Lo scudo europeo per la democrazia: la fiaba del cittadino da proteggere e le fabbriche del falso
Lo Scudo europeo per la democrazia viene presentato come un argine a
disinformazione e interferenze straniere, ma finirà per istituzionalizzare la
censura preventiva nello spazio informativo. Diventano suscettibili di
limitazioni contenuti “altrimenti legali” ma “rischiosi”, una categoria tanto
elastica da inglobare qualunque contenuto politicamente scomodo. La “difesa
della democrazia” comporta la stigmatizzazione del conflitto delle idee come
devianza e la costruzione di una filiera di segnalazione, fact-checking e
neutralizzazione finalizzata a “tutelare l’integrità dello spazio informativo” e
che coinvolge piattaforme online, ONG e istituzioni pubbliche sotto un’opaca
regia del potere esecutivo. È un dispositivo che, se attuato, minerà alla radice
i diritti fondamentali della libertà di espressione e della libera circolazione
delle idee, pietre angolari di una democrazia sostanziale. (Seconda parte)
Ecco il link alla prima parte.
LA FIABA DEL CITTADINO DA PROTEGGERE E LE FABBRICHE DEL FALSO
La logica che sottende allo Scudo – e alla sua accettazione sociale – si fonda
sulla tesi del cittadino che deve essere protetto da se stesso, incapace di
pensare, discernere e partecipare in modo responsabile al discorso pubblico.
Carlo Magnani[i] riassume questa visione richiamando una metafora perfetta: i
cittadini come tanti Cappuccetto Rosso nella foresta digitale, pronti a essere
sbranati “dal Lupo Cattivo delle fake news o degli algoritmi prefabbricati”,
fragili e suggestionabili dai manipolatori dell’informazione, escludendo –
beninteso – i media mainstream, la tv e i quotidiani; la Commissione, affiancata
da piattaforme e fact-checker, è il benevolo cacciatore che salva Cappuccetto. È
una fiaba che ha molta presa perché figlia di un clima culturale di lunga
durata, segnato dalla grammatica del TINA (“There Is No Alternative”), secondo
cui la complessità va governata dall’alto, il cittadino è un soggetto
incompetente, ciò che devia dalla linea tecnico-istituzionale è negazionismo. Il
risultato è l’idea, politicamente comodissima, di una “democrazia protetta” per
mezzo di filtri informativi presentati come misure di salute pubblica[ii].
Ma è una fiaba che rovescia la realtà.
La disinformazione e la menzogna non nascono con i social media né sono un
incidente di Internet, ma, come ci ricorda Marco D’Eramo[iii], sono dispositivi
antichi quanto la politica. I primi disinformatori o misinformatori non sono,
storicamente, i cittadini, ma i poteri che cercano di governarli. Ciò che è
cambiato nel corso dei secoli sono gli strumenti, perché, come scrive Vladimiro
Giacché in “La fabbrica del falso”[iv], “la menzogna è il grande protagonista
del discorso pubblico contemporaneo”. Tanto per ragionare di “interferenze
straniere”, come si può non ricordare di quando Colin Powell al Consiglio di
sicurezza dell’ONU nel 2003 dichiarò:
“Every statement I make today is backed up by solid sources…”,
brandendo “solide prove” sulle presunte armi di distruzione di massa irachene,
che si rivelarono, dopo una guerra che durò otto anni e che causò mezzo milione
di morti civili, inesistenti. A ingannare l’opinione pubblica statunitense e
occidentale perché sostenesse la necessità di un atto di aggressione non furono
troll stranieri, ma un alto rappresentante della principale democrazia
occidentale. Il caso Powell è solo un esempio di una lunghissima sequela di
narrazioni ufficiali presentate dall’Occidente democratico per giustificare
politiche coercitive[v], militari o economiche, dai costi umani altissimi[vi] ai
danni del resto del mondo. Che “la storia dell’ordine internazionale basato
sulle regole era in parte falsa” ce lo ha appena confermato il primo ministro
del Canada, Mark Carney, al World Economic Forum (Davos, 20 gennaio 2026). Resta
solo da intendersi sull’“in parte”. In definitiva, la vera posta in gioco per
l’establishment al potere non è altro che la tenuta delle mistificazioni
istituzionali, finché conviene, perciò contro-narrazioni credibili e capaci di
renderle visibili e contestabili non devono emergere. Dunque lo Scudo, che
pretende di proteggere il cittadino filtrando il discorso pubblico, altro non è
che lo strumento per proteggere il potere da ciò che lo contraddice,
neutralizzando il discorso democratico.
