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NO MUOS: “LIBERIAMO I TERRITORI DALLA GUERRA”, IN CORTEO A NISCEMI CONTRO LA GUERRA E LE INFRASTRUTTURE MILITARI USA
Giornata di mobilitazione contro la guerra e contro le infrastrutture militari statunitensi in corso a Niscemi, provincia di Caltanissetta, in Sicilia. A due mesi dalla frana che ha risucchiato e distrutto parte del centro storico, Niscemi scende in piazza insieme al movimento No Muos e molte altre realtà territoriali – tra cui diversi comitati antimilitaristi, le Donne per la pace e associazioni ambientaliste – “per dire no alla guerra e all’uso delle basi militari Usa in Italia”. Quello di Niscemi è uno dei territori italiani occupati dalle infrastrutture comunicative strategiche dell’esercito statunitense: è sede dell’avanzato sistema di comunicazioni radio e satellitari ad alta frequenza noto come Muos, gestito dalla Marina militare degli Stati Uniti. Il presidio, chiamato alle ore 15 in via Carlo Marx con la parola d’ordine “Liberiamo i territori dalla guerra”, si è in breve trasformato in un corteo che ha attraversato le vie centrali del paese siciliano per poi giungere nella piazza principale, a pochi metri dall’inizio della zona rossa che delimita le zone distrutte dalla frana. “Le forze dell’ordine hanno provato a rallentare l’iniziativa bloccando gli ingressi – ha dichiarato Emiliano del coordinamento No Muos sulle frequenze di Radio Onda d’Urto – ma la determinazione dei partecipanti li hanno superati”. “I territori  non sono basi militari – hanno ribadito attiviste e attivisti –  la guerra non può essere normalizzata; i luoghi sottratti alle comunità devono tornare alle comunità; la Sicilia e l’Italia non devono essere considerate piattaforme di guerra nel Mediterraneo”. La corrispondenza dal corteo, sulle frequenze di Radio Onda d’Urto, di Emiliano del coordinamento No Muos. Ascolta o scarica
March 28, 2026
Radio Onda d`Urto
NISCEMI: CORTEO SABATO CONTRO LA PRESENZA DELLE BASI STATUNITENSI IN SICILIA, “NON SIAMO PIATTAFORME PER LA GUERRA”
Corteo sabato 28 marzo a Niscemi, in Sicilia, a due mesi dalla frana che ha risucchiato e distrutto parte del centro storico della cittadina. Quello di Niscemi, però, è anche il territorio occupato dalle infrastrutture militari e comunicative strategiche dell’esercito statunitense: le antenne del MUOS e la stazione NRTF. La manifestazione di domani pomeriggio, partenza alle 15 da via Carlo Marx, è stata infatti organizzata “per dire no alla guerra e all’uso delle basi militari statunitensi in Italia”. “I territori – scrive il movimento No Muos – non sono basi militari; la guerra non può essere normalizzata; i luoghi sottratti alle comunità devono tornare alle comunità; la Sicilia e l’Italia non possono essere piattaforme di guerra nel Mediterraneo“. L’intervista a Federica, movimento No Muos. Ascolta o scarica.
