Tag - ciclone Harry

Pianificare, oltre l’emergenza
Il ciclone Harry ha messo a nudo la fragilità del nostro territorio, da tempo denunciata da molte associazioni. Ora è più evidente quello che sapevamo già: gli eventi estremi saranno sempre più gravi e più frequenti. Cosa deve fare Catania per fronteggiarli? Ecco la richiesta presentata all’Amministrazione Comunale da un gruppo di associazioni e comitati, con interventi da realizzare subito. E la proposta di istituire un tavolo tecnico permanente affinché il nuovo Piano regolatore, il PUG, contenga scelte urbanistiche che consentano di gestire le emergenze. Catania ed il ciclone Harry: Il futuro PUG riuscirà ad essere adeguato ai tempi? Il ciclone del 20-21 gennaio ci ha messo di fronte ad una fragilità del territorio che sembrava non appartenerci. Va detto con chiarezza: non esiste più un “meteo normale” in un clima che si sta riscaldando. Un’aria più calda e un Mediterraneo più caldo aumentano l’energia disponibile per i fenomeni estremi: per questo aumenta il rischio di piogge molto forti concentrate in poche ore e di mareggiate più dannose. Inoltre, con l’innalzamento del livello del mare, anche mareggiate simili a quelle del passato possono spingersi più all’interno e provocare allagamenti più estesi e danni maggiori lungo la costa. Nei prossimi decenni, anche adottando subito le misure più ambiziose a livello globale, questi eventi climatici estremi saranno inevitabilmente sempre più frequenti e, quando si verificano, potenzialmente più violenti e più dannosi: per questo prepararsi è indispensabile. È necessario ridurre rapidamente le emissioni su scala globale e nazionale per limitare l’aggravarsi della crisi; ma, sul piano locale, la priorità è rendere Catania più resiliente con un adattamento immediato e misurabile. Alcune delle scriventi Associazioni avevano già posto, all’Amministrazione comunale di Catania, il problema relativo a queste problematiche, anche facendo riferimento alle prescrizioni della legge sul Ripristino della Natura emanata dall’Unione Europea: è stato proposto un Piano di Infrastrutturazione Verde della città che prevede la realizzazione di parchi, di altre aree verdi per abbassare la temperatura estiva, migliorare la qualità dell’aria, stop a nuovo consumo di suolo e a nuova impermeabilizzazione, la deimpermeabilizzazione delle superfici asfaltate/cementificate per ridurre le portate di piena delle piogge intense. La Lipu e il WWF hanno proposto la realizzazione di bacini di laminazione per ridurre le portate di piena e gli allagamenti nella zona Sud di Catania, al Villaggio S. M. Goretti, alla foce dell’Acquicella, alla Zona industriale perennemente allagata in occasione di piogge anche di intensità non elevata. È stata proposta la eliminazione degli edifici in aree ad elevato pericolo di esondazione dei corsi d’acqua, di tsunami e di liquefazione delle sabbie in caso di terremoti, così come è stata proposta nell’ambito del redigendo PUDM la rinaturalizzazione della fascia costiera sabbiosa per bloccare la perdita di sabbia. Con la presente aggiungiamo la tutela del valore naturalistico della scogliera lavica e la messa in sicurezza delle infrastrutture essenziali, dall’Armisi ad Ognina con interventi basati sulla natura che possano tutelare il lungomare e mettere in risalto una delle caratteristiche più peculiari della città di Catania. Chiediamo che durante la redazione del PUG venga istituito un tavolo tecnico permanente che consenta un interscambio continuo di proposte fra Amministrazione e Associazioni/ Comitati di cittadini. L’adattamento deve entrare nel PUG e nelle scelte urbanistiche e di gestione ordinaria della città, con tempi, responsabilità e monitoraggio pubblico, e non essere rimandato e riattivato solo dopo l’ennesima emergenza. Questo è chiedere la luna? Comitato di proposta per il Parco Territoriale Monte Po – Vallone Acquicella, Comitato Parco Orti della Susanna, Comitato per la difesa e la salvaguardia della Scogliera d’Armisi di Catania, Fridays For Future Catania, Lipu Catania, Osservatorio per le politiche Urbane e Territoriali, Volerelaluna, WWF Sicilia Nord-Orientale   Redazione Sicilia
