“Siamo ancora qua!”. Ostinazione e ambiguità nel mercato dell’Albergheria di Palermo
(foto di agnese giovanardi)
È una domenica notte di metà gennaio, i fuochi d’artificio hanno appena brillato
sul cielo di Palermo. Attraverso il centro storico, pattugliato da auto della
polizia devote al presidio delle nuove zone rosse. È passata da poco la
mezzanotte quando percorro in bici le strade dell’Albergheria, in direzione di
casa. Tutto tace. A piazza Colajanni, epicentro del progetto di riqualifica
dell’Albergheria Creativa, c’è solo un ragazzo che fa da guardia a un camion con
tanti cavalli disegnati sugli sportelloni laterali. Il bar Astra è chiuso,
il braciere di Piero lo stigghiolaro riposa sotto il gazebo che dà sulla piazza.
Oggi il mercato dell’usato è stato grande. Domani, pioggia permettendo,
monteranno in pochi, quelli che per tirare su dei soldi hanno solo questo
lavoro. Una mia amica stamattina cercava degli occhiali da sole. «Belli questi,
ma sono rovinati», le ho detto mentre si provava un modello buffo, appariscente,
un po’ da diva. «E chi è che non è rovinato di noi qua», mi ha fatto eco
Mariana, che é tornata da poco dalla Romania con suo marito, le tre figlie, suo
fratello e la loro gallina Nikolaj. Qualcuno vendeva un tavolo e panche di legno
che sembravano provenire da un rifugio alpino. Davanti la chiesa stava esposto
il modellino di un veliero alto più di in un metro. Poco più in là, un vestito
da prete, vero, non da carnevale. Sì, oggi il mercato è stato grande, divertente
e pieno. A testimoniarlo, a notte ormai giunta, un cumulo di roba invenduta che
riposa tranquillo in piazza San Francesco Saverio, la zona da cui si vuole
espellere il mercato, inadatto per quello che le istituzioni auspicano diventare
presto il nuovo “distretto creativo e del riuso”. È in quel cumulo di stoffe e
piatti e pagine di libri e infinità di altre materie che trovo Massimo.
STORIA DI MASSIMO
È da mesi che non lo vedo. L’ho conosciuto una notte infame di due anni fa. Un
gruppo di ragazzini lo aveva messo sotto col motorino, lasciandolo a terra con
una gamba fracassata e sanguinante. Non voleva che chiamassimo l’ambulanza,
voleva solo che lo aiutassimo a tornare al suo giaciglio tra le aiuole che
costeggiano corso Tukory, quasi all’altezza della ex pompa di benzina. Stasera
invece sembra in gran forma. Sta provando a smontare il cestello di una
lavatrice abbandonata sul marciapiede. Dopo qualche chiacchiera gli chiedo se
vuole che gli porti un martello da casa, visto che ormai ci sono quasi. Mi dice
che non ce n’è bisogno, ce l’ha quasi fatta. Massimo ha quarantatré anni, è
originario di Monreale. Ha lavorato a lungo come muratore. Un matrimonio alle
spalle, due figli, già due nipoti. Tempo fa passammo una serata assieme nel
cuore del mercato del cibo, da Sonia, la donna africana che ogni sera, da
quattordici anni a questa parte, accende la brace in piazza del Carmine e ci
mette su piccantissimi arrosticini e pezzi di pollo. Sonia pensa che prima il
mercato era più divertente: «Gli stanno togliendo l’anima con tutti questi
turisti».
Quella notte Massimo aveva voglia di parlare accanto alla griglia esalante fumi
caldi e odore di spezie forti come la donna che ci tribolava su. «Quando mi
sveglio cerco ancora l’odore della roba (l’eroina), poi non lo sento e mi
accorgo di non avere più bisogno di sentirlo, io non lo so com’è che ho fatto a
togliermi sta croce. Pesavo centocinque chili, dopo che mi facevo mangiavo come
un porco, io non mi sono mai bucato guarda – mi faceva vedere le mani e le
braccia – la roba me la fumavo. Stavo con l’obbligo di firma, quando vivevo a
Monreale, perché per anni mi ero attaccato alla luce del comune e quando
cominciarono ad arrivare le bollette non le pagavo, fino a che non mi hanno
sgamato. Arrivavo sempre tardi in questura, perché lavoravo in cantiere. Potevo
firmare dalle cinque alle sei e io magari arrivavo alle sei e dieci, sei e un
quarto. Fino a quando un giorno il commissario m’ha detto: “No no non c’è
bisogno che firmi, ti riaccompagniamo noi a casa”. Ce l’ho detto mica
mille, tremilacinquecentosessanta volte che si trattava solo di un ritardo! Ma
niente, sono iniziati i domiciliari. Dopo tre giorni c’avevo il braccialetto al
piede. Io ero dipendente dall’eroina, ho chiamato subito l’avvocato che mi
avevano assegnato e gli ho detto: “O mi fai fare il foglio per andare al SERT o
io stasera esco e mi vado a fare”. E così ho iniziato: lunedì, mercoledì e
venerdì al SERT. La luce non pagata si è trasformata in metadone. Otto mesi di
arresti uguale primi otto mesi senza eroina».