March 27, 2026
Radio Onda d`Urto
Niscemi. Via le basi della guerra! Corteo il 28 marzo
“Il 28 marzo alle ore 15 scendiamo in piazza a Niscemi, la città del MUOS, per una manifestazione contro la guerra e contro l’uso delle basi militari degli Stati Uniti in Italia. Nel cuore della sughereta di Niscemi si trovano la NRTF (Naval Radio Transmitter Facility) e il MUOS (Mobile User Objective System): due installazioni militari della US Navy, operative ogni giorno dell’anno e destinate esclusivamente alle comunicazioni militari statunitensi. Da qui passano ogni giorno i segnali che coordinano operazioni militari, missioni e guerre in diversi teatri del mondo. Non sono strutture simboliche o passive e nemmeno strumenti di difesa: sono nodi operativi della macchina bellica statunitense. Questo significa una cosa molto semplice: gli Stati Uniti fanno comodamente la guerra da casa nostra.” Ne abbiamo parlato con Antonio Rampolla, movimento No Muos Ascolta la diretta:
March 25, 2026
Radio Blackout - Info
#nomuos Oggi a #Patti (Messina), ore 18 #Sicilia: #Militarizzazione e #Dissesto dei Territori #niscemi Con Antonio Mazzeo (autore e giornalista) e Marco Corrao (geologo)
March 22, 2026
Antonio Mazzeo
Niscemi ben rappresenta la trilogia della catastrofe
Fare prevenzione significa rispettare le rigide esigenze della gestione e manutenzione. Significa quindi anche la tutela dei lavoratori e degli utenti. Insomma, la prevenzione merita l’elogio ma costa molto e non solo in termini economici PERCHÉ NON CI POSSIAMO STUPIRE DI QUEL CHE PRECIPITA A VALLE, DI QUEL CHE CI CADE ADDOSSO, DI QUEL CHE CI SOMMERGE. di Roberto De Marco* Trilogia della catastrofe: un’insopportabile ipocrisia – omissioni, incertezze e buona volontà di fine secolo – un disastro tutto Millenium   NISCEMI**: l’insopportabile leggerezza dell’ipocrisia L’ipocrisia (dal greco hipocrisis nel significato di “recitare una parte”) non si cura certo della veridicità dei fatti, ha spesso la forma di una dissimulazione, per coprire responsabilità delle quali invece si è ben consapevoli. Un vizio quindi che non consente di rinunciare quantomeno a omissioni nella narrazione di eventi appena causati da comportamenti addebitabili. L’ipocrisia si può manifestare attraverso diverse modalità. Per esempio, nella fattispecie, si finge di non sapere, di ignorare fatti contesti  ragioni e cause attraverso una falsità comunicazionale per manipolare la percezione altrui. Cedere ad una rappresentazione ipocrita della realtà ha una dimensione umana, personale ma talvolta anche di sistema, ed allora le conseguenze sono ben più gravi. La storia di questo Paese è segnata da una sequenza infinita di disastri: frane, alluvioni e ancor peggio, temutissimi terremoti, e poi tanti altri eventi attribuibili non a cause naturali ma all’incoscienza o all’avidità umana. Nonostante le condizioni generali del Paese siano profondamente e rapidamente mutate, nella contemporaneità il sistema di governo pro tempore a cui è toccata la sfortuna di affrontare il disastro e le sue conseguenze ha costantemente reagito recitando a memoria un consolidato copione con effetti anestetici, zeppo di omissione e poi di volatili promesse, per affrontare un sempre imbarazzante giorno dopo. Insomma, si tratta di “far passare la nottata”, in attesa che lo sgomento e l’indignazione dell’opinione pubblica lasci il passo alla inevitabile rassegnazione. Nella linea del depistaggio nei confronti dell’indignazione popolare montante, mentre si aprono inchieste contro ignoti, chi si sente in qualche modo minacciato dal venir coinvolto in qualche responsabilità, ricorre all’immancabile “non è questo il tempo delle polemiche, dobbiamo pensare ai nostri concittadini in estrema difficoltà”. E’ la leggerezza con cui si propongono, inoltre, false verità: “non si poteva prevedere….”, “non si potevano immaginare queste dimensioni…”, “non eravamo informati…”. Proclami