PIAZZALE OSTIENSE: CHE FARE? OLTRE LA RETORICA DELLA GRANDE BELLEZZA, PER UNA CITTA’ DEGLI ABITANTI
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PIAZZALE OSTIENSE: CHE FARE? OLTRE LA RETORICA DELLA GRANDE BELLEZZA, PER UNA
CITTA’ DEGLI ABITANTI
Di Andrea Declich
ll destino di piazzale Ostiense – una sua eventuale risistemazione e
rifunzionalizzazione – è una questione aperta per il futuro di Roma. Circa un
anno fa, il 27 febbraio 2025, Roma Ricerca Roma dedicò a questo tema uno dei
suoi “Dialoghi Costituenti”, intitolato “La bellezza invisibile. Piazzale
Ostiense fra Piramide Cestia e Nathan”.
Nonostante l’alto livello degli interventi (tutti riportati nel post che
racconta l’evento) l’iniziativa non consistette solamente in un dibattito tra
specialisti. Essa fu preparata coinvolgendo le realtà associative dei cittadini
dei quartieri limitrofi a Piazzale Ostiense: San Saba, Aventino, Testaccio,
Miani, Ostiense. La notevole partecipazione di pubblico, cioè, non fu casuale.
Questi cittadini sono rimasti in contatto tra loro e hanno continuato a
confrontarsi sui temi dell’incontro. Il 4 dicembre 2025 si sono visti al
Mattatoio per una discussione pubblica (si veda di seguito l’invito
all’iniziativa), seguendo una procedura interessante: hanno formulato in
anticipo delle domande sul tema del futuro dell’area e hanno chiesto a Walter
Tocci, consulente del sindaco per il progetto CaRME, di rispondere. Riportiamo,
in fondo, le domande così come sono state formulate, e invitiamo a leggerle,
perché sono piuttosto interessanti.
Qui di seguito, per punti, elenchiamo quelle che a noi sembrano essere le
preoccupazioni espresse dai cittadini in relazione alle ipotesi di
risistemazione del Piazzale e delle zone limitrofe, i rischi della perdita
dell’identità di abitanti e luoghi a causa della turistificazione del
territorio, o peggio che gli abitanti vengano cacciati per far posto alla nuova
offerta di B&B, o magari a un villaggio VIP.
* E’ possibile difendere i residenti e anche la stessa idea di
residenzialità? Come evitare che il progetto CaRME sia il cavallo di troia di
questa evoluzione?
* Se Ostiense diventa la “nuova Porta all’area archeologica Centrale”, come si
eviterà che ingenti flussi di visitatori deturpino la vita sociale esistente?
Per esempio: ci saranno fontanelle? Gli esercizi commerciali continueranno a
servire i residenti? Ci sarà un incremento di esercizi di ristorazione e
negozi di paccottiglia per turisti? Al momento, i giardini esistenti vengono
usati come vespasiani…
* Sarà possibile discutere di queste cose con i diretti interessati – i
residenti – che subiscono le conseguenze negative?
* L’Archeotram sarà un’offerta alternativa di trasporto per turisti – pubblica
e su ferro – o il nuovo capolinea diventerà attrattore di pullman?
* I parcheggi per i residenti verranno sacrificati alle esigenze dell’aumentata
circolazione turistica, in particolare dei pullman, con il loro carico di
inquinamento?
* Sarà questo un ennesimo modo per negare la necessità di un piano pullman che
porti questi mezzi al di fuori della città in luoghi collegati col trasporto
su ferro?
* Che senso ha, e che effetti produrrà la concentrazione di flussi turistici in
un’area che dovrebbe garantire altre funzioni urbane, quali la residenza,
l’offerta di servizi fondamentali quali l’istruzione universitaria?
* Il parco delle Mura Aureliane si farà, utilizzandolo come sistema per
aumentare la vivibilità della zona e della città tutta, per esempio
inaugurando le pur previste piste ciclabili e gli spazi pedonali?
* La mobilità pubblica – che pure vede nell’hub del ferro di Piazzale Ostiense
una grande opportunità – verrà promossa?
* I pedoni verranno difesi?
Questi punti sono piuttosto eloquenti. Intendiamo, tuttavia, fare qualche
commento, visto che – come organizzatori del primo incontro – abbiamo
contribuito ad aprire il confronto sulla risistemazione di Piazzale Ostiense.