Anche la retorica della scienza messa in campo dal potere politico è funzionale
allo stesso scopo. Certamente la verità è un obiettivo di lungo termine per
l’impresa scientifica: la si approssima quando la comunità scientifica resta
fedele a principi di apertura, disinteresse e revisione continua delle
conoscenze acquisite. Di contro, la scienza non è un deposito di verità,
indiscutibili prêt-à-porter da usare come clava, ma è un metodo di lavoro e,
dunque, come ogni pratica umana, è fallibile, esposta a incentivi, pressioni e
catture. Per questo la retorica della verità scientifica come fondamento
neutrale delle politiche pubbliche è una truffa ai danni dei cittadini e
dell’ambiente, oltreché della democrazia. Come osserva Elisa Lello[vii], da una
parte l’epistemologia non può essere separata dall’economia e dalla politica,
dall’altra gli interessi privati non si limitano più a reagire alla scienza, ma
sono diventati abilissimi nel perseguire i propri obiettivi facendo leva sulla
scienza stessa.
Tre esempi recentissimi – tutti tratti dal campo dell’agricoltura – illustrano i
meccanismi di un uso distorto della scienza e le insidie sottese a logiche
reputazionali che coinvolgono riviste e scienziati:
1) La vicenda Xylella, di cui Francesco Sylos Labini si era occupato in questo
blog (13/01/2016, 25/09/2016). Un rapporto del WWF del novembre 2025, di cui
raccomando fortemente la lettura, descrive la gestione dell’“emergenza” in
Puglia come caratterizzata da forte interventismo, con misure di “abbattimento
massivo” di ulivi, compresi esemplari secolari e monumentali, sproporzionate e
prive di solide basi scientifiche. Il rapporto richiama come fosse noto già dal
2015, anche all’Autorità europea per la sicurezza alimentare (European Food
Safety Authority – EFSA, 2015), che il batterio Xylella fastidiosa fosse
“endemico e non più eradicabile”, così come era noto fin dal 2013 che il
disseccamento rapido avesse cause multifattoriali e riconducibili a diversi
patogeni[viii], tanto è vero che un decennio di monitoraggi rivela che solo una
piccolissima frazione degli ulivi con sintomi di disseccamento risulta positiva
alla Xylella (Ciervo e Scortichini, 2024). Ciononostante, in virtù della regola
comunitaria dei 50 m (che impone l’abbattimento di tutti gli ulivi nel raggio di
50 m da una pianta positiva al test, anche se asintomatici) il numero di
abbattimenti è cresciuto sensibilmente negli ultimi anni – a dispetto della
scienza, verrebbe da dire. Si tratta di fatti che mettono bene in chiaro il
senso (o il non-senso) di strategie concentrate su monitoraggio e abbattimenti
estensivi. Il WWF evidenzia come tali misure abbiano favorito un modello
agricolo intensivo a scapito di un’“agricoltura custode” del paesaggio storico e
della biodiversità, orientata alla convivenza con il patogeno, anziché
all’eradicazione, attraverso alternative agro-ecologiche.
