Gabriella Alberti, Devi Sacchetto / Soggettività migrante transnazionale
In
un momento storico nel quale la geopolitica incornicia la quasi totalità del
dibattito politico, il volume di Gabriella Alberti e Devi Sacchetto, Lavoro
migrante – Exit, voice e riproduzione sociale, prende in mano, dentro una
tensione di ricerca e di studio, il tema del rapporto fra migrazione e lavoro
facendolo da una prospettiva inconsueta. Il testo riannoda i fili di una
genealogia semantica dei processi che determinano le dinamiche del lavoro in una
dimensione transnazionale, sulla base di una lettura che non trova molto spazio
nel dibattito politico e scientifico odierno. Il libro avvia e organizza
concetti che introducono chiavi di lettura articolate che ridefiniscono e
abbattono alcuni fra i luoghi comuni più diffusi sulla materia. Proviamo ad
indicare dei nodi sintetici.
L’approccio neoclassico, che considera la mobilità come una risposta competitiva
agli squilibri di mercato, e quello istituzionale, che analizza l’interazione
tra mobilità e varietà nazionali del capitalismo, sono largamente criticati dai
due autori perché naturalizzano i confini nazionali e ignorano le relazioni
sociali e storiche tra le diverse forze lavoro. Queste prospettive, infatti,
considerano la competizione tra lavoratori autoctoni e migranti come meccanica
e priva di contesto, riproducendo un “nazionalismo metodologico” che definisce
rigidamente chi appartiene alla forza lavoro nazionale e chi no. Questo
approccio critico di Alberti e Sacchetto riconfigura i parametri attraverso cui
viene valutata la mobilità del lavoro nel suo complesso.
In questa prospettiva, l’approfondimento dei due autori sulla razzializzazione e
la genderizzazione del lavoro considera questi processi come un modo specifico
di organizzare la produzione e la gestione della forza lavoro al fine di
estrarne valore. La politica del lavoro migrante è infatti influenzata da
dinamiche di potere razzializzato che segmentano e segregano alcuni gruppi di
lavoratori migranti in lavori a basso salario. L’attenzione alle forme
contemporanee di razzializzazione porta inoltre alla luce le questioni della
cittadinanza e del potere statale nell’includere i lavoratori e le lavoratrici
migranti in modo differenziato. I migranti e le comunità stanziali emergono
quindi come soggetti razzializzati attraverso gerarchie di status giuridico,
genere, cultura e classe. La teoria del doppio mercato del lavoro suggerisce che
il mercato primario è dominato dagli uomini bianchi locali, mentre le minoranze
etniche e gli immigrati sono relegati ai lavori meno retribuiti.
L’individuazione di zone franche o a condizioni differenziate, che nel volume
vengono definite “Enclave di lavoro differenziato”, costituisce un sistema per
regolamentare il lavoro in modo specifico e differenziato da quello della forza
lavoro locale.
Il libro offre una chiave di lettura originale perché, mentre introduce nuovi
strumenti di analisi, invita anche ad adottare uno sguardo più complesso. A
partire dalla ricerca svolta, propone di considerare lavoratori e lavoratrici
migranti come soggetti attivi, mettendo in relazione lavoro migrante, mercati
del lavoro transnazionali e contesti nazionali, superando l’idea dei migranti
come semplice espressione della volontà padronale.
Il tema che investe maggiormente l’interesse degli autori è il ruolo della
mobilità e del turn over lavorativo, che seppur analizzato nelle dimensioni
sociologiche più ampie, viene individuato come uno degli strumenti di
opposizione da parte dei lavoratori e delle lavoratrici al regime di
sfruttamento. Dunque, non una fuga, ma un abbandono consapevole volto ad
affermare la propria soggettività su una scala transnazionale, una uscita dallo
specifico contesto lavorativo come atto di resistenza, incastonato dentro la
dimensione della mobilità transnazionale e strumento di conflitto sociale e di
classe, se esso è agito dai lavoratori che non subiscono forme di ricatto più
consistenti. Al tema della mobilità si lega in modo indissolubile la questione
dei mezzi di sostentamento complessivi che non possono non comprendere le varie
forme che la riproduzione sociale assume e che il testo affronta in modo
articolato.
A sostegno della validità delle analisi, il volume presenta una serie di
esperienze concrete che illustrano le analisi descritte da Alberti e Sacchetto e
che tra loro presentano relazioni semantiche. Tali esperienze coprono un periodo
temporale esteso e includono il sistema della Kafala nei Paesi del Golfo
Persico, che obbliga i lavoratori migranti, soggetti allo sponsor padronale, a
chiedere il permesso ai datori di lavoro per cambiare impresa, determinando un
controllo da parte di questi ultimi e l’espropriazione politica dei lavoratori,
che non possono scioperare, fare assemblee o riunioni. Nonostante ciò, ad agosto
2019 centinaia di lavoratori hanno scioperato per chiedere l’abolizione di
questo sistema proprietario. Per quanto riguarda le enclave di lavoro
differenziato, viene analizzato il sistema organizzativo della Foxconn di
Shenzhen che, nel 2010, ha registrato il tentato suicidio di 18 giovani
lavoratori provenienti dalle zone rurali e la morte di 14 di essi. Fra i vari
esempi di mobilitazione e lotta legati al lavoro migrante, nel volume si ricorda
lo sciopero dell’agosto 1973 delle lavoratrici della Pierburg Autoparts, che
aveva come obiettivo l’abolizione della “categoria del salario leggero”, che
aveva sostituito la “categoria salariale femminile”. Su 3.600 lavoratrici in
sciopero, 2.100 erano migranti. Solo dopo quattro giorni di scontri, le
lavoratrici ottennero la solidarietà degli operai qualificati, maschi e bianchi,
e vinsero la vertenza.
Alberti e Sacchetto hanno il pregio di rompere l’isolamento teorico di chi non
vuole rassegnarsi agli schemi imposti da una lettura della globalizzazione, che
veicolano l’idea dell’assenza di luoghi e spazi della decisione e quindi
dell’individuazione di un soggetto verso cui orientare il conflitto. La vecchia
e imprescindibile dicotomia fra capitale e lavoro assume in questo volume una
nuova e rivitalizzata forma e consente di uscire dalle secche dell’impotenza
delle letture sulla globalizzazione introdotte a partire dai primi anni Novanta,
quando qualcuno si cullava in modo suggestivo ma errato sulla “fine del
lavoro”. Il volume costituisce quindi un antidoto, alla tendenza del momento,
di guardare ogni cosa attraverso le lenti della geopolitica, che altro non è che
un colpo di coda per ridare vita ad un’idea di stato novecentesco che espelle,
però, dal proprio mandato la tutela, i bisogni e la soggettività delle classi
subalterne.
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