Sollevammo la questione non per ribadire che la “Grande bellezza di Roma” vada
tutelata e valorizzata. Sono tutti d’accordo. Siamo tutti d’accordo. Non c’è
bisogno di ulteriori giaculatorie sull’argomento. Anzi, il rischio è che il tema
della salvaguardia della bellezza di Roma diventi un alibi per nascondere mire
sullo sfruttamento della città per finalità, alla fine, ben poco estetiche.
Sollevammo il tema della bellezza con un altro spirito e con altri obiettivi, di
maggiore sostanza rispetto a un richiamo tanto frequente da essere ormai
divenuto retorico. Domandavamo: come si intende far vivere i romani a contatto
con questa bellezza? Si può fare in modo che questo patrimonio immenso sia
compatibile con la vita sociale dei residenti e, anzi, contribuisca a
migliorarla, a qualificarla in maniera significativa?
Questa nostra preoccupazione emerge, come si può leggere, anche dalle domande
poste dai cittadini anche se queste – inevitabilmente – si riferiscono ai
problemi specifici di chi risiede nella zona di piazzale Ostiense e dei
quartieri limitrofi.
Nel nostro invito alla discussione parlavamo chiaramente di salvaguardare la
vita nella città nel ripensare piazzale Ostiense, sfruttandone le
caratteristiche e le funzioni: il piazzale è un luogo centrale rispetto a densi
quartieri popolari, un hub del trasporto su ferro, vi si trovano importanti
monumenti, ed è un luogo connotato da un grande valore civile e politico. Tutte
queste cose – dicevamo – possono e devono stare insieme. Va capito come.
Nell’invitare alla discussione – ma anche con questo post – intendevamo porre
come condizione non negoziabile riconoscere il fatto che la residenzialità della
zona va difesa.
Qual è il problema? La trasformazione di Piazzale Ostiense, al momento è un’idea
di cui si discute ma sulla quale, ancora non ci sono stati documenti progettuali
o atti giuridicamente vincolanti. Almeno a nostra conoscenza. Al dibattito su
Ostiense, il rappresentante dell’Assessorato all’Urbanistica, dottor Martellino,
aveva detto che nell’amministrazione stavano ragionando su come lavorare
sull’area e che “In questo ambito c’è già uno strumento attuativo il Piano di
Assetto Ostiense del 2000 […] che merita un aggiornamento”. Aggiungeva anche che
“Uno degli obiettivi del nostro lavoro è aggiornare il Piano d’Assetto […] che
dovrà interagire con tutto quello che c’è intorno. Fondamentale è la
riorganizzazione degli spazi pubblici del piazzale per creare relazioni fra le
parti, costruire un’identità chiara del luogo, conquistare maggior spazio per
realizzare nuove attività legate al lavoro, all’intrattenimento,
all’ospitalità, anche realizzando un suolo artificiale per quanto possibile, una
piastra sui binari su cui edificare, riorganizzare i margini dello scarabeo
[termine usato per descrivere l’area della stazione Roma Lido, ndr] per una
maggiore osmosi con il quartiere e per integrare attrezzature e servizi”.
Quindi, è in corso una riflessione e ci sono delle potenzialità edificatorie.
Queste vanno interpretate come strumenti di intervento sulla città con cui si
può fare tutto e il contrario di tutto. Importante, quindi, è capire cosa fare e
come farlo.
Qual è il pericolo nel caso del Piazzale Ostiense? La zona solleva grandi
appetiti economici nel campo immobiliare. Il fatto che si pensi a nuove
edificazioni nel nuovo piazzale non è che una conferma. Gli interventi
immobiliari, come si sa, non sono per loro natura in linea con gli interessi sia
di chi risiede nelle zone interessate dagli interventi che dei residenti della
città in generale. D’altra parte, come messo in evidenza recentemente in seguito
alle vicende di Milano (Walter Tocci, su questi temi propone un “Manifesto per
non morire di rendita”; la rendita urbana è l’oggetto del quinto Dialogo
Costituente di Roma Ricerca Roma), c’è chi vede l’urbanistica come al servizio
degli investimenti immobiliari. Spesso non aggettivati – vengono chiamati
semplicemente investimenti – per cui sembrano essere la stessa cosa di quelli
per infrastrutture, per unità produttive, per la ricerca, per difendersi dal
cambiamento climatico. Ma la differenza c’è, ed è fondamentale: riguarda
l’impatto sulla città e sulle sue stesse prospettive di sviluppo economico.
