15 miliardi previsti per la realizzazione del Ponte
sullo Stretto per la messa in sicurezza dei territori, misure di adattamento
climatico e la ricostruzione. Servono studi e misurazioni indipendenti, insieme
allo stop per ogni nuovo progetto speculativo sul territorio, al consumo di
suolo, infrastrutture militari comprese. Serve prendersi delle responsabilità ed
essere presenti. Mentre lo Stato latita, sono presenti le comunità colpite, i
movimenti locali, le persone che si sono attivate da subito in modo solidale per
ripristinare un vago senso di normalità.
Una lezione che ho personalmente imparato molti anni fa a Niscemi è che i
territori sono di chi li abita. Le presenze, ma soprattutto le assenze, di
questi giorni non fanno altro che confermare questa lezione. Come affermare e
garantire il diritto all’autogoverno di questi territori è la sfida vera che
siamo già chiamate ad affrontare. Nel frattempo, tutta la mia solidarietà va
alle comunità colpite.
*Federica Frazzetta è ricercatrice alla Scuola Normale Superiore di Pisa
Redazione Sicilia