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David Grossman a Napoli con Maurizio de Giovanni: dialogo sulla parola
Dialogo al Teatro Sannazaro tra scrittura, realtà e responsabilità delle parole Sono uscita dal Teatro Sannazaro con una sensazione difficile da definire. Più del tono pacato di David Grossman o delle domande dirette di Maurizio de Giovanni, a colpire è stata la semplicità delle parole. Parole chiare, quasi essenziali, che non cancellano la complessità della realtà ma offrono comunque una piccola chiave di lettura diversa, lasciando spazio a una forma di speranza. L’incontro al Teatro Sannazaro non ha avuto i contorni di una presentazione di libro nel senso tradizionale. Pur facendo riferimento all’ultima opera di Grossman, La pace è l’unica strada, è stato soprattutto un confronto sul valore della parola come responsabilità. Maurizio de Giovanni ha aperto citando Carlo Levi e ricordando che le parole sono pietre, capaci di costruire o di ferire, chiedendo se oggi abbiano ancora un peso reale in un mondo dominato da immagini e rumore. La risposta di Grossman è partita dal suo metodo di scrittura. Non trascrivere ciò che già esiste, ma inventare. Non come fuga, bensì come possibilità di trasformazione. Solo creando storie nuove, ha suggerito, si può cambiare la Storia. Ed è qui che il discorso si è legato apertamente alla realtà: secondo Grossman israeliani e palestinesi restano spesso intrappolati nella ripetizione degli stessi gesti e delle stesse parole. Cambiare narrazione non significa dimenticare il passato, ma interrompere un meccanismo che continua a produrre gli stessi esiti. Dalla letteratura, in questo senso, può nascere un diverso modo di guardare e quindi di agire. A un certo punto de Giovanni ha definito Grossman un creatore di compassione, riconoscendo nella sua scrittura la capacità rara di entrare nelle vite dei personaggi senza giudicarli, ma comprendendoli. Alla domanda su quale personaggio o sentimento gli fosse più vicino, Grossman ha risposto che quando scrive davvero bene finisce inevitabilmente per raccontare se stesso, ma non attraverso il ricordo bensì attraverso la creazione. È in quel punto, ha lasciato intendere, che nasce la letteratura: non nella ripetizione di ciò che si conosce, ma nello sforzo di immaginare qualcosa che prima non esisteva. Il dialogo si è chiuso su un terreno ancora più personale. De Giovanni ha parlato della propria città, Napoli, come di un luogo attraversato da molte ombre ma capace di rinascere proprio da quelle contraddizioni. Una città complessa, dolorosa a tratti, ma che vive nella pace e dentro la quale lui si riconosce pienamente. Da qui l’ultima domanda rivolta a Grossman, quasi dichiarata con affetto: come si può essere profondamente legati al proprio Paese e allo stesso tempo dissentire apertamente dalle sue scelte politiche. La risposta dello scrittore è arrivata breve, senza protezioni: sanno che amano i miei libri, ma non la mia politica. Una frase asciutta che ha chiuso l’incontro lasciando in sospeso il peso e il costo della libertà di parola. La sera precedente, nella basilica di San Giovanni Maggiore, il cardinale Mimmo Battaglia gli aveva conferito il premio Pellegrini di Pace. Un momento diverso, più simbolico e spirituale, ma attraversato dallo stesso filo: la richiesta di una pace che non sia tregua ma trasformazione reale. Le parole di Battaglia, una pace che non faccia vergognare di essere umani, hanno fatto da cornice a un evento partecipatissimo, quasi corale. Ed è proprio questa doppia presenza, religiosa e letteraria, istituzionale e dialogica, che ha acceso alcune polemiche. C’è chi ha osservato come, in un momento storico così lacerato, la visibilità concessa a un autore israeliano rischi di oscurare le voci palestinesi. È una riflessione che non può essere liquidata con leggerezza. Ma forse la questione non sta nello scegliere quale voce ascoltare, bensì nel