Rispetto a questo esito disastroso per gli ulivi e le comunità locali, è
doveroso ricordare il discorso scientista a sostegno di tali strategie: articoli
di fuoco (Un paese che odia la scienza, Paolo Mieli, Corriere della Sera, 11
gennaio 2016; numerosi interventi su Il Foglio, uno per tutti: La storia del
complotto anti ulivi smontata anche dall’Europa; contributi su riviste di
divulgazione scientifica), sorretti da una postura estremamente dogmatica
dell’Accademia dei Licei, che in un rapporto del giugno 2016 scriveva:
“l’agente causale della [malattia] è Xylella fastidiosa, una conclusione non più
discutibile”;
ribadendo nel giugno 2017:
“Questi nuovi studi forniscono un’ulteriore irrefutabile evidenza della
correlazione tra malattia degli olivi e Xylella”
denunciando nel 2018:
“il negazionismo della Xylella come origine della malattia degli ulivi pugliesi”
fino a sostenere (12 aprile 2019):
“si agisca prontamente, ai fini delle misure di contenimento, eventualmente
anche in deroga a misure di carattere ambientale, paesaggistico e storico”.
2) Glifosato, l’erbicida più usato al mondo commercializzato da Monsanto e poi
Bayer col marchio Roundup. A inizio dicembre 2025 la rivista Regulatory
Toxicology and Pharmacology ha pubblicato la retraction notice dell’articolo
“Safety evaluation and risk assessment of the herbicide Roundup and its active
ingredient, glyphosate, for humans” (2000), motivandola con problemi di
authorship, misrepresentation del contributo dello sponsor, auto-referenzialità
delle conclusioni sugli aspetti di cancerogenità, conflitti d’interesse. Si
tratta di un articolo che ha avuto un’enorme influenza a livello regolatorio,
per la valutazione della sicurezza del glifosato[ix]. La stampa di questi
giorni[x] ha collegato la vicenda alle rivelazioni sui Monsanto Papers
(2017)[xi] e al tema del ghostwriting. Eppure, quando a valle di quelle
rivelazioni, associazioni e ricercatori sollevarono dubbi sulla nocività del
glifosato e sulla neutralità della letteratura e delle valutazioni regolatorie,
furono liquidati come produttori di “fake news” o “allarmismi infondati”: basti
ricordare titoli come “Fake news: il caso-glifosato” della Fondazione Umberto
Veronesi o articoli che contrapponevano le “bufale” di associazioni e movimenti
alle “evidenze scientifiche” di agenzie come l’EFSA[xii].
3) Dossieraggio dei ricercatori critici su pesticidi e OGM. L’inchiesta Bonus
Eventus files (Le Monde/Lighthouse Reports) ha rivelato nel 2024 l’esistenza
della piattaforma privata statunitense “Bonus Eventus”, creata dall’ex
direttore della comunicazione di Monsanto Jay Byrne, che ha accumulato e
condiviso, su scala internazionale, informazioni personali e talvolta
denigratorie su scienziati, giornalisti e attivisti critici verso pesticidi e
OGM, mettendo a disposizione dell’industria “munizioni” reputazionali per
screditare e intimidire.
In tutti e tre i casi si tratta di vera e propria guerra sul terreno epistemico,
resa razionale dal fatto che gli snodi tecnici che legittimano le scelte (per
esempio EFSA) e quelli che le decidono e attuano (Commissione/DG SANTE, Stati
membri, autorità locali) dipendono da un ecosistema di credibilità, dossier e
campagne (dis)informative in cui l’industria investe sistematicamente.
Sul piano del dibattito pubblico, in nome della scienza si chiude lo spazio
della discussione e la verità viene usata per trasformare scelte controverse in
necessità tecniche. Ad oggi[xiii] nessuna presa di posizione sul rapporto del
WWF, e sulle prove scientifiche in esso citate, risulta pervenuta da parte delle
citate testate e istituzioni schierate a difesa della scienza nel caso Xylella.
