Tornando a casa. Il dentro e il fuori dove moriremo
Sulla soglia già consunta,
Leggermente, tra il prima e il dopo.
S’aggirano,
s’alzano e poi giù ripiombano,
S’intrecciano folti in viluppo e mulinello,
Discreti si nascondono eppur ci guardano,
Parlano in un altra lingua senza alcun modello.
Ce ne andremo, loro resteranno
E saremo anche noi dentro il loro turbinio.
Massimo Filippi, Gli spettri
La poesia non pulisce, aggiunge altro sporco.
Aggiunge complicità.
Ivano
Ferrari
Massimo Filippi, assertore di un antispecismo viscido e bastardo, continua a
perseguire l’idea di decentrare l’umano. Se vogliamo entrare nel merito della
questione animale di cui l’autore di queste poesie è stato uno dei massimi
sdoganatori, la sua è sicuramente una posizione filosofica che ha il merito di
aver introdotto il pensiero della differenza deleuziano nel corpo barbarico
della specie, oltre ogni categoria, animale o umana che sia.
Come sottolinea nella sua introduzione, Filippi mette in versi la cosiddetta
Ontologia Orientata agli Oggetti, teoria che disarticola definitivamente
l’antropocentrismo insito nel pensiero politico occidentale, evidenziando come
anche gli oggetti, le cose della casa nel caso specifico, abbiano una loro
dignità affettiva e relazionale in grado di scardinare le presunte gerarchie
epistemologiche dell’umano.
In questo senso il perturbante, l’unheimlich freudiano, il familiare
improvvisamente percepito come assurdo e inconcepibile proprio perché performato
da abitudini e consuetudini quotidiane, non è solo materia individuale ma può
diventare esso stesso latore di vita, improvvisa illuminazione di un altro mondo
possibile, magari attraverso uno specchio che materializza fantasmi del passato
o una consunta vasca da bagno che rimanda alla inesorabilità del tempo storico
oppure, come in un intenso transfert e controtransfert, il colpo d’occhio di un
albero, il volo di un uccello, il ronzio di una mosca che catalizza la nostra
coscienza verso un fuori erotico e mortale.
> Spettri che s’affollano a raccolta, che mostrano l’arcano del banale….Qui dove
> siam vissuti, dove esistiamo,il dentro/fuori dove moriremo (La casa).
Sono proprio il passato e la morte a farsi veri e propri iperoggetti, ovvero le
questioni ineludibili per una politica che intenda affrontare seriamente la
crisi del presente. La casa – ovvero “qui” – assurge a epitome di una storia
(quella dell’autore) e della Storia (quella dell’umanità) integrando gli oggetti
(le cose) con gli iperoggetti (il mondo). E’ così che Filippi mette in relazione
le piccole vite infami domestiche degli oggetti sensuali con gli
iperoggetti,enormi e viscidi, rappresentati da genocidi, epidemie e crisi
ambientale e climatica. La poesia, quattro versi che formano ritornelli con rima
alternata, è allora prosopopea, personificazione di esistenze morte o assenti e
di cose vive perché presenti e familiari.
Quello che Filippi si prefigge, come Timothy Morton evoca, è una
disarticolazione profonda della matrice antropocentrica di cui è impregnata
tutta la cultura umanistica occidentale, comprensiva dei canoni letterari che si
succedono, inesorabili, lungo il corso della Storia. Tutte le tensioni
semantiche presenti nel libro giocano “in casa”. Questa “trovata” trova la sua
pregnanza significativa chiamando in causa il lettore, il quale, attivando la
capacità di mettere insieme i “cocci” dello scrittore, sopravvive allo spazio
chiuso della “tana”, intuendo che fuori l’aspetta qualcosa di, forse,
inaspettato e epifanico, un sabba trasformativo, per dirla con l’autore, che
trasmuti il Simbolico – rappresentato dalle mura domestiche, dalla patria e
dalle armi – in generoso “fuori campo”.
