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L’indipendenza della magistratura per salvare lo Stato di diritto e la pace
La vigilia del voto referendario sull’ordinamento della magistratura rischia di essere coperta dai lampi di guerra e dalle avvisaglie quotidiane di una devastante crisi economica. Mentre si cerca di nascondere sotto il tema della separazione delle carriere la soppressione dell’autonomia degli organi di autogoverno e di disciplina della magistratura, e rimarrà affidata alla maggioranza semplice dell’attuale parlamento la riforma sostanziale delle leggi che riguardano l’ordinamento giudiziario (art.8 delle disposizioni transitorie della riforma), il governo Meloni cerca di ottenere consenso su rilevanti modifiche della Costituzione in nome degli errori che sarebbero stati commessi in passato da singoli giudici, o per abbattere quello che si suole definire come “sistema delle correnti”. Un sistema che è stato denunciato e sanzionato dalla stessa giurisdizione. Si arriva quindi ad attaccare (con il sorteggio) il diritto dei magistrati di scegliersi i loro rappresentanti nel CSM, presidio democratico che i costituenti avevano voluto alla fine della dittatura fascista, e che adesso si vorrebbe frantumare in tre parti. La riforma sulla quale si voterà al referendum, in base a dichiarazioni degli esponenti di governo disseminate negli atti parlamentari, è solo una parte di un disegno più ampio che intende trasferire potere dalla giurisdizione all’esecutivo, come si vorrebbe fare con gli interventi annunciati in materia di esercizio dell’azione penale, il cui ambito andrebbe stabilito dal governo. E poi potrebbe seguire lo sganciamento della polizia giudiziaria dai poteri di impulso delle procure. Ad ogni decisione scomoda per chi governa seguiranno attacchi personali e gogne mediatiche che in un prossimo futuro potrebbero tradursi in procedimenti disciplinari. Comunque vada il voto, gli attacchi ai giudici non allineati agli indirizzi della maggioranza continueranno, in un quadro normativo ancora confuso, tanto che, se la riforma costituzionale andrà a regime, si possono attendere numerosi conflitti di attribuzione che saranno sollevati davanti alla Corte Costituzionale. Di certo non si tratta di ripristinare criteri meritocratici, come sostengono i fautori del Sì alla riforma, semmai il merito sarà stabilito in base al conformismo delle decisioni dei giudici agli orientamenti di chi governa ed incide, attraverso una maggioranza parlamentare inattaccabile, sulla nomina dei componenti del CSM e della nuova Alta Corte di Disciplina. La riforma del sistema disciplinare, al di là della separazione delle carriere, rappresenta il fulcro della riforma costituzionale, che nelle dichiarazioni di diversi esponenti di governo non ha lo scopo di restituire efficienza, o di rendere la giustizia più accessibile ai cittadini, che soffrono continue restrizioni del diritto al patrocinio gratuito e la lunghezza insopportabile dei procedimenti civili, ma mira a riprendere il controllo sugli organi giurisdizionali. Non ci si può fermare ad un testo di riforma costituzionale che prevede una delega completa al governo, attraverso la solida maggioranza parlamentare di cui dispone, per riformulare l’intero ordinamento della magistratura e le regole di funzionamento dei nuovi organi di autogoverno, che dovrebbero essere modellati sulla separazione delle carriere. Magari senza accogliere neppure un emendamento dell’opposizione, come è accaduto per la riforma della magistratura che adesso si sottopone al referendum. Chi sostiene la necessità di limitare il dibattito al testo stringato delle diverse modifiche costituzionali sottoposte a referendum, come molti esponenti dell’avvocatura associata, è in evidente contraddizione con chi, dallo stesso schieramento, sostiene che la magistratura sarebbe un “cancro” del paese, o sarebbe composta da giudici ideologizzati, che anteporrebbero al dovere di applicare la legge (art.101 Cost.) la finalità di contrastare l’azione di governo. Anche la distinzione tra “testo” e “contesto”, come se gli elettori dovessero pronunciarsi solo su un quesito tecnico, peraltro formulato in modo che risente delle contraddizioni interne al testo di riforma, è un espediente per disorientare cittadini che non hanno competenze giuridiche e che in questi ultimi giorni sono bersaglio di una devastante campagna elettorale dei fautori del Sì basata esclusivamente sulla delegittimazione della magistratura. Una modalità di propaganda politica che spaccherà il paese per un tempo molto più lungo dei tempi previsti per la riforma costituzionale. L’indipendenza della magistratura dalla politica è una condizione essenziale per garantire lo Stato di diritto. Che non si limita alle garanzie formali dell’ordinamento democratico, ma che, per effetto degli articoli 2 e 3 della Costituzione, corrisponde ad una tutela rafforzata dei diritti fondamentali, dal diritto alla vita ed alla salute, al diritto al lavoro ed alla unità familiare, dal diritto alla libertà personale alla libertà di manifestazione del pensiero e di associazione nei cd. corpi intermedi, come le organizzazioni non governative. A chi esibisce casi singoli, errori giudiziari come il caso Tortora, o alimenta demagogia su falsi moralismi, come nel caso della cd. “famiglia nel bosco”, che sarà ricevuta da La Russa in Parlamento, si possono opporre centinaia di decisioni dei giudici che, giorno dopo giorno, di fronte a persistenti abusi di Stato o illegittimità istituzionali, hanno garantito i diritti fondamentali a cittadini comuni, ad esempio in materia di tutela ambientale, di diritto alla salute, o di diritto del lavoro, ed anche a persone immigrate, come nel caso delle mancate convalide dei trattenimenti amministrativi nei centri di detenzione per i rimpatri (CPR). Una giurisdizione indipendente garantisce il rispetto del principio di uguaglianza a salvaguardia dei diritti dei soggetti più deboli di fronte agli altri poteri dello Stato. Una giurisdizione indipendente è essenziale anche a livello europeo, mentre si attendono importanti decisioni della Corte di giustizia sulla legittimità della esternalizzazione dei rimpatri, della detenzione amministrativa e delle procedure di asilo in paesi terzi ritenuti “sicuri”. Il ruolo della giurisdizione diventa ancora più importante in un momento in cui l’Unione europea sembra dividersi su tutto, per il ricatto di alcuni paesi sovranisti e nazionalisti, ma sembra trovare un accordo, su forte impulso italiano, su politiche di ulteriore sbarramento delle frontiere. Che adesso sarebbero a rischio per arrivi di massa da paesi in guerra, arrivi che probabilmente non si verificheranno, ma che sono allarmi agitati per diffondere paura e conquistare consensi elettorali in favore dei partiti sovranisti che si candidano ad essere gli unici garanti dell’ordine e della sicurezza. La tenuta dello Stato di diritto è strettamente