recitati – da chi avrebbe dovuto garantire sicurezza alla popolazione – con una determinazione assoluta, dettata dal timore, forse sorretta da una totale incompetenza o da un’arrogante presunzione, quando si contano le perdite irrisarcibili e i danni incalcolabili. Allora è il tempo dell’“interverremo affinché queste cose non succedano più”, poi immancabilmente “la prevenzione come più importante opera pubblica per il Paese”. E’ la famosa prevenzione sempre del giorno-dopo, inaccettabile ossimoro. Vi è certo, in chi tali banalità propone, la piena consapevolezza della inconsistenza del messaggio. Fake news si potrebbero oggi chiamare, già quando vengono recitate, per l’appunto con offensiva leggerezza in quei giorni di sofferenza, sulle macerie fumanti. Giustificazioni e promesse, deboli perché già spese nei medesimi termini l’ultima volta, ma anche la penultima, e poi ancora tantissime altre volte indietro nel tempo, su macerie diverse ma in fondo tutte, per molti versi, uguali. Così è spiegato il senso del titolo di questo scritto che richiama il best seller di Milan Kundera. Nei contenuti non c’entra nulla se non per una pervicace incapacità del protagonista di quel romanzo di rinunciare alle proprie personali debolezze. Si vive sfuggendo alle responsabilità, con una leggerezza intollerabile, insostenibile per l’appunto. Di tutto questo il disastro di Niscemi, nella sua enorme, paurosa dimensione, non è che l’ultimo episodio di una serie infinita, per molti aspetti assolutamente ripetitivo nei comportamenti di chi detiene per debito d’ufficio, a tutti i livelli, ovvie responsabilità nell’aver omesso un intervento preventivo rispetto a quanto appena accaduto. Qui si tratta piuttosto di debolezze di sistema, del default delle specifiche competenze dello Stato che ogni Governo di turno incapace e/o disinteressato, ha preferito delegare, surrogare ma sempre al ribasso. La Pubblica Amministrazione da decenni sta scivolando su un inarrestabile piano inclinato, ridimensionata, privata di risorse e competenze interne delle quali non è stata compresa l’assoluta indispensabilità per programmare, pianificare ciò che scienza, conoscenza, sviluppo tecnologico, via via crescendo, hanno pur messo a disposizione per concreti interventi in prevenzione. E’ l’inconsistenza, la vacuità, la leggerezza del pensiero che non consente di soppesare la natura e dimensione di un problema che incide direttamente sulla tutela primaria della vita dei cittadini, sulla conservazione di quel poco o molto benessere che ogni comunità, famiglia ha saputo garantirsi. La disciplina, la cultura del prevenire non trova spazio nell’azione di governo di un Paese che non può ignorare la ricorrenza, le dimensioni e diffusione di eventi connessi a condizioni di rischio. Le promesse del fatidico giorno-dopo, tante volte, ogni volta ripetute, testimoniano tale consapevolezza, così, quando le promesse restano tali, la mancanza perdurante di prevenzione assume un profilo colposo quindi sanzionabile. A Niscemi, si sapeva cosa poteva accadere anche perché una trentina di anni fa per ultimo, ma ripetutamente ancor prima, era già successo nella sua paurosa dimensione. La franosità è un fenomeno diffusissimo, endemico del Paese. Più in generale è ben noto come la penisola sia esposta a ricorrenti, multiformi, intensi fenomeni naturali; vaste e numerose aree sono caratterizzate da un’elevata pericolosità a cui si associa una elevatissima vulnerabilità, potremmo dire ereditata, che riguarda il costruito più antico, anche prezioso e quindi da difendere al contempo, da tutelare per le sue irrinunciabili caratteristiche storico-culturali. Nella contemporaneità, decenni di pessima gestione del territorio hanno poi creato ovunque nuove vulnerabilità, soprattutto in aree metropolitane ad alta densità abitativa. Insomma, l’Italia è un Paese ad alto rischio, soprattutto nel meridione e lungo la catena