E’ qui che bisogna inserire un elemento di forte discontinuità sul come si è
intervenuti finora sulla città. La vicenda dei Mercati Generali (qui i link
per una descrizione dell’intervento e alcuni commenti critici) – sempre in zona
Ostiense – non autorizza ottimismo circa un’inversione di rotta: è chiaro che si
intende l’intervento sulla città principalmente come valorizzazione di spazi a
beneficio (grande beneficio, va detto) degli investitori immobiliari. Non ci si
riferisce solo alla vicenda dei Mercati Generali. In altre zone della città sono
all’ordine del giorno interventi immobiliari a dir poco inquietanti, si pensi
solo ai casi della possibile riqualificazione dello Stadio Flaminio (si veda il
dossier di Carteinregolache riporta l’intervento di Caudo sul tema), o al già
realizzato “Social Hub” dell’ex Dogana San Lorenzo (qui la descrizione
dell’intervento e una sua lettura critica). Il caso dei Mercati Generali è
controverso, per via della sua quasi trentennale storia (si veda il post di
Caudo sulla vicenda e i riferimenti che propone). Resta il fatto che in quasi 30
anni di gestazione e 6 diverse amministrazioni, il risultato che si prefigura è
quello di una grande valorizzazione immobiliare – con studentati di lusso, la
riduzione del verde pubblico, privatizzazione degli spazi – che non porterà
vantaggio alla città. E si va in questa direzione anche in altri quadranti di
Roma. I salmi, come si sa, finiscono in gloria.
Il dibattito sul Piazzale Ostiense è nelle sue fasi iniziali ed è bene che si
metta subito nella giusta carreggiata. Si parli chiaramente di quello che si
vuole fare e perché. Si dica quello che non si vuole fare. Si coinvolgano tutti
gli attori importanti nel dibattito, a partire dai cittadini e residenti. La
città la fanno soprattutto loro. A latere, è utile ricordare che sono anche loro
“a fare il PIL di Roma”, per usare un modo di dire con cui si giustifica la
preminenza accordata, nei dibattiti sulla città, ai rappresentanti di alcune
categorie economiche. E’ utile ricordare – perché questa banalità spesso viene
dimenticata – che, normalmente, abitare implica vivere e il vivere implica il
lavorare. I produttori (di PIL) – tutti – hanno diritto ad essere riconosciuti
come tali. Sia quando lavorano sia quando usano lo spazio urbano nei momenti in
cui non lavorano. Quelli che lavorano devono essere considerati tutti, anche
quando si riposano, anche se non sono coinvolti nei progetti edilizi e nelle
attività turistiche.
Scelte urbanistiche sbagliate danneggiano i cittadini, infliggendo loro fastidi,
disorientamento, disagi, insalubrità, pericoli, carenza di servizi. Ma anche
danni economici veri e propri (quanto costa avere trasporti pubblici inadeguati,
oppure doversi trasferire in zone periferiche per il caro affitti?). Insomma, il
tema dell’“affordability” proposto dal neo-sindaco di New York è importante
anche da noi e sarebbe utile considerarlo.
Se si vuole discutere – come si dovrebbe – di Piazzale Ostiense (e non solo),
sarebbe utile partire difendendo la residenzialità, che significa non solamente
mettere in condizioni gli attuali residenti di una zona di continuare a vivere
decentemente nei luoghi dove abitano, ma anche mettere in condizioni altri –
pensiamo ai giovani – di farlo. Insomma, difendere la residenzialità va inteso
non come una cosa generica, un principio astratto, ma come far sì che in dato
luogo sia possibile non solamente abitare, ma anche andarci ad abitare.
La difesa della residenzialità dovrebbe essere vista come un interesse
pubblico da promuovere, ben più importante di costruire nuovi stadi. Se ci sono
spazi per fare nuove costruzioni e per “ricucire” quartieri, sarebbe utile, e
possibile, pensare a nuove residenze a cui possano accedere persone normali.