legata al rispetto del diritto internazionale. Chiunque si schieri con chi viola il diritto internazionale, anche quando si ritenga di intervenire per garantire i traffici commerciali, come quelli attualmente bloccati attraverso lo stretto di Hormuz, rischia di cadere in una spirale senza fine di attacchi, e di guerra ibrida, senza alcun rispetto delle Convenzioni internazionali. Solo la fine del ricorso alle armi, per risolvere le controversie internazionali (art.11 Cost.), ed il superamento del fossile come risorsa energetica dominante, con il ritorno ad una politica basata sul multilateralismo e sul ricorso alle fonti energetiche alternative, possono salvare il genere umano. Perché questa guerra globale, che sta devastando intere regioni del globo non lascerà indenne nessuno. In momenti come questi ritorna cruciale il ruolo della magistratura interna, delle corti europee e della giurisdizione internazionale. Senza l’affermazione della giustizia, a tutti i livelli, non ci sono prospettive di pace. Se Trump ha potuto imporre la sua politica economica, ed adesso la guerra vera in tutto il medio-oriente, e la finta pace, attraverso il Board of Peace, affermando un potere personale immune da qualsiasi controllo giurisdizionale, si deve ad una magistratura che negli Stati Uniti, non ha saputo sanzionare l’attacco sovversivo di Capitol Hill e che oggi fatica ad affrontare i dossier sui rapporti tra Epstein e l’attuale padrone della Casa Bianca. La Corte Suprema ha legittimato numerose aberrazioni dello Stato di diritto perpetrate negli Stati Uniti da agenti istituzionali, salvo un recente ripensamento sull’agenzia ICE che, nel contrasto dell’immigrazione, ha operato allo stesso livello delle bande criminali che doveva combattere, anche a costo di uccidere a freddo civili inermi. Vanno salvaguardate, oltre al diritto internazionale, ormai soppiantato dal diritto della forza, quelle giurisdizioni come la Corte internazionale di giustizia e la Corte penale internazionale, che se non fossero state contrastate in tutti i modi, in Italia, ad esempio sul caso Almasri, dai governi di indirizzo populista e nazionalista, avrebbero potuto portare avanti fino ad una condanna i procedimenti contro i principali responsabili dello stato di guerra permanente che oggi oscura il futuro del mondo. Una condanna che, con adeguate sanzioni a livello internazionale, avrebbe potuto costituire un deterrente di fronte alle politiche basate sulle guerre di aggressione. Basti pensare a Putin e Netanyahu, ed ai loro accoliti, che sono i principali artefici, con gli Stati Uniti di Trump, della guerra in Ucraina e del conflitto in Medio-Oriente che, per effetto degli attacchi innescati da Israele, con il sostegno americano, e delle reazioni dell’Iran, sta bloccando, dopo i trasporti via mare, anche i principali impianti estrattivi, con il collasso economico dell’occidente industrializzato. Non basterà invocare l’intervento delle Nazioni Unite, da parte di chi si è schierato dalla parte dei nemici del multilateralismo, per prospettare soluzioni a guerre che sono soltanto la conseguenza delle politiche economiche imposte dalle destre, e dai potentati economici che le sostengono, a livello mondiale. Il conflitto asimmetrico nell’area del Golfo Persico non avvicina la democrazia in Iran, come non è arrivata la democrazia dopo anni di presenza americana in Afghanistan. La soluzione finale su Gaza, rispetto alla quale l’ONU è stato messo in una condizione di impotenza per effetto dei veti incrociati, rischia adesso di diventare la conferma definitiva della fine del diritto internazionale, per la mancanza di una giurisdizione che riesca a sanzionare i crimini di genocidio e di pulizia etnica. La giurisdizione, internazionale ed interna, viene delegittimata quando sarebbe più necessaria che mai. L’aumento irreversibile della disoccupazione, derivante anche dalle modalità proprietarie del ricorso all’intelligenza artificiale, la criminalizzazione di qualsiasi forma di dissenso, lo svuotamento dei diritti di associazione e di partecipazione, la negazione dei diritti sociali, segneranno una stagione di conflitti crescenti tra singoli cittadini, associazioni, corpi collettivi, comunità locali, ed autorità statali. La crisi economica devastante che si profila all’orizzonte, senza un ruolo effettivo dei controlli giurisdizionali, non deve risolversi nell’ennesima guerra tra poveri, a tutto vantaggio dei governi che ne sono i principali responsabili. Ed è adesso che deve intervenire una giurisdizione davvero indipendente dal potere politico, garanzia della certezza del diritto e del riconoscimento effettivo dei diritti fondamentali. In questa direzione, oltre al voto referendario per il No alla riforma costituzionale targata Nordio, sarà necessario l’agire quotidiano di tutte le forze che si stanno riaggregando in difesa dello Stato di diritto e della Costituzione democratica. Oggi sul referendum in materia di giustizia, domani nella prospettiva di un nuovo governo del paese, con un diverso ruolo in Europa e nel mondo. Perché il diritto della forza non prevalga sulla forza del diritto. Fulvio Vassallo Paleologo
March 20, 2026
Pressenza
Alla Federico II il confronto sul referendum della giustizia richiama una folla di studenti
Nell’ateneo napoletano il dibattito tra le ragioni del Sì e del No con Giuseppe Conte e Gennaro Sangiuliano. Ma il dato più forte della giornata è stata la partecipazione dei giovani, oltre le previsioni. Le scale della Federico II si sono riempite presto, molto prima dell’orario previsto. Nell’atrio sostavano gruppi di ragazzi, nei corridoi cresceva l’attesa, davanti alla sala Pessina diventava sempre più difficile avvicinarsi. Prima ancora che il confronto sul referendum sulla giustizia cominciasse, la scena diceva già molto della giornata. L’iniziativa, promossa dagli studenti del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, ha raccolto una partecipazione così ampia da rendere necessario allestire un’aula aggiuntiva e una diretta streaming. La scelta della sala Pessina rispondeva anche al valore rappresentativo del luogo all’interno dell’ateneo, ma l’affluenza ha superato le previsioni, mostrando fin da subito quanto forte fosse l’interesse attorno all’incontro. Proprio nell’aula aggiuntiva predisposta per i giovani rimasti fuori dalla sala principale, Giuseppe Conte e Gennaro Sangiuliano hanno fatto una prima sosta prima dell’avvio del dibattito, salutando gli studenti che non erano riusciti a entrare nella sala Pessina. È stato lì che il clima si è alleggerito per un momento in uno scambio legato al loro passato universitario comune: Sangiuliano ha ricordato di avere sostenuto un esame con Conte docente, e il leader del Movimento 5 Stelle gli ha risposto con una battuta sorridente, prima che il confronto entrasse nel vivo. Il dibattito ha riunito voci istituzionali, tecniche e politiche. A intervenire sono stati il rettore Matteo Lorito, la direttrice del Dipartimento Carla Masi Doria, la presidente dell’Associazione Studenti Giurisprudenza Diomira Molinini, il professor avvocato Vincenzo Maiello per il Sì, il consigliere Francesco Cananzi per il No, Gennaro Sangiuliano e Giuseppe Conte, con la moderazione dell’avvocato Aldo Saggese. L’atmosfera è rimasta intensa per tutta la durata dell’incontro. L’arrivo di Conte è stato accolto da applausi, cori e richieste di selfie, all’interno di un clima già molto partecipato. Tra le scale dell’ateneo si è sentito anche un “Bravo presidente”. Fra i segni più immediati della giornata c’era anche un cartellone dedicato al voto degli studenti fuori sede, unico visibile durante l’incontro. In un’università piena di giovani, quel richiamo aggiungeva un ulteriore livello di lettura al dibattito: mentre dentro si discutevano le ragioni del Sì e del No, tra gli studenti emergeva anche una richiesta concreta di partecipazione, quella di poter esercitare davvero il diritto di voto anche studiando lontano dalla propria residenza. Nel merito del referendum, Giuseppe Conte ha sostenuto con nettezza le ragioni del No. Secondo il leader del Movimento 5 Stelle, la riforma non risponde a un bisogno dei cittadini, ma rischia di incidere sull’equilibrio tra politica e magistratura. Conte ha insistito sul fatto che la legge debba restare uguale per tutti, politici compresi, e ha contestato in particolare l’impianto della riforma sulla separazione delle carriere, sostenendo che essa sia già in gran parte nei fatti, anche alla luce dei limiti già esistenti nel passaggio da una funzione all’altra. Da qui la sua contrarietà a una modifica costituzionale di questa portata, letta come un possibile primo passo verso un ridimensionamento dell’autonomia della magistratura. Di segno opposto la posizione espressa da Gennaro Sangiuliano, che ha illustrato le ragioni del Sì insistendo sulla necessità di leggere il referendum nel merito e non come uno scontro tra schieramenti. L’ex ministro ha richiamato il principio della terzietà del giudice e la necessità che la magistratura sia credibile nel suo operare. A suo giudizio, nella riforma non vi sarebbe alcun elemento che lasci immaginare una subordinazione del giudice alla politica. Sangiuliano ha inoltre indicato nel sorteggio uno strumento di garanzia democratica, utile a sottrarre il Consiglio superiore della magistratura al peso delle correnti e a correggere quelle distorsioni che, secondo la sua lettura, hanno finito negli anni per compromettere la fiducia nel sistema. Il confronto ha così messo di fronte due letture diverse della stessa riforma: da una parte la preoccupazione che essa possa alterare un equilibrio delicato tra i poteri dello Stato, dall’altra la convinzione che possa rafforzare la terzietà del giudice e correggere criticità interne alla magistratura. Per gli studenti presenti, e più in generale per chi è chiamato a votare, l’incontro ha rappresentato la possibilità di ascoltare dal vivo argomenti contrapposti su una materia tutt’altro che semplice. Ed è forse proprio qui che la forte partecipazione registrata alla Federico II acquista un significato ancora più ampio. Il dato assume un valore particolare se si considera il contesto: quello di un ateneo in cui si studia Giurisprudenza e dove molti studenti hanno già strumenti per avvicinarsi a questi temi. Eppure il bisogno di ascoltare, confrontarsi e capire è apparso ugualmente molto forte. È un segnale che aiuta a misurare la complessità del referendum, e a comprendere quanto la scelta possa risultare difficile per molti cittadini al di fuori degli ambiti più preparati. Accanto alle posizioni espresse sul Sì e sul No, è rimasto quindi evidente anche un altro elemento. Le parole del rettore Matteo Lorito, che ha ricordato come l’iniziativa fosse stata voluta dagli studenti e come la partecipazione avesse superato le attese, hanno dato voce a un fatto visibile per tutta la durata dell’incontro: la presenza dei giovani. Al di là delle opposte ragioni sostenute dai relatori, alla Federico II si è vista una partecipazione studentesca forte, concreta e attenta. Ed è forse questa l’immagine che più resta della giornata. Lucia Montanaro
March 19, 2026
Pressenza
Votare No
Riceviamo e pubblichiamo dalla ex-parlamentare e presidente della LOC Giancarla Codrignani Come dice Dacia Maraini, “Vedo una voglia di punire le toghe e limitare la loro libertà”. Le toghe disturbano il governo perché sono troppi i parlamentari inquisiti e, come succede solo in Italia, troppi i Comuni sciolti da un magistrato per infiltrazione mafiosa (dal 1991al 2024 sono stati 268). La libertà del magistrato si chiama autonomia: significa che dipende solo dalla Costituzione. Falcone e Borsellino non la mandavano a dire ai governi: facevano il loro mestiere “nonostante” i governi non avessero contrastato abbastanza la criminalità organizzata. E così governanti, Parlamenti e ciascun singolo cittadino hanno bisogno del buon funzionamento della giustizia e di giudici o di inquirenti “a prescindere”. Quindi, serve la separazione delle carriere? No, in primo luogo perché la riforma Carabia consente, per “una sola volta”, il passaggio dalla magistratura inquirente alla giudicante. In secondo luogo la separazione delle carriere è questione di scuole di pensiero accettate indifferentemente da giuristi affidabili di destra o di sinistra senza grandi differenze per un profano. Quello che oggi spinge l’accademia a cedere il passo alla coscienza politica è il contesto. L’Italia non aveva mai avuto la destra reazionaria al governo (fino al 2019 il Msi aveva poco più del 4%), per giunta un governo maggioritario la cui premier mostra di voler comandare più che governare. Chiara la sua ignoranza dell’indipendenza costituzionale della magistratura, se non perde occasione di criticare, offendere e dileggiare i magistrati abusando del suo potere. Se in questo Parlamento ci sono 34 parlamentari condannati o imputati e indagati, ma indiscutibilmente eletti (10 leghisti, 8 FdI, 6 Forza Italia, 4 Pd, 3 Italia Viva, 2 Moderati, 1 M5S), risulta evidente che il governo teme la magistratura, di cui ha bisogno. Proprio l’aggressività con cui esprime la sua volontà nel voto referendario dimostra l’ansia per il referendum e per i provvedimenti che verranno subito dopo. E’ già pronta una riforma che sottrarrà la Polizia giudiziaria al magistrato inquirente (l’art. 327 Cpp garantisce che “il pubblico ministero dirige le indagini e dispone direttamente della Polizia giudiziaria”) ripristinando il codice Rocco. Altra tappa – prevista a breve, prima della fine legislatura – la riforma del premierato e l’ombra dell’influenza nella nomina del futuro Capo dello Stato. Prospettive che non rassicurano la stabilità dei valori democratici, lo stato di diritto, il bilanciamento delle garanzie, l’uguaglianza del cittadino davanti alla legge (i condannati per la strage della stazione di Bologna sono dei tuoi). Poi, cara Meloni, sarai brava a far teatro, ma non ti si può assolvere dell’aver mentito troppo. Redazione Italia
March 16, 2026
Pressenza
Non stuprate la democrazia
“Ahi serva Italia, di dolore ostello/ nave sanza nocchiere in gran tempesta/ non donna di provincie, ma bordello!”: assistiamo sbigottiti allo sbando di un Paese che ha smarrito soprattutto il senso della realtà, anteponendo alla propria dignitosa esistenza l’ammirazione smodata per i metodi truci degli autoproclamati padroni del mondo, attutita però dalla strategica necessità di barcamenarsi sullo scenario europeo o in quel che ne è rimasto (“Né condivido, né condanno”). Il mondo esplode senza che nessuno di noi abbia voce in capitolo, né il benché minimo interesse affinché ciò accada. Al contrario, lavoriamo incessantemente per la pace, ne difendiamo i valori fondativi, ne esaltiamo i percorsi e la storia. Pochi decidono – possono decidere – grazie al silenzio-assenso di tutti gli altri. 165 bambine in Iran sono state massacrate in un colpo solo nel primo giorno di una guerra che si annunciava come lampo, mentre sono oggi già 2 settimane che è iniziata, con il suo carico di vittime, in primo luogo civili. Quelle bambine escluse in un attimo dalla vita hanno avuto sui nostri quotidiani uno spazio minimo; più importante parlare del prezzo del petrolio o della famiglia nel bosco; ma Sal da Vinci vota no? Noi dei Comitati per il ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti abbiamo aderito con convinzione al No sociale, che evidenzia nessi e intersezioni che al voto del 22 e 23 marzo non possono sfuggire. L’autoritarismo che domina il mondo ha tante facce – sia sotto forma di tecnocrazie che di uomini soli al comando, in grado di scardinare i meccanismi anche più esteriori delle democrazie, sia infine nella conseguente esclusione dei popoli non solo da ogni forma di decisione, ma persino di informazione; che si concretizzano appieno, nel nostro Paese, nelle 3 gambe del progetto autoritario e securitario del governo Meloni – riforma della magistratura, autonomia differenziata, premierato, nonché i loro corollari, come i decreti sicurezza – e che per questo devono essere ostacolati e combattuti. Il movimento cui abbiamo dato vita 7 anni fa ha partecipato attivamente alla campagna di sensibilizzazione contro la de-forma della magistratura. Quello che è in gioco è, infatti, il bilanciamento dei poteri e il primato della legge, formale e sostanziale, sull’arbitrio del potere. La nostra lotta per affermare la centralità dell’uguaglianza sostanziale non può che intercettare quella per l’uguaglianza formale. Ma c’è di più; abbiamo da sempre sottolineato come – dietro la Riforma del Titolo V e dietro il tentativo di concretizzare quanto previsto dal c. 3 dell’art. 116, ovvero l’autonomia differenziata – si nascondesse un intento ancor più eversivo: una sostanziale riforma istituzionale, caratterizzata dall’alleggerimento – se non dall’annullamento – della centralità del ruolo del Parlamento e della cornice della legge nazionale, per spostare la potestà legislativa esclusiva su altri soggetti – i presidenti delle Regioni (i sedicenti “governatori” e i loro assoggettati Consigli); oggi anche i sindaci, considerata la riforma dell’art. 114, voluta fortemente da Gualtieri – determinando, di fatto, 20 e più repubblichette, ciascuna con le proprie norme e con diritti garantiti non più sulla base del principio di uguaglianza, ma sulla base del certificato di residenza; dando vita a profili di cittadinanza – e dunque a diritti – rispondenti alle possibilità economiche della regione nella quale si risiede. Fine di fatto della Repubblica “una e indivisibile”, come prescrive inequivocabilmente l’art. 5 della Carta. La riforma della magistratura proposta dal governo Meloni scardina, come già evidenziato, il bilanciamento dei poteri, ormai continuamente violato dalla prevaricazione che il Governo esercita sul Parlamento. L’ordine giudiziario deve essere autonomo e indipendente dagli altri poteri dello Stato, come sancito dalla Costituzione del ’48, che per l’ennesima volta si vuole violare. Tale indipendenza è essenziale per pervenire ad una giustizia imparziale, in grado di verificare e assicurare che a tutti/e siano garantiti i diritti, anche contro decisioni del potere sia esso esecutivo sia esso legislativo. Bisogna votare NO per scongiurare che queste condizioni vengano meno. In più: cosa accadrebbe se la controriforma della giustizia si associasse all’autonomia differenziata e al premierato (o comunque ad una modifica sensibile della già opinabilissima legge elettorale), come da programma del governo di destra? I principi della prima parte della Costituzione (uguaglianza, solidarietà, autonomia) dissolti; il bilanciamento dei poteri annullato; la preminenza assoluta dell’esecutivo garantita. Il nostro Paese muterebbe completamente (e purtroppo catastroficamente in peggio) la propria identità istituzionale; la sovranità popolare – affermata nell’art. 1 della Carta – verrebbe definitivamente compromessa; la dimensione repubblicana e democratica verrebbe svilita. Il nostro sistema già da tempo sta voltando le spalle alla Costituzione come base della convivenza civile; una vittoria dei sì al referendum sarebbe un passo definitivo in questa direzione. Per questo siamo in piazza il 14 marzo insieme al NO Sociale, così come alla chiusura della campagna elettorale il 18 marzo, con il comitato della Società civile per il NO. Il nostro è un no contro la riforma, ma è anche un no alla guerra, che ripudiamo; un no al suo carico di morte e alla disumanizzazione; alle conseguenze che paghiamo noi, lavoratori e lavoratrici e tutte le fasce più deboli della società, per sostenere il profitto di pochi; un no a un’economia guidata dall’industria bellica, che decapita da qui a chissà quando qualsiasi tentativo di investire in sanità ed istruzione, privandoci di diritti universali, ridotti a un valore prestazionale che li mortifica e li conduce irreversibilmente sotto l’egemonia del privato. Mentre noi vogliamo – qui ed ora – giustizia sociale e dignità del lavoro. Il 22 e 23 marzo siamo chiamati a un voto che guarda alla Repubblica – questa parola sostituita intenzionalmente da chi ci governa secondo gli pseudo-valori della Patria – e al suo funzionamento per garantire l’interesse generale, l’uguaglianza, la democrazia. Una vittoria del no darebbe voce alla dignità di un popolo che rifiuta questo ennesimo tentativo di manomissione della Carta e forza a chi rifiuta la logica autoritaria di un governo impreparato e arrogante, che ci priva quotidianamente di spazi di democrazia e partecipazione, conducendoci nel baratro della deviazione dai principi fondativi del nostro vivere civile. * Comitati per il ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti Redazione Italia
March 15, 2026
Pressenza
Chi ha scritto la riforma della Costituzione?
La domanda sorge spontanea dopo un’analisi del testo della legge di revisione costituzionale presentata da Carlo Nordio e Giorgia Meloni, perché non sono pochi gli errori e le contraddizioni che contiene. Vediamo qualche esempio. 1.Molti sostengono che il punto principale della riforma sia la “separazione delle carriere” dei giudici e dei pubblici ministeri. Ma nel testo sottoposto a referendum la “separazione” non viene nominata. Nel nuovo articolo 102 si parla di “distinte carriere”, ma già nella vigente Costituzione sta scritto nell’art. 107 che “i magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni”. Nella lingua italiana gli aggettivi “distinto” e “separato” hanno significati diversi. Ovviamente possiamo distinguere tra un giudice e un pubblico ministero, ma non è detto che debbano essere separati. La vera differenza semmai è tra “funzioni” e “carriere”. La funzione richiama l’adempimento di un servizio o di un dovere collettivo, mentre la carriera fa pensare ad un percorso professionale individuale. 2.Nel nuovo articolo 105, ad un certo punto si dice: “il Parlamento in seduta comune, entro sei mesi dall’insediamento…”. Ma il Parlamento in seduta comune si riunisce, non si insedia. Sono la Camera e il Senato che si insediano subito dopo le elezioni. Quando ci si pone l’obiettivo di modificare una Costituzione bisognerebbe avere l’umiltà di correggere le bozze prima di pubblicarle, magari facendole leggere a qualcuno che ne capisce. 3.Se venisse approvata la revisione costituzionale i provvedimenti disciplinari verrebbero sottratti al Consiglio Superiore della Magistratura e attribuiti alla competenza della neonata Alta Corte disciplinare. Ma resterebbe vigente l’art. 107 che stabilisce: “I magistrati sono inamovibili. Non possono essere dispensati o sospesi dal servizio né destinati ad altre sedi o funzioni se non in seguito a decisione di ciascun Consiglio Superiore della Magistratura”. Ne consegue che l’Alta Corte disciplinare non potrà prendere alcuni provvedimenti senza il consenso del Consiglio Superiore dei giudici o dei pubblici ministeri. A maggior ragione perché assegnazioni e trasferimenti, in base all’art. 105, restano di competenza “di ciascun Consiglio Superiore della Magistratura”. 4.Un magistrato che sarà oggetto di una sanzione disciplinare da parte dell’Alta Corte disciplinare, stando alla nuova versione dell’art. 105, potrà fare ricorso “soltanto dinanzi alla stessa Alta Corte”. Ma questa procedura è in contrasto con l’art. 111 che recita: “Contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale, pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso ricorso in Cassazione”. L’inserimento in Costituzione di questa palese contraddizione avrebbe come conseguenza l’apertura di numerosi contenziosi, che dovrebbero essere affrontati in sede di Corte Costituzionale. A fronte di tali incongruenze, sarebbe utile e opportuno che tutti gli elettori bocciassero questa riforma deforme, indipendentemente dal fatto che si condivida o no la sostanza dei contenuti. Perché nel testo di una Costituzione la coerenza logica delle affermazioni è un requisito indispensabile. Volendo provare a dare una risposta alla domanda iniziale sull’autore della riforma della Costituzione, si profila un sospetto: che sia stato sorteggiato? Rocco Artifoni
March 15, 2026
Pressenza
La dichiarazione di voto dei Cobas
Il 22-23 marzo andremo a Votare NO al “referendum Giustizia”. Lo faremo convinti in quanto, della sbandierata “riforma della giustizia, intesa come rispondenza all’esigenza che la legge sia uguale per tutti”, al governo Meloni non gliene frega niente, anzi gli va bene il marasma per continuare a garantire l’impunità dei potentati pubblici e privati, avendoli già favoriti con l’abolizione del reato di ” abuso di ufficio” e limitando i procedimenti  per “corruzione-concussione”, tipiche malversazioni che dominano il panorama degli appalti-opere pubbliche da “prima-durante-dopo Tangentopoli”. Con la scusa della “separazione delle carriere, dei 2 CSM, del sorteggio, “che poco hanno a che fare con la “Giustizia”, il governo Meloni intende stravolgere la Costituzione per avere sempre più pieni poteri per governare, vedi modello dispotico-guerrafondaio Trumpiano di cui è sostenitore. Ci aveva già provato Berlusconi per sfuggire a tutti i suoi guai pubblici e privati. Il modello era già previsto dal 1976 nel ” Piano di rinascita democratica” del golpista Licio Gelli, capo della P2, condannato come finanziatore della Strage di Bologna del 1980. La “democrazia” scaturita dalla vittoria sul nazifascismo, di cui quest’anno si celebrano gli 80 anni con la nascita della Repubblica Italiana, i cui principi sono inscritti nella Costituzione antifascista, si basa sulla tripartizione-equilibrio dei  poteri: 1°: quello del Parlamento per le Leggi; 2°: quello del Governo per  l’ Esecutivo ; 3°: quello della  Magistratura per la Giustizia; con l’aggiunta di fatto del “4° potere: i media”, ovvero la libertà di criticare i “poteri” costituiti: potere dei media oggi concentrato in mani private-padronalgovernative, che impongono sempre più  il bavaglio al diritto di critica e all’insieme delle libertà universali. La destra ha sempre maldigerito “Democrazia e Costituzione”, brigando per concentrare tutti i poteri in capo al governo: figuriamoci se potrà mai accettare la “democrazia partecipata” a cui aspiriamo, fatta di autogestione e cooperazione sociale dal basso. La posta in gioco non è la “Giustizia”, che, fin quando non prevarrà nel Paese la “giustizia sociale”, riempie le carceri di disgraziati e di chi dissente e confligge con le “leggi liberticide”! Se vincesse il SI al referendum, tutti gli arzigogoli previsti servirebbero per accentuare il controllo corporativo sui magistrati, sottomettendo la Magistratura al Governo. Con 2 e piu’ CSM, con il “divide et impera”, finisce l’unicità del potere di “autogoverno della Magistratura” sancito dalla Costituzione, voluto dai costituenti memori della dittatura e della magistratura asservita al fascismo. A seguire, il governo Meloni ha messo già in calendario “il Premierato”. Altro sconquasso della Costituzione, con il quale “il premier, con il voto diretto degli elettori, diventa il Capo”, accorpando in sé tutti i poteri, escludendo da ultimo il potere di controllo esercitato dal Presidente della Repubblica, che finisce per diventare una figurina sbiadita. Tutti i poteri concentrati nell’esecutivo = stop alla democrazia, governo di polizia, oppressione :tutti sudditi, carcere per chi protesta È l’autocrazia “modello Ungheria”, stile parafascista! A questo ci porta il governo Meloni: un disegno reazionario che abbiamo l’occasione di stroncare sul nascere, andando a votare e votando no al “referendum giustizia del 22-23 marzo” Cobas Lavoro Privato           Redazione Italia
March 14, 2026
Pressenza
Votare NO per liberarsi della destra liberticida
Può sembrare un paradosso ma devo ringraziare la Bartolozzi, ex deputata di Forza Italia ed ora Capo di Gabinetto del ministero della giustizia, per le sue dichiarazioni sul prossimo referendum sulla giustizia, che mi hanno ulteriormente chiarito lo stato delle cose, che stanno esattamente come lei ha detto. È vero! Lo scopo della destra nel proporre la riforma della magistratura non è soltanto quello di “controllarla” piegandola ai propri scopi, come io e molti pensavamo, ma più esattamente, e in ultima analisi, quello di “liberarsene”.  Cosa significa? Al fondo delle questioni sta con ogni probabilità la preoccupazione che anche una magistratura “riformata” (e controllata) non sarà mai del tutto malleabile e disponibile ad assecondare il modello sociale che la destra di governo si propone e che sta pazientemente mettendo in atto, giorno dopo giorno. Un modello sociale da un lato sostanzialmente securitario e giustizialista verso gli oppositori e i movimenti soci, con il fine malcelato di realizzare un vero e proprio “Stato di polizia”, accompagnato, per altro verso, dalla impunità generalizzata per una classe dirigente dalle “mani libere” e non sottoposta ad alcun controllo di legalità, e pertanto (e per l’appunto) “liberata dalla magistratura”.  Le misure di controllo sociale sono state poste dal governo, in maniera particolarmente intensa in questi ultimi mesi, con una sequela ininterrotta di decreti sicurezza, che come nella logica di tutte le misure di tipo repressivo, sono state anticipate e accompagnate da campagne tendenti a creare allarme sociale per giustificare lo stato di eccezione e l’intervento legislativo d’emergenza.  Queste politiche di tipo autoritario e repressivo, in effetti, tendono a marginalizzare il ruolo e i compiti della magistratura. Rispetto all’opposizione di piazza diventa centrale soprattutto il controllo della polizia. Per quanto riguarda invece tutte le altre forme di dissenso politico e sociale la tendenza è quella di intervenire allo scopo di criminalizzarle, soprattutto attraverso provvedimenti amministrativi piuttosto che tramite iniziative giudiziarie, che sono molto più condizionate dal rispetto delle procedure e fortemente soggette ai limiti imposti dai controlli di legalità.  Dal lato invece della classe dirigente, l’impunità e l’arroganza dei governanti, malgrado abbia alle spalle una lunga storia di misfatti, ha raggiunto limiti impensabili solo fino a pochi anni fa: una condannata in via definitiva come la Montaruli che fa “bau, bau”, prendendosi gioco di chi osava contestarla; un ministro come la Santanché che si vanta di portare “i tacchi a spillo” come risposta sprezzante a chi ne chiedeva le dimissioni in quanto imputata in vari processi per falso in bilancio, truffa e bancarotta.  Come si può vedere si tratta di atteggiamenti che possono essere compresi solo in un’ottica di assoluta impotenza della legge e di uguale impotenza da parte chi per dovere istituzionale è preposto a sanzionare chi non la rispetta. In conclusione ciò che dovrebbe apparire chiaro è il fatto che il quesito referendario sul quale siamo chiamati ad esprimerci, mettendo in gioco l’autonomia della magistratura, in realtà sta celando una intenzione ancora più grave, e per così dire “definitiva”: ridimensionare il ruolo del Diritto come riferimento fondante dell’ordine sociale e con esso la stessa centralità dello Stato di diritto. Solo la vittoria del NO può salvarci da questo possibile disastro.  Lo dico (per finire) anche pensando a quegli esponenti di sinistra che si ostinano a dare una interpretazione garantista alla separazione delle carriere, ricordando casi e figure come quelle di Tortora e di Sciascia. Lo sappiamo tutti benissimo che la sinistra (tutta la sinistra, da quella riformista a quelle rivoluzionaria) è sempre stata colpevolmente giustizialista, ma la soluzione non può essere sostenere una riforma che è essa pure fortemente giustizialista nei suoi contenuti, e che ancora di più lo diverrebbe nell’interpretazione radicalmente illiberale delle destre al governo, forti di una eventuale (e malaugurato) prevalere del SI..  La vittoria del NO è assolutamente necessaria. Antonio Minaldi
March 11, 2026
Pressenza
Votiamo No allo Stato di Polizia che si annuncia per dire No anche alla Legge Truffa elettorale
Ho già scritto in un precedente articolo di come la posta in gioco del prossimo referendum costituzionale vada molto oltre il quesito proposto, come si può facilmente evincere dalle dichiarazioni dei politici della maggioranza che immaginano uno Stato, grazie anche ad una magistratura controllata, forte e repressivo con i deboli e accondiscendente con i forti (Stato di Polizia? No, grazie). Ora a conferma dei miei sospetti giunge la notizia della proposta da parte della coalizione di governo di una legge elettorale che rappresenta una vera e propria truffa. A parte la conferma delle liste bloccate, che come sappiamo sono il modo in cui i partiti espropriano gli elettori del loro diritto di scegliere gli eletti, la nuova norma propone un sistema senza collegi uninominali e di stampo falsamente proporzionale, in quanto corretto da spropositati premi di maggioranza (denominati “premio di governabilità”) che prevedono “il regalo” di ben 70 seggi alla Camera dei deputati e 35 al Senato per la coalizione vincente che abbia superato il 40% dei consensi.  Ma cosa c’entra questa proposta col prossimo referendum costituzionale? Intanto va sottolineato come (almeno a mio avviso) l’esito del referendum potrebbe influenzare in maniera decisiva le prossime elezioni politiche del 2027. Se dovesse vincere il SI temo che si spalancherebbero le porte verso un vero e proprio Stato di Polizia. Se invece dovesse vincere il NO non escluderei un qualche ripensamento da parte dell’attuale maggioranza sulla proposta della nuova legge elettorale. Ma la cosa che più conta è che sia la riforma della magistratura, sia il sistema elettorale che viene ipotizzato, hanno in comune il fatto di essere un attacco ai contenuti espressi dalla nostra Carta costituzionale. Ovviamente sappiamo tutti benissimo che la nostra Carta non si pronuncia rispetto alla legge elettorale, ma resta mia ferma convinzione che il dettato costituzionale e l’insieme dei suoi valori non sono in grado di esprimere tutto il loro potenziale democratico se non vengono associati ad un sistema elettorale caratterizzato da un proporzionale puro. D’altra parte, se si consultano i verbali delle sedute delle sottocommissioni e delle assemblee plenarie della Costituente si scopre che la questione del sistema elettorale fu in realtà discussa in modo abbastanza significativo. Diversi Padri costituenti, di diverse appartenenze politiche, proposero di includere nella Carta il sistema proporzionale. Tra di loro vi era l’esponente del PCI De Vita, e poi lo stesso Togliatti che decise di rinviare la decisione alla II sottocommissione (diritti sociali), dove non trovò alcun tipo di opposizione. Poi però incredibilmente la proposta non arrivò mai all’assemblea plenaria per la definitiva approvazione.  Cosa sia successo non lo sapremo mai con precisione. Io resto però convinto che, per una sorta di paradosso, la questione non fu attenzionata come meritava, perché veniva data da tutti per scontata, ivi compresi gli esponenti più conservatori come per esempio i monarchici. (D’altra parte col sistema proporzionale puro era stata eletta la stessa Assemblea Costituente). Insomma una sorta di banalità!  Se davvero così andarono le cose fu commesso un grave errore per eccesso di fiducia sul futuro, motivato dall’euforia della vittoria nella lotta di liberazione. Un errore che sarebbe stato pagato già nel 1953 con l’approvazione della legge Scelba, la cosiddetta “legge truffa”, poi abrogata, e che non a caso somigliava molto (premio di maggioranza) all’attuale proposta-truffa della destra oggi al potere. Per non dire della sequela di leggi elettorali, tutte fortemente antiproporzionali e sostanzialmente antidemocratiche, che si sono succedute dalla nascita della seconda Repubblica ad oggi (Mattarellum, Porcellum, Italicum, Rosatellum) fino all’attuale proposta (Stabilicum).  Si trattò in fondo dello stesso ottimismo che portò all’approvazione dell’Art. 138, che di fatto permette a qualsiasi maggioranza parlamentare di cambiare la Costituzione, con la sola possibilità di essere fermata dal referendum, voluto dai Costituenti, come solo antidoto, nella convinzione che “il popolo non si poteva sbagliare”.  Vediamo di non tradire la loro fiducia VOTANDO NO per respingere la riforma della magistratura e tutte le storture che potrebbero venirne al seguito, compresa la nuova proposta di legge elettorale.  Antonio Minaldi
March 6, 2026
Pressenza
Il deserto dei diritti umani: dagli accordi di Abramo al Board of Peace di Trump
1. Non sappiamo quanto tempo potrà durare la guerra scatenata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran, di certo non sarà una guerra lampo come sperava Trump. Con la fine degli attacchi aerei, quando si passerà ai combattimenti sul terreno, non solo in territorio siriano, ma in Libano ed in altri paesi confinanti, al di là della possibile strumentalizzazione delle faide interne, e dell’ennesimo tranello teso dagli Stati Uniti ai kurdi, gli scontri in territorio iraniano avranno una durata indeterminata e potrebbero estendersi ai paesi confinanti. La “liberazione ” dello Stretto di Hormuz rimane ancora lontana. Il conflitto contro l’Iran, una guerra di aggressione che sta coinvolgendo già dieci paesi, non potrà concludersi senza l’intervento diretto in campo delle forze armate israeliane e statunitensi, con il supporto logistico dei paesi del Golfo, sempre più legati alla necropolitica di Netanyahu e dei suoi sodali. I rapporti di forza nell’area del Mediterraneo allargato e in Medio Oriente sono in continuo mutamento, come il sistema di alleanze che dagli Accordi di Abramo fino al Board of Peace di Trump ha visto i sunniti allearsi con Netanyahu e Trump contro gli sciiti, in Palestina, nello Yemen, ed adesso in Iran. Ma dopo la probabile sconfitta sul terreno dell’Iran, in un tempo che oggi nessuno può prevedere, rimane forte il rischio di una serie di attacchi terroristici verso i paesi che si sono allineati dietro i progetti espansionistici di Israele, se non sul piano militare, con il supporto politico ed economico. Altre due conseguenze appaiono altamente probabili, indipendentemente da come si concluda il regolamento di conti di Netanyahu con il regime iraniano. I traffici commerciali con tutti i paesi coinvolti nel conflitto saranno rallentati, al di là della fine del blocco dello stretto di Hormuz, e diventeranno molto più onerosi, per economie occidentali già prossime alla crisi per effetto della guerra in Ucraina e della politica dei dazi di Trump. Mentre potrebbero aprirsi nuove vie di fuga per i migranti forzati, cacciati dai conflitti, che tenteranno di raggiungere l’Europa sulla rotta balcanica, ma anche attraverso la Libia e la Tunisia. Questa maggiore pressione migratoria, in un momento in cui l’Unione europea tende ad esternalizzare le proprie frontiere, cancellando di fatto il diritto di asilo, si tradurrà in accordi con paesi di transito extra UE, e in operazioni sistematiche di respingimento collettivo, con forme diverse di detenzione arbitraria nei paesi terzi “sicuri”, o con deportazioni attraverso i cosiddetti “hub di rimpatrio” ubicati in questi paesi. Si verificherà così il completamento della militarizzazione delle frontiere europee, con il ricorso ad un imponente complesso militare ed informatico, per intercettare in mare o alle frontiere terrestri dei Balcani, oltre agli iracheni, gli afghani, i siriani, costretti alla fuga da anni, i nuovi migranti forzati provenienti dall’Iran e dal Libano. Sul piano interno il rischio terrorismo, che potrà essere facilmente strumentalizzato anche attraverso falsi allarmi, porterà all’abbattimento delle garanzie dello Stato democratico, con la legislazione dell’emergenza, pacchetti sicurezza dopo pacchetti sicurezza, e con la criminalizzazione del dissenso. Il recente Decreto legge 23/2026 in materia di sicurezza, appena entrato in vigore, costituisce un punto di svolta di non facile applicazione, ma che non si potrà superare nel breve periodo, ed apre ad una serie di duri scontri in Parlamento, nei territori e nelle sedi giudiziarie. Preoccupa anche il recente provvedimento in corso di approvazione (Disegno di legge “Romeo”) che permette di equiparare la critica ad Israele all’antisemitismo. Con lo stato di guerra permanente tutte le libertà democratiche sono a rischio. 2. Dobbiamo essere consapevoli di una nuova fase storica. Alla fine dell’equilibrio internazionale, sia pure imperfetto, basato sul multilateralismo e sulle Nazioni Unite, corrisponderà in tutti i paesi caratterizzati da governi di destra, dall’Ungheria di Orban all’Italia di Giorgia Meloni, il superamento del bilanciamento dei poteri dello Stato sancito dalle Costituzioni democratiche. Un processo già in corso da anni, che lo stato di guerra permanente su scala globale potrà accelerare con sviluppi imprevedibili. All’abbattimento della giustizia internazionale legata ad organismi delle Nazioni Unite (Corte internazionale di Giustizia, Corte Penale internazionale) corrisponderà la riduzione dell’autonomia della giurisdizione nazionale, quando i controlli di legittimità operati dai giudici sulla base di principi costituzionali potrebbero interferire con atti di rilievo politico, come si sta verificando in modo eclatante negli Stati Uniti di Donald Trump, ed in modo diverso in Gran Bretagna. La caduta delle economie occidentali, conseguenza del nuovo conflitto mondiale, che ormai va dal Libano ai paesi del Golfo, passando per l’annessione israeliana di Gaza e della Cisgiordania, corrisponderà ad un impoverimento della popolazione, con un aumento ovunque dei divari sociali, della conflittualità interna, con l’abbattimento delle garanzie del welfare (lavoro, sanità, abitazione, istruzione). Chi governerà in Europa e rimarrà legato agli interessi della grande finanza internazionale, delle compagnie tecnologiche e dei fabbricanti di armi, non potrà fornire soluzioni democratiche su queste materie, e ricorrerà, come si sta già verificando in Italia, a misure repressive, con l’inasprimento delle pene e la moltiplicazione dei reati. L’Unione europea appare sempre più divisa, e la posizione illuminata del premier spagnolo Sanchez sembra destinata a restare isolata, mentre l’internazionale nera alimenta ovunque flussi elettorali che potrebbero portare al governo partiti di estrema destra. Di fronte alle minacce di embargo di Trump, si vedrà chi in Europa sta dalla parte giusta della storia. In Italia, per la progressiva transizione verso lo Stato di polizia e la “democrazia autoritaria”, si interverrà sulle regole del voto e sull’ordinamento della magistratura, che adesso, dopo la modifica della Costituzione, sarà modificabile anche con leggi ordinarie, dunque con il voto della sola maggioranza, come è previsto dalla riforma della giustizia sulla quale saremo chiamati a votare con un referendum i prossimi 22 e 23 marzo. Mentre si profila all’orizzonte una ennesima riforma del sistema elettorale che appare strettamente legata alla modifica degli organi di governo della magistratura, ed alla prospettiva della Repubblica presidenziale. Si verificherà così, in contemporanea, uno svuotamento degli articoli 10 e 11 della Costituzione che sanciscono il ripudio della guerra e vietano la partecipazione ad organismi internazionali (come il Board of Peace) con limitazioni di sovranità non “in condizioni di parità“, e un corrispondente stravolgimento degli articoli della Costituzione sottoposti al referendum sulla Giustizia, in particolare gli articoli 102 Cost., che vieta giurisdizioni speciali come la nuova Corte di disciplina, 104 Cost., secondo cui la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, con un organo di autogoverno come il CSM, 107 Cost. che afferma il principio della inamovibilità dei magistrati, e 110 Cost. che delimita i poteri del ministro della giustizia relativamente all’organizzazione e al funzionamento dei servizi giudiziari. 3. Come cittadini assistiamo impotenti al deflagrare dei conflitti nel mondo ed al moltiplicarsi di vittime innocenti, potendo sostenere soltanto azioni a carattere umanitario, laddove anche queste non vengano impedite con la forza, come si sta facendo nella Striscia di Gaza. Possiamo però renderci artefici direttamente di una controinformazione che riesca a smascherare gli imbrogli su cui si basa la propaganda di governo, e sviluppare tutte le possibili forme di aggregazione solidale, in un momento in cui la crisi travolgerà le componenti più deboli della popolazione. Dovremo anche impegnarci, nei limiti delle forze che ci ritroviamo accanto nel corpo sociale, per una partecipazione alla scadenza referendaria che blocchi il processo di degenerazione dello Stato democratico, un processo in corso con gli attacchi ricorrenti allo Stato di diritto (Rule of law) e con lo svuotamento del ruolo delle assemblee elettive, attacchi che potranno proseguire nella ulteriore fase della riforma della giustizia, che si dovrà completare attraverso leggi ordinarie votate a maggioranza, che potranno abbattere il principio di separazione dei poteri e dunque il fondamento della Costituzione democratica. Fulvio Vassallo Paleologo
March 5, 2026
Pressenza
Votiamo NO al referendum del 22-23 marzo. A Firenze campagna in corso!
Impressioni di un’attivista Di ritorno dal volantinaggio di lunedì mattina, fra le 10 e le 12 con tavolino e megafono, in Piazza delle Cure e davanti alla vicina Coop: l’impressione è di un diffuso e molto largamente prevalente orientamento per … Leggi tutto L'articolo Votiamo NO al referendum del 22-23 marzo. A Firenze campagna in corso! sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.