non smettere di ascoltarne altre. La parola, se vuole essere davvero spazio di incontro, non può diventare esclusiva. Napoli, in queste giornate, ha mostrato insieme accoglienza e interrogativi, desiderio di dialogo e bisogno di confronto. Grossman non ha portato soluzioni. Ha portato un’idea semplice e difficile insieme: che la letteratura non serve a fuggire dalla realtà, ma a immaginarne una diversa prima che accada. E forse è questo il punto più politico, nel senso più umano del termine: cambiare la storia comincia dal cambiare il modo in cui la raccontiamo. Foto di Lucia Montanaro Ingresso del Teatro Sannazzaro di Napoli In scena David Grossman e Maurizio de Giovanni Lungo applauso per Grossman dal pubblico in sala. Il pubblico del Teatro Sannazzaro Lucia Montanaro
February 3, 2026
Pressenza
“Affinché non accada mai più?” Napoli si interroga sul senso della Giornata della Memoria
Giornata della Memoria 2026. Tra cerimonie, scuole e testimonianze, Napoli vive il 27 gennaio dentro una frattura che interroga il valore stesso del ricordare. La legge 211 del 2000, che istituisce il Giorno della Memoria, non parla solo di celebrazioni. Parla di narrazione, di riflessione, di scuole. E indica uno scopo preciso: “conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico periodo della nostra storia affinché simili eventi non possano mai più accadere.” È questa frase, affinché non accada mai più, che oggi pesa più di tutte. Perché a cosa serve ricordare i genocidi di ieri se non siamo capaci di riconoscere le disumanizzazioni di oggi? A cosa serve pronunciare “mai più” se resta una formula e non diventa responsabilità? È dentro questa domanda che Napoli ha attraversato il 27 gennaio. Una giornata fatta di fiori, letture, musica, studenti. Ma anche segnata da un’assenza che ha pesato più di molte parole: per la prima volta la Comunità ebraica non ha partecipato alle iniziative organizzate dal Comune. Una scelta resa pubblica attraverso dichiarazioni riportate da diversi organi di stampa locali e nazionali, che ha attraversato l’intera giornata e che impone una riflessione sul senso stesso del ricordare. La mattina si è aperta a Borgo Orefici, nella strada intitolata a Luciana Pacifici, la più piccola vittima napoletana della Shoah: una bambina di pochi mesi morta sul convoglio diretto ad Auschwitz. Alla deposizione della corona di fiori erano presenti il sindaco Gaetano Manfredi, il prefetto di Napoli Michele di Bari, le autorità civili e militari e il vicepresidente del Consiglio regionale Luca Trapanese. In quell’occasione il prefetto ha sottolineato come “questi momenti servono soprattutto a fare memoria perché ciò che è accaduto è stata la rottura del patto di civiltà in cui l’uomo ha smarrito il senso dell’umano. Noi dobbiamo doverosamente fare memoria perché sia monito affinché non accada in futuro”. Poco dopo, altri fiori sono stati deposti in piazza Bovio, davanti alle pietre d’inciampo che restituiscono identità a chi fu cancellato. Nei teatri e nei luoghi della cultura la memoria ha assunto forme diverse. Al Teatro Mercadante si è svolta una maratona di lettura integrale di “Se questo è un uomo” di Primo Levi, affidata agli studenti di numerosi istituti cittadini. Al Teatro San Carlo la commemorazione istituzionale è stata accompagnata dalla musica di Verdi, mentre in altri spazi, come la Certosa di San Martino, i protagonisti sono stati ancora una volta i giovani. Durante un incontro promosso dalla Fondazione Valenzi, centinaia di ragazzi hanno partecipato alle iniziative della Giornata della Memoria, in un confronto che ha ribadito il valore educativo del ricordare. In diversi momenti della giornata, la memoria è passata anche attraverso le testimonianze. Tra queste, quella di Mario De Simone, fratello di Sergio, il bambino napoletano deportato e ucciso dai nazisti, che ha restituito volti, affetti e famiglie ai numeri dello sterminio. Accanto alle