Di consuetudine, una volta legittimate le misure straordinarie, si sceglie o
l’oblio o, nel migliore dei casi, la formula delle scuse: abbiamo agito secondo
le migliori prove allora disponibili. Si tratta, però, di una formula
autoassolutoria fuorviante. In numerose circostanze, infatti, i limiti, le
incertezze e la portata parziale, se non proprio insufficiente, delle prove
scientifiche, così come i conflitti d’interesse che ne influenzano la produzione
e l’interpretazione, sono noti, ma vengono sistematicamente rimossi dal discorso
pubblico, presentando come conoscenze consolidate ipotesi (o forse dovremmo dire
wishful thinking) o, al più, risultati preliminari[xiv]. Non si tratta dunque di
una semplice sottovalutazione, quando va bene riconosciuta ex post, della
fallibilità della scienza, ma piuttosto di una selezione sistematica
dell’informazione scientifica da diffondere, funzionale alla costruzione di
narrazioni a supporto di decisioni irreversibili.
Assistiamo così da tempo a un tradimento del principio di precauzione, in
perfetta coerenza con il manifesto tecno-ottimista degli oligarchi
tecno-finanziari di cui sopra:
“Our enemy is the Precautionary Principle […] The Precautionary Principle
continues to inflict enormous unnecessary suffering on our world today. It is
deeply immoral, and we must jettison it with extreme prejudice.”
Se la polis greca sapeva che la politica appartiene alla doxa, ovvero
all’opinione e alla narrazione, e non certo all’epistéme, oggi l’epistéme è
troppo spesso catturata dalla politica (a sua volta integrata in una gerarchia
di potere più ampia, in cui interessi pubblici e privati risultano strettamente
intrecciati) e ridotta a sigillo scientifico da apporre alla versione dei fatti
che si vuole imporre come verità. Viene cioè trasformata da strumento per
comprendere il mondo a strumento per governarlo: “una pretesa totalitaria”, come
la definisce Giuseppe Longo[xv], che presuppone, per funzionare, una forma di
fiducia superstiziosa dei cittadini nella scienza. Il tutto si manifesta nel
dibattito pubblico attraverso un fenomeno culturale che nell’ultimo decennio ha
fatto fortuna: un identitarismo scientista, alimentato da una divulgazione
bullizzante, amplificata dai media, che riduce contestazioni fondate a
ignoranza, patologia, complottismo, perché il suo unico obiettivo è certificare
la verità del potere costituito.
Anziché vagheggiare di danni prodotti dal nemico immaginario dell’antiscienza,
fenomeno tutt’al più marginale ma categoria molto sfruttata nel discorso
pubblico, perché utile a marchiare proprio tutti, compresi gli scienziati,
quando non si conformano, sarebbe ora di cominciare a chiedersi e a studiare con
molta serietà quanti danni faccia lo scientismo. E sarebbe altrettanto
auspicabile ragionare sulle conseguenze della visione oggi prevalente, anche per
effetto dei dispositivi di finanziamento e di valutazione della ricerca, della
scienza come “tecno-fix”[xvi]: la promessa di un palliativo ai problemi del
mondo, spinta a produrre soluzioni prima ancora di produrre conoscenza e portata
a trascurare l’indagine sulle cause dei problemi che è chiamata a risolvere e la
ricerca di nuove prospettive. È dentro questo orizzonte che trovano più
facilmente spazio e consenso le proposte di governance dell’informazione
previste nello Scudo, come l’apposizione di un sigillo di verità e il
pre-bunking, che nulla hanno di scientifico (e di democratico) se l’obiettivo è
la costruzione e la circolazione della conoscenza e non il controllo del
discorso pubblico.
Ringraziamenti. Ringrazio di cuore Juan Carlos De Martin e Maurizio Tirassa per
l’attenta lettura della prima versione di questo lavoro e per i preziosi
consigli e spunti che mi hanno offerto, nonché Fabrizio Barpi per la
segnalazione di alcuni utili riferimenti. Desidero inoltre ringraziare
l’Associazione Italiana per la promozione della Scienza Aperta (AISA) per le
occasioni di confronto e discussione sul rapporto tra scienza, conoscenza e
democrazia.
Assunzione di responsabilità. Le opinioni espresse sono di mia esclusiva
responsabilità, così come eventuali imprecisioni, e non riflettono
necessariamente le posizioni delle istituzioni o delle organizzazioni cui
afferisco.