Oppure a servizi che migliorino la vita dei residenti attuali e futuri (e non
rivolti ai clienti dei B&B). O, anche, ridurre o quantomeno evitare che
aumentino le case destinate ad affitti brevi. A Piazzale Ostiense, si dovrebbero
rendere disponibili nuove abitazioni a canoni accessibili. Pensando a
facilitazioni vere, non solo a incentivi di mercato. Quando si ha a che fare con
il mercato, il forse è d’obbligo, specie se la moneta cattiva della
valorizzazione immobiliare tende a scacciare la moneta buona della
residenzialità. Bisognerebbe pensare a interventi incisivi che rendano per i più
fattibile, pratico, allettante, risiedere nelle zone trasformate. Magari
riflettendo anche su formule nuove e anche azzardate, per esempio chiedere ai
nuovi inquilini di impegnarsi a non diventare proprietari di un’auto, oppure non
rilasciare loro permessi di sosta (nella zona di Piazzale Ostiense la cosa
avrebbe senso, vista l’eccezionale offerta di servizio di trasporto pubblico su
ferro e considerando la grande offerta di car-sharing per quando della macchina
non se ne può fare a meno). Sono queste, certo, delle provocazioni, ma utili per
dire che bisognerebbe discutere di come promuovere la residenzialità. In
generale, tuttavia, bisogna dire che costruire alloggi di proprietà pubblica da
affittare a canoni calmierati è un’altra di queste opzioni, e sarebbe pensabile
anche all’Ostiense. A Bologna il comune ha ripreso a costruire alloggi. Non c’è
qualcosa che lo vieti qui da noi. A parte una certa infatuazione mercatista, che
si sostanzia in partnership pubblico privato in cui la parte pubblica
sostanzialmente sta a guardare (come ci ha insegnato la lunga vicenda dei
Mercati Generali, si vedano i commenti di Caudo in Consiglio comunale indicati
sopra). Promuovere la residenzialità dovrebbe diventare una condizione
necessaria per gli interventi di sviluppo urbano. Una priorità, non un auspicato
effetto collaterale, magari promosso attraverso qualche incentivo affinché si
dedichino percentuali irrisorie di costruito all’edilizia sociale. L’effetto
automatico e positivo di una mano invisibile, insomma, di cui non bisogna
preoccuparsi più che tanto, visto che seguirà, come l’intendenza.
Certo, tutto ciò ha senso se si rifiuta l’idea che il motore della città sia la
valorizzazione immobiliare o il turismo – specie se nella sua versione peggiore,
cioè quello a danno dei residenti. E se si rifiuta l’idea prevalente di turismo
a discapito della residenzialità, si può pensare di calibrare meglio anche gli
interventi al Piazzale Ostiense che hanno rilevanza per il turismo. Facciamo
qualche esempio. Benissimo l’Archeotram: sollevammo noi stessi la questione con
il dibattito sul Piazzale Ostiense chiedendo a Walter Tocci il suo
bell’intervento. Ma una nuova linea di tram, se mal gestita, può
produrre effetti opposti a quelli desiderati. Il nuovo capolinea tramviario non
diventi attrattore dei pullman turistici che si sta cercando di togliere da
luoghi come il Colosseo o in altre zone del centro. Al Piazzale Ostiense ci si
deve arrivare con il trasporto su ferro da ogni dove. L’Archeotram sarà ottimo
per distribuire nelle zone turistiche pregiate i turisti che con il ferro sono
arrivati al piazzale. Sarà, inoltre, un’opportunità di aumentare l’offerta per
tutti di trasporto pubblico pulito per il centro storico. Per i pullman, si
adottino i principi del piano del Grande Giubileo del 2000, quando venivano
tenuti ai margini della città e ai turisti si chiedeva di usare il servizio
pubblico (che veniva adeguatamente attrezzato a questo scopo anche con le note
Linee J). Lo facciamo noi quando andiamo nelle grandi città del mondo come
Londra, Parigi, New York. Roma lo potrebbe fare, se solo lo volesse veramente.
Oggi, rispetto ad allora, abbiamo linee metropolitane potenzialmente più
efficaci, specie la linea C, e altre linee su ferro sono in via di
realizzazione. La tecnologia ci permette di ottimizzare l’offerta di servizi di
trasporto pubblico e il loro coordinamento. Il Parco Lineare delle Mura diventi
un’opportunità per conciliare la vita dei romani con il passato della città
anche in quanto occasione di rigenerazione ambientale, facendolo diventare
un’area verde pedonabile e ciclabile. Un intervento complesso, quindi, che
richiede maggior impegno, dedizione e risorse rispetto a quanto fatto finora.
Non deve essere un intervento per aumentare l’offerta per i turisti che fanno i
loro veloci tour per la città, favorendo così solo l’overtourism.
La Grande Bellezza può essere di beneficio per tutti. Seguire queste linee,
dialogare con i cittadini ascoltando le loro esigenze di residenti non è un
lusso né, tantomeno, un modo di lasciare Roma nel limbo di un mancato sviluppo.
Turismo e valorizzazione immobiliare predatorie sono strade che non portano
sviluppo, ma tanti soldi a pochi e disuguaglianza per i più. E, fin qui, il
decantare la Grande Bellezza è stato un modo per trascurarla (si pensi al taglio
dei cipressi al Mausoleo di Augusto, per fare un esempio recente…).
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Qui di seguito, le domande poste dai comitati dei cittadini all’iniziativa del 4
dicembre 2025.
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