Leo Ortolani / La morte è il lato comico dell’orribile guerra
C
on una certa soggezione mi accosto all’indiscusso maestro italiano del fumetto
comico popolare. Confesso di non essere mai stato un fan sfegatato di Rat Man ma
non c’ è dubbio che questa volta Leo Ortolani ha battuto una strada diversa, in
primo luogo per gli eventi che ha scelto di raccontare con Tapum. Il titolo
richiama ovviamente la canzone che gli alpini italiani elevavano per farsi
coraggio dalle trincee della Grande Guerra, traendo in prestito la melodia da un
vecchio canto di miniera. La prima immagine che incontriamo è infatti quella di
una medaglia al “merito di guerra”, che, con il nastro tricolore, veniva data a
tutti i soldati italiani che fossero stati presenti per almeno cinque mesi in
una zona di guerra, non importa se usciti vivi, feriti o uccisi durante
l’azione. E’ identica a quella che mio nonno, classe 1899, mi mostrò da bambino,
non avendo mai sparato un colpo di fucile in vita sua. L’autore dichiara di
averla acquistata invece su eBay per 20 euro.
Tapum racconta la battaglia del Monte Ortigara, nell’alto Vicentino, uno degli
episodi più insensati di macelleria militare di cui purtroppo è costellata la
guerra del 1915-18. Nell’arco di soli 20 giorni, nel giugno del ’17, per motivo
della totale improntitudine del Alto Comando italiano , furono mandati a morire
contro le postazioni dell’esercito austro-ungarico, al grido di “Savoia!”, oltre
25 mila soldati, perlopiù alpini, tra morti, feriti e dispersi, cioè spappolati
dalle granate. Coscritti neppure ventenni, il cui sacrificio peraltro non
permise di conseguire nessuno degli obiettivi dell’assurda offensiva comandata
da Cadorna e Vittorio Emanuele III.
Se questo è l’infame Teatro della Storia, Ortolani è bravissimo a ricostruire
l’intera merdosa rappresentazione della vicenda bellica attraverso la vita e
soprattutto la morte dei miseri soldatini mandati allo sbaraglio. Strappati alle
campagne, a mamme e fidanzate, cui, chi sa scrivere, dedica l’ultima lettera e
l’ultimo pensiero prima di scomparire nel nulla, richiamati alle armi
inconsapevoli della propria sorte e ora risucchiati e stritolati dal micidiale
tritacarne umano della macchina bellica: da una parte la mitraglia degli
austriaci, davanti a loro e al di sopra delle loro teste, dall’altra le
baionette dei carabinieri, pronti a fucilare i recalcitranti, schierate alle
loro spalle. Assistiamo a questa tragedia attraverso gli occhi e i pensieri del
tenente Vincenzo Mariani, l’unico sopravvissuto del suo reggimento grazie a un
fortuito ritardo, con il cui arrivo si apre il racconto vero e proprio, non meno
che attraverso le voci dei tanti Bepi e degli innumerevoli Zuan, avvinazzati e
mandati al massacro sull’ Ortigara.
Rispetto ai fumetti di Ortolani che conosciamo, questa volta non troviamo la
risata destinata a chiudersi su una nota più sardonica e amarognola, ma, tutto
al contrario, una nota apertamente drammatica e fetente dell’odore di
putrefazione che semmai si spegne in un cenno di flebile e umana solidarietà. A
questo proposito l’autore cita nelle interviste l’episodio di Emilio Lussu che,
dopo la visione del film di Franco Rosi Uomini contro, tratto dall’adattamento
del suo romanzo Un anno sull’altipiano, pare abbia commentato, rivolto a Rigoni
Stern, “però noi abbiamo anche cantato”.
In mezzo allo strazio senza fine che, da entrambe le parti, macina e sminuzza i
corpi della migliore gioventù europea, non è un caso, ma neppure un canzonatura,
se l’unica linea comica presente in tutto il racconto sia rappresentata dalla
Morte stessa, strabiliata dai modi sempre più contorti e fantasiosi che gli
umani inventano per ammazzarsi a vicenda, invece di accontentarsi di morire per
una brutta caduta o semplicemente di vecchiaia nel proprio letto.
C’è indubbiamente molta ricerca storica che Ortolani ha dovuto compiere per
dare contesto a questo sorprendente graphic novel, presentato lo scorso
novembre a Lucca, ma anche parecchia ricerca artistica, che lo ha portato ad
esempio a sperimentare per la prima volta in Tapum la tecnica delle chine
acquarellate, che diluisce il nero di china nelle delicate sfumature pittoriche
e nelle figure di velluto che popolano queste bellissime tavole.
I dialoghi di un’Italia ancora pesantemente dialettale, prevalentemente veneta e
contadina, meriterebbero un discorso a parte. Un’Italia idealizzata come una
giovane Patria discinta, sulle copertine della “Domenica del Corriere”, ma che
nel deliquio dei fantaccini si aggira di notte tra le trincee come una folle
assetata di sangue per abbracciare un’ultima volta i cadaveri dei caduti e
rimproverare tacitamente gli ancora viventi. Anche dal punto di vista del
linguaggio e dei dialoghi per Ortolani si può parlare di una prova di maturità,
perché è chiaro che Tapum gioca in un campionato diverso rispetto a strategie
autoriali che, più o meno narcisisticamente, convergono sempre più spesso verso
l’autonarrazione fumettistica. Per non dire di una storia che rilancia
l’attualità della merdosa e dimenticata trincea, che abbiamo riscoperto a
distanza di un secolo attraverso le immagini dei droni in Ucraina. E, più in
generale, del carnaio verso cui la macchina del riarmo geopolitico sembra oggi
nuovamente sospingere il nostro continente.
Come sbotta il capitano Dolon, un ufficiale mosso dai sensi di colpa, fervente
entusiasta dei cori alpini, che compone e costringe gli altri ufficiali a
intonare, senza mai separarsi dalla fiaschetta del cognac, appena prima
dell’ennesimo, feroce e inutile assalto: “Abbiamo lasciato che altri decidessero
per noi… Par convenienza! Par tranquillità! Ed ecco la mia tranquillità, la
tranquillità dei mona”.
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