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Chinua Achebe: Le disavventure di un nigeriano in Nigeria
La storia di un romanzo è talvolta essa stessa un romanzo. Non parlo della trama; mi riferisco alla serie di eventi talvolta casuali per cui uno scritto arriva a essere pubblicato. Per esempio, immaginate un giovane dipendente della Nigerian Broadcasting Corporation, la radio pubblica nigeriana, nell’anno 1957. Ha scritto un romanzo a penna, ci ha lavorato su, taglia qua taglia là, aggiusta sposta correggi; ora vorrebbe provare a pubblicarlo, ma non può mandare alle case editrici una pila di fogli scritti a mano. Trova sulla rivista letteraria inglese The Spectator l’annuncio di un’agenzia offre servizi di dattilografia – i personal computer erano di là da venire. L’aspirante scrittore spedisce il manoscritto all’agenzia e invia le 22 sterline richieste con un vaglia postale (corrispondono a oltre 700 euro di oggi, tanto per capire che sacrificio potesse essere); dopodiché, attende trepidante il manoscritto. Passano mesi, nessuna notizia da Londra. L’aspirante scrittore è sempre più preoccupato; non ha una copia del manoscritto, se va perduto è finita. Però una sua collega alla NBC, Angela Beattie, sta per lasciare la radio per ritornare in Inghilterra; l’aspirante scrittore la implora di passare dall’agenzia di dattilografia per vedere che fine ha fatto il manoscritto. Ci tengo a riportare il nome della donna, perché è una benemerita della letteratura mondiale: andò all’agenzia, e li obbligò a cercare il parto dell’aspirante scrittore, finché non venne ritrovato in un angolo dell’ufficio, coperto di polvere. (Poi dicono che solo noi italiani siamo casinari…) Finalmente l’aspirante scrittore riceve il dattiloscritto (in copia unica) a Lagos, e lo spedisce a un agente letterario londinese (il che dice qualcosa sullo stato dell’editoria in Nigeria all’epoca…). Inizia il giro delle case editrici finché un altro brav’uomo, Alan Hill, editor della Heinemann, capì che quel romanzo aveva potenziale, e ne aveva parecchio. Così fu che il 17 giugno 1958 uscì il romanzo d’esordio di Chinua Achebe, che in inglese s’intