Caso Regeni, un decennio di silenzi, interessi e il nuovo tradimento dello Stato
Non è una semplice schermaglia parlamentare, né l’ennesimo capitolo di una
stanca dialettica tra fazioni. È, molto più crudelmente, una ferita che torna a
spurgare su un corpo sociale già devastato da dieci anni di promesse scritte
sulla sabbia. Le recenti esternazioni del Ministro dell’Interno Matteo
Piantedosi — che si è spinto a lodare la “professionalità” e la “fondamentale
collaborazione” dei servizi di sicurezza egiziani durante un vertice sulla
gestione dei flussi migratori — rappresentano l’ultimo, amarissimo atto di una
strategia diplomatica che è difficile non definire come un tradimento della
dignità nazionale.
Mentre a Roma il processo contro i quattro ufficiali della National Security del
Cairo arranca tra i rottami di notifiche mai consegnate e il boicottaggio
sistematico delle autorità egiziane, le parole del Viminale suonano come un de
profundis per la ricerca della verità. Elogiare l’efficienza di quegli apparati
che la nostra Procura indica come i torturatori di un giovane ricercatore
italiano significa, nei fatti, archiviare la morte di Giulio Regeni come un
fastidioso incidente di percorso, un prezzo accettabile da pagare sull’altare
della stabilità mediterranea.
Tuttavia sarebbe un errore di prospettiva, oltre che un’ingiustizia storica,
imputare questo sfacciato cinismo soltanto all’attuale inquilino del Viminale.
La tragedia di Giulio, dal quel cupo gennaio 2016, ha attraversato governi di
ogni colore, tecnici e politici, accomunati tutti da un identico peccato
originale: l’aver sacrificato la giustizia alla convenienza. La responsabilità è
una macchia d’olio che si allarga nel tempo. Affonda le radici nella scelta di
chi, già nel 2017, decise che l’invio di un ambasciatore al Cairo valesse più
della fermezza diplomatica, dando il via libera a una normalizzazione che
l’Egitto non aveva mai meritato. È proseguita poi attraverso i grandi affari,
con la vendita di fregate militari e armamenti pesanti, quasi a voler premiare
una dittatura che intanto continuava a ridere in faccia ai nostri magistrati.
C’è un filo rosso, fatto di gas e contratti miliardari, che lega le diverse
stagioni politiche italiane. Dalla gestione dei giacimenti di Zohr alle
partnership energetiche strategiche, la ragion di Stato si è trasformata in una
ragione di portafoglio. In questo contesto, la ricerca della verità è stata
progressivamente declassata a nota a piè di pagina nei discorsi ufficiali, un
rito stanco da espletare prima di passare alle “cose serie”: i migranti, la
sicurezza, le commesse. Ogni esecutivo ha giurato solennemente che non avrebbe
fatto sconti, ma ogni stretta di mano tra ministri ha aggiunto un mattone a quel
muro di gomma che oggi permette a un rappresentante delle istituzioni di
elogiare pubblicamente i carnefici di un proprio cittadino.
In questo scacchiere di interessi opachi, il peso più insopportabile resta
quello che grava sulle spalle di Paola e Claudio Regeni. La loro non è solo la
battaglia di due genitori che chiedono giustizia per un figlio straziato, ma una
lotta di resistenza civile condotta contro lo Stato stesso. Ogni lode agli
apparati del Cairo, ogni accordo siglato sulla gestione delle coste egiziane, è
per loro un nuovo tradimento, più sottile e forse più doloroso della tortura
stessa, perché perpetrato da chi avrebbe dovuto proteggerli. La sensazione di
solitudine della famiglia Regeni è lo specchio di un’Italia che ha smesso di
farsi rispettare, che ha accettato l’idea che un suo figlio possa essere ucciso
impunemente se il killer è un partner commerciale troppo importante per essere
disturbato.
L’uscita di Piantedosi non è dunque un incidente diplomatico, ma la conferma di
una scelta di campo definitiva: la vita umana e lo Stato di diritto sono
diventati merce di scambio. Un Paese che rinuncia a difendere i propri cittadini
all’estero, che accetta l’umiliazione di un processo in contumacia senza battere
ciglio, è un Paese che ha smarrito la propria bussola morale. La questione
Regeni interroga la nostra identità. Possiamo ancora definirci una democrazia
sovrana se permettiamo che la giustizia venga barattata con la sorveglianza
delle rotte migratorie?
Il bivio non è più tra destra e sinistra, ma tra dignità e complicità. Verità e
giustizia per Giulio Regeni sono precondizioni per chiamarsi Stato. Se
accettiamo che la ragion di Stato cancelli il diritto alla verità, abbiamo già
perso tutti. E il silenzio assordante che segue questi “elogi” agli apparati
egiziani è il rumore di un Paese che sta rinunciando a se stesso.
Eppure, contro questo declino morale continua a infrangersi un’onda di
indignazione che la politica non riesce a sedare. La mobilitazione della società
civile non si è mai interrotta, alimentata da una scorta mediatica che ha
trasformato il braccialetto giallo e lo striscione “Verità per Giulio Regeni” in
simboli di una resistenza etica universale. Quegli striscioni, che ancora oggi
pendono dalle facciate di centinaia di municipi, università e biblioteche,
rappresentano il rifiuto di una comunità di rassegnarsi all’oblio. Finché quegli
striscioni gialli continueranno a sventolare dai balconi dei nostri Comuni, ci
sarà ancora una parte d’Italia pronta a ricordare al potere che la giustizia non
è una variabile dipendente della geopolitica e che la memoria di Giulio non
appartiene ai dossier dei ministeri, ma alle piazze che non accettano il baratto
tra dignità e sopravvivenza.
Redazione Italia