La retorica sulla “politicizzazione della magistratura” è tossica e falsa
Durante questa campagna referendaria, il fronte del Sì alla riforma per la
modifica costituzionale della giustizia – redatta dal Ministro Carlo Nordio – ha
più volte ribadito a più tornata la fantomatica “politicizzazione della
magistratura” ed ha più volte attaccato frontalmente quelle che sarebbe le
“toghe rosse” (ovvero magistrati che avrebbero simpatie di sinistra o che siano
aderenti a gruppi politici di sinistra), sottintendendo esplicitamente che la
riforma sia in grado di risolvere o comunque arginare il problema del
“correntismo” politico interno alla magistratura, descritto come fenomeno
pervasivo e lobbistico volto alla spartizione delle poltrone nei ranghi della
magistratura stessa.
La retorica delle “toghe rosse” e della “politicizzazione della magistratura”
nasce all’epoca del berlusconismo quando i magistrati, che hanno inquisito
Silvio Berlusconi, venivano additati con l’espressione “toghe rosse”: un’arte
molto astuta della destra per far apparire mediaticamente i processi di
Berlusconi non come conseguenza dei reati da lui commessi (corruzione,
concussione, evasione fiscale, prostituzione minorile etc… ) ma come una
persecuzione politica attuata da magistrati di sinistra nei suoi confronti.
Questa narrazione ha influito molto sul senso comune e sull’opinione pubblica,
portando a pensare – sia a destra che a sinistra – che vi sia veramente una
tendenza nella magistratura italiana ad interpretare la legge in modo fazioso
secondo i propri ideali politici; che veramente esista una magistratura in
Italia che preferisca “perseguire politicamente” i condannati o i processati
piuttosto che guardare alla legge in modo imparziale.
La retorica della “politicizzazione della magistratura” – oltre ad essere stata
sulla bocca della destra italiana per tutti questi anni – è uno dei temi cari
anche all’estrema destra italiana. Non dimentichiamoci del Piano di Rinascita
Democratica del “venerabile” della P2 Licio Gelli, dei movimenti neofascisti
degli anni Settanta, che trovano dei corrispettivi nel programma elettorale di
CasaPound del 2013 che, al punto 13 “per una giustizia reale”, parla chiaramente
della “estirpazione del lobbismo e della politicizzazione interna alla
magistratura” come se vi fosse veramente questo tipo di problema cronico,
risultando anche una minaccia stessa alla magistratura.
Forse bisognerebbe raccontare un po’ di storia prima di parlare di questo
argomento per ricordare che il correntismo politico nella magistratura ha avuto
una valenza fondamentale per la preservazione della Stato di diritto facendo
argine alle derive autoritarie nel nostro Paese e in tutta Europa.
La bellissima relazione dal titolo “LE CORRENTI DELLA MAGISTRATURA: ORIGINI,
RAGIONI IDEALI, DEGENERAZIONI” scritta dal giurista Mauro Volpi (1) per il corso
straordinario organizzato dalla Scuola della Magistratura su “Le garanzie
istituzionali di indipendenza della magistratura in Italia” a Roma il 5-7
novembre 2019, e pubblicata dalla rivista dell’Associazione Italiana dei
Costituzionalisti (AIC), percorre molto bene la storia del correntismo politico
nella magistratura dando una panoramica chiarificatrice.
Il fenomeno dell’associazionismo nella magistratura italiana risale al 1909
quando a Milano si costituisce l’Associazione Generale tra i Magistrati d’Italia
(AGMI), la prima associazione rappresentativa dei magistrati, che fa seguito ad
anni di effervescenza successivi al cosiddetto ”Proclama di Trani” del 1904, con
il quale 116 magistrati in servizio nel distretto della Corte di Appello di
Trani chiedevano al Governo e al Ministro della Giustizia la riforma
dell’ordinamento giudiziario. L’iniziativa derivava certamente dallo stato
miserevole in cui versavano le condizioni professionali e le retribuzioni dei
magistrati, ma alle rivendicazioni corporative si aggiungevano obiettivi di più
ampio respiro come il rafforzamento dell’organo di autogoverno e il
riconoscimento di adeguate guarentigie (in primis l’estensione anche ai pubblici
ministeri della inamovibilità prevista per i giudici).
La risposta del Governo e della politica fu sostanzialmente negativa,
risolvendosi, accanto al riconoscimento di limitati miglioramenti economici,
nella riaffermazione della inopportunità per i magistrati di intervenire in
qualsiasi forma su questioni attinenti all’esercizio della loro funzione. In
particolare il Guardasigilli Vittorio Emanuele Orlando in un’intervista al
Corriere d’Italia del 23 agosto 1909 manifestava la sua ostilità
all’associazione appena nata (2).
