Il fiume non è un corridoio
SANTARÉM, LA SOIA E IL TRATTATO COMMERCIALE CON L’UE CHE INDEBOLISCE LA
DEMOCRAZIA BRASILIANA
Foto del fiume Tapajós, tratta dal Fliker di Pedro Chrispim
Nella mattina del 22 gennaio mattina il porto della multinazionale Usa
dell’agribusiness Cargill a Santarém sul fiume Tapajós, nello Stato brasiliano
del Pará, è stato occupato da giovani attivisti, ambientalisti e rappresentanti
dei popoli indigeni del Baixo Tapajós.
L’azione, pacifica ma determinata, ha bloccato temporaneamente le operazioni del
terminal e rallentato il flusso delle chiatte cariche di soia destinate
all’esportazione. È l’ultimo atto, in ordine di tempo, di una mobilitazione che
da mesi attraversa l’Amazzonia e che ha trovato una visibilità internazionale
durante la COP30 di Belém.
Chi oggi occupa il porto non contesta soltanto una multinazionale. Contesta un
progetto politico ed economico che mira a trasformare l’Amazzonia in una
piattaforma logistica al servizio del mercato globale.
Per i popoli indigeni, il Tapajós non è una via d’acqua da dragare e
regimentare, ma un territorio vivo, abitato da esseri umani, animali, piante e
presenze spirituali. Ridurlo a corridoio di esportazione significa violare un
equilibrio ecologico e culturale costruito in generazioni.
È per questo che, come già accaduto nei mesi scorsi, le comunità indigene hanno
scelto l’azione diretta: intercettare le chiatte, occupare i porti, rendere
visibile ciò che normalmente resta nascosto dietro la retorica dello sviluppo.
L’economia della soia è il cuore di questo conflitto. Il Brasile è oggi uno dei
maggiori produttori ed esportatori mondiali di soia, una coltura che avanza
soprattutto attraverso monocolture intensive, uso massiccio di pesticidi e
continua espansione territoriale. Gran parte di questa produzione non è
destinata al consumo interno, ma all’export, in particolare verso Europa e Cina,
per alimentare allevamenti industriali e catene globali del cibo.
Lungo queste filiere dominano poche grandi multinazionali dell’agrobusiness, in
larga parte statunitensi: Cargill, Bunge, ADM, Louis Dreyfus. Sono queste
aziende a controllare porti, silos, contratti di trasporto e flussi finanziari,
e sono loro le principali beneficiarie dell’apertura di nuove infrastrutture
logistiche come l’Arco Norte, le idrovie amazzoniche e progetti come la ferrovia
Ferrogrão, pensata per moltiplicare nei prossimi decenni il volume di soia
esportata attraverso il bacino del Tapajós.
Per l’Amazzonia, tutto questo significa deforestazione diretta e indiretta,
frammentazione degli habitat, inquinamento dei fiumi, pressione crescente sulle
terre indigene non ancora demarcate. Significa anche conflitto sociale, perché
laddove le terre non sono formalmente riconosciute, l’agrobusiness avanza più
facilmente, spesso accompagnato da violenze, intimidazioni e criminalizzazione
delle comunità che resistono.
È qui che la protesta di oggi a Santarém si intreccia con la politica nazionale.
Il ritorno di Lula alla presidenza è stato possibile grazie a una mobilitazione
ampia e trasversale contro Bolsonaro, nella quale i giovani, i movimenti
climatici e i popoli indigeni hanno avuto un ruolo decisivo. In cambio, avevano
ricevuto promesse chiare: la ripresa della demarcazione delle terre indigene, la
fine dell’assalto sistematico all’Amazzonia, un cambio di paradigma rispetto al
modello estrattivo e agro-industriale.
A distanza di anni, però, quel patto appare sempre più fragile. La demarcazione
procede lentamente, molte terre restano senza riconoscimento e, parallelamente,
il governo continua a sostenere infrastrutture strategiche per l’export
agricolo. Per molti giovani attivisti brasiliani, questa non è una semplice
contraddizione tattica, ma il segnale di un’alleanza strutturale tra lo Stato e
l’agrobusiness, mascherata da realismo economico.
È la critica che emerge con forza anche dai canali di attivismo climatico
giovanile: mentre il Brasile si presenta al mondo come leader della transizione
verde, sul terreno continua a rafforzare le stesse filiere che hanno sostenuto
politicamente ed economicamente il bolsonarismo.
Foto tratta dal Flicker di Amazônia Real
Durante la COP30 questa frattura è esplosa apertamente. Fuori dai luoghi
ufficiali del summit, giovani e popoli indigeni hanno denunciato l’ipocrisia di
una politica climatica che parla di tutela dell’Amazzonia mentre consente
l’espansione delle rotte della soia. Non chiedevano semplicemente di essere
ascoltati: mettevano in discussione l’intero modello di sviluppo che la COP, nei
fatti, continua a legittimare.
È in questo contesto che l’accordo EU-Mercosur assume un significato politico
preciso e problematico. Dall’Europa, il sostegno a Lula viene spesso presentato
come un argine contro l’estrema destra brasiliana.
Ma per chi oggi occupa il porto di Santarém, questo sostegno rischia di produrre
l’effetto opposto. Aprire ulteriormente il mercato europeo alle commodity
agricole del Mercosur significa rafforzare il potere economico delle
multinazionali dell’agrobusiness, le stesse che hanno finanziato e sostenuto
Bolsonaro e che continuano a beneficiare di un modello di export aggressivo
indipendentemente dal colore politico del governo.
Sostenere Lula senza condizioni vincolanti su demarcazione delle terre, diritti
indigeni e blocco delle infrastrutture distruttive significa, agli occhi dei
movimenti, erodere il consenso giovanile e indigeno che lo ha riportato al
Planalto.
Significa alimentare la disillusione, aprendo spazio politico proprio a quelle
forze reazionarie che l’Europa dice di voler contrastare. È il paradosso che
oggi viene denunciato dal Tapajós: nel nome della stabilità e del commercio, si
rischia di indebolire la democrazia brasiliana dal basso.
L’occupazione del porto di Cargill non è quindi un episodio isolato, ma un
messaggio politico preciso. Dice che la democrazia non si difende con gli
accordi commerciali, ma con il riconoscimento dei diritti e dei territori.
Dice che l’Amazzonia non può essere trattata come un’infrastruttura. E dice,
soprattutto, che senza giovani e popoli indigeni non c’è futuro né per il
Brasile, né per l’Europa e le loro democrazie.
Sul Tapajós, oggi, questa verità è tornata a farsi sentire. Non come slogan, ma
come pratica di resistenza.
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