February 8, 2026
Pressenza
Cambio di stagionalità dei cicloni e morti sottaciute
Il cambiamento climatico ha aumentato l’intensità dei venti del ciclone Harry fino al 15%. Questo è il risultato principale del primo studio di attribution del fenomeno meteorologico avvenuto nei giorni scorsi. Gli autori dello studio mostrano come i forti venti associati a questo ciclone nel Mediterraneo siano stati probabilmente amplificati dal cambiamento climatico. I ricercatori non nascondono che la rarità di eventi di questo tipo nei dati storici limita il livello di confidenza di queste conclusioni, ma osservano che i risultati sono coerenti con l’attuale comprensione scientifica di come il cambiamento climatico stia aumentando la gravità dei cicloni extratropicali intensi nella regione. In particolare, gli autori sottolineano il cambio di stagionalità di cicloni tipici di altri periodi dell’anno e la tendenza all’aumento della loro virulenza in un regime di cambiamento climatico. Qui maggiori dettagli sullo studio: https://www.climameter.org/20260120-mediterranean-cyclone… Infine, sappiamo che in Italia, nonostante i danni ingentissimi, non ci sono stati morti, e questo lo dobbiamo all’ottima preparazione del contrasto all’evento guidata dalla nostra Protezione civile. Tuttavia, va ricordato che in Tunisia alcuni decessi si sono avuti e che nelle acque di quella zona di Mediterraneo sembra transitassero circa 380 migranti di cui non si sa più nulla! E di cui nessuno parla… Redazione Italia
February 1, 2026
Pressenza
Niscemi: oltre il ciclone, profitti e servitù militari
Riprendiamo dal sito Jacobin Italia La devastazione in Sicilia è frutto di territori ceduti ai grossi capitali, al settore militare, e a uno Stato che è presente nel reprimere il dissenso ma latita nel momento del bisogno. Più di 2 miliardi di euro di danni tra Sicilia-Sardegna-Calabria, quattro morti, oltre 300 persone disperse. Queste le cifre del passaggio del ciclone Harry nel Mediterraneo avvenuto tra il 20 e il 21 gennaio 2026. In Sicilia i danni calcolati fino a ora superano il miliardo, più di 100 i km di costa jonica devastati, centinaia le persone che non possono tornare a casa. E se sulla costa il mare e il vento hanno lasciato segni evidenti del loro passaggio, nell’entroterra il protagonismo è della pioggia. A Niscemi, paese di 25 mila abitanti in provincia di Caltanissetta, la frana che dieci giorni prima aveva interessato contrade più periferiche dell’abitato niscemese, non si è fermata: le piogge causate dal passaggio di Harry hanno reso il terreno argilloso dell’altopiano, dove sorge il centro abitato, ancora più scivoloso, creando nella zona sud-ovest del paese una frana lunga 5 km, con un taglio che supera i 25 metri. Le persone sfollate in sole 24 ore sono diventate più di mille. Ma la frana continua a camminare, e così anche l’area del paese evacuata si allarga di conseguenza. Mentre scrivo, Niscemi è ancora in piena emergenza. Questi sono giorni di paura in Sicilia, di quella paura generata dal rumore del vento, del mare in burrasca e della terra che si muove; sono giorni in cui le vite di migliaia di persone sono sospese nel silenzio che caratterizza il momento successivo alla tempesta, ma che è anche il tratto distintivo dell’indifferenza. L’assenza di attenzione mediatica e politica all’indomani del passaggio di Harry ha acceso molti animi: da quelli degli amministratori locali, a quelli degli/delle abitanti delle zone devastate, passando per le persone di origine siciliana emigrate nel nord produttivo, che sperimentano reazioni ben diverse quando un evento climatico estremo colpisce il centro della produzione di Pil. A parte qualche rara eccezione, niente di quanto descritto in apertura di questo articolo è arrivato nelle prime pagine dei giornali nazionali. Il Consiglio dei Ministri ha impiegato cinque giorni per dichiarare lo stato di emergenza e stanziare una prima