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#Colombia l'ultimo inganno. Lotta al #narcotraffico, #paramilitarismo, violazione dei diritti umani #americalatina PLAN COLOMBIA ED EGEMONIA USA NELL'AREA ANDINA Nell'autunno del 2000, il Congresso degli Stati Uniti ha stanziato 1.374 milioni di dollari a favore del cosiddetto 'Plan Colombia', l'articolato programma di lotta alle coltivazioni di coca, di riforme economiche strutturali e di 'rafforzamento delle istituzioni dello Stato'. https://malgradotuttoblogger.blogspot.com/2026/01/colombia-lultimo-inganno-lotta-al.html
#Narcotraffico. Come Washington e #Israele lo hanno alimentato Nel 2001 ho pubblicato il volume "#Colombia l'ultimo inganno. Lotta al narcotraffico, paramilitarismo, violazione dei diritti umani" (Palombi Editore Roma), frutto di una complessa ricerca in Colombia sulle origini, le cause socio-economiche e le responsabilità degli apparati militari USA e israeliani relativamente al narcotraffico in America Latina. https://www.academia.edu/41297767/Colombia_lultimo_inganno_Lotta_al_narcotraffico_paramilitarismo_violazione_dei_diritti_umani
Anita, memoria viva: la nostra lotta è per la vita
Ana en la memoria Ana en las calles Ana en la dignidad Ana en la resistencia Ana en la vida Ana en el corazón Ana María Cuesta León, sociologa, muralista e militante per la memoria e i diritti umani in Colombia, ci ha lasciati poco più di sei mesi fa, lo scorso 11 giugno, all’età di 39 anni. Per chi scrive, Anita è stata una cara amica: la sua mancanza è un dolore immenso, così come è stata importante la condivisione di momenti di vita. Scrivere di Anita però non è solo una questione personale, ricordare Anita significa ripercorrere una lunga traiettoria di impegno e di lotta per la memoria e i diritti umani, ed al tempo stesso, dare voce alla sua lotta per il diritto alla salute negato dalle logiche del profitto a tutti i costi, da un sistema di salute neoliberista e privatizzato, e dalla scarsità delle medicine di cui aveva bisogno per vivere. Ricordare la sua vita, la sua militanza di lungo periodo contro l’impunità della violenza di Stato e i crimini di guerra, significa raccontare le lotte e i percorsi collettivi di cui è stata parte come muralista, sociologa, militante, ed infine direttrice del Centro per la Memoria, la Pace e la Riconciliazione di Bogotá. Ana María lavorava da ormai dieci anni in questa istituzione pubblica del distretto della capitale colombiana, e ne era diventata direttrice due anni fa, nel novembre del 2023. Ha contribuito nel tempo a trasformare una istituzione statale in uno spazio di accoglienza per le vittime del conflitto, per le madri dei desaparecidos e dei falsos positivos, per le organizzazioni sociali dei quartieri popolari, sperimentando pratiche di pedagogia popolare e cura collettiva contro l’orrore della guerra e della violenza nella storia e nel presente del suo paese e non solo. Una etica della cura, scrivono di lei, che ha sostenuto anche quando diventava difficile per lei anche solo respirare. Nata il 5 giugno del 1986 nei quartieri popolari di Ciudad Kennedy a Bogotá, Ana María è cresciuta accompagnata dalla nonna, dalla madre e dal padre e dalla sorella, da un profondo percorso religioso, familiare ed interiore, che si è poi incontrato con la sociologia, con i diritti umani, con il muralismo e le lotte sociali, le controculture e la militanza politica. Condividendo percorsi di ricerca di giustizia, cura e amore in una epoca devastata dalla violenza di Stato e dalla guerra, denunciando l’impunità del potere e dando voce e protagonismo alle vittime delle persecuzioni e dei massacri, “senza mai perdere la tenerezza” – come diceva il Che – Anita ha attraversato con la sua vita anni di lotte per la memoria e la giustizia, dipingendo con il suo collettivo sulle strade, sui muri, sugli adesivi e sulle magliette quella frase con cui oggi la ricordiamo: “Nuestra lucha es por la vida”. “NUESTRA LUCHA ES POR LA VIDA” Quando aveva diciannove anni, poco dopo aver iniziato gli studi in sociologia all’università Santo Tomás, scoprì di soffrire di ipertensione polmonare, e poi di lupus; in un momento delicato, giovanissima, affrontò con grande forza entrambe le malattie, e nonostante i medici le avevano dato al massimo due anni di vita, ne ha vissuti pienamente ed intensamente altri venti. Prendeva ogni giorno delle medicine vitali, che le permettevano di vivere degnamente, e di non soffrire troppo i dolori e i problemi respiratori con cui conviveva, ma tra dicembre ed aprile l’assicurazione sanitaria Famisanar non le ha più consegnate. L’ultima sua lotta, titola il giornale colombiano El Espectador, raccogliendo le testimonianze della madre e della sorella, è stata una lotta per il diritto alla cura, alla salute, ad una vita degna, che i processi di privatizzazione della salute in Colombia le hanno negato, così come li hanno negati a migliaia di persone, che lottano per ricevere medicine fondamentali per poter vivere e affrontare dignitosamente le malattie con cui convivono. Perché in un sistema neoliberista, la salute è prima di tutto un affare per pochi, e non un diritto dei molti. Non è un caso che proprio la riforma della salute, proposta e voluta dal governo Petro per trasformare la salute in un diritto e modificare quel modello perverso che genera milioni di profitti per le imprese, definite come Enti Prestatori del servizio sanitario, pregiudicando il diritto a ricevere una degna cura, sia stata bloccata dal Senato in mano all’opposizione di destra (mentre molti senatori o familiari di esponenti politici sono azionisti delle stesse EPS). * Nonostante una sentenza giudiziaria che obbligava Famisanar, l’ente prestatore di servizi sanitari a cui era affiliata Ana María, di consegnare entro 48 ore quelle medicine di vitale importanza, costosissime e non facilmente reperibili in Colombia, ad Anita non sono mai più arrivate. Fino al giorno in cui, meno di una settimana dopo il suo trentanovesimo compleanno, si è recata per l’ultima volta all’ospedale, sfinita dal dolore e dalla stanchezza causate dai suoi problemi cardiaci e polmonari, aspettando per due giorni e due notti su una sedia a rotelle, senza che l’ospedale le trovasse un stanza con un letto, nonostante la gravità delle sue condizioni di salute. Anita ha sperato fino all’ultimo di ricevere quelle medicine che le avrebbero salvato la vita e che, ancora una volta, non sono arrivate. Proprio in quei giorni doveva intervenire alla Conferenza Latinoamericana delle Scienze Sociali di Clacso condividendo il suo lavoro sulla “memoria viva”. Presentare il nuovo libro, “Ni Arte Ni Panfleto: Memoria, Color y Dignidad” (Colectivo Dexpierte 2024). che avevano pubblicato pochi mesi prima con il collettivo Dexpierte. Continuare a festeggiare la vita, con l’occasione del trentanovesimo compleanno, con amiche e amici, compagni e compagne. Continuare la sua lotta per la memoria. Continuare a dipingere sulle strade e sui muri nei fine settimana, quando aveva sempre un appuntamento o una attività da qualche parte, frutto di quella passione che la portava a dipingere murales per la memoria nelle strade e sui muri più diversi del paese, senza sosta, una passione che animava e coniugava con il suo impegno umano e politico. > Ogni momento di questi venti anni è stato conquistato alla vita, strappato > alla morte, tanto che ormai a tutti noi sembrava che Anita potesse vivere per > sempre con noi, quella vita che Anita amava e che ha dedicato alla costruzione > di tanti percorsi collettivi di memoria. Una vita vissuta inseguendo la felicità e cercando di lasciare qualcosa di eterno di questa sua esperienza terrena: “Me ne potrei andare domani, con i problemi di salute che ho e che molti di voi conoscono, ma me ne andrei tranquilla, sapendo tutto quello che abbiamo fatto assieme, che è tanto, credetemi” disse Anita il giorno del suo trentanovesimo compleanno, una settimana prima di quella notte in ospedale in cui il suo cuore ha smesso di battere. “Anita era più energia che corpo” afferma un caro amico comune, il giorno dei funerali. Là fuori, il fumo grigio dei petardi e dei fuochi d’artificio si disperde sulla via Caracas, sullo sfondo la Cordigliera orientale delle Ande che sembra partecipare al rituale per salutare Anita. Poco dopo, si ripeterà ancora una volta, al cimitero, un verde giardino del riposo alle porte della sua città. Decine e decine di persone abbracciano la famiglia, la madre che, accompagnata da tanto amore nel suo immenso dolore, ricorda commossa sua figlia che le assomigliava così tanto nello sguardo, il padre, così composto nella sua dignità sofferente, e la sorella, che accoglie gli abbracci davanti alla camera ardente. Le lacrime delle amiche e degli amici che si prendono cura di Tango, il bassotto che Anita aveva adottato in Messico (dove era andata a studiare, un master in Studi Politici) e che l’ha accompagnata per tutta la vita, fino all’ultimo momento. * * * Il presidente Gustavo Petro la ricorda con una dichiarazione pubblica, così come decine di organizzazioni, movimenti sociali, università, istituzioni, collettivi, amici e amiche, le cui parole e i cui ricordi pubblicati sulle reti sociali non possono che commuovere, testimoniando nel dolore tutto quello che di bello e potente Anita ha seminato durante la sua vita. Anche le Madri di Soacha, che in Anita hanno incontrato un sostegno e una forza per continuare a cercare i figli desaparecidos e denunciare il terrorismo di Stato dei governi dell’estrema destra colombiana, sono presenti al suo funerale. Così come tanti compagni e compagne, amici e amiche, con le loro lacrime accanto al suo volto sorridente stampato su un poster che accompagnerà queste giornate di lutto. “Con il tuo sorriso come bandiera, continueremo a lottare”: mai fu più appropriata questa frase.   