La formazione dell’AGMI dimostrava un esempio di democraticità interna, nonchè
la completa incompatibilità dell’associazionismo in magistratura con qualsiasi
regime autoritario: già l’AGMI, che rappresentava soprattutto la “bassa
magistratura”, che era contrastata dall’ “alta magistratura”, aveva al proprio
interno una maggioranza moderata ed una componente più radicale, rappresentata
soprattutto dal gruppo romano. Non è un caso che l’organizzazione dell’AGMI,
fortemente radicata soprattutto nella “bassa magistratura” e caratterizzata da
un orientamento prevalentemente moderato, sia venuta meno in conseguenza
dell’ascesa al potere del fascismo. Mussolini non ne stabilì lo scioglimento, ma
pretese di trasformarla in “sindacato fascista”: ciò determinò la decisione,
adottata dall’Assemblea generale del 21 dicembre 1925, di sciogliere
l’Associazione.
Nell’anno successivo fu adottata la legge n. 563 del 3 aprile 1926 che stabiliva
il divieto di associazione tra magistrati e, nel quadro della seconda epurazione
della magistratura dopo quella attuata nel 1923, con Regio Decreto del 6
dicembre 1926 furono destituiti dalla magistratura i dirigenti dell’AGMI, a
cominciare dal suo segretario generale Vincenzo Chieppa, accusati dal fascismo
di avere assunto “un indirizzo antistatale”, di avere criticato “astiosamente”
gli atti dell’esecutivo, di essersi “posti in condizioni di incompatibilità con
le direttive politiche del governo”.
L’associazionismo tra magistrati rinasce in seguito alla caduta del fascismo con
la costituzione, il 21 ottobre 1945, della Associazione Nazionale Magistrati
(ANM), la quale, nonostante la caratterizzazione originaria fortemente moderata,
ispirata alla apoliticità e alla asindacalità, ha svolto progressivamente un
ruolo propositivo sul terreno della politica della giustizia e anche
rivendicativo, contribuendo all’evoluzione del ruolo della magistratura. Nel
secondo dopoguerra, l’associazionismo tra magistrati, tramite l’ANM,
rivendicherà l’eguaglianza tra i magistrati, la negazione di un ordine di tipo
gerarchico, la non separatezza della magistratura dalla società, il
riconoscimento di adeguate garanzie di autonomia e di indipendenza nei confronti
degli altri poteri e il riconoscimento della natura della funzione
giurisdizionale.
Si tratta di aspetti qualificanti dell’associazionismo e del ruolo da esso
svolto nel processo – seppur difficile – di “democratizzazione dell’ordine
giudiziario”.
Qui si inserisce la spiegazione della nascita delle cosiddette “correnti”, vale
a dire di una pluralità di associazioni che esprimono orientamenti differenti
relativi alla politica della giustizia e al ruolo dei magistrati. La nascita del
correntismo politico all’interno della magistratura è stato un ottimo
deterrente, facendo argine all’invadenza dei magistrati filo-fascisti ancora
presenti nelle istituzioni della neonata Repubblica italiana.
Questo è avvenuto perchè mai, con l’inizio della Repubblica, è avvenuta
un’epurazione dei funzionari fascisti presenti nelle istituzioni repubblicane,
ma piuttosto c’è stata una continuità dello Stato, come ha ben descritto il
grande storico italiano Claudio Pavone: un situazione che si è trascinata per
tutta la storia della Prima Repubblica, facilitando così l’attuazione della
strategia della tensione in Italia anche grazie alla permanenza di fascisti
negli apparati di Stato, permettendo un’infiltrazione sovversiva più agile.
Ritornando al correntismo, le differenziazioni sono esistite fin dall’inizio.
All’interno dell’ANM sono nate fin da subito due diverse concezioni della
magistratura: la prima conservatrice, sostenuta soprattutto dai magistrati di
Cassazione, che si è fondata su una concezione della funzione giudiziaria come
mera applicazione, e non interpretazione, della legge e sulla centralità
dell’assetto gerarchico, riproposto grazie ad un’interpretazione restrittiva
dell’art. 107, c. 3, della Costituzione; e la concezione riformista, che già
alla fine degli anni Cinquanta era diventata maggioritaria all’interno dell’ANM
(con i Congressi di Napoli del 1957 e di Sanremo del 1959), anche grazie al
forte rinnovamento generazionale, sostenendo il cambiamento della progressione
in carriera attraverso promozioni “a ruoli aperti”, indipendenti dai posti
disponibili in organico e avanzamenti basati su valutazioni che abbiano al
centro l’anzianità di servizio.