tranche di 100 milioni di euro (per tre regioni, su un totale di 2 miliardi di danni). Anche quando il disastro buca lo schermo, le morti tunisine e le persone disperse nel Mediterraneo nel tentativo di attraversarlo, scompaiono. Una (dis)attenzione mediatica non casuale, frutto di una questione meridionale mai davvero sanata (e affrontata seriamente) e di uno sguardo bianco razzializzante che non si spinge oltre i confini della fortezza Europa, che ha reso il Mediterraneo un cimitero a cielo aperto. Una (dis)attenzione mediatica che presta il fianco a quella politica, che – lontana dai riflettori – può permettersi di lavorare con lentezza prima di dare qualche risposta concreta a quella che considera la periferia del Pil, ma che non si fa attendere durante le campagne elettorali di ogni ordine e grado. Il passaggio del ciclone in Sicilia e i relativi effetti, però, si prestano a delle considerazioni. La normalità dei cambiamenti climatici In Sicilia i cicloni potevano essere una novità negli anni Novanta, quando se ne sentì parlare solo un paio di volte. Quella che viviamo oggi è una nuova normalità: dal 2018 a oggi, sono sei i fenomeni ciclonici che hanno coinvolto le coste siciliane; l’ultimo, nel 2021, ha causato 3 morti. Non si tratta dell’imprevedibilità del mare, che certo non si nega, soprattutto quando si è abituati a vivere circondati dal mare. Gli studi ci dicono che il clima in Sicilia non sta cambiando, è già cambiato. Piogge torrenziali, cicloni, mareggiate, picchi di calore sempre più intensi, periodi di siccità prolungata: queste sono tutte conseguenze dell’aumento delle temperature globali. Sebbene negare questa evidenza oggi sia sempre più difficile, l’ostruzionismo climatico fa in modo che il tema dei cambiamenti climatici finisca in fondo all’agenda politica o, peggio ancora, sia utilizzato strumentalmente per drenare risorse su altro (ad esempio, la difesa). Misure di adattamento climatico e messa in sicurezza del territorio diventano delle chimere, che lasciano spazio a politiche speculative, estrattive e predatorie. O peggio ancora all’ignavia. La stessa area interessata dalla frana che rischia seriamente di isolare tutto il paese di Niscemi, nel 1997 fu interessata da un evento franoso simile, che aveva causato ingenti danni e sfollato centinaia di persone. A seguito di quell’evento, intoppi burocratici e contenziosi legali portati alle lunghe hanno fatto perdere i fondi disponibili per la messa in sicurezza del territorio. Un’ignavia burocratica e una pigrizia politica che non esistono se l’uso del territorio è destinato a scopi militari. Ancor più se statunitensi. Oltre i cambiamenti climatici: la militarizzazione del territorio Niscemi non è solo un paese tagliato in due da una frana. Dal 1991 la base Nrtf della US Navy occupa una consistente porzione (l’equivalente di 220 campi da calcio) della Riserva naturale orientata Sughereta, uno dei polmoni verdi dell’entroterra siciliano dalle caratteristiche faunistiche e floristiche speciali. In questa base, dal 2019, è attivo il Muos, un sistema di comunicazione geo-satellitare a utilizzo esclusivo della difesa statunitense. Il Muos, insieme alla vicina Sigonella, rendono la Sicilia un vero e proprio hub militare statunitense al centro del Mediterraneo, oggi complice della guerra in Ucraina e del genocidio a Gaza… domani chissà. La popolazione colpita dalla frana ha generosamente lottato contro quest’ennesima installazione militare, qualcuno direbbe «con ogni mezzo necessario»: grandi manifestazioni pacifiche, danneggiamenti, occupazione della base militare, perizie e contro perizie, azioni legali di ogni tipo. È dal 2009 che il movimento denuncia lucidamente il rischio di mettere una (ulteriore) infrastruttura militare in un territorio così fragile dal punto di vista idro-geologico, oltre ai danni all’ambiente e alle persone circostanti. Nonostante le perizie indipendenti e i dati, per la difesa americana nessuna ignavia burocratica, nessun vincolo ambientale, ma la complicità di una classe politica