iniziative istituzionali e culturali, la Giornata della Memoria ha attraversato anche i territori. In occasione di un incontro con gli studenti alla Municipalità 5 del Vomero, nella sala consiliare, Margherita Siniscalchi ha definito la memoria “un atto di giustizia”, sottolineando il dovere di coltivarla soprattutto nelle nuove generazioni e ringraziando il mondo della scuola per essere presidio quotidiano di valori democratici. All’incontro erano presenti, tra gli altri, la scrittrice e giornalista Titti Marrone e la presidente della Municipalità Clementina Cozzolino. Un richiamo netto al fatto che dietro i numeri dello sterminio c’erano persone, volti, sogni, famiglie, e che la memoria ha senso solo se resta ancorata all’umano. Sempre oggi, anche Lucia Fortini, assessora all’istruzione della Regione Campania, ha affidato a un intervento pubblico una domanda semplice e radicale: a che serve? A che serve parlare, spiegare, raccontare, se non riusciamo a fermare la barbarie del presente, se “mai più” rischia di restare soltanto uno slogan. Fortini ha legato questa domanda all’esperienza di anni di viaggi ad Auschwitz con gli studenti. La risposta che si è data è netta: serve a formare coscienze. Perché nei volti dei ragazzi, davanti ai campi di sterminio, qualcosa cambia. Nasce una consapevolezza della barbarie umana. E forse è proprio questo il compito più profondo della memoria: provare a fare in modo che chi ha visto, chi ha capito, chi ha sentito, fuori faccia la differenza. La memoria ha parlato anche attraverso gesti simbolici. A Napoli, l’ospedale pediatrico Santobono Pausilipon ha illuminato la propria facciata e piantato fiori bianchi nei giardini, richiamando in particolare le vittime più giovani della Shoah e la figura di Sergio De Simone, a cui è intitolato il pronto soccorso. Sempre in Campania, a Benevento, un percorso di luci bianche e rosse ha segnato il Centro Operativo della Soprintendenza nell’ex Convento di San Felice, in un’installazione pensata come spazio di silenzio, riflessione e coscienza civile. Luci accese contro il buio dell’oblio, per ricordare che la memoria non è solo parola, ma anche presenza nello spazio pubblico. Alla dimensione della luce si è affiancata quella della scrittura. Alla Biblioteca Universitaria di Napoli è stata inaugurata la mostra “Raccontare la Shoah: tra testimonianze e memoria scritta”, un percorso tra volumi rari, testi contemporanei e riproduzioni di giornali dell’epoca. Un’iniziativa che richiama il valore delle fonti, dei diari, della letteratura e della ricerca storica come strumenti fondamentali per costruire una memoria consapevole, capace di parlare al presente. Eppure, accanto a questo lavoro diffuso, si è aperta una ferita. La Comunità ebraica napoletana ha scelto di non partecipare alle celebrazioni comunali, denunciando una perdita di senso della Giornata della Memoria e una mancanza di dialogo con le istituzioni cittadine. Il sindaco ha richiamato alla necessità del confronto e alla tradizione di tolleranza della città. Ma il dato resta: oggi Napoli ha ricordato senza una parte fondamentale della propria storia viva. Ed è forse proprio questo a rendere questo 27 gennaio diverso dagli altri. Perché la memoria, quando è autentica, non è mai neutra. Non è mai solo commemorazione. Non è mai un gesto pacificato. La memoria viva non consola: interroga. Disturba. Costringe a prendere posizione. Oggi Napoli ha ricordato Luciana Pacifici, morta a pochi mesi su un treno per Auschwitz. In quella immagine c’è già tutto: la Shoah, ma anche ogni infanzia travolta dalle guerre, ogni essere umano ridotto a carico, ogni vita resa trasportabile. Forse è da qui che bisogna ripartire. Non dal rito, ma dalla responsabilità. Non dal passato, ma da ciò che il passato chiede al presente. Perché la memoria non è ciò che ricordiamo. È ciò che facciamo perché non accada di nuovo. Lucia Montanaro
January 27, 2026
Pressenza