[i] Magnani, C. (2021), Finché ci sono fake news c’è speranza, Carocci. Per una
discussione critica del volume di Magnani e del contesto del dibattito su
“post-verità” e “fake news”, cfr. Leandro Cossu, “Finché ci sono fake news c’è
speranza!”, La Fionda, 3 aprile 2021.
[ii] von der Leyen (Copenhagen Democracy Summit/Congress, 14 May 2024) ricorre a
un lessico medico in tema di lotta alla disinformazione: parla di “societal
immunity” e sostiene che “pre-bunking is more successful than de-bunking […] In
short, prevention is preferable to cure. Think of information manipulation as a
virus.”, assimilando il pre-bunking alla profilassi vaccinale (“it is better to
vaccinate, so that our body is inoculated”). Per la cornice concettuale
(Inoculation Theory) e la definizione di pre-bunking, cfr. supra, Nota 9.
Trascrizione (PDF, EPP, 2024):
https://admin.epp.eu/files/uploads/2024/05/Ursula-von-der-Leyen-Democracy-Summit-Copenhagen-Denmark-14-May-2024.pdf.
Video (YouTube, EPP, 2024): https://www.youtube.com/watch?v=nd8TqAur-wE.
Stralcio del Video con sottotitoli in italiano (Youtube, Radio Radio TV, 2024):
https://www.youtube.com/watch?v=eJuRt2tfbaQ.
[iii] D’Eramo, M., Breve la felice vita delle fake news, in MicroMega, 27 marzo
2021.
[iv] Giacché, V., (2016) La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella
politica contemporanea, 3a ed. Imprimatur.
https://www.academia.edu/24820969/La_fabbrica_del_falso_Strategie_della_menzogna_nella_politica_contemporanea_Reggio_Emilia_Imprimatur_3a_edizione_2016_pp_432_euro_18.
[v] https://globalinequality.org/imperial-power/
[vi] Rodríguez, F., Rendón, S., & Weisbrot, M. (2025). Effects of international
sanctions on age-specific mortality: a cross-national panel data analysis. The
Lancet Global Health, 13(8), e1358-e1366.
https://doi.org/10.1016/S2214-109X(25)00189-5.
[vii] Lello, E. (2024), Prefazione a L’industria del complottismo. Social
network, menzogne di Stato e distruzione del vivente. Matthieu Amiech,
Malamente.
[viii] Sul punto si vedano: Deliberazione della giunta regionale pugliese del 29
ottobre 2013, n. 2023, in cui si cita testualmente “Vista la nota del 15/10/2013
n. 16/2013, con la quale le Istituzioni scientifiche: CRN – Istituto di
Virologia vegetale di Bari, Università degli Studi di Bari- Dipartimento di
Scienze del Suolo della Pianta e degli Alimenti e Selge – Rete di Laboratori
Pubblici di Ricerca, hanno comunicato l’esito dei risultati delle analisi di
laboratorio evidenziando il ritrovamento di diversi agenti patogeni associati al
fenomeno di disseccamento dell’olivo […]”; G. P. Martelli (2013): Il
disseccamento rapido dell’ulivo in “Notiziario di informazione a cura
dell’Accademia dei Georgofili”
https://www.georgofili.info/contenuti/disseccamento-rapido-dellolivo/1510;
Ciervo, M. (2015). Xylella fastidiosa: nelle pieghe della rappresentazione
dell’emergenza. Scienze e Ricerche, 17, 75-95
(https://www.boscodiogigia.it/wp-content/uploads/2019/02/ALLEGATO-3-CIERVO-Scienze-Ricerche.pdf);
L. C. Renna (2016), Il Caso ‘Xylella’ e l’arretramento giuridico dell’Europa
nella tutela del paesaggio; Il rapporto Xylella fastidiosa e Olivo (maggio
2016), curato anche da ricercatori dell’ISPRA; Ciervo, Margherita, and Marco
Scortichini. “A decade of monitoring surveys for Xylella fastidiosa subsp. pauca
in olive groves in Apulia (Italy) reveals a low incidence of the bacterium in
the demarcated areas.” Journal of Phytopathology 172.1 (2024): e13272.
[ix] Si vedano per esempio: Revised Glyphosate Issue Paper: Evaluation of
Carcinogenic Potential, EPA’s Office of Pesticide Programs (USA) December 12,
2017. La revisione cita, relativamente alla cancerogenità, soltanto due studi,
uno dei quali è quello oggetto della ritrattazione; Conclusion on the peer
review of the pesticide risk assessment of the active substance glyphosate, EFSA
Journal 2015;13(11):4302, e la annessa fonte: Germany (2013). Renewal assessment
report (RAR) on the active substance glyphosate prepared by the rapporteur
Member State Germany in the framework of Regulation (EU) No 1141/2010, December
2013.
[x]
https://www.theguardian.com/us-news/2025/dec/05/monsanto-roundup-safety-study-retracted;
https://ilmanifesto.it/ritirato-lo-studio-che-scagionava-il-glifosato-lo-aveva-scritto-monsanto-che-lo-produce;
https://www.lemonde.fr/en/environment/article/2025/12/03/influential-study-on-glyphosate-safety-retracted-25-years-after-publication_6748114_114.html.
[xi] Le Monde, dossier-inchiesta “Les Monsanto Papers” (2017 – 2018), a partire
da Foucart & Horel, “« Monsanto papers » : la guerre du géant des pesticides
contre la science”, 1/06/2017 e articoli seguenti.
https://www.europeanpressprize.com/article/monsanto-papers/.
[xii] Si vedano per esempio: La Repubblica, articoli 2017–2018 sull’“allarmismo
glifosato”; Bufale.net (2018), “Falsi allarmismi ed evidenze scientifiche sul
glifosato”.
[xiii] Ricerca effettuata tramite motore Google il 5 gennaio 2026, interrogando
combinazioni di parole chiave relative al rapporto WWF sulla Xylella e alle
principali testate e istituzioni citate nel testo.
[xiv] Per un’analisi approfondita di dinamiche analoghe nell’ambito biomedico,
in un caso ancora d’attualità, si veda Critica della ragione pandemica.
COVID-19: ripensare la fenomenologia di un evento epocale, a cura di F.
Cappelluti, P. Cesaretti, F. Laviano, Meltemi, 2025, in particolare il
contributo di Peter Doshi, “Vaccini a mRNA per COVID-19: un altro fenomeno ‘too
big to fail’?”, che ricostruisce in modo documentato il rapporto tra disegno
delle sperimentazioni e produzione dei dati clinici, procedure regolatorie e
costruzione delle decisioni pubbliche, mostrando come esso possa essere esposto
a pratiche di selective reporting e a scarti comunicativi tra linguaggio
scientifico, regolatorio e politico, e richiamando casi di farmaci autorizzati
sulla base di prove parziali, talora fallaci.
[xv] Longo, G. (2016) Ogni limite ha un senso, Il Foglio, 28 agosto 2016 (con
introduzione di Giovanni Maddalena).
https://www.ilfoglio.it/scienza/2016/08/28/news/ogni-limite-ha-un-senso-103239/;
https://disf.org/files/ogni-limite-senso-longo-foglio.pdf.
[xvi] Longo, G. (2021) La pandemia e il «proiettile magico» della tecnologia, il
manifesto, 14 novembre 2021.
https://ilmanifesto.it/la-pandemia-e-il-proiettile-magico-della-tecnologia. Cfr.
anche: Id. (2014) Science, problem solving and bibliometrics. Invited Lecture,
Academia Europaea Conference on “Use and Abuse of Bibliometrics”, Stockholm, May
2013. Proceedings, Wim Blockmans et al. (eds), Portland Press, 2014. Id. (2016)
Complessità, scienza e democrazia, ROARS.