nazionale e regionale (di ogni colore politico, si intende) prona al dominio imperialista e agli interessi militaristi degli Stati Uniti d’America. Il territorio è unico, ma le regole (e la sovranità esercitata) evidentemente sono diverse. Ed è così che nello stesso territorio in cui le persone in casa devono attrezzarsi con grosse riserve sul tetto per avere l’acqua corrente, nella vicina base militare l’acqua (potabile) non manca mai; nello stesso spazio geografico presidiato dall’esercito più potente al mondo, nell’estate del 2025 un incendio durato più giorni ha distrutto due terzi del patrimonio boschivo della Sughereta, lambendo la stessa base militare presidiata; nella stessa area in cui si muore troppo per malattie tumorali e in cui l’esistenza dell’ospedale è stata messa in discussione più di una volta, si decide di installare una infrastruttura militare che inquina la poca acqua che c’è e che avvelena l’area con le sue onde elettromagnetiche; nello stesso luogo che ogni anno diventa sempre più vecchio e disabitato per via di una migrazione costante, ciclicamente arrivano giovanissimi militari italiani e americani a difendere una base dalle persone che vi si oppongono; nello stesso luogo in cui per trent’anni non si è riusciti a mettere in sicurezza un’area a rischio frana, meno di sei mesi fa la Regione Siciliana, in barba ai vincoli ambientali, ha approvato la richiesta di lavori di messa in sicurezza della base di cemento del Muos, che rischia di crollare per via di un possibile smottamento del terreno. Un’autorizzazione che oggi assomiglia più a uno schiaffo per l’intera comunità di Niscemi. Territori fragili e uso del territorio Le fragilità di Niscemi sono le fragilità di tanti altri luoghi della Sicilia. Quel mostro che a Niscemi è il Muos, altrove è il progetto del Ponte sullo Stretto (Messina), è il progetto della scuola di addestramento per i piloti di F35 (Trapani), è l’impianto eolico offshore (isole Egadi), è la rete di gasdotti di Eni (Gela). Tutte queste storie rendono evidente una verità: le fragilità dei territori sono una condizione strutturale per la speculazione e la militarizzazione, ma anche una loro conseguenza. Le fragilità ambientali, sanitarie, sociali, economiche, demografiche determinano quanto una zona è sacrificabile agli interessi militari, politici, ed economici dei grossi capitali, e sono allo stesso tempo la misura del prezzo pagato da questi stessi territori sacrificati. Fragilità che dovrebbero essere amministrate con cura, rispetto e responsabilità, ma che invece spesso lasciano spazio a carrierismo, speculazione e, soprattutto, al ricatto. Il miraggio del lavoro e del benessere che accompagna ogni progetto di occupazione militare e speculazione sul territorio, sono in realtà ricatti travestiti da promesse costantemente disattese: ti promettiamo un lavoro ma inquineremo l’aria, le falde acquifere e ti faremo ammalare; promettiamo ricchezza ma ti renderemo un obiettivo militare; promettiamo sviluppo e benessere ma devasteremo l’ecosistema e sconvolgeremo il paesaggio. Militarismo e capitalismo tentano di comprare il consenso locale con promesse che fanno leva sulle fragilità più dolorose, e allo stesso tempo frenano e bloccano ogni possibilità di sviluppo alternativo a quello progettato altrove. Si arriva a negare l’esistenza stessa di economie e reti sociali che possano esistere fuori da queste opere calate dall’alto: i luoghi dove insistono questi progetti sono considerati dei vuoti da riempire. L’uso del territorio non è in mano a chi lo abita, ma di chi lo occupa e lo compra, proponendo idee di sicurezza e sviluppo che sono un cappio al collo sempre più stretto per la nostra e le altre specie, sull’orlo del disastro climatico e della guerra. Oltre il colonialismo interno, il capitalismo e il militarismo Qualche indizio su cosa potrà accadere adesso è nelle dichiarazioni rilasciate dagli amministratori locali: la priorità è ricostruire le infrastrutture turistiche della costa prima dell’inizio della stagione estiva, gli altri