Giornata mondiale della Memoria e il Morbo K
Il professor Giovanni Borromeo è stato medico e riconosciuto “Giusto” tra le
nazioni dal mondo ebraico. Potrebbe essere lui il simbolo di questo giorno della
Memoria, istituito in Italia e nel mondo per ricordare la Shoah, le leggi
razziali e le deportate e i deportati nei campi nazisti scegliendo la data del
27 gennaio, quando vennero abbattuti i cancelli di Auschwitz.
È del dottor Borromeo l’invenzione del Morbo K, grazie al quale riuscì a salvare
la vita a oltre cento ebree ed ebrei romani. A raccontare come si svolsero i
fatti è stato il figlio, anni dopo: «Una mattina di fine ottobre 1943, un
ragazzino corre all’ospedale Fatebenefratelli dell’Isola Tiberina per dire che
stavano arrivando due camion di tedeschi a controllare i malati. Comincia
un’accurata ispezione. La gravità del Morbo K è scientificamente illustrata.
Papà ne descrive i sintomi, l’estrema incertezza di una possibile guarigione, il
terribile contagio che lo accompagna, i gravi esiti permanenti. Mostra le
cartelle cliniche e chiede all’ufficiale medico di visitare egli stesso i
malati, ma il quadro che ne ha fatto terrorizza i tedeschi che cominciano a
tenersi alla larga dai degenti… Di fatto poco dopo se ne vanno».
Forse Giovanni Borromeo è stato un eroe, anche se continuo a pensare, con
Brecht, che è beato quel popolo che non ha bisogno di eroi. O forse è stato
“semplicemente” un medico che ha tenuto fede al giuramento di Ippocrate. O,
ancora, un uomo che ha fatto prevalere umanità e giustizia su ogni altro
ragionamento. Cosa che dal 7 ottobre del 2023 sembra essere scomparsa da Israele
e, ahimè, dall’orizzonte di molte persone non più umane.
> Ora, la domanda è la seguente: c’è ancora la speranza che un Morbo K possa
> ancora oggi diffondersi ovunque e con chiunque oppure il genocidio del popolo
> palestinese, che Netanyahu va compiendo, sta cancellando la memoria
> dell’Olocausto?
La domanda è complessa, la risposta ancora di più e richiede una breve
riflessione su memoria e ricordo. Cesare Pavese ne Il mestiere di vivere ha
scritto: «Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno. Ricordare
una cosa significa vederla – ora soltanto – per la prima volta».
Ma se facciamo nostra l’affermazione, molto ben detta, del sindaco di un Paese
del salernitano, per cui «la memoria, a differenza del ricordo, non rappresenta
solo un’immagine di qualcosa che è accaduto ma ne fissa nell’umanità l’idea,
generando cultura e conoscenza e alimentando riflessione; la memoria dovrebbe
far sì che la storia narrata attraverso quell’idea non si ripeta», allora
dovremmo cancellare la giornata mondiale. E tenerci, semmai, il ricordo
indelebile di quelle vicende. E se, invece, non volessimo o non potessimo
passare un colpo di spugna su una storia che ci riguarda e che ha travolto
generazioni, culture, politiche, società?
> In questo caso dovremmo cercare nuove ragioni per fare in modo che quella
> Memoria appartenga a tutte e a tutti. «È una ben povera memoria quella che
> funziona solo all’indietro», ha scritto Haruki Murakami. O quella che
> distingue, che omette, che privilegia, che discrimina.
Al momento, la sola cosa che mi sento di affermare è che ha ragione Oscar Wilde
ne L’importanza di chiamarsi Ernesto: «La memoria è il diario che ciascuno di
noi porta sempre con sé».
Quindi quella Memoria è anche il mio diario e non mi piace che qualcuno se ne
impadronisca. Come è successo che si sia deciso, 20 anni fa, che il 27 gennaio è
la giornata dell’Olocausto e non anche quella del Porrajmos che riguarda 500mila
persone rom e sinti uccise nei campi di sterminio e i 15mila persone omosessuali
e le persone dai “tratti asiatici” e dissidenti politici, le comuniste e i
comunisti, e le e gli esponenti delle chiese cristiane che si opponevano al
nazismo, così come migliaia di Testimoni di Geova che si rifiutavano di usare il
saluto nazista e di arruolarsi. Inoltre, attraverso il cosiddetto Programma
eutanasia si stima che i nazisti assassinarono 200mila persone affette da
malattie fisiche o mentali.
> Perciò è un buon segnale quello del sindaco di Roma che ha voluto ricordare
> gli stermini dimenticati dal racconto istituzionale della Shoah con un
> appuntamento, il 27 alle 18.30 in piazzale Ostiense, davanti all’opera “Tutti
> potenziali bersagli”, luogo simbolico scelto per onorare le vittime
> appartenenti alla comunità lgbtqia+, alle popolazioni Rom e Sinti e alle
> persone con disabilità, storicamente colpite dalla violenza nazifascista, ma
> spesso escluse dalla memoria ufficiale.
Organizzato dal Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli insieme con le
associazioni lgbtqia+ del Coordinamento Roma pride e in collaborazione con Ucri,
Unione delle comunità Romanes in Italia, l’Anpi Roma e il Disability pride
network.
Anche altri comuni italiani danno vita a iniziative, in particolare rom e sinti
che però, come abbiamo ricordato, sono stati “dimenticati” dalle istituzioni
internazionali nel corso del dibattito sulla creazione della Giornata mondiale
della memoria e hanno dato vita al Porrajmos che cade il 2 agosto. Porrajmos,
letteralmente “inghiottimento”, “grande divoramento” o “devastazione” è il
termine della lingua romanès con cui Rom e Sinti e Camminanti hanno denominato
la persecuzione da loro subita durante il fascismo e lo sterminio del proprio
popolo perpetrato dai nazisti e dai loro alleati.
> Questo disegno omicida è definito da Rom e Sinti anche con il termine
> “Samudaripen” che significa letteralmente “tutti uccisi”. Circa il 25% della
> popolazione Rom complessiva presente in Europa tra le due guerre è stata
> sterminata, un Rom su quattro.
Per questa ragione e grazie a una lenta ma progressiva presa d’atto, le
iniziative “Samudaripen” quest’anno si sono moltiplicate. E con esse la
richiesta di integrare la legge sul Giorno della Memoria, la 211 del 20 luglio
2000, affinché il Giorno della Memoria riconosca esplicitamente tutte le
categorie colpite dall’orrore nazifascista perché «commemorare in modo selettivo
significa perpetuare una gerarchia delle vittime e contribuire alla
marginalizzazione storica di comunità che ancora oggi subiscono discriminazioni,
violenze e negazione dei diritti», si legge nel testo che promuove l’iniziativa
romana.
La manifestazione vuole quindi essere non solo un momento di ricordo, ma anche
un atto politico e culturale, capace di collegare la memoria storica alle
battaglie contemporanee contro l’odio e l’esclusione.
La memoria interroga le coscienze, la memoria è indelebile come la carta
copiativa, la memoria, come scriveva Cervantes, «è nemica mortale del mio
riposo». E di questi tempi, nessuno può riposare.
La copertina ritrae Giovanni Borromeo (Wikicommons)
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