appenninica. “Sotto i cieli più puri, i terreni più infidi” scriveva sul finire del ‘700 Goethe al ritorno da un viaggio in Italia durato quasi due anni, percorrendo la penisola intera. Ad ispirargli quel verso fu la visita alla solfatara di Pozzuoli, ma poi proseguì fino in Sicilia e giunse a Catania dove meno di un secolo prima, nel 1693, un fortissimo terremoto aveva distrutto la città alle falde dell’Etna provocando 40mila vittime, i due terzi della popolazione. Un secolo dopo il meridionalista Giustino Fortunato avrebbe definito la Calabria “sfasciume geologico pendulo fra due mari” afflitta dalla instabilità idrogeologica dei suoi versanti e anch’essa esposta a devastanti terremoti. Due citazioni, queste, tra infinite altre denunce, lungo la lunghissima ben documentata storia dei disastri di questo Paese. Ora, Niscemi rispecchia in pieno la penosa insufficienza nell’esercizio del prevenire. Nessuna possibilità di difendere comportamenti irresponsabili rispetto ad un fenomeno ben noto, fino a ricomprendere una vasta vulnerabile area urbana letteralmente appesa su quella frana. Un‘inaccettabile scommessa quindi sul verificarsi di un evento che ne avrebbe accelerato la dinamica con conseguenze anche ben peggiori di quanto ora accaduto. Piogge intense, perduranti, concentrate hanno infatti innescato la mobilitazione del precipizio, il suo distacco. Tutto questo poteva essere trattato all’interno di uno scenario evolutivo della situazione. E avrebbe consentito di operare in prevenzione per la riduzione di un rischio incombente. Operazione certamente molto complessa, molto costosa e non solo in termini economici ma anche sotto il profilo socio-economico. L’indignazione ha sommerso la cronaca di quei giorni. La Procura ha aperto l’inchiesta dichiarandosi certa che esistono precise responsabilità e che procederà con rigore assoluto (2). Giustissimo: comportamenti omissivi, colposi o addirittura dolosi vanno perseguiti con estrema severità, così come è necessario far emergere i livelli di responsabilità personali che una scrupolosa indagine potrà mettere in luce. Ma sul terreno invece delle responsabilità del sistema di governo del Paese? Sulla mancanza di un consistente impegno per la salvaguardia dei cittadini lasciati inermi difronte alla fragilità del contesto nel quale vivono? A chi va presentato il conto delle enormi omissioni incidenti su una così grave situazione? Solo sul piano extragiudiziale dell’informazione trova spazio qualche anche dura recriminazione sulla prevenzione che non c’è, sull’assenza di attenzione per il multiforme rischio incombente, come per la mancanza di ammodernamento e manutenzione di opere pubbliche, o per la salvaguardia del territorio urbanizzato. Ma dura esattamente quanto impiegherà la cronaca a trovare altre scandalose vicende, magari di tutt’altra natura, sulle quali attirare la pubblica attenzione, altre diverse ragioni di sdegno e indignazione delle quali c’è certamente grande abbondanza. Fino al prossimo disastro dove quel mistificatorio rosario tornerà ad essere ipocritamente recitato, senza bisogno di cambiarne una virgola. Al comune di Niscemi era stato assegnato un finanziamento di 100 milioni di euro per intervenire. Risorse mai impiegate, lasciate in un cassetto mai aperto (3). Notizia incredibile alla quale l’informazione ha dato grande rilievo, l’opinione pubblica si è scandalizzata e la politica tutta si espressa con sdegno o sorpresa, secondo i diversi posizionamenti. Ecco, soprattutto su questo, la politica, ma anche l’informazione in gran parte, ha mostrato tracce di comportamenti ispirati dall’ipocrisia. La frana che si muove, i soldi chiusi in un cassetto, la prevenzione sempre negata. Davvero non si riesce a immaginare perché quei soldi non sono stati spesi? Non è, al contrario, difficile immaginare che adoperarli significava imporre alla popolazioni interessate, in un tempo lungo di una fragile pseudo quiete, un’alterazione di una condizione quasi di comfort zone a cui difficilmente si vuole rinunciare, perché agita lo spettro di delocalizzazioni, di perdita di certezze di vita (la casa, la scuola, il lavoro…) rispetto ad una minaccia certo incombente ma in quel momento impalpabile, che evoca futuri scenari indefiniti inquietanti, insomma costrizioni certe.             