La miseria materiale e simbolica che ci avvinghia oggi in maniera così spudorata
e mediatica orienta talmente la percezione che abbiamo dell’altro (e
dell’alterità) – la tragedia palestinese, per esempio, si consuma attraverso un
bombardamento di immagini che abitua la nostra sensibilità a considerarla una
cosa normale, come un accappatoio che scivola a terra gocciolante non di acqua
ma (ecco di nuovo il perturbante) di sangue rappreso (La doccia). Questa semiosi
onnipresente orienta dunque la nostra incapacità di discernere il vero dal
falso. Lo schermo, anzi gli schermi, sovrapponendosi al nostro sguardo,
producono una visione parcellizzata della realtà – «Filamenti esausti d’anime
disperse…Perchè ritorni tu che non ricordi?» (Il televisore) – e ci inducono non
solo a non fidarci più delle immagini ma anche a diffidare del mondo stesso in
cui continuiamo a vivere e morire. E l’unica immagine che abbiamo a disposizione
sembra essere quella che possiamo scorgere attraverso una finestra
(chiusa/aperta) che rappresenta la soglia tra familiare e perturbante.
> «I piccioni banditi sopra i tetti/L’effimera gatta tra i cancelli/Il
> ricordo del volo degli insetti/Isole di carne
> nel turpe dei macelli» (La finestra).
Filippi chiarisce che tale raccolta, che succede alla silloge Diario di un anno
in cui le liriche scaturivano dal tormento del tempo che passa, è stata scritta
in un momento storico preciso, quello che vede nel novero delle possibilità
reali lo scontro globale con armi atomiche; scenario che rende ancora più
fragile il concetto stesso di un abitare incontaminato. A vincere, ancora e
sempre, è il Capitale, che sia nelle mentite spoglie di un macello e di un
laboratorio di sperimentazione animale – «Lesioni atroci, latrati disperati,
triste gioia in florida devastazione, sudore e sangue di corpi sciagurati,
uscire fuori per farsi alienazione» (La scrivania) oppure negli spettri marxiani
che ti assalgono nella stanza da letto – «Cosa sta prima della dialettica
servo-padrone?/ Dove risiede la lupa tra homo, homini, e umani?» (La stanza da
letto).
Le cose della casa quindi possono rivestire un significato transizionale – la
sicurezza generata dalle “stanze di vita quotidiana” – ma anche inquietante –
gli spettri del tempo che passa infatti gettano una luce sinistra su oggetti con
cui abbiamo confidenza e intimità. In altre parole alla dimensione statica dello
spazio domestico si contrappone la terribile dinamicità del tempo. Tutto
l’horror, cinematografico e letterario, gioca con questi topoi: specchi, letti,
foto, rasoi, armadi, quadri, rubinetti, porte, corridoi, scale possono evocare
presenze minacciose o assenze penose. Il poeta, nel farsi testimone della crisi
che attanaglia la civiltà occidentale, è, insieme, vivo e morto. Genera mostri
tra i volti di persone perdute e i musi di bestie scomparse. Pertanto lo
specchio riflette e chiude ciò che ha appena aperto, lo schermo sogna, con
certezza altri risvegli, gli occhiali trasfigurano sguardi senza risposta né
reazione, le porte scricchiolano, come il vento che porta tempesta. La seduzione
dell’orrore nasce dalla consapevolezza che scrivere sia un varco verso l’ignoto
profondo, una minaccia certo, ma che meravigliosa minaccia è questa, pretesto
per uscire dalle mura domestiche feriti nell’animo ma ancora integri nel corpo –
«La casa, fin dalle origini, è un principio d’ordine tale da permettere all’uomo
[…] di interpretare la realtà» ( L. Lardieri, Here, dove il cinema è
un’immortalità all’indietro, in “Sentieri Selvaggi” n. 20, aprile 2025).
Come spiega l’autore la metrica è un valore fonosimbolico che rifrange la
spettralità che siamo, dialoga con i vivi e con i morti – la compagna Alessandra
con in testa la bandiera della Juventus, i cani Bet e Azalella invecchiati
assieme – partendo con due versi prosaici riproposti in coda. Nel mezzo “del
cammin” quattro versi che formano ritornelli con rima alternata ABAB. La
struttura, per quanto “rigida”, rimanda dunque a quel conflitto interiore di cui
non vi è certezza perché creare una lingua e aderire a uno stile è innanzitutto
destituire il rapporto tra Reale e Immaginazione della loro supposta e
frustrante polarità. È la paura che trasfigura il nostro disincanto verso il
mondo, non i fantasmi, domestici si ma non addomesticati. E se Filippi si serve
del “frammento” è solo perché oggi il dire deve opporsi agli echi delle bombe e
provare a cantare un dimorare che ecceda la tranquillità borghese del
rifugio(antiatomico).
