Rojava, la rivoluzione è in pericolo
Il 2026 è iniziato con l’attacco delle milizie jihadiste controllate dal governo
di Damasco contro i quartieri di Aleppo Ashrafiyeh e Sheikh Maqsud a
maggioranza curda.
I quartieri Ashrafiyeh e Sheikh Maqsud per tutta la durata della guerra civile
siriana hanno resistito agli attacchi delle formazioni jihadiste e alle
pressioni del governo di Assad, attuando l’autogoverno dal basso e divenendo
luogo di accoglienza per i profughi del distretto di Afrin dopo il feroce
attacco delle milizie jihadiste filo turche e il complice abbandono della
guarnigione dell’esercito russo.
Già il 6 gennaio 2026 le bande mercenarie affiliate al Governo ad interim di
Damasco, con il supporto di aerei dello Stato turco, e utilizzando carri armati,
artiglieria, veicoli blindati e ogni tipo di arma pesante, insieme a migliaia di
miliziani armati, hanno lanciato un brutale attacco contro i quartieri a
maggioranza curda di Aleppo. L’obiettivo è apparso subito chiaro: sottomettere
la popolazione curda e costringerla all’esodo, modificare la composizione
demografica dell’area, spezzare la dignità del popolo, cancellare l’esperimento
sociale del Confederalismo Democratico.
Le Forze di resistenza della Siria Democratica, SDF e Asayîş, congiuntamente
alle milizie popolari YPG e YPJ, hanno deciso di lasciare la città di Aleppo per
scongiurare l’ennesimo bagno di sangue e arretrare verso le zone più orientali
della Siria del Nord. A seguito delle milizie rivoluzionarie, nel timore della
violenza cieca dei jihadisti (come accaduto ad Afrin nel 2018) decine di
migliaia di cittadini hanno abbandonato le loro abitazioni rifugiandosi in
Rojava.
L’offensiva degli attuali padroni di Damasco è proseguita senza sosta e ha
spinto le forze rivoluzionarie a ritirarsi dagli importanti centri di Tabqa,
Raqqa e Deir ez-Zor. In aperta violazione alle false dichiarazioni di cessate il
fuoco dell’autoproclamato presidente della Siria, l’ex comandante di al-Qaeda
al-Jolani, l’offensiva di Damasco prosegue su più fronti. L’avanzata delle
milizie jihadiste è drammaticamente costellata da saccheggi e distruzioni di
strutture umanitarie e sanitarie. Vengono da più parti segnalate esecuzioni
sommarie. La ferocia cieca si abbatte sulle eroiche combattenti delle YPJ che se
catturate, prima di essere uccise, vengono sottoposte a supplizi inenarrabili.
Smentendo di fatto la loro estraneità alla Stato Islamico le milizie jihadiste
di Damasco hanno messo in libertà migliaia di tagliagole dell’ISIS attaccando i
centri di segregazione controllati dalle SDF.
La stessa città di Kobanê, simbolo della resistenza e della sconfitta dell’ISIS,
rischia di essere aggredita. Kobane è assediata sotto la neve: l’esercito di
al-Jolani ha interrotto l’acqua, il gas e l’elettricità, anche dopo l’annuncio
della tregua ha continuato a bombardare la città con droni e artiglieria.
Attualmente è molto dura la resistenza dei combattenti delle Sdf che stanno
rispondendo al fuoco, riuscendo a distruggere diversi veicoli militari del
nemico.
Anche questa volta le donne sono schierate in prima linea con le YPJ (Unità di
protezione della donna), che fanno parte integrante delle SDF.
In soccorso del Rojava rivoluzionario stanno arrivando in Siria del Nord uomini
e donne da quasi tutte le regioni del Kurdistan.
In tutta la Turchia sono esplose manifestazioni contro il governo, che è uno dei
principali sponsor di al-Jolani. Diversi cortei hanno provato a sfondare le
recinzioni del confine meridionale e a entrare in Siria. Dall’Iraq molti giovani
sono riusciti ad oltrepassare la frontiera per unirsi alla lotta, congiuntamente
a convogli della Mezzaluna Rossa Kurda ed ad aiuti umanitari.
Il governo di al-Jolani è apertamente sostenuto dalla Turchia e dagli Emirati
del Golfo. Dopo la caduta di Assad, al-Jolani è stato ricevuto in pompa magna da
tutte le diplomazie occidentali, da Trump, a Macron, alla Meloni. Lo stesso
Putin tiene ottimi rapporti con la Siria jihadista mantenendo le sue basi
militari a Tartus e Latakia. I governi occidentali, gli Stati Uniti, la Russia
hanno volutamente dimenticato il recente passato di al-Jolani come esponente di
al-Qaeda.
L’offensiva militare contro l’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord e
dell’Est è sostenuta da tutti gli attori presenti in Medio Oriente. Si sta
attuando il tentativo di distruggere una delle più rare esperienze emancipatorie
del nostro tempo. Un’esperienza in cui le persone, al di là dei confini
nazionalisti e delle strutture statali, hanno cercato di costruire la propria
vita sulla base dell’autogoverno, dell’autogestione e dell’auto-organizzazione
orizzontale, del mutuo appoggio, dell’uguaglianza di genere e della libera
convivenza tra differenti gruppi etnici e credenze. Curdi, arabi, assiri,
armeni, yazidi, siriaci e altri abitanti di questa terra hanno dimostrato che è
possibile organizzare la vita economica, sociale, politica e culturale senza uno
Stato centralizzato, senza eserciti repressivi e senza sistemi gerarchici.
L’attacco al Rojava è un attacco alla stessa possibilità di auto-organizzazione
orizzontale, ai consigli e alle comuni, e alla volontà collettiva di vivere
senza padroni.
Il diritto all’autodeterminazione non significa sostituire uno Stato Nazione con
un altro; significa il diritto delle donne e degli uomini a decidere
direttamente del proprio modo di vivere, della propria economia, cultura e
sicurezza, senza confini imposti, senza eserciti occupanti e senza élite
autoritarie. Difendere Rojava significa difendere il principio secondo cui la
libertà nasce dalla solidarietà e dalla resistenza collettiva, non dalle canne
dei fucili statali.
Sia le potenze regionali che quelle globali, condividono un elemento comune: la
preservazione del dominio, del controllo, dello sfruttamento capitalista, del
patriarcato e la riproduzione della violenza.
Con le donne e gli uomini del Rojava per un Mondo senza frontiere, di libere e
liberi ed uguali
Donna Vita Libertà
Renato Franzitta