interventi strutturali arriveranno dopo. Parole che raccontano la storia di una costa che non è più luogo della vita e delle relazioni locali, ma infrastruttura turistica da fruire, che crea l’economia dello sfruttamento del lavoro stagionale e della privatizzazione dell’accesso al mare. Una visione di territorio e del suo utilizzo che stabiliranno le priorità della ricostruzione, per chi e a quale scopo. Sottigliezze che faranno tutta la differenza del mondo, e in cui pezzi di territorio «inutile» rischiano di essere dimenticati. I movimenti contro il Ponte sullo Stretto di Messina e contro il MUOS di Niscemi, hanno già scritto lucide riflessioni a riguardo. La devastazione che la Sicilia sta vivendo in questi giorni è frutto di una sovranità sul territorio sospesa, ceduta ai grossi capitali, al settore militare, e a uno Stato che è presente nel reprimere il dissenso, salvo poi latitare nel momento del bisogno. La ricostruzione può essere un’occasione per rifare meglio di prima, e un buon inizio sarebbe stanziare i 15 miliardi previsti per la realizzazione del Ponte sullo Stretto per la messa in sicurezza dei territori, misure di adattamento climatico e la ricostruzione. Servono studi e misurazioni indipendenti, insieme allo stop per ogni nuovo progetto speculativo sul territorio, al consumo di suolo, infrastrutture militari comprese. Serve prendersi delle responsabilità ed essere presenti. Mentre lo Stato latita, sono presenti le comunità colpite, i movimenti locali, le persone che si sono attivate da subito in modo solidale per ripristinare un vago senso di normalità. Una lezione che ho personalmente imparato molti anni fa a Niscemi è che i territori sono di chi li abita. Le presenze, ma soprattutto le assenze, di questi giorni non fanno altro che confermare questa lezione. Come affermare e garantire il diritto all’autogoverno di questi territori è la sfida vera che siamo già chiamate ad affrontare. Nel frattempo, tutta la mia solidarietà va alle comunità colpite. *Federica Frazzetta è ricercatrice alla Scuola Normale Superiore di Pisa Redazione Sicilia
January 30, 2026
Pressenza
La crisi climatica rischia di destabilizzare l’economia e colpire famiglie, imprese e finanze pubbliche
Il recente ciclone Harry che ha colpito con particolare violenza le coste della Sicilia, della Calabria e della Sardegna, mettendo a segno danni rilevanti, ha riproposto ancora una volta le annose questioni relative alla  gestione del territorio e, soprattutto, al consumo di suolo. La crisi climatica, che rende questi eventi sempre più frequenti e intensi, dovrebbe essere in cima ai pensieri delle amministrazioni ad ogni livello istituzionale. Eventi estremi che si ripetono con sempre maggiore frequenza e intensità e che, oltre a fare vittime e a compromettere il territorio, rappresentano anche un rischio in grado di destabilizzare l’economia e colpire famiglie, imprese e finanze pubbliche. Il WWF ha lanciato di recente il nuovo report “Affrontare il divario nella copertura assicurativa: fare leva su clima e natura per aumentare la resilienza” (“Tackling the Insurance Protection Gap: leveraging climate and nature to increase resilience”) che, concentrandosi sulle economie più avanzate, analizza come crisi climatica e perdita di natura stiano minando il sistema assicurativo globale e propone soluzioni politiche per rafforzare la resilienza e garantire che le società rimangano assicurabili. Come confermato anche dal recente report della compagnia di riassicurazioni svizzera Munich Re, il 2025 si aggiunge alla lista, sempre più lunga, degli anni in cui le perdite assicurate per catastrofi naturali hanno superato la soglia dei 100 miliardi di dollari, con oltre la metà delle perdite non coperta.  