Ritrovata la libertà, dal carcere e dalla dipendenza, Massimo si è allontanato
da Monreale e ha preso a frequentare Ballarò, dove si è inventato un mosaico di
lavoretti: pulire il banco di un fruttarolo la mattina, aiutare nel pomeriggio
un amico che fa sbarazzi, di notte raccogliere dalla munnizza pezzi di ferro per
rivenderseli, ogni tanto montare al mercato. Non può permettersi di pagare
regolarmente un affitto, perciò abita per strada e quando riesce dà qualche
soldo a un amico per piazzarsi sul divano di casa sua. Lo saluto mentre è ancora
ostinatamente intento a scassare il cestello della lavatrice abbandonata. Mentre
salgo le scale di casa mi ricordo di una mattina in cui l’avevo beccato al
campetto di bocce, dove con altrettanta ostinazione insisteva nel vendere sotto
la pioggia battente. Gridava: «Oggi sconti visto che piove!». Sul lenzuolo steso
a terra quel giorno aveva un sacco di libri. Mentre li sfogliavo mi disse: «Io
coi libri ho sempre fatto così: leggo l’inizio, qualcosa a metà e poi la fine».
CON CHI STA IL TERZO SETTORE?
Il ricordo di Massimo al campetto di bocce mi fa tornare a riflettere
sull’Albergheria Creativa. All’associazione Sbaratto, nata nel 2019 sotto la
giunta Orlando, il progetto assegnerà la gestione del mercato dell’usato, una
volta terminati i lavori di riqualifica degli spazi urbani. Nel dicembre del
2023 Sbaratto, per una lunga giornata, ha partecipato al tavolo con gli esperti
della facoltà di giurisprudenza e coi nuovi potenti della giunta Lagalla. Tra i
tanti c’era anche Maurizio Carta, l’assessore all’urbanistica promotore del
progetto di riqualificazione dell’Albergheria. All’uscita da quell’incontro
Sbaratto ha stilato un documento dal titolo “Verso un regolamento del mercato
dell’usato dell’Albergheria”. Oltre a pulizia regolare, bagni chimici, ambienti
ben mantenuti e ben illuminati, pedonalizzazione, eccetera, l’associazione
richiedeva anche più presenza delle forze dell’ordine in quartiere. E poi
scriveva: “È possibile stralciare alcune zone di mercato [grassetto loro], come
il campo di bocce in via Villanueva o la piazza San Francesco Saverio,
quest’ultima da sempre esclusa dalle mappe del mercato. Ma è necessario non
limitare troppo l’area, ad esempio prevedendo la possibilità di vendita su
piazza San Pasquale e piazza Ritiro San Pietro, che sono parti fondamentali del
mercato”.
>Nonostante queste dichiarazioni, nei più recenti post sui canali social le
operatrici e gli operatori dell’associazione sembrano ritrattare. Scrivono frasi
come: “L’Albergheria Creativa, l’espulsione dei mercatari del campo di bocce, la
pedonalizzazione di fronte la chiesa di San Saverio: sono tutte decisioni che ci
hanno imposto, che si sappia!”. Oppure: “Sicuramente una cosa che abbiamo capito
è che i processi di formalizzazione sono ambigui, sono fragili, hanno delle
contraddizioni. […] Sono però anche l’unico strumento che al momento conosciamo
per dare un minimo di protezione, di visibilità mediatica, di capacità
negoziale”. Quest’ultima asserzione proviene da un post in solidarietà alle
lavoratrici e ai lavoratori del mercato torinese di via Carcano a
Torino, attualmente minacciato da una modifica della legge
regionale. L’associazione ViviBalon, che gestisce il mercato di via Carcano e
che ha contribuito a realizzare l’espulsione dei venditori “illegali” da Borgo
Dora, è comunque sempre portata in palmo di mano da Sbaratto, come nobile
esempio da seguire.
Mi chiedo spesso quale sarà la fine di questa storia, consapevole che le pagine
mancanti sono ancora tutte da scrivere. Non mi riesce però difficile immaginare
lo scenario lugubre in cui l’armata dei buoni rimetterà alla giunta di destra la
colpa dell’espulsione di molte, troppe persone dall’Albergheria. Mai
ammetteranno che la loro angoscia di cambiamento necessario – tanto dedita
all’imbellettamento urbano “dal basso” e alla legalizzazione del lavoro
informale – coopera visceralmente con un sistema che, a prescindere dal partito
di turno al governo, decide chi sta dentro e chi sta fuori, chi ha la dignità o
le carte in regola per vivere nei luoghi asettici del decoro e chi deve essere
spinto lontano dai riflettori della società dello spettacolo.