«Complessa conformazione di specchi/Che s’anima nella nostra caverna
casalinga/Canto l’armonia e il caos dell’universo dentro casa/Quel qualcosa che
resta anche dopo essere andato/Poltergeist di svanente divenire/Che la sostanza
sfasa» (Il proiettore).
Oltretutto sono gli spettri domestici a detenere il punto di vista, a fare le
storie e raccontarle. Porte, corridoi, letti, stanze, pareti, mobili, radio,
televisore, computer, cellulare, guardano e giudicano, assolvono e condannano,
parlano e gemono, assecondano e negano. La fase dello specchio in cui Lacan
fornisce un’analisi dettagliata del riconoscimento infantile è propedeutica alla
dimensione della spettralità come luogo dell’immaginario. Se infatti il primo
riconoscimento di sé consiste in una folgorazione epifanica e seducente è però
il dramma a costituire la vera identità del bambino che, per la prima volta, si
percepisce come doppio. Il perturbante quindi è una scaturigine del nostro Io.
Non siamo quello che sembriamo e la nostra dimora, la tana in cui ci rifugiamo è
piena di questi oggetti falsamente rassicuranti: «Riflesso improvviso come
folgore/ Vera fotografia forse per questo (Lo specchio). Come per Ivano Ferrari
(cfr., intervista di L.Santoni in Il primo amore. Giornale di sconfinamento, n.2
, ottobre 2007, Effige) le poesie devono essere uno specchio, così per Filippi
le poesie non sono cronache ma contraddizioni tra la coscienza e la carne».
> Per Filippi la casa è una tana a tre strati: l’interno (la dolcezza del
> riposo); l’esterno (la sicurezza del rifugio); l’intermedio (la soglia come
> porosità tra il dentro e il fuori).
Gli spettri domestici allora potrebbero alludere a quelli che ossessionavano
Marx, il quale percepiva il Capitale come realtà spettrale dominata da esseri
privi di soggettività e totalmente alienati all’interno del modo di produzione
delle merci. Traendo ispirazione da Derrida il poeta prende alla lettera la
metafora marxiana, animando le cose e mortificando gli uomini. In altre parole
non è possibile disinfestare il mondo dal suo doppio e l’unico rimedio sembra
essere proprio quello di spalancare tutte le porte di casa, guardarsi
finalmente allo specchio e dare ospitalità alle oscure presenze inumane. La
dicotomia vita /morte, rappresentata plasticamente dalle figure del vivente e
del sopravvivente, è il modo per esorcizzare Marx – il suo storicismo
teleologico – chiamando in causa però proprio il suo fantasma. Perché se Marx è
morto e sepolto il suo fantasma continua a infestare tutte le politiche che
inneggiano alla fine della storia.
Il film Presence (S. Soderbergh, 2024), interamente girato secondo la
prospettiva di un fantasma all’interno di una casa e utilizzando un iPhone – uno
“scarto” all’interno del regime produttivo delle immagini cinematografiche –, è
a tal proposito emblematico. La figura ectoplasmatica infatti sembra possedere
quella lucidità di visione e azione che manca totalmente ai membri della
famiglia infestata, ognuno dei quali è ossessionato solo dal proprio ruolo.
Ma allora Massimo Filippi è un sopravvissuto? Si, ma un sopravvissuto che eccede
la morte e resiste all’annientamento. Anch’egli dunque uno spettro domestico,
chiuso e allo stesso tempo aperto come una porta, come palpebre che sbattono
inesorabili al tempo geografico del corpo che muta, da venticinque anni più o
meno mentre s’è aggiunta qualche ora e posso chiudere il computer e farmi
popolare.
E tornare a casa senza chiudere la porta.
La copertina è di Adil Emal da Pexels
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