A far emergere le inaccettabili stranote ragioni di tutto questo ancora una volta una citazione lontana nel tempo. Ventisei anni fa un personaggio molto importante scrisse un breve articolo pubblicato sulla rivista periodica “The world in 2000”. Il titolo “Elogio della prevenzione” non lascia margini ad interpretazioni sull’argomento che si voleva affrontare.  L’articolo portava la firma di Kofi Annan, settimo Segretario Generale dell’ONU. Questo il passaggio più significativo rispetto alle questioni qui affrontate: L’articolo tratta soprattutto il rischio di un conflitto tra le nazioni; la Pace, in quei tempi felici, aveva nell’ONU un vigile efficace presidio, ma l’elogio della prevenzione toccava anche criticità di altra natura. Rispetto ai rischi di origine naturale, la formulazione qui riportata è assolutamente calzante. Sembra davvero scontato ciò che con garbo Annan dice in efficacissime quattro righe: la colpa è della politica e dei Governi che pro tempore la incarnano. Nel Paese si è manifestata per un tempo lunghissimo, in modo trasversale nel succedersi dei governi, ma senza dubbio alcuni hanno fatto peggio di altri. La prevenzione è assai impopolare nei corridoi del Potere che, a ben vedere, ha come obiettivo assoluto quello della conquista e conservazione del consenso. Si è mai visto, a qualunque livello, un programma elettorale che proponga un consistente, efficace intervento di riduzione del rischio? Si è mai visto un senatore deputato consigliere spendere il proprio mandato su un tema così poco attrattivo, affatto redditizio politicamente? Si è mai vista la predisposizione di un realistico concreto piano di riduzione delle dimensioni di uno dei tanti rischi, che si muova necessariamente nella individuazione di priorità e nella certezza della “continuità dell’azione” a prescindere dal succedersi dei governi?  Mai nulla di tutto questo. La prevenzione è un investimento per un Paese: si spende meno affinché i danni e le perdite siano contenute attraverso un intervento preventivo piuttosto che in esorbitanti ricostruzioni. Incalcolabile è infine il saldo in vite umane. Ma questo incontrovertibile assunto evidentemente non basta per pretendere attenzione. Fare prevenzione, dovrebbe veramente essere la più importante opera pubblica per il Paese. Ma inevitabilmente significa regolare comportamenti, colpire abusi (sul territorio), investire massicciamente sull’ affinché non accada. Mettere in sicurezza (relativa: il 100%, pur evocato da sprovveduti, attesta solo una solida incompetenza) prelude ad interventi radicali. Non ci sono inaugurazioni, nastri da tagliare per ponti spregiudicati a cui sperare magari di dare il proprio nome a memoria imperitura. Fare prevenzione significa rispettare le rigide esigenze della gestione e manutenzione. Significa quindi anche la tutela dei lavoratori e degli utenti. Insomma, la prevenzione merita l’elogio ma costa molto e non solo in termini economici. Ancora una citazione ci ricorda la fatica alla quale ci si dovrebbe rassegnare per garantirla. Per chi promettesse “sudore, lacrime e sangue” oggi si profilerebbe un disastro annunciato. Solo uno statista riuscì a trovare consenso con quella promessa, ma allora la posta in gioco faceva più paura di un terremoto che verrà ma non si sa quando. O di una frana che prima o poi si muoverà, ma di quanto? Bene, si può pensare di aver trovato il colpevole. Ma non basta, bisogna cercare di capire come si è potuti arrivare, attraverso fatti e comportamenti, ad un così grave e profondo livello