PERMANENZA IN STATO DI ALLERTA
Dalla primavera a oggi, il campo di bocce di via Villanueva è stato sottratto al
mercato dell’usato. Red Bull ci ha pittato su un osceno murales con tanto di
scritta “Ti mette le aaali” e una pattuglia della polizia lo ha presidiato ogni
weekend fino alla fine dell’estate. Dall’autunno mi è capitato spesso di
incontrare lì una guida turistica che porta a spasso signori che camminano a
testa china per via delle pesanti fotocamere appese ai loro colli. La guida
declamava la rinascita di un quartiere per mezzo di due spruzzi di vernice che
sono valsi al comune di Palermo duecentomila euro grazie alla pubblicità
dell’energizzante. Così perlomeno mi ha raccontato a inizio settembre Nanà,
mercataro da vent’anni, espulso dal campetto.
In estate Nanà ha preso a montare su corso Tukory, alimentando il processo di
naturale straripamento che solo un fiume senza foce come il mercato può mettere
in atto nel momento in cui gli si devia il corso. Un giorno di fine estate, dopo
una retata della polizia che una mattina aveva sgomberato sia i mercatari sia le
persone che vivono per strada in quel tratto del corso, Nanà mi ha detto:
«Abbiamo arrivato! Salvo Imperiale [il consigliere comunale della DC, molto in
voga nel quartiere] ha detto che noi che non siamo iscritti all’associazione
Sbaratto dobbiamo trasferirci al parcheggio Basile [un quadrilatero adiacente al
Centro di Raccolta Comunale, a due passi dalla strada a scorrimento veloce che
circumnaviga Palermo, nella periferia ovest]. Per due anni saremo autonomi, poi
arriverà anche lì l’associazione a rappresentarci. Intanto dentro l’Albergheria
ci rimangono solo quelli già tesserati».
Per qualche settimana di settembre effettivamente chi montava su corso Tukory si
è spostato nel parcheggio. Lì tirava un’aria quieta e desolata che nulla aveva a
che vedere col pullulare di urla e sguardi, oggetti stravaganti e beni di prima
necessità che ogni mattina abita le strade dell’Albergheria. L’ultimo weekend di
ottobre, però, su via Basile era rimasto solo lo sportello in lamiera di un
vecchio armadio. “Il mercatino dell’usato è qui nel parcheggio” diceva, ma
dentro regnava il deserto. Nanà aveva ripreso il suo posto su corso Tukory e mi
ha detto: «Ho cambiato idea, finché non ci cacciano con la forza resto qui».
A fine agosto del 2025 il comune di Palermo ha emanato un bando di gara per
l’affidamento dell’appalto dei “lavori di rigenerazione dell’Albergheria come
distretto creativo e del riciclo”. Il 14 gennaio 2026 l’appalto è stato
aggiudicato alla Coinap Srl di Bronte, che ha presentato un’offerta al ribasso
rispetto all’importo a base d’asta pari a 350 mila euro. “Al posto dell’asfalto,
di concerto con la sovrintendenza dei Beni culturali, si è scelto il basolato in
Billiemi quale materiale per la pavimentazione. Il fulcro del cambiamento sarà
piazza San Francesco Saverio, che verrà trasformata in un’isola pedonale e area
conviviale. Qui, nell’area che va dalla chiesa alla via San Francesco Saverio,
saranno invece utilizzati ciottoli di fiume con inserti di pietra calcarea di
Sicilia, che verrà posizionata lungo le linee di attraversamento diagonale della
piazza”. Così scrive PalermoToday, allegando rendering della piazza del futuro,
attraversata da avatar di donne sui tacchi a spillo e di uomini in carriera che
parlano al telefono. I lavori dovrebbero iniziare la prima settimana di
febbraio.
Ora è mattina. «Hai visto? Siamo ancora qua!» – mi ha detto Alessia, mentre il
mercato brilla affollato nel suo splendore. «Sta per tornare mio figlio dalla
Svizzera. Quando finisce la stagione al ristorante viene a farsi un po’ di
vacanze qui. Mi darà una mano a montare, anche se io non mi posso lamentare, un
aiuto qui lo ricevo da tutti». Alessia è sempre di buon umore. Prende la
pensione di invalidità, ma per arrivare a fine mese ha bisogno di fare il
mercato. Per questo è ancora qua. E il suo solo esserci significa resistere alle
politiche di bonifica di questo tempo della storia. Non smetto di pensare che
dovremmo mantenere gli occhi aperti su quanto accade al mercato e posizionarci a
fianco delle mercatare dell’Albergheria, soprattutto di quelle non associate. I
volti e le storie di Alessia, di Massimo, di Nanà non possono trasformarsi in
gelide pietre calcaree, che io non saprei mai ingoiare. (agnese giovanardi)