Arriva anche il sindaco di Bogotá, Galan – oppositore di Petro, figlio di un noto politico liberale candidato alla presidenza ed assassinato dai narcotrafficanti poco prima delle elezioni nel 1989 – che la settimana dopo consegnerà alla famiglia una medaglia di riconoscimento postumo alla sua memoria. Poi un venditore ambulante, che Anita aiutava nelle sue cure odontologiche, il viceministro della Gioventù, la docente universitaria del corso di sociologia della memoria, con cui rimase in contatto per tanti anni, gruppi di musica punk della scena contro culturale, e ancora tanti e tante che accompagnano la famiglia nella camera ardente adornata con le sue amate orchidee, la sciarpa antifascista della sua squadra del cuore, i Millonarios (pochi giorni dopo, durante il derby, la curva esporrà una striscione per ricordarla), dai colori dei suoi poster, delle foto del suo sorriso così potente da sembrare ancora più vero, quel volto e quel sorriso che adesso compaiono dipinti sui muri della città che Anita ha vissuto, amato e dipinto. “PUEBLO CANTA TU DOLOR, GRITA TU INDIGNACIÓN” E’ questo uno degli slogan che il Collettivo Dexpierte ha scritto e riprodotto su dei celebri e bellissimi manifesti, sugli stencil, sulle strade, sui murales in giro per la Colombia e non solo. Assieme a “La nostra lotta è per la vita”, uno slogan che forse mai come adesso mostra la dimensione intima, personale, di quella lotta che Ana María ha portato avanti personalmente per affrontare giorno dopo giorno le sue condizioni di salute, per oltre metà della sua vita. Nell’ultimo libro pubblicato dal Collettivo, pochi mesi prima della scomparsa di Anita, si raccolgono quattordici anni di lavori artistici e politici, costruiti con reti ed esperienze di lotta comunitaria e popolare in diverse città e territori della Colombia, ma anche in Messico e Venezuela. * * * Nato nel 2011, il collettivo Dexpierte si è proposto di contribuire a risvegliare le coscienze a partire dalla rivendicazione della memoria del conflitto armato nel paese, e di connettere le lotte a partire dalle immagini, dai volti e dalle immagini, dalle parole e dagli slogan dipinti sui muri di Bogotá, ma anche di Cali, nei quartieri popolari di Siloé, nel Cauca, nel Putumayo, nel Catatumbo. L’arte grafica, raccontava Anita, con il suo nome d’arte di Ana Renata, è stata storicamente uno strumento di lotta e di resistenza, è stata utilizzata nelle università pubbliche, dai sindacati, da molte esperienze e in molti modi in Colombia. > I volti di persone desaparecide o assassinate dalla violenza di Stato e dai > paramilitari, le frasi in difesa della vita e della memoria, contro la guerra > e il terrorismo di Stato, sono comparsi su decine di muri in diverse città, > con la stessa firma e lo stesso impegno sociale e politico: colectivo > Dexpierte. “Crediamo che la memoria è resistenza, è lotta contro l’oblio, e che l’arte sia una forma di comunicazione, per far parlare di una serie di questioni in altri spazi, in modalità molto più accessibili al grande pubblico. Per noi significa sperimentare con l’arte, non siamo artisti ma lavoriamo con tecniche artistiche su carta e su muro perché ci siamo resi conto che questo è uno strumento per veicolare la memoria, perché non sappiamo a quanta gente può arrivare un messaggio su un muro per strada, ma crediamo che possa arrivare a moltissima gente, e che apre la possibilità di discutere, di dibattere, di aprire scenari di contesa per la memoria che ci sembra super importante si dia nello spazio pubblico” racconta Anita. “Lo spazio pubblico diventa così uno spazio politico, per la gente comune, che così può cominciare a costruire memoria, a partire dalle persone colpite dal conflitto, è la memoria che irrompe nello spazio quotidiano, può durare un giorno, una settimana, un mese, non importa quanto dura il murales che facciamo, quello che importa è l’azione, e piuttosto, se non dura tanto, siamo obbligati a tornare a dipingerlo, a fare ancora memoria, e ancora e ancora, e allora tanto meglio” racconta Ana Maria in una video intervista sull’esperienza del collettivo Dexpierte. Tra i primi interventi murali, il volto di Jaime Garzón, giornalista assassinato dai paramilitari per le sue denunce contro la corruzione e la violenza di Stato, poi la madre indigena con il bambino sulle spalle, i passamontagna zapatisti, le frasi stampate, “Odio su guerra”, “Somos semillas”, “La dignidad no tiene precio”, “Resistir no es aguantar”, “No nacimos para la guerra”, il giaguaro in difesa della terra, contro l’estrattivismo, e ancora colori, parole, ore passate a dipingere, a disegnare, a contendere metro per metro all’oblio e all’impunità i muri delle città. DALL’UNIVERSITÀ ALLE STRADE, FINO AL CENTRO PER LA MEMORIA A partire dagli studi in Sociologia, all’Università Santo Tomás di Bogotá, la sua fede religiosa, l’incontro con il muralismo, l’arte e il punk, Ana María attraversa e connette mondi, amicizie, esperienze di intimità politica e umana, traiettorie artistica e militante. Con il collettivo Dexpierte e poi al Centro per la Memoria, la Pace e la Riconciliazione, dopo le esperienze nei territori del Catatumbo e del Cauca, tra le terre più colpite dalla violenza del conflitto armato fino ad oggi, Ana María lavora con la memoria viva, come amava chiamare quel progetto di dare voce e protagonismo politico alla possibilità di trasformazione sociale in Colombia. > “La memoria non è qualcosa del passato, la memoria è quello che ognuno di noi > fa ogni giorno con quello che ha vissuto nella propria vita” racconta Ana > María. Lo scorso febbraio, in occasione dell’organizzazione di un seminario alla Universidad Nacional de Colombia, siamo andati a trovarla al Centro per la Memoria, la Pace e la Riconciliazione: Anita ci ha accompagnati per una visita dello spazio, condividendo e raccontando le attività portate avanti dal Centro, con l’orgoglio e la passione politica che la spingeva avanti nonostante le mancasse il respiro e il battito del cuore la sfiniva. Un processo politico interessante e all’avanguardia, una istituzione statale che indaga, denuncia e costruisce processi di riparazione e memoria a fronte del conflitto armato e delle responsabilità dello Stato colombiano, sia storicamente che nell’attualità, rispetto ai massacri, alle fosse comuni, alla spoliazione sistematica di terra, diritti, vite umane e non umane. Ma soprattutto, condividendo quella sensibilità umana e politica capace di trasformare l’orrore della violenza e della guerra, il dolore e il terrore in strumenti collettivi di trasformazione, di cura, di amore e di non ripetizione. Ana María ci accoglie calorosamente all’ingresso dello spazio, ci offre un caffè, per oltre due ore ci accompagna per le sale, i giardini e gli spazi del Centro, ci racconta dell’istallazione che si trova all’entrata del Centro per la memoria, dove vento, luce, acqua e terra provenienti da diverse regioni e territori del paese compongono una variabile combinazione di suoni, luci, colori e correnti d’aria che connettono la memoria e la possibilità di un presente e un futuro diverso, che si sta costruendo in Colombia in questi ultimi anni. Passiamo poi dalla sala con la mappa della memoria delle vittime del conflitto armato, della violenza di Stato e delle persecuzioni di militari e paramilitari contro sindacalisti, studenti, attivisti e attiviste sociali, militanti della Unión Patriótica, organizzazione politica sterminata negli anni ottanta, raccontando dei luoghi, i volti, le storie di tanti uomini e donne che compaiono sulla mappa, con le luci che si accendono e si spengono costruendo geometrie variabili che connettono le origini e le motivazioni, le responsabilità e le traiettorie di vita, di lotta e di morte di decine di uomini e donne. Volti e storie che non dimentichiamo, che grazie al Centro per la Memoria vivono nelle lezioni con le scuole, in chi visita il Centro, nelle attività nei territori con le famiglie e le vittime del conflitto armato e delle violenze di Stato. Nella sala della biblioteca del Centro, seduti di fronte a una mostra temporanea sulle resistenze indigene nel Cauca, Anita ci offre caffè e aromatica, discutiamo di questa esperienza così intensa e particolare del suo lavoro al Centro per la Memoria. Così la ricorda Sandro Mezzadra, docente dell’Università di Bologna, che quel giorno era con noi: “Ho conosciuto Anita in un giorno di febbraio di quest’anno, mentre ero a Bogotá insieme a Michael per una serie di attività e di incontri. Con Alioscia e Nati, siamo andati al Centro de Memoria Paz y Reconciliación, diretto da Anita. Ci ha accolti e accompagnati, in una visita che non ha avuto nulla di formale. Si percepiva l’amicizia profonda tra Anita e Nati, che in qualche modo ci coinvolgeva e ci rendeva ospiti speciali (o almeno questo ho pensato). > Mi ha colpito la passione con cui Anita ci raccontava del Centro, delle sue > attività e del loro significato dal suo punto di vista: una memoria che è > parte del presente, che motiva a lottare contro una violenza che non cessa di > essere tra noi. Mi è rimasto in mente il modo in cui Anita ha definito il > Centro, un archivio vivente, quasi una voluta contraddizione in termini per > affrontare le concrete contraddizioni della storia. Ricordo di avere pensato che mi sarebbe piaciuto rivederla, ascoltarla ancora: il fatto che non sia possibile mi riempie di tristezza. E pensare che la sua morte dipenda dalla negligenza di un’assicurazione sanitaria mi riempie di rabbia”. Assieme a Sandro, anche Michael Hardt ha partecipato alla visita, e la ricorda con queste parole: “Il Centro por la Memoria Paz y Reconciliación è un’istituzione straordinaria e, chiaramente, Anita ne era il cuore pulsante. Si riconosceva immediatamente il suo talento nel coinvolgere nel Centro diverse popolazioni, compresi i bambini, nonostante la natura oggettivamente difficile della violenza raccontata nelle mostre. Ciò era dovuto, in parte, senza dubbio, al modo in cui la sua sensibilità artistica e le sue esperienze riuscivano a coinvolgere le persone. Ciò che mi ha colpito di più di Anita è stato il modo in cui coniugava una serena generosità d’animo con un implacabile impegno per la giustizia.” * * Despideme de la lluvia valiente de cuando sale el sol Despiedeme de la lluvia, y del caracol despideme de la calle despideme del guetto de los murales que en la noche dibujamos Skalariak, Despídeme HASTA SIEMPRE ANITA, MEMORIA VIVA Nel giardino del Centro per la Memoria, costruito su un’area del vecchio cimitero monumentale di Bogotá, che guarda sulle Ande, sulla panoramica Monserrate, sulle torri e i grattacieli della zona finanziaria, a pochi metri dall’Università Nacional, dall’altro lato dell’immensa arteria metropolitana della Avenida 26, sotto la pioggia infinita di quei mesi, centinaia di persone si sono raccolte, dopo la notizia della sua morte, per renderle omaggio. Nel luogo dove da dieci anni tesseva reti, relazioni, memorie, lotte e conflitti, è stato piantato un albero, con una targa dedicata ad “Ana María Cuesta León, memoria viva”. Accompagnata ancora un’ultima volta con cura e amore, quella cura e quell’amore che lei aveva regalato negli anni della sua vita, in tanti e tante hanno costruito collettivamente un sacro altare laico colmo di foto, affetto, ricordi, parole, foto, immagini, che con centinaia di bigliettini la accompagnano nel suo viaggio oltre la vita. Anita eterna, risuona dappertutto. > “La memoria vince sulla morte” è la frase che accompagna il suo volto > sorridente sui poster stampati dagli amici e dalle amiche di una vita, assieme > ad una performance che costruisce con la terra, la sabbia, le parole e i > colori il ricordo, il nome e la memoria viva di chi ha dedicato alla memoria > la sua vita e la sua lotta. “Chi mi conosce sa che non parlo mai a nome mio, spesso parlo in plurale perché sono cresciuta in un collettivo e sono cresciuta con voi in questo lavoro, questo è di tutti e tutte, grazie per celebrare la vita con me, per me la vita è… è qualcosa che mi affascina, mi piace vivere, amo vivere… e poco tempo fa un amico mi diceva questo, abbiamo avuto la morte così vicina a volte, e nonostante sappiamo che un giorno vincerà, abbiamo ancora la possibilità di giocare, e vogliamo giocarci questa partita fino all’ultimo minuto, per vincerla… e sono felice che voi mi stiate accompagnando in questa partita, salute!”: risuonano queste sue parole di pochi giorni prima, durante il brindisi del suo ultimo compleanno, mentre sulla facciata del palazzo scorre un videomapping in omaggio ad Anita, accompagnato dalla musica, dai suoi disegni, dal suo volto e dal suo sorriso. E con queste sue parole commoventi vogliamo ricordarla, ora e per sempre, eterna Anita. E, per ricordarla e omaggiarla, continuare ad impegnarci in quelle lotte che tanto devono anche a lei, Anita, memoria viva.  Immagine di copertina e nell’articolo tratte dal videomapping proiettato al Centro per la Memoria. Le altre immagini sono del Collettivo Dexpierte, o grafiche di ricordo e commemorazione di Ana María Cuesta León. L'articolo Anita, memoria viva: la nostra lotta è per la vita proviene da DINAMOpress.
Le primarie del Pacto Histórico in Colombia tra tensioni politiche e sfide future
A poco meno di un anno dalle elezioni, le tensioni nel paese sono cresciute su più fronti e la campagna elettorale ha fatto irruzione sullo scenario politico colombiano: tra riforme sociali, elezioni primarie delle sinistre e tensioni internazionali, il cammino verso le presidenziali che definiranno il futuro governo del paese, e la continuità o meno di un processo di trasformazione sociale, si iscrive in un contesto di pesanti ingerenze statunitensi nella regione. L’approvazione della riforma del lavoro dello scorso giugno ha sbloccato il cammino delle riforme sociali promesse dal governo e votate da milioni di persone alle scorse presidenziali. Si tratta di una delle questioni più importanti del programma politico progressista: l’approvazione al Congresso e al Senato è stata ottenuta solamente dopo imponenti mobilitazioni sociali, significative tensioni sociali e politiche nel paese e nelle istituzioni, fino all’annuncio di una consulta popolare, poi ritirata dallo stesso Petro dopo l’approvazione della riforma. Mentre l’ambivalente riforma delle pensioni, che istituisce un fondo minimo universale per tutte le persone escluse dal sistema pensionistico, ma al tempo stesso finisce per rafforzare i fondi privati, è stata approvata, ma poi sospesa dalla Corte Costituzionale, la riforma della salute è ancora blocccata al Senato e rappresenta l’ultima delle grandi riforme che il governo cercherà di approvare prima della fine del mandato di Gustavo Petro. LA VIOLENZA NEL PAESE La violenza, che caratterizza la storia e, in modi diversi, il presente del paese, si espande nei periodi elettorali, con un aumento degli omicidi contro i leader sociali nel paese, come denunciato dall’ONG Indepaz, che ha pubblicato un documento denunciando 158 leader sociali assassinati nel 2025 (fino all’11 novembre, data di pubblicazione del report), e 34 ex guerriglieri che hanno firmato la pace (nel 2024 erano stati rispettavamente 173 e 31). Intanto, dallo scorso giugno, la violenza politica ha fatto nuovamente irruzione sulla campagna elettorale, con l’attentato durante un comizio a Bogotà lo scorso giugno contro il candidato di estrema destra Miguel Uribe (poi deceduto dopo due mesi di ospedale, ad inizio agosto), colpito da un colpo di pistola alla nuca da un sicario minorenne (da chiarire ancora chi siano stati i mandanti). Una successiva accelerazione su grande scala si è avuta con gli attentati di fine agosto a Cali (autobomba di fronte ad una scuola militare, con sette morti e 78 feriti, tra i quali diversi civili) e nel territorio di Antioquia (12 poliziotti uccisi nell’abbattimento di un elicottero militare impegnato nell’attacco contro coltivazioni illecite)  quando diversi gruppi armati, legati alle dissidenze delle ex Farc e ai paramilitari del Clan del Golfo, hanno attaccato forze militari, in risposta all’offensiva militare dell’esercito colombiano. Nel pieno di uno scenario di profonda riconfigurazione delle logiche e delle forme del conflitto armato, come analizzato da Alejandro Cortés Ramirez, l’obiettivo della Pace Totale, proposto dal nuovo governo con l’obiettivo di costruire tavoli di negoziazione con le diverse formazioni armate che operano nel paese, si sta confrontando con la ripresa di  ondate di violenza: dopo la crisi nel Catatumbo precipitata nel mese di gennaio, gli sfollamenti forzati in diverse regioni del paese e le autobombe ad agosto, nelle scorse settimane in particolare sono stati effettuati una serie di bombardamenti da parte dell’esercito colombiano contro diversi gruppi armati in vari territori del paese. MOBILITAZIONI SOCIALI In questo contesto, negli scorsi mesi, si sono tenute una serie di mobilitazioni sociali e popolari in diverse città colombiane: in primo luogo, a fine settembre, diversi movimenti sociali del paese hanno organizzato a Bogotà la Cumbre Nacional Popular “La città per chi?”. Con la partecipazione di oltre millecinquecento militanti di organizzazioni popolari, per tre giorni all’Università Pedagogica nei laboratori, nelle assemblee e nelle riunioni centinaia di persone hanno discusso l’agenda di lotta dei movimenti popolari nel paese: dall’ecologia al femminismo, dalle economie popolari al diritto alla città, dalla sicurezza nei territori fino alle resistenze nel mondo dell’arte e della cultura, hanno costruito uno spazio di dibattito, articolazione e confluenza di movimenti provenienti da oltre quindici città e regioni del paese. L’ultimo giorno un corteo ha attraversato la zona finanziaria e i quartieri ricchi della città, reclamando diritti e giustizia sociale, e denunciando gli interessi e le violenze delle elite finanziarie e oligarchiche del paese. A metà ottobre, con lo slogan “Aquí en la lucha” decine di manifestazioni hanno attraversato il paese denunciando il ritorno e l’impunità del paramilitarismo e della violenza nei territori, rivendicando potere popolare e diritto alla città, sovranità nazionale contro le ingerenze statunitensi, fine del paramilitarismo e della criminalizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici ambulanti nelle città, denunciando l’impatto della turistificazione nei territori dei Caraibi. Nelle diverse città, nei blocchi stradali e nelle proteste di fronte alle istuituzioni, con l’occupazione simbolica di una serie di Ministeri (a cui il ministro degli Interni Bendetti ha risposto con gravi e preoccupanti dichiarazioni di criminalizzazione delle lotte sociali), i movimenti hanno chiesto un impegno del governo Petro nell’affrontare l’emergenza umanitaria, approvare le riforme sociali, gli accordi sottoscritti con le comunità nelle diverse regioni del paese. IN PIAZZA CONTRO L’INGERENZA DI TRUMP A fine ottobre, venerdì 24, in un momento di forti tensioni internazionali con il governo statunitense, il presidente Gustavo Petro ha convocato una mobilitazione nella centralissima Plaza de Bolívar a Bogotá. Denunciando le misure economiche e militari del governo degli Stati Uniti di Donald Trump che colpiscono la sovranità nazionale, dall’aumento dei dazi sui prodotti colombiani alle azioni armate nei Caraibi e sul Pacifico con il pretesto delle operazioni antidroga, Gustavo Petro ha annunciato nuove alleanze economiche globali per fare fronte a questa situazione. Ha poi rivendicato il tasso più alto di sequestri di cocaina degli ultimi decenni nel paese, segnalando come queste operazioni non abbiano comportato né i massacri, né le altissime cifre di morti che hanno caratterizzato la “guerra alla droga”, né esecuzioni extragiudiziali, come quelle che le forze militari statunitensi stanno compiendo negli ultimi mesi impunemente nei Caraibi e nel Pacifico. Non è un caso che la de-cecertificazione della Colombia, da parte degli Stati Uniti, rispetto alla lotta contro il narcotraffico sia arrivata proprio pochi mesi prima delle elezioni: Petro ha denunciato l’inclusione del suo nome, e di alcuni suoi familiari, assieme al ministro degli Interni Benedetti, nella cosiddetta Lista Clinton – ufficialmente la Specially Designated Narcotics Traffickers List (SDNT), amministrata dagli Uffici del Controllo di fondi stranieri del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti – una misura politica di pressione contro il governo colombiano che include l’impedimento di accedere al sistema finanziario. Una avanzata gravissima contro il governo progressista e contro la Colombia, assieme al ritiro dei fondi e degli aiuti nella cooperazione militare. Una manovra che interviene nella politica interna di un paese con l’obiettivo di delegittimare il governo e rafforzare l’estrema destra in vista delle elezioni: le condizioni che pone il segretario di Stato Rubio sono quelle di cooperare con gli Stati Uniti, come affermato poco prima di partire per Tel Aviv a sostenere il genocidio in Palestina. Dal palco di Plaza Bolivar, Petro ha qualificato questo atto come una persecuzione politica ed un affronto alla sovranità colombiana. L’attacco contro il governo ha sequestrato il numero più alto di tonnellate di cocaina negli ultimi decenni arriva come segnale politico, esplicitamente voluto da Trump, parte del nuovo progetto interventista ed imperialista statunitense in America Latina, alla pari con le portaerei militari di fronte alle coste venezolane. Infine, davanti alla piazza gremita di manifestanti, Gustavo Petro ha annunciato che il prossimo 20 luglio (anniversario dell’indipendenza colombiana) il suo governo presenterà al Congresso un progetto di legge per l’Assemblea Nazionale Costituente, con l’obiettivo di trasformare la struttura politica ed economica del paese secondo i principi di giustizia sociale, sovranità e partecipazione popolare. LE PRIMARIE DEL PACTO HISTÓRICO In questo clima teso nel paese, poche ore dopo la mobilitazione, si sono tenute domenica 26 ottobre le primarie del Pacto Histórico, che hanno visto la partecipazione di oltre 2 milioni e settecentomila votanti, un risultato definito come straordinario da diversi analisti politici e dallo stesso Pacto Histórico (le attese era di circa un milione e mezzo di votanti, per una consulta primaria inedita e senza che coincidesse con alcuna data elettorale nel paese). L’elezione ha definito sia il prossimo candidato unitario delle sinistre alle presidenziali del maggio del 2026, sia l’ordine delle liste per la Camera e il Senato, alle elezioni parlamentari del prossimo mese di marzo. Con oltre un milione e mezzo di voti, corrispondete al 65% delle preferenze, ha vinto la consulta popolare Iván Cepeda Castro, leader del Movimiento Nacional de Víctimas de Crímenes de Estado (Movice), figura di riferimento delle negoziazioni di pace con le FARC e con l’ELN, mentre al secondo posto, con poco meno di settecentomila voti, è arrivata Carolina Corcho, ex ministra della Salute del governo attuale, che sarà la prima candidata al Senato. Un voto significativo per il paese, che rilancia il Pacto Histórico come il principale partito a livello nazionale, e prepara le elezioni primarie del Frente Amplio annunciate per marzo, per definire la coalizione più ampia di centrosinistra che punterà alla continuità di un governo progressista nel 2026. Cepeda ha annunciato che lavorerà per una ampia coalizione e come punti salienti del programma, in continuità con il governo attuale, ha segnalato che punterà ad una rivoluzione etica, economica e ambientale, per consolidare la Colombia come una “potenza mondiale della vita”. Iván Cepeda è una figura di riferimento nel paese per le denunce contro il paramilitarismo, figlio di Manuel Cepeda, un dirigente del partito comunista assassinato dai paramilitari nel 1994, nell’ambito dello sterminio della Unión Patriótica, molto conosciuto per il processo portato avanti contro l’ex presidente Álvaro Uribe Vélez che, condannato in primo grado a a 12 anni a fine luglio per corruzione e frode procedurale , dopo un mese di arresti domiciliari è stato assolto in secondo grado, a fine ottobre. L’istanza decisiva passerà adesso alla Corte Suprema, l’istituzione più temuta dall’ex presidente, per la cui liberazione si è speso direttamente il presidente statunitense Trump in più occasioni. Allo stesso modo, Trump ha difeso Bolsonaro dopo la condanna per il tentato golpe, aumentando i dazi per i prodotti provenienti dal Brasile: non è un caso che le pressioni statunitensi sulla Colombia e su Petro sono arrivate puntuali dopo la condanna in primo grado dell’ex presidente. L’interventismo statunitense è stato decisivo anche in Argentina con il prestito a garanzia della stabilità del peso rispetto al dollaro condizionato dalla vittoria elettorale di Milei, annunciato poco prima delle elezioni di Midterm, che ha pesato sul voto di fine ottobre. MANOVRE DI GUERRA NEI CARAIBI I tentativi delle destre a livello nazionale, in articolazione con gli Stati Uniti, di screditare e colpire il governo colombiano si succedono senza sosta di settimana in settimana, mostrando quelle trame di potere e complicità che sono tornate al centro dello scenario e della contesa politico già diversi mesi fa, quando il presidente Gustavo Petro aveva denunciato il tentativo di golpe di Leyva, suo ex cancelliere, che aveva negoziato con esponenti del partito repubblicano statunitense una transizione post democratica in Colombia. Un tentativo fallito che ha però mostrato le implicazioni tra paramilitari, destra colombiana e il partito repubblicano statunitense, denunciate da Petro e da diversi media a livello internazionale. Queste manovre si situano all’interno di un nuovo scenario di scontro nei Caraibi, attraverso l’offensiva di Trump contro il Venezuela, atttraverso una riedizione della guerra alla droga, cominciato con la mobilitazione dei marines e delle navi portarei militari Usa nel Caribe, con le provocazioni e le minacce a pochi chilometri dalle coste venezolane, l’attacco contro il governo Petro in Colombia, i missili sparati contro presunte lance di narcotrafficanti, in alcuni casi contro pescatori colombiani e venezuelani nei Caraibi e sulle coste dell’oceano Pacifico, con oltre 79 esecuzioni extragiudiziarie accertate, veri e propri assassinii compiuti dalle forze militari Usa. La risposta di Petro arriva in occasione della riunione dell’ONU di fine settembre, con un discorso di denuncia dei venti di guerra nei Caraibi, e delle connivenze tra il partito repubblicano e il narcotraffico. Ieri intanto, è stata lanciata anche l’operazione Lancia del Sud, annunciata da Trump, con una ancora più grande mobilitazione militare che estende le operazioni già attive dal mese di agosto, con minacce dirette contro il Venezuela, e la destabilizzazione dell’area caraibica come nuovo teatro di operazioni di guerra. Le sfide della coalizione progressista in Colombia, così come quelle dei movimenti sociali e popolari che hanno l’obiettivo di costruire la pace con giustizia sociale, in questo scenario, diventano ancora più complesse ed urgenti, ed al tempo stesso decisive, per accumulare forze contro il regime di guerra, contro la riedizione del Plan Colombia, evocato come primo punto del programma elettorale a venire dall’estrema destra da parte dello stesso Álvaro Uribe Vélez, e per mantenere aperta la possibilità di un cambiamento sociale, di pace e giustizia in Colombia e in America Latina. Tutte le immagini in questo articolo sono di Sebastián Bolaños Pérez, fotografo e collaboratore di Dinamopress, da Bogotá, Plaza Bolivar, 24 ottobre 2025 SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Le primarie del Pacto Histórico in Colombia tra tensioni politiche e sfide future proviene da DINAMOpress.
Colombia, storica sentenza di condanna: 12 anni per l’ex presidente Uribe
La sentenza della giudice Heredia apre una nuova fase nella storia della Colombia, perché per la prima volta l’ex presidente Álvaro Uribe Vélez è stato condannato nell’ambito di un procedimento sulle relazioni tra la politica e il paramilitarismo. Lo scorso lunedì 28 luglio, per oltre 10 ore, la giudice Sandra Heredia ha letto in diretta nazionale circa la metà delle oltre duemila pagine della sentenza. Prima di entrare nel merito della sentenza, aveva dichiarato: «La giustizia non si inginocchia davanti al potere». Ieri, venerdì 1 agosto, è stata resa nota, con effetto immediato, l’entità della condanna: 12 anni di arresti domiciliari, multa di 3.444 milioni di pesos (all’incirca 700mila euro) e interdizioni ai pubblici uffici per 8 anni e 3 mesi. Fin dalla mattina del giorno della sentenza, davanti al Tribunale di Paloquemao erano presenti sia simpatizzanti dell’ex presidente ed esponenti politici di estrema destra (tra cui l’ex vicepresidente dei due governi di Uribe e l’ex ministro della difesa del governo Duque), sia persone che invece denunciavano le responsabilità dell’ex presidente chiedendo verità e giustizia. * * I simpatizzanti dell’ex presidente di estrema destra portavano maschere con la faccia di Uribe e cartelli e bandiere con su scritto “Uribe innocente”, mentre dall’altra parte del Tribunale attivisti per i diritti umani chiedevano condanna e carcere per l’ex-presidente. Secondo quanto appreso dalle testimonianze dei presenti, vi sono stati diversi episodi violenti da parte dei militanti di estrema destra, che hanno portato ad un arresto per aggressione ai danni di giornalisti e attivisti per i diritti umani. * * * * Intanto sia davanti al Tribunale, che nelle zone limitrofe e in altri luoghi simbolo di Bogotá si sono tenuti presidi, mobilitazioni e cucine comunitarie per chiedere verità, giustizia e carcere per l’ex presidente. Poco distante, si è tenuto durante l’intera giornata il “Processo popolare contro Uribe”, una assemblea pubblica in piazza, dove è stato poi dipinto un immenso murales che dice: “Uribe colpevole”. La stessa frase che comincia a circolare sulle reti sociali e che diventa il titolo dei giornali poche ore dopo. * * La vicenda politica e giudiziaria che ha portato a questa sentenza è molto lunga e rappresenta una importante vittoria dei movimenti sociali e per i diritti umani che per decenni hanno denunciato le relazioni tra politica e paramilitarismo e i crimini di Stato. L’attuale procedimento nasce da una denuncia che lo stesso Uribe ha portato avanti contro il senatore Iván Cepeda Castro, figlio di Manuel Cepeda Castro, dirigente del Partito Comunista assassinato dai paramilitari nel 1994. Dopo la morte del padre, Cepeda è stato fondatore e portavoce del Movimento delle Vittime dei Crimini di Stato, e dopo essere stato costretto due volte all’esilio, oggi è una figura fondamentale e importante riferimento della lotta contro il paramilitarismo e il terrorismo di Stato in Colombia. * * * * * Dopo un intervento al Congresso, nel 2012, nell’ambito di un dibattito di controllo politico, in cui Iván Cepeda ha denunciato le relazioni tra paramilitarismo e politica, la cosiddetta “parapolitica”, Álvaro Uribe Vélez lo ha denunciato: proprio durante quel procedimento, terminato con una assoluzione nel 2018, sono stati riscontrati i tentativi di manipolazione delle testimonianze portati avanti da persone di fiducia dell’ex presidente, motivo per cui è stato aperto un nuovo processo giudiziario che ha portato questa settimana alla condanna in primo grado. Secondo quanto emerso dal processo, l’avvocato Diego Cadena, per conto di Uribe, ha visitato diverse carceri per fare pressione sugli ex paramilitari implicati nel procedimento, che avevano rilasciato dichiarazioni sulle relazioni tra l’ex presidente e le organizzazioni paramilitari, al fine di cambiare le loro testimonianze. Così, alla fine, è stato proprio Iván Cepeda a portare a processo Uribe, per il tentativo di manipolazione delle testimonianze dei due ex-paramilitari Carlos Vélez e Juan Guillermo Monsalve, testimoni nell’ambito delle indagini sul “Bloque Metro de las Autodefensas”, formazione paramilitare che, secondo diverse testimonianze, aveva legami stretti con Uribe. Dopo la sentenza, si è atteso fino a venerdì per sapere l’entità della condanna e la modalità di detenzione per l’ex-presidente, il primo della storia colombiana a essere condannato penalmente. Dopo l’annuncio dell’entità della condanna, immediatamente esecutiva per il rischio di fuga dell’ex presidente, di tre anni superiore alla richiesta dei pm (che avevano chiesto 9 anni), la destra in Colombia ha annunciato mobilitazioni il prossimo 7 agosto in difesa di Uribe. A un anno dalle elezioni presidenziali, questa sentenza storica dimostra ancora una volta le complicità dei governi di estrema destra con il paramilitarismo; pochi mesi fa, infatti, la scoperta delle fosse comuni alla Escombrera della Comuna 13 a Medellín, e prima ancora, il riconoscimento da parte della Giustizia Speciale per la Pace dei cosiddetti “falsos positivos”, con 6402 vittime accertate, ha fatto luce sulla sparizione di migliaia di giovani dei quartieri popolari, che dopo essere stati sequestrati sono stati sistematicamente uccisi dalle forze militari tra il 2002 e il 2008, durante i governi di Uribe, e poi presentati alla stampa come guerriglieri caduti in combattimento. Ma la grande sconfitta politica dell’ex presidente e del suo modello politico, prima ancora della condanna di ieri, e prima ancora della vittoria elettorale del progressismo nel 2022, va fatta risalire alle lotte dei movimenti sociali, delle vittime del conflitto e delle organizzazioni per i diritti umani, e soprattutto alle proteste sociali di massa tra il 2019 e il 2021: risuonano ancora gli slogan scritti sui muri, sulle magliette e nelle strade, cantati da migliaia di manifestanti durante le proteste, gli scioperi e le rivolte popolari contro il governo Duque, che più di ogni altro ha rappresentato la continuità dell’uribismo al governo, che dalle strade hanno sfidato il potere: «Questo non è un governo, sono i paramilitari al potere», e «Uribe, paraco [paramilitare, ndr] il popolo è arrabbiato». > Mentre la destra difende Uribe e parla di «persecuzione politica», le > organizzazioni dei diritti umani e le sinistre chiedono che si indaghi a fondo > per far emergere tutta la verità sulle relazioni e le complicità dei governi > di estrema destra con il paramilitarismo. Le posizioni dei partiti di destra in difesa di Uribe è sostenuta anche dalla gravissima ingerenza da parte del governo degli Stati Uniti, con il segretario di Stato Marco Rubio che è intervenuto in difesa di Uribe poche ore dopo la sentenza, in quella che il presidente Petro ha immediatamente qualificato come una intromissione nella sovranità nazionale. Anche il senatore Iván Cepeda Castro e diverse organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato l’ingerenza degli Stati Uniti, sollecitando garanzie per difendere l’indipendenza dei giudici in Colombia, ed evitare condizionamenti rispetto al secondo grado di giudizio. All’uscita dal tribunale, Iván Cepeda ha dichiarato: «Oggi è una giornata in cui dobbiamo riconoscere il ruolo della giustizia come garante della democrazia e come forma efficace di controllo dei politici più potenti e dei loro crimini. Nel nostro caso, con questa sentenza, è stata stabilita la verità sul tenebroso apparato diretto da Uribe Vélez e composto da numerosi falsi testimoni che hanno cercato di ingannare la giustizia. Dopo tredici anni e un lungo processo, in cui sono state offerte tutte le garanzie processuali all’ex presidente, è stato condannato in primo grado». Oggi con la persistenza, nonostante anni di esilio e minacce, Cepeda ha vinto la sua causa, che è anche la causa di tanti e tante in Colombia. > Conclude così il senatore Iván Cepeda: «Oggi non solamente viene reso onore > alla nostra dignità, ma anche a quella di tantissime vittime in Colombia. Oggi > questa sentenza giusta la dedichiamo anche alle madri di quei giovani che sono > stati desaparecidos, torturati e gettati nelle fosse comuni o presentati ai > media come falsos positivos» Una sentenza che mette fine all’impunità e apre il cammino verso la ricerca della verità e della giustizia per i decenni di violenza e massacri di Stato in Colombia, per le relazioni tra politica e paramilitarismo nel periodo della “sicurezza democratica”, nome della dottrina applicata durante i due governi del Centro Democratico guidati da Álvaro Uribe Vélez. Un processo che segna, in modo assolutamente significativo, lo scenario elettorale verso le presidenziali da qui al prossimo anno, in cui la destre puntano a tornare al potere, mentre il progressismo punterà a ripetere la vittoria elettorale, con l’obiettivo di migliorare le elezioni al Congresso. In attesa della prossima definizione, ad ottobre, dei candidati delle diverse coalizioni, questa storica condanna inaugura sicuramente una nuova tappa dello scenario politico nel paese. E potrebbe non essere l’ultima. Tutte le immagini sono di Sebastián Bolaños Pérez, fotografo e collaboratore di Dinamopress, dal tribunale di Paloquemao, lunedì 28 luglio 2025, Bogotá SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Colombia, storica sentenza di condanna: 12 anni per l’ex presidente Uribe proviene da DINAMOpress.
Dal Gruppo dell’Aia sanzioni contro Israele per fermare il genocidio in Palestina
La definizione di misure concrete di pressione e sanzioni contro Israele per fermare la pulizia etnica, l’apartheid e il colonialismo sono state le principali ed importanti novità emerse dal vertice interministriale della scorsa settimana in Colombia. Il Gruppo dell’Aia, composto da un’alleanza di nove paesi dal Sud globale (Sud Africa, Malesia, Namibia, Colombia, Bolivia, Cile, Senegal, Honduras e Belize), si è costituito nel gennaio del 2025 per coordinare azioni diplomatiche ed economiche contro il governo di Israele: alla convocazione di questo vertice hanno risposto tanti altri paesi, diversi dei quali hanno annunciato l’adesione al Gruppo e la volontà di unire gli sforzi politici comuni. A presiedere la conferenza di Bogotá sono i governi della Colombia e del Sudafrica, che negli ultimi anni hanno assunto un ruolo chiave nella pressione internazionale contro Netanyahu: il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha denunciato nel dicembre 2023 Israele alla Corte Internazionale di Giustizia per il genocidio di Gaza, mentre Gustavo Petro è stato il primo leader latinoamericano a rompere le relazioni diplomatiche con l’esecutivo di Tel Aviv, nel maggio del 2024. Non è un caso che questi due paesi siano in questo momento riferimenti politici internazionali nella lotta contro le azioni di Netanyahu: la loro storia, di guerra, violenza, apartheid, genocidio e colonizzazione, e le lotte contro queste logiche e contro queste politiche che hanno profondamente segnato le vicende degli ultimi decenni dei due paesi, ci indicano oggi possibili traittorie di trasformazione che sfidano la continuità della radice coloniale dei conflitti nei Sud del mondo.   * Tra gli ospiti internazionali invitati alla conferenza di Bogotá, ha destato  una significativa attenzione la presenza della relatrice ONU Francesca Albanese, di recente divenuta la prima funzionaria delle Nazioni Unite a ricevere sanzioni individuali da parte degli Stati Uniti. I giorni più intensi della persecuzione pubblica nei confronti di Albanese, accusata dal Segretario di Stato degli USA Marco Rubio di “antisemitismo sfrontato e sostegno al terrorismo”, sono coincisi con un’intensificazione della solidarietà nei suoi confronti da parte di ampi settori della società civile e dei governi non allineati alle politiche di Netanyahu. Nelle strade e nelle piazze di Bogotà, così come nelle conferenze e al vertice, la piena solidarietà si è unita al sostegno pubblico e politico delle denunce che Francesca Albanese porta avanti da anni.  Nell’incontro inaugurale della conferenza di Bogotà, Albanese ha ribadito le necessità di applicare politiche di pressione nei confronti di Israele attraverso la sospensione dei legami “militari, strategici, politici, diplomatici, economici” sia da parte delle entità statali che dei rispettivi settori privati, quali “le compagnie assicurative, le banche, i fondi pensione, le università e gli altri fornitori di beni e servizi nelle catene di approvvigionamento”. Sulla stessa linea il rappresentante permanente della Palestina all’ONU Riyad Mansour, che ha segnalato come le azioni sui civili del governo di Netanyahu siano permesse da un ordine globale “capovolto, che degrada la nostra umanità comune e annulla il sistema internazionale di leggi e valori che l’umanità ha costruito negli ultimi ottant’anni”. Nel pomeriggio del 15 luglio, Albanese è stata protagonista di un incontro pubblico presso il Museo Nazionale della Colombia, insieme al parlamentare britannico Jeremy Corbyn e all’europarlamentare franco-palestinese Rima Hassan. Durante l’evento, animato dai rappresentanti della comunità di migranti di origine palestinese in Colombia (se ne stimano oltre centomila), Francesca Albanese ha segnalato l’importanza di pensare la questione palestinese in chiave anticoloniale globale, enfatizzando così la rilevanza dell’attività del Gruppo dell’Aia: > “Siamo in un momento definitorio della storia: un momento che ci impone di > affrontare un’eredità coloniale che, riattivata da un capitalismo sfrenato, ha > devastato non solo il popolo palestinese, ma innumerevoli comunità del mondo, > a partire dai popoli indigeni latinoamericani. Per questo è necessario > cambiare paradigmi”. Continua Albanese: “l’orrore sofferto dal popolo palestinese deve spingerci a un cambio globale più che mai necessario: serve un nuovo ordine mondiale multilaterale, guidato dalla ‘maggioranza globale’, come chiamo il Sud Globale. Da paesi come la Colombia, che possono offrire visioni alternative dove viene messa in primo piano la dignità umana rispetto alle alleanze strategiche, la comunità rispetto alla conquista. Dove si possono introdurre valori cruciali per l’umanità nell’ordine legale internazionale: valori come quelli delle cosmovisioni indigene”. * * La densa agenda dei due giorni colombiani di Albanese ha incluso mobilitazioni di piazza, eventi pubblici e un incontro privato con Gustavo Petro, che ha recentemente dichiarato di stare valutando la possibilità di una “presenza militare colombiana a Gaza per frenare il genocidio”. Nell’occasione, oltre ad affrontare la questione palestinese, la relatrice speciale dell’ONU ha consegnato al presidente colombiano una lettera scritta dai genitori di Mario Paciolla, cooperante italiano dell’ONU morto in Colombia il 15 luglio 2020 in circostanze mai chiarite: una richiesta di verità e giustizia che si unisce agli sforzi per difendere i processi costruzione di pace nei diversi contesti del Sud Globale.  Nella giornata del 16 luglio le mobilitazioni in difesa della Palestina sono iniziate di prima mattina di fronte al palazzo della Cancelleria, dove si incontravano i delegati dei governi per il vertice: centinaia di persone hanno affollato il centro storico per chiedere forti sanzioni nei confronti di Israele. Le strade del centro di Bogotà sono state occupate da bandiere, cartelli, la classica batucada che segnava il ritmo dei cori e risuonava nelle vie circostanti della Candelaria, manifesti e volantini che denunciavano le imprese conniventi con il genocidio distribuiti ed esposti nelle strade e nei negozi, slogan che chiedevano sanzioni, fine del genocidio, libertà e autodeterminazione per la Palestina. A seguire, un concerto nella centralissima plaza de Bolívar, che si è concluso in tarda serata, con diverse band che si sono esibite raccogliendo fondi per la solidarietà con il popolo palestinese. * Nel pomeriggio si è tenuta al Senato la conferenza “Il sud globale per la Palestina: giustizia e solidarietà dalla Colombia” organizzata da diversi esponenti del Pacto Histórico, l’attuale partito di governo in Colombia, come la senatrice Clara López Obregón, la senatrice Gloria Flórez Schneider, la deputata Etna Tamara Argote, il deputato Alejandro Toro. Con la partecipazione dell’ex presidente colombiano Ernesto Samper, sono intervenuti anche l’ambasciatore colombiano in Palestina, Jorge Iván Ospina, che ha dichiarato: “faremo fino all’ultimo sforzo possibile per fermare il genocidio”, e l’omonimo palestinese in Colombia, Raouf Almalky. Poi, come ospiti internazionali, Jeremy Corbyn dall’Inghilterra, Baltasar Garzón dalla Spagna e l’ex Cancelliere dell’Ecuador Guillermo Lang, che ha dichiarato la necessità di lottare per “far applicare il diritto internazionale, non rimanere su prese di posizioni retoriche ma compiere atti pratici”, denunciando inoltre minacce e pressioni da parte di Stati Uniti e dell’Unione Europea contro i paesi che hanno partecipato al vertice. Dopo questi interventi, spazio alla partecipazione di tanti e diversi esponenti della società civile palestinese e colombiana, il BSD Movement e altre figure istituzionali, movimenti popolari solidali con la Palestina, assieme alla comunità palestinese. Invitata speciale la relatrice dell’ONU per i territori occupati in Palestina Francesca Albanese, che ha ricevuto applausi, solidarietà e una onorificenza da parte del Senato della Repubblica della Colombia per il suo impegno nella denuncia del genocidio e nella difesa dei diritti umani, in un momento in cui sta affrontando sanzioni, minacce e persecuzioni da parte degli Stati Uniti e di Israele. Visibilmente commossa, Albanese ha chiesto di rinnovare e rilanciare l’impegno di istituzioni, movimenti dal basso e organizzazioni sociali in tutto il mondo per fermare il genocidio, rivendicando l’autodeterminazione del popolo palestinese. In un breve scambio di battute al margine della conferenza, Albanese ha confermato il suo entusiasmo per il dialogo portato avanti in Bogotá: “Ci vorrebbero più attivisti colombiani in Europa”, ha dichiarato la relatrice ONU, segnalando che l’apertura di un dialogo tra le denunce contro il governo di Netanyahu e le lotte sociali colombiane è fondamentale, date le comuni storie di “decolonizzazione e dolore, tanto in guerra come in pace”.  Dal vertice del gruppo dell’Aia la decisione sulle sanzioni ha segnato un primo importante passo avanti nella lotta globale per fermare il genocidio, con l’invito a continuare la lotta e articolare pressione e mobilitazioni dal basso con prese di posizione istituzionali che estendano le sanzioni contro Israele. Albanese ha segnalato l’esito positivo del suo incontro con Gustavo Petro: “I risultati del nostro incontro si sono visti nelle sue dichiarazioni dell’indomani: sicuramente il mio rapporto non lo ha lasciato indifferente”. Dopo l’incontro con Albanese durante il vertice interministeriale, Gustavo Petro, che aveva già interrotto lo scorso anno le relazioni diplomatiche con il governo di Netanyahu, ha confermato il blocco delle esportazioni di carbone verso Israele, annunciando inoltre anche la revoca dello status di paese alleato della Nato (era l’unico stato dell’America Latina ad avere questo status). Inoltre, dodici tra i paesi partecipanti alla conferenza hanno annunciato il blocco immediato delle forniture militari, del passaggio di navi che forniscono combustibile, armi o tecnologie dual use verso Israele. Poco dopo, il Brasile ha annunciato che si unirà alla denuncia alla Corte Internazionale di Giustizia presentata dal Sudafrica per genocidio contro Israele.  > La decisione presa dal vertice del Gruppo dell’Aia rispetto alle pressioni e > alle sanzioni concrete nei confronti di Israele segna un importante inizio, > che diventa un precedente, ed un invito ad altri paesi del sud globale e del > mondo a seguire l’esempio e a contribuire alla lotta per fermare il genocidio, > il colonialismo e l’apartheid.  Negli stessi giorni, l’Unione Europea ha rifiutato di sospendere Israele come stato associato, suscitando durissime critiche da parte di Amnesty International e di altre ONG. Durante il vertice di Bogotá, diverse voci, europee e non solo (Baltasar Garzón ha dichiarato di provare vergogna di appartenere all’Unione Europea per la sua complicità con il genocidio), hanno denunciato questa gravissima, seppur purtroppo non inaspettata, decisione politica, che evidenzia la volontà di mantenere la gravissima complicità con il genocidio da parte dei leader europei. La denuncia di Amnesty International è netta e chiara: “E’ qualcosa di più della codardia politica. Ogni volta che l’Unione Europea non agisce, aumenta il rischio di convertirsi in complice delle azioni di Israele. Questo manda un messaggio assolutamente pericoloso agli autori di questi crimini atroci: non solo resteranno impuniti, ma saranno ricompensati”.   * * Mentre da Bogotá arrivano parole nette e coraggiose, e finalmente anche sanzioni concrete, che esplicitano una presa di posizione politica di una serie di figure istituzionali e non solo, dalla parte dell’umanità e della Palestina, non bastano alcune tardive, limitate e ipocrite dichiarazioni di facciata da parte dell’Unione Europea: senza sanzioni reali, embargo e blocco delle esportazioni e forniture di armi, senza reali pressioni internazionali che possano isolare e fermare Israele, la complicità con il genocidio continuerà ad essere tale.  Il vertice si chiude con delle decisioni nette, e con la speranza che questo gesto di dignità e di coraggio che arriva dal sud del mondo possa rafforzare le lotte popolari e sociali della Palestina globale, le articolazioni tra movimenti e istituzioni, nazionali e sovranazionali, necessarie per costruire un nuovo internazionalismo dentro e contro il regime di guerra globale, cominciando dal mettere in pratica, ed estendere socialmente e politicamente, azioni concrete per fermare il genocidio. Tuitte le immagini nell’articolo sono di Alioscia Castronovo da Bogotá. L'articolo Dal Gruppo dell’Aia sanzioni contro Israele per fermare il genocidio in Palestina proviene da DINAMOpress.
Colombia, al via il vertice internazionale contro il genocidio in Palestina
Mentre l’Europa e gli Stati Uniti continuano, con poche eccezioni e prese di posizioni istituzionali, a essere complici con i crimini di Israele, garantendo l’impunità ai leader israeliani, rispetto alla pulizia etnica, ai ripetuti e continui crimini di guerra e più in generale con il genocidio portato avanti sistematicamente dal governo israeliano, una serie di leader del Sud globale hanno preso parola convocando a costruire posizioni alternative a livello internazionale, in risonanza con la solidarietà popolare con la Palestina. Una solidarietà, capace di cominciare a tessere un nuovo internazionalismo, che si è dispiegata in tutto il mondo a partire da movimenti sociali, studenteschi e società civile, con le proteste, negli ultimi due anni in particolare, della cosiddetta Palestina Globale, duramente repressa e perseguitata negli Stati Uniti e in Europa. Nato nel gennaio del 2025, il Gruppo de L’Aia è guidato dai governi della Colombia e del Sudafrica, e ha visto fin dall’inizio la partecipazione dei governi di Bolivia, Cuba, Honduras, Malesia, Namibia, Senegal, paesi che, come segnalato da Diana Carolina Alfonso su Diario Red, hanno adottato le seguenti importanti e significative misure come prime prese di posizione concrete e condivise: 1) compiere con gli ordini di mandato di arresto emessi da parte della Corte Penale Internazionale nei confronti di Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant per crimini di guerra; 2) rendere effettivo l’embargo di armi e combustibile per evitare che Israele continui nell’offensiva; 3) fermare nei propri porti e territori tutte le navi cargo che siano vincolate al traffico di armi verso Israele. Una iniziativa che «riflette un impegno con la giustizia internazionale e una critica frontale all’impunità di Israele, storicamente sostenuto dai paesi occidentali» La scorsa settimana, con un articolo pubblicato sul “Guardian”, il presidente colombiano Petro, che fin da subito ha preso posizione contro il genocidio, assieme ad altri presidenti (e movimenti) latinoamericani, ha annunciato la convocazione del vertice interministeriale a cui parteciperanno rappresentati di oltre trenta paesi e movimenti sociali, per contreibuire a rafforzare il multilateralismo dal Sud del mondo. Il vertice si terrà oggi e domani a Bogotá, con l’invito ai leader globali di prendere posizione sul genocidio. > Petro ha affermato che «la scelta davanti a cui ci troviamo è dura e > drammatica, è necessario agire subito: per miliardi di persone nel Sud del > mondo che contano sul diritto internazionale per la propria protezione, la > posta in gioco non potrebbe essere più alta. Il popolo palestinese merita > giustizia. Questo momento richiede coraggio. La storia ci giudicherà > severamente se non risponderemo alla loro chiamata». Foto di Alioscia Castronovo > «Se non agiamo ora, non solo tradiremmo il popolo palestinese, ma diventeremmo > complici delle atrocità commesse dal governo di Netanyahu»: l’invito è quello > di espandere tali prese di posizione, ma anche costruire possibilità concrete > di intervenire nello scenario politico internazionale. Ha inoltre ricordato che nel mese di settembre del 2024 centoventiquattro Paesi hanno votato a favore della risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sulle politiche e le pratiche di Israele nei Territori Palestinesi Occupati. In quella occasione, afferma Petro, «ci siamo assunti obblighi concreti: indagini, procedimenti giudiziari, sanzioni, congelamento dei beni e cessazione delle importazioni e delle armi». Quella risoluzione fissava un termine di 12 mesi affinché Israele «ponesse fine senza indugio alla sua presenza illegale». Centoventiquattro stati «hanno votato a favore, tra cui la Colombia. Il tempo stringe». Non è un caso che paesi come Sudafrica e Colombia siano la guida a livello internazionale di posizione chiare e nette contro il genocidio: la questione di Gaza viene vissuta e sentita in modo particolare da chi ha vissuto la lunga e drammatica storia dell’apartheid sudafricano, ma anche le grandi lotte per sconfiggerlo, così come il lungo conflitto armato colombiano, il genocidio politico delle sinistre (in particolare quello dell’Unión Patriótica) e il massacro continuo contro movimenti sociali, indigeni e leader sociali e sindacali in Colombia. Un paese dove la violenza e gli attori armati in processo di riconfigurazione continuano a dispiegarsi nei territori del paese, dove è in corso una crisi umanitaria nel Catatumbo, che segnala i limiti del processo della Pace Totale del governo Petro, ma anche in altri territori del paese, dove si dispiega la continuità della violenza dei gruppi paramilitari, narcotrafficanti, di diversi tipi di gruppi armati e dissidenze delle guerriglie. La pace come obiettivo, così come la fine di ogni apartheid, è al centro delle sfide politiche in questi paesi e la questione palestinese viene sentita e vissuta in maniera particolare e significativa. > Alle attività del vertice è stata invitata anche Francesca Albanese, relatrice > speciale ONU per i territori occupati in Palestina, sotto attacco da parte > degli Stati Uniti e di Israele per i rapporti che ha curato denunciando le > violazioni dei diritti umani, la pulizia etnica, il genocidio e gli interessi > politici ed economici che lo sostengono. * * * Francesca Albanese sarà ospite di diverse iniziative a Bogotá e sarà accolta da mobilitazioni sociali di piazza, che sono state rilanciate come momenti di articolazione di un nuovo internazionalismo contro il genocidio in Palestina. Martedì 15 sarà ospite del dibattito “Azione collettiva in difesa della Palestina”, organizzato dal Gruppo de L’Aia, che si terrà al Museo Nazionale, con la partecipazione di Yaddai Kadamani Fonrodona, ministra della Cultura del governo colombiano, con Jeremy Corbyn, deputato al parlamento inglese, Rima Assan, eurodeputata de La France Insumise, e Andrés Macías Tolosa, del Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sui Mercenari. Mercoledì 16 ci sarà fin dalla mattina una mobilitazione solidale con la Palestina e contro il genocidio nel centro della capitale colombiana, chiamata proprio in occasione della conferenza interministeriale: «Accogliamo con la nostra mobilitazione la relatrice speciale ONU Francesca Albanese, sotto attacco da parte degli Stati Uniti e delle imprese multinazionali che lucrano con il genocidio», scrivono nell’appello: e poi «andremo con bandiere della Palestina nelle piazze del centro della capitale, dalla Cancelleria alla Plaza de Bolivar, con una parola d’ordine comune: fermiamo il genocidio». La manifestazione è stata convocata da movimenti, organizzazioni sociali e politiche solidali con la Palestina, che invitano a rilanciare una forza transnazionale contro il genocidio. Nel pomeriggio della stessa giornata, mercoledì 16 luglio, Francesca Albanese sarà presente al Senato della Repubblica invitata dalla coalizione di governo del Pacto Historico per intervenire nel forum “Il Sud Globale per la Palestina: giustizia e solidarietà dalla Colombia”.   L’incontro di questa settimana rappresenta un’importante presa di posizione internazionale che rivendica la difesa dei diritti umani a livello globale ed esprime posizioni sul genocidio chiare, nette, coraggiose e decisive in un contesto di totale impunità, con l’obiettivo di estendere ad altri paesi queste prese di posizione politica per contribuire all’urgenza di fermare il genocidio in corso. Immagine di copertina: Presidenza della Repubblica della Colombia (da wikimedia), concerto per la Palestina a Bogotá, 2024 L'articolo Colombia, al via il vertice internazionale contro il genocidio in Palestina proviene da DINAMOpress.
Le nuove forme della guerra e la pace che verrà: prospettive dalla Colombia
Le nuove forme della guerra, come le definisce l’antropologa argentina Rita Segato, non si limitano alle dispute territoriali o alle risorse, ma si concentrano sul controllo di popolazioni, corpi e soggettività: la guerra è, quindi, il linguaggio della dominazione assoluta. In queste nuove guerre, la crudeltà assume un valore simbolico e comunicativo, o come dice Segato, «espressivo», che produce effetti concreti nel contesto dell’occupazione territoriale. Con la privatizzazione dell’uso della violenza, gli effetti delle azioni di guerra restano al di fuori dei limiti della legge e questo spostamento consente agli attori armati di usare questa spettacolarità come una finestra privilegiata all’interno del campo che intendono occupare. L’impiego di droni pilotati a distanza e le riprese video dei loro risultati diventano azioni congiunte per instillare la paura: l’aria trema in un’atmosfera rarefatta. > La guerra si trasforma così in un’industria che combina i progressi della > conoscenza scientifica con l’esercizio del potere per occupare un territorio. > I suoi attori contemporanei hanno trasformato la violenza armata in una merce > in vendita nella quale i corpi, soprattutto quelli dei giovani marginalizzati, > sono sacrificabili (la necropolitica). Nel quadro della cosiddetta “guerra alla droga”, i cartelli del narcotraffico operano come multinazionali che subappaltano a piccole agenzie criminali i loro lavori più sporchi: dagli omicidi mirati alle operazioni logistiche, tutto è affidato a giovani precari che scelgono la violenza come un ordine dall’alto. Le trame della guerra si intrecciano con le rendite fondiarie e in questa logica la forza motrice è l’accumulazione: un desiderio che oggi sembra inesauribile e che contraddice la finitezza della vita stessa. In Colombia, possiamo vedere chiaramente come la violenza armata, un tempo considerata motivata politicamente, sia stata sostituita da nuovi sistemi di guerra locale in cui attori armati hanno creato una serie di frontiere interne nelle quali si regolamentano corpi, si confinano popolazioni e si compiono omicidi mirati. Allo stesso tempo, l’economia della rendita del narcotraffico permea la maggior parte delle attività quotidiane e il controllo sui corpi è imposto tramite rigidi codici della strada. I territori occupati dagli attori armati funzionano come governi privati indiretti, governati dalla forza e dal controllo dei profitti derivanti da attività legali e illegali, operando come filiali del grande capitale che nasconde i propri profitti tra il sistema bancario e i nuovi fenomeni di investimento di capitali. > Il governo di Gustavo Petro ha ragione a proporre una strategia per far fronte > alla dinamica di queste nuove forme di guerra. La pace totale, con i suoi > successi e fallimenti, deve consolidarsi come politica statale che affronti > queste dinamiche di frontiere interne e di scontro per il controllo dei > proventi illeciti. La pace che verrà deve interrompere la circolazione di questi proventi, trasformando le condizioni di queste migliaia di giovani assoldati per combattere una guerra che avvantaggia solo i grandi narcotrafficanti. Per consolidare questa pace, è necessario pacificare e ridurre le violenze, trasformare i territori in modo che nessun giovane scelga la guerra e consolidare la collaborazione tra istituzioni statali e organizzazioni della società civile per destabilizzare le economie che il narcotraffico ha costituito nel corso di decenni. La sicurezza territoriale è un elemento fondamentale del futuro processo di pace e non può limitarsi alla presenza di forze militari nei territori. Piuttosto, deve essere concepita all’interno delle trasformazioni che rendano possibile la pace come risultato di azioni concrete e durature. Per garantire che queste trasformazioni siano sentite dalla cittadinanza, è necessario consolidare un orizzonte futuro in cui nessuna vita sia sacrificabile. Il prossimo processo di pace deve essere concreto e può essere promosso soltanto sotto l’egida di una società civile che comprenda la natura complessa di questi nuovi regimi di guerra. Articolo pubblicato dall’autore, dottore in Filosofia, Universidad de los Andes, co-fondatore di REC-America Latina, professore universitario e consulente, sul sito del Centro Ciam. Ringraziamo per la disponibilità alla traduzione e pubblicazione in italiano. Traduzione a cura di Michele Fazioli per Dinamopress. Immagine di copertina di Alioscia Castronovo (Street art di Colectivo Dexpierte, Casa de La Paz La Trocha, Bogotá) L'articolo Le nuove forme della guerra e la pace che verrà: prospettive dalla Colombia proviene da DINAMOpress.