La diversità di concezioni è sfociata nella scissione dell’ANM, operata dagli
alti vertici della magistratura, con la nascita nel 1961 dell’Unione Magistrati
Italiani, preceduta nel 1960 dalla costituzione come corrente della Unione delle
Corti.
La scissione dell’UMI, che ha conquistato la maggioranza della componente togata
(otto membri su quattordici) nelle elezioni consiliari del 1963, ha permesso
all’ANM di liberarsi dall’ipoteca più conservatrice e di lasciare ampio spazio
al rafforzamento della linea riformista. Questo processo ha accompagnato la
nascita di diverse correnti facenti parte dell’ANM, non più legate alla
distinzione del passato tra alta e bassa magistratura, ma a diverse concezioni
sul modello di magistratura, prevalentemente burocratico-corporativo o
politico-costituzionale e “chiuso” o “aperto” nei confronti delle società e
delle sue istanze di trasformazione.
Le prime tre correnti storiche si sono collocate quindi lungo l’asse
destra-centrosinistra, che si è concretizzata rispettivamente nella nascita nel
1962 di “Magistratura Indipendente”, nel 1958 di “Terzo Potere” e nel 1964 di
“Magistratura Democratica”. La stessa esperienza dell’UMI si è conclusa nel 1979
con il suo scioglimento e il rientro dei suoi aderenti nell’ANM, andando ad
ingrossare le fila della componente più moderata.
L’ANM è, ancora oggi, l’organismo rappresentativo dei magistrati ordinari
italiani: non è un organo istituzionale, ma un’associazione che tutela
l’autonomia e l’indipendenza della categoria e ne rappresenta le posizioni nel
dibattito pubblico.
L’associazionismo nella magistratura non è stato e non è solo un fenomeno
italiano, ma si è manifestato e si manifesta in tutta Europa in molti
ordinamenti democratici e nella creazione di organismi internazionali che
raggruppano diverse associazioni nazionali. Non in tutti gli Stati democratici
esiste una associazione nazionale della magistratura (come avviene in Italia,
Germania e Portogallo), ma comunque operano diverse associazioni di dimensione
nazionale. I due casi più significativi sono quelli della Francia e della
Spagna, dove non solo vi è una pluralità di associazioni, ma queste si collocano
in prevalenza lungo l’asse destra-sinistra o, se si preferisce,
conservatori-progressisti.
Se guardiamo alla storia con attenzione possiamo ben vedere come il correntismo
è stato fondamentale nella democratizzazione dell’ordinamento giuridico. Questo
non significa che le degenerazioni del correntismo non siano un problema, anzi
lo sono eccome – come negli anni scorsi aveva giustamente sottolineato il l’ex
PM antimafia Nino Di Matteo (schiero per il NO a questa riforma costituzionale)
– ma la magistratura italiana ha dimostrato di essere in grado di fare pulizia
al suo interno e di riuscire a fare argine da sola al problema. Il caso del
giudice Luca Palamara (3), espulso dalla magistratura per lo scandalo che lo
vedeva mediatore tra le correnti della magistratura per l’assegnazione di
incarichi di rilievo, come quello di Procuratore della Repubblica, ne è un
esempio: Palamara è stato indagato dalla stessa magistratura ed espulso.
Da questo assunto non possiamo negare il fatto che i magistrati, in quanto
cittadini, abbiano diritto alla libertà di espressione, abbiano diritto di avere
un’opinione politica, abbiano diritto ad organizzarsi come abbiano diritto a
decidere di esercitare il proprio ruolo senza aderire a nulla.
Tutto questo discorso storico, culturale e politico è vergognosamente omesso –
in malafede – da chi parla invano di “politicizzazione della magistratura”
adducendo a qualche strana tendenza politica di massa nei magistrati. Non solo,
a tutto questo si omette vergognosamente che il correntismo è un fenomeno
estremamente minoritario nella magistratura italiana.
Se si considerano i dati dell’ANM, gli iscritti sono 9.149 su un totale di 9.657
magistrati nel ruolo organico (adesione superiore al 95%) e solo il 23% degli
iscritti all’ANM è aderenti a correnti, ovvero circa 2.100 magistrati.
Interessante sapere che, da questo dato, si può estrarre un’ulteriore notizia:
la maggioranza dei magistrati che aderisce alle correnti è membro di correnti di
centro-destra.
Quindi delle domande sorgono spontanee: veramente il correntismo della
magistratura è un problema nell’Italia di oggi? Veramente il correntismo è
l’origine di tutti i mali della magistratura contemporanea come sembra insinuare
il Fronte del Sì?