Mentre molte analisi identificano già la crisi climatica come il principale fattore ambientale all’origine dell’aumento dei premi assicurativi e dell’ampliamento del divario di protezione, il report WWF mostra come la perdita di natura sia una forza spesso trascurata ma potente, che amplifica i rischi della crisi climatica. Gli eventi meteorologici estremi, infatti, sono sempre più frequenti e gravi e gli ecosistemi degradati non riescono più a mitigarne gli impatti, rafforzando un ciclo distruttivo che si autoalimenta. Ad esempio, il rischio di un’alluvione su larga scala può aumentare fino al 700% in aree colpite da deforestazione. Il risultato è una crescita delle perdite economiche: nel 2023 i disastri hanno causato costi stimati in 2,3 mille miliardi (trillion) di dollari (circa il 2% del PIL globale), considerando anche i costi indiretti e quelli sugli ecosistemi.   Poiché gli assicuratori reagiscono aumentando i premi, limitando la copertura o ritirandosi dalle aree ad alto rischio, sempre più persone e imprese rimangono esposte. Negli USA si stima in 64 miliardi di dollari l’anno (2021-2024), nell’UE in 59 miliardi di euro (2021-2023). Nei Paesi in via di sviluppo supera il 90%.  “La rapidissima evoluzione del settore assicurativo, ha sottolineato Alessandra Prampolini, Direttrice generale del WWF Italia, è la prova più lampante di quanto si stia trasformando il nostro pianeta. Il cambiamento climatico e la distruzione delle difese naturali stanno gradualmente rendendo intere regioni non assicurabili, lasciando milioni di persone esposte a impatti climatici sempre più gravi. Non si tratta solo di una questione ambientale, ma di una profonda sfida sociale, economica e fiscale. Il taglio netto delle emissioni climalteranti e la tutela e il ripristino di ecosistemi come foreste, mangrovie e zone umide sono fondamentali per ridurre l’impatto devastante di questi eventi estremi e devono quindi essere al centro delle strategie globali”.  In Italia, tra il 1980 e il 2023, i danni complessivi provocati da eventi climatici estremi hanno superato i 135 miliardi di euro, posizionando il nostro Paese come il secondo in Europa per perdite economiche legate al clima. Tuttavia, il divario di protezione assicurativa è tra i più alti in Europa: solo il 20% delle perdite da eventi estremi è coperto da polizze, mentre l’80% resta a carico di famiglie, imprese e Stato. Anche il settore turistico è sotto pressione: i premi assicurativi per le strutture ricettive sono aumentati del 10-15% negli ultimi cinque anni, a causa di alluvioni, ondate di calore e altri eventi estremi che colpiscono sempre più spesso le destinazioni turistiche. Dal 2025 è entrato in vigore l’obbligo per le imprese di stipulare polizze contro rischi catastrofali, ma il sistema presenta criticità: non è collegato a misure preventive e l’adesione è ancora bassa.   Il rapporto analizza la questione al di là dell’assicurazione sulla proprietà, dimostrando come i rischi climatici e naturali stiano causando perdite anche nella spesa pubblica, nei settori della sanità, dell’agricoltura, della responsabilità civile, dell’interruzione dell’attività e delle infrastrutture, aumentando i costi sanitari, riducendo la produttività, aumentando i prezzi dei prodotti alimentari e lasciando senza copertura assicurativa le interruzioni della catena di approvvigionamento. Dal report del WWF – realizzato con un gruppo consultivo formato da rappresentanti dell’industria assicurativa, accademici e un regolatore assicurativo – emerge la necessità di una strategia integrata per ridurre il rischio di disastri e aumentare la resilienza, intervenendo sulla riduzione delle cause e valorizzando le capacità del settore assicurativo. Il WWF chiede ai governi e alle autorità di regolamentazione finanziaria di concentrarsi sulla valorizzazione della natura e delle nature based solutions nelle valutazioni dei rischi, sull’integrazione degli ecosistemi nella pianificazione dell’adattamento e della ripresa, sull’allineamento della regolamentazione assicurativa con gli incentivi alla riduzione dei rischi e sull’accelerazione delle azioni per azzerare le emissioni e arrestare la perdita di natura.   Qui per approfondire: https://www.wwf.it/pandanews/societa/crisi-climatica-e-di-natura-causano-perdite-miliardarie/.  Giovanni Caprio
January 28, 2026
Pressenza