Primo maggio a Bogotá: dalla Minga indigena alla Consulta Popular
La giornata di mobilitazione e di lotta in tutto il paese è stata dedicata alla rivendicazione popolare di una maggiore giustizia sociale per lavoratori e lavoratrici ed è stata la seconda grande mobilitazione a sostegno della Consulta Popular, referendum propositivo sui temi dei diritti del lavoro, proposto dal presidente Petro dopo il blocco del Congresso alla proposta di riforma del lavoro, che è stata bocciata dalla Commissione Settiman del Senato lo scorso 18 marzo, durante una moltitudinaria mobilitazione sociale. Le mobilitazioni per i quattro anni dall’estallido social, a partire dello sciopero e delle manifestazioni del 28 aprile 2021, si sono tenute alla vigilia del primo maggio, per ricordare le 89 vittime di quelle proteste sociali, le centinaia di vittime di ferite oculari, di violenza della polizia e delle forze militari, per richiedere la libertà di chi ancora si trova in carcere, per chiedere verità e giustizia. Ed in continuità, per rivendicare le ragioni di quella protesta che è stata fondamentale per aprire un processo di cambiamento poilitico nel paese. * * Nei giorni precedenti al primo maggio, si è tenuta inoltre a Bogotá la Minga Indigena, ospitata dall’Università Nacional, dove nonostante le polemiche razziste dei media mainstream e delle destre, i popoli indigeni sono stati ben accolti, come confermano gli interventi pubblici del rettore Leopoldo Múnera Ruíz, della vicerettrice Carolina Jiménez, e di diversi docenti e studenti. Ma soprattutto, l’atmosfera che si respirava nel campus universitario, tra cucine comunitarie, assemblee, conferenze stampa, riunioni, musica e feste, è stata quella di un importante momento politico che coinvolgeva sia i popoli indigeni che il mondo universitario. L’Università ha concesso le facoltà e gli spazi del campus per l’accoglienza di oltre cinquemila persone appartnenti a decine di popoli indigeni provenienti da tutto il paese che hanno animato e partecipato alle giornate di assemblee, mobilitazione, musica, feste e rituali popolari, e diversi momenti di incontro e negoziazione politica con il governo, che si sono tenute dal 29 aprile fino al 2 di maggio. Decine di chivas, i camion coperti utilizzati per gli spostamenti dei popoli indigeni, sono partiti dalle regioni più diverse e lontane del paese, e sono arrivate dopo diversi giorni di viaggio fino alla capitale, montando un accampamento, le cucine popolari e inventando nuovi spazi per la musica e le assemblee dentro l’università. Tra le organizzazioni che hanno organizzato la Minga e partecipato alle mobilitazionie il Consejo Regional Indígena del Cauca (CRIC), il Movimiento de Autoridades Indígenas de Colombia (AICO), la Organización Nacional Indígena de Colombia (ONIC), la Organización Nacional de los Pueblos Indígenas de Colombia (OPIAC) e la Confederación Indígena Tayrona (CIT). Le rivendicazioni della Minga Indigena riguardavano diversi temi, e gli accordi sono stati raggiunti dopo tre intense giornate di negoziazione in piazza e al Congresso: si tratta dello sblocco dei fondi per il Buen Vivir, il riconoscimento del Sistema autonomo di educazione indigena, il riconoscimento del Sistema di salute indigeno, con finanziamenti statali, e dei processi di riconoscimento dei Cabildos urbani, lo sblocco dei fondi per la reincoporazione e reintegrazione dei popoli indigeni, e l’sitituzione di fondi speciali per crisi umanitaria in Guajira e in Amazzonia. * * La Minga si è poi unita alle manifestazioni popolari del Primo Maggio, e nella capitale il corteo è partito dall’Università, con delegazioni di decine di popoli indigeni di tutto il paese che hanno raggiunto la Plaza Bolivar, con centinaia di migliaia di persone che hanno affollato i sette cortei che hanno attraversato le strade della capitale, così come di tante altre città in Colombia. > Alla moltitudinaria manifestazione hanno partecipato decine di organizzazioni > sindacali, movimenti sociali, popoli indigeni, partiti di sinistra, studenti e > studentesse, lavoratrici e lavoratori delle economie popolari, confluendo > sulla centralissima Plaza de Bolivar, dove il presidente Petro ha tenuto il > suo discorso in una piazza gremita di manifestanti. Attaccando le destre per le responsabilità del paramilitarismo e del terrorismo di Stato, per l’assenza di diritti sul lavoro e le giornate infinite, i contratti super precari, l’assenza di garanzie, di pensione, di accesso alla salute per milioni di persone in Colombia, eredità del peggiore neoliberismo e della violenza statale e paramilitare degli ultimi decenni: le riforme del lavoro e della salute, proposte dal governo sulla base del voto popolare, sono state però fermate dal Congresso, dove la coalizione di governo non ha la maggioranza. Per questo la Consulta Popular, ufficialmente proposta in Senato lo stesso primo maggio, subito dopo la manifestazione e il discorso del presidente in piazza, rappresenta la possibilità di riaprire la contesa politica, e la campagna elettorale in vista delle prossime elezioni del 2026, a partire dalle riforme per la giustizia sociale. * * Si è tenuto poi un commovente minuto di silenzio per Alberto Peña, leader delle lotte per i diritti umani e militante di Colombia Humana, partito politico da cui proviene il presidente, assassinato nella stessa giornata del primo maggio da gruppi armati paramilitari mentre stava facendo campagna per la Consulta Popular nella regione del Cauca, poco prima di raggiungere il corteo del primo maggio nella sua città. «Non possiamo tornare al terrorismo di Stato e alle fucilazioni e alle fosse comuni, come duranti i governi di Uribe», ha detto il presidente Petro dal palco, accusando senatori delle destra della responsabilità politica di questo assassinio per aver bloccato la riforma. Dopo aver ricordato il militante per la pace e i diritti umani assassinato poche ore prima, Petro ha invitato lavoratori e lavoratrici, popoli indigeni e movimenti di tutto il paese a mobilitarsi per la Consulta Popular, sguainando poi sul palco la spada di Bolivar in per rivendicare il potere popolare e la giustizia sociale. * * «Come può essere che nel ventunesimo secolo ancora dobbiamo lottare per la giornata lavorativa di otto ore? Chi vota contro la riforma è uno schiavista» ha detto il presidente accolto dall’ovazione della piazza. Limitare la giornata lavorativa a 8 ore, è infatti uno dei dodici punti della Consulta Popular, assieme all’aumento del salario nei giorni festivi, il riconoscimento del lavoro comunitario e di cura, all’approvazione di migliori tassi di interesse per le piccole e medie imprese e le economie popolari, il riconoscimento di una licenza dal lavoro durante il periodo mestruale, l’inclusione di lavoratori e lavoratrici diversamente abili come quota obbligatoria per tute le imprese, il riconoscimento generalizzato dell’accesso alla sicurezza sociale e ai contributi per le pensioni, speciali garanzie dei diritti per il lavoro e accesso ai contributi pensionistici nel mondo dell’agricoltura, limitazione delle contrattazioni precarie, il riconoscimento delle lavoratrici domestiche e un fondo pensione specifico per chi svolge lavori domestici, comunitari e precari. «Siamo disposti a compiere il mandato popolare senza fare nessun passo indietro, perché camminiamo verso la libertà. Con questo governo, il popolo può decidere con la Consulta Popolare quali siano i suoi interessi e le sue necessità», conclude Petro in una piazza gremita che canta «¡No pasarán!» e «¡Consulta Popular ya!». Il Senato si dovrà pronunciare nelle prossime settimane per approvare la Consulta Popular, e sono in gioco alleanze, negoziazioni e tensioni politiche: non permettere il voto della Consulta sarebbe un ennesimo blocco politico contro il governo, approvarla significa aprire un semestre di campagna politica e mobilitazione sociale in vista del voto, pochi mesio prima delle elezioni presidenziali del 2026. * * Un primo maggio moltitudinario che ha segnalato la continuità, e la potenza, del processo di mobilitazione sociale e politica in Colombia, decisivo per le prossime sfide politiche in un contesto politico globale e regionale avverso, con l’avanzata del blocco reazionario, testimoniato dalle recenti elezioni in Ecuador, in un quadro di instabilità e di tensione politica che attraversa anche il paese in un momento decisivo per la possibilità di continuità del progetto politico progressista e di sinistra in Colombia. Tutte le immagini e i video sono di Natalia Hernandez Fajardo e Alioscia Castronovo da Bogotá per DINAMOpress L'articolo Primo maggio a Bogotá: dalla Minga indigena alla Consulta Popular proviene da DINAMOpress.