Evidentemente no. Basta infatti leggere la Riforma Nordio per provare che non
solo non “libererà” il giudice dal condizionamento delle correnti, ma che
soprattutto non tratta il tema del correntismo. Questo significa che la
narrazione tossica e falsa delle “toghe rosse” e della “politicizzazione della
magistratura” (usata dalla destra per additare i magistrati di sinistra) è un
diversivo, un’arma di distrazione di massa per spostare l’attenzione dai
contenuti della Riforma Nordio che invece ha sì l’obiettivo di rendere più
dipendente la magistratura dall’organo esecutivo della politica, ovvero il
governo.
Spesso quando ci si riferisce alla Riforma Nordio come ad una “riforma liberale”
e quindi non una “riforma politica”. Questo assunto è errato, poichè trattasi
propriamente di una “riforma liberale” è necessariamente una riforma politica,
altrimenti sarebbe una contraddizione in termini. Ma anche in merito ci sono dei
dubbi: davvero la Riforma Nordio è una “riforma liberale”? In molti hanno
affermato che lo è in quanto libererebbe la magistratura dalle correnti, ma
davvero si può definire “liberale” una riforma che dovrebbe “a parole” limitare
la libertà d’espressione?
Anzi possiamo definire che è una riforma illiberale proprio per i motivi
opposti, ovvero renderà la magistratura più dipendente dalla politica. Le
“democrazie liberali”, in senso politico, come quella italiana, implicherebbero
il bilanciamento dei poteri degli organi di uno Stato e non l’invadenza dell’uno
sull’altro.
Ecco dunque che dobbiamo avere paura quando un Ministro come Carlo Nordio,
attaccando frontalmente la magistratura, parla di “Sistema para-mafioso del
Csm”, insinuando spartizioni di potere ed usando impropriamente le parole di
Nino Di Matteo del 2019. E’ vergognoso soprattutto che lo dica un ex-magistrato,
dimostrando di non avere nè rispetto per il ruolo che rivestito nè
consapevolezza per il ruolo che riveste oggi in quando Ministro. Queste
dichiarazioni sembrano delegittimare la magistratura agli occhi della
popolazione e dell’opinione pubblica.
La replica di Nino Di Matteo è stata dura: «A coloro i quali, in queste ore,
cercano di strumentalizzare il mio pensiero, voglio precisare che, proprio
perché ho sempre contrastato la degenerazione del sistema di autogoverno per le
improprie ingerenze di correnti e cordate, oggi ho le mani ancora più libere nel
denunciare che questa riforma costituzionale, invece di risolvere il
problema, finisce per aggravarlo, accentuando il rischio di un, sempre
più stringente, controllo politico sul Csm e sull’intera magistratura. Con grave
rischio per la tutela delle garanzie e dei diritti di ogni cittadino».
Per concludere, il correntismo nella magistratura è un fenomeno minoritario non
negativo di per sé, ma che, laddove degenera in spartizione di ruoli, diventa un
problema. La nostra magistratura ha dimostrato di essere in grado di fare argine
da sola al problema. Purtroppo non possiamo dire lo stesso della nostra classe
politica, che permette a pregiudicati, indagati e condannati di sedere ai banchi
del nostro Parlamento con tutti i privilegi del caso: situazione in cui
l’immunità diventa spesso impunità.
(1) già ordinario di Diritto Pubblico Comparato nella Università di Perugia e
membro laico del CSM dal 2006 al 2010
(2) Testo dell’intervista si trova in E. PAPA, Magistratura e politica, cit.,
361-363.
(3) Luca Palamara è un ex magistrato e politico italiano, ex membro del
Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). È stato il più giovane presidente
dell’ANM da maggio 2008 a marzo 2012; dal 19 settembre 2020 è il primo
presidente nella storia dell’ANM ad esserne stato espulso. Per quanto il suo
caso sia diventato molto popolare nell’opinione pubblica di destra, Palamara era
aderente alla corrente politica “Unità per la Costituzione”, corrente di
centrodestra vicina all’UDC. Da tali vicende prende le mosse il
libro-intervista Il Sistema. Potere, politica, affari: storia segreta della
magistratura italiana, da lui realizzato con il giornalista Alessandro
Sallusti e portato in scena a teatro da Edoardo Sylos Labini.
Per info:
L. FERRAJOLI, Associazionismo dei magistrati e democratizzazione dell’ordine
giudiziario, in Questione Giustizia, 4/2015, 179.
F. VENTURINI, Un “sindacato” di giudici, cit., 263 ss. e A. MENICONI, Storia
della magistratura italiana, Bologna, Il Mulino, 2012, 145 ss.
M. De Nicolò, E. Fimiani, Dal fascismo alla Repubblica: quanta continuità?
Numeri, questioni, biografie Viella, Roma 2019, pp. 239
https://ilpensierostorico.com/la-continuita-dello-stato-dal-regime-fascista-alla-repubblica/?print-posts=pdf
Lorenzo Poli