di sine cura. Insomma, bisogna ricordare, storicizzare cose del passato più o meno recente. E non per riaprire polemiche, ma piuttosto per non ripetere errori, per prender coscienza della impossibilità di continuare ad infilare la testa sotto la sabbia rispetto ad un problema che non lascia scampo, che concede al massimo una tregua della quale non si conosce la durata. Dissesti alluvioni frane terremoti ed eruzioni torneranno a colpire, soprattutto dove hanno già nel passato hanno colpito, trovando probabilmente oggi contesti anche più vulnerabili. Tutto questo non rappresenta una previsione, piuttosto una certezza che come unica incognita ha il procedere del tempo, il “quando” il disastro tornerà. Il resto il “dove” accadrà, il “cosa” provocherà è sufficientemente ipotizzabile, insomma lo è abbastanza per intervenire non per scongiurare danni e perdite “inevitabili”, ma solo per ricondurle ad un livello che consenta di definirle “accettabili”.  E’ forse un termine vago quest’ultimo?  Non così tanto come si potrebbe pensare. In fondo è accettabile quel prezzo che comunque si deve pagare, che trovi cioè una dimensione nel momento in cui tutto quanto si poteva fare è stato fatto. E ovviamente ci si riferisce al fare per prevenire. E da questo il Paese è lontanissimo, e quanto appena accaduto ancora quest’ultima volta a Niscemi, è davvero purtroppo inaccettabile. Michele Serra in un articolo apparso sulla Repubblica dopo il disastro ha argutamente proposto che a vergognose incertezze, macroscopiche inconsapevolezze e faticose fughe dalle responsabilità, si dia una risposta istituendo un “Ministero del Senno di Poi” (4) per affrontare finalmente con competenza il cosa fare per garantire almeno un po’ di sicurezza. Come non essere d’accordo? In tutta evidenza emerge la mancanza di un punto di riferimento nello Stato nel quale riconoscere la competenza per affrontare un tema tanto complesso, per garantire supporto all’azione di governo, riappropriandosi di livelli di responsabilità non delegabili. Affinché non vi sia la possibilità di commettere nuovi errori, si consiglia di partire da una approfondita anamnesi, insomma la valutazione degli errori e delle omissioni in un passato quanto basta lungo per accertare le cause che hanno determinato l’inaccettabile condizioni del paziente: il disastroso stato dell’arte e delle cose. (*) Roberto De Marco – Geologo – già direttore del servizio sismico nazionale della presidenza del consiglio dei ministri del dipartimento dei servizi tecnici dello stato (soppresso), già componente del consiglio direttivo dell’agenzia nazionale di protezione civile (soppressa) 21 marzo 2026 Per osservazioni e precisazioni scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com (immagine dal sito di ISPRA) NOTE (a cura d Carteinregola) (1) A partire dal 18 gennaio 2026, un’intensa ondata di maltempo investe il Sud Italia provocando ingenti danni in Calabria, Sicilia e Sardegna. Il 25 gennaio a Niscemi, in provincia di Caltanissetta, si verifica una frana di grandi dimensioni a ridosso della parte sud del centro abitato, comportando la delimitazione di una zona rossa e l’immediata evacuazione della popolazione residente nell’area. (2) TGCOM 6 Feb 2026 Frana Niscemi, cinque gli interrogativi della procura ai consulenti Intanto, va avanti l’acquisizione di documentazione, iniziata lo stesso giorno in cui è stato aperto il fascicolo d’inchiesta (3) LA REPUBBLICA PALERMO 28 GENNAIO 2026 La frana di Niscemi, trent’anni di progetti a vuoto: mai spesi i 25 milioni stanziati di Gioacchino Amato L’emergenza è iniziata nel 1997, nel 2006 l’area viene dichiarata ad alto rischio, ma i finanziamenti sono rimasti nel cassetto (4) La Repubblica Il Ministero del senno di poi L’amaca di Michele Serra del 26 febbraio 2026
March 21, 2026
carteinregola
BASE USA DI SIGONELLA ATTIVA DALL’INIZIO DELL’ATTACCO ALL’IRAN: QUAL È IL RUOLO DELL’ITALIA?
La base militare statunitense di Naval Air Station Sigonella, in Sicilia, sarebbe stata utilizzata attivamente fin dalle prime ore dell’attacco congiunto israelo-statunitense contro l’Iran, iniziato sabato 28 febbraio. “Abbiamo sicuramente due dati rilevanti che smentiscono assolutamente la posizione bonista del governo italiano che dichiara di non essere coinvolto nelle operazioni di guerra e di non essere, tra l’altro, neanche stato informato e di queste” commenta ai microfoni di Radio Onda d’Urto Antonio Mazzeo, giornalista, scrittore e attivista antimilitarista. Nelle ore immediatamente precedenti l’attacco su Teheran, dalla base di Sigonella sarebbe decollato un velivolo da pattugliamento marittimo Boeing P-8 Poseidon, utilizzato anche per attività di intelligence e guerra elettronica. Il suo compito, secondo quanto riferito, sarebbe stato quello di individuare obiettivi strategici e trasmettere informazioni ai cacciabombardieri impegnati nell’operazione. Sempre nelle ore precedenti, sarebbe atterrato a Sigonella un drone da ricognizione Northrop Grumman RQ-4 Triton, impiegato per diversi giorni in operazioni di monitoraggio e raccolta immagini, verosimilmente finalizzate all’individuazione dei bersagli poi colpiti. Non solo Sigonella: un ulteriore elemento riguarda il sistema di telecomunicazioni satellitari MUOS (Mobile User Objective System), presente a Niscemi. Si tratta di una rete composta da satelliti e terminali terrestri che consente alla Marina militare statunitense di trasmettere ordini, piani operativi, flussi video e comunicazioni criptate in qualsiasi area del mondo. “Le guerre non si fanno soltanto lanciando missili” osserva Mazzeo. “Prima c’è un lavoro complesso di pianificazione, raccolta dati, individuazione degli obiettivi. È questo il ruolo degli aerei spia e dei droni che operano da Sigonella”. L’intervista completa di Radio Onda d’Urto a Antonio Mazzeo, giornalista, scrittore e attivista antimilitarista. Ascolta o scarica.
March 4, 2026
Radio Onda d`Urto
DOPO IL CICLONE: UNA RISPOSTA ALL’INDIFFRENZA ANTIMERIDIONALISTA
Nonostante il passaggio del ciclone Harry non sia più una notizia rilevante per i media mainstream, in Sicilia e in tutto il sud Italia le conseguenze sono ancora evidenti e il maltempo persiste ancora. A colpire non è stato solo l’evento climatico in sé, ma un sistema che di fronte al disastro continua a invisibilizzare alcuni territori solo perchè meno produttivi lasciando intere comunità senza risposte adeguate. Per ulteriori informazioni sull’evento di Venerdì 27 febbraio al Neruda di intervento, confronto e di benefit per i territori colpiti dal ciclone, clicca qui. Con Carlotta dell’Assemblea Terrona Transfemminista facciamo un quadro della situazione post ciclone sia su un piano materiale che politico:
February 26, 2026
Radio Blackout - Info
Niscemi. Da Aprile 2025, l’allarme dalla base Muos per l’erosione del terreno nell’hub militare
Quella che segue e’ una notizia quasi sconosciuta, o meglio ignorata dai mass media e non solo. Nell’aprile 2025 la Regione Siciliana ha ricevuto la richiesta da parte del comando della Usa della base Muos di Niscemi per l’attivazione della procedura di Valutazione di incidenza ambientale (VINCA) per un “Progetto […] L'articolo Niscemi. Da Aprile 2025, l’allarme dalla base Muos per l’erosione del terreno nell’hub militare su Contropiano.
February 9, 2026
Contropiano
Niscemi resiste: USB in piazza col Movimento NO MUOS domenica 8 febbraio
La frana che in questi giorni ha colpito Niscemi, costringendo all’evacuazione centinaia di persone, non può essere ridotta a un evento meteorologico o a una fatalità: è un avvertimento politico, ambientale e sociale. È il prodotto di decenni di abbandono, di assenza di pianificazione, di manutenzioni episodiche, di opere emergenziali […] L'articolo Niscemi resiste: USB in piazza col Movimento NO MUOS domenica 8 febbraio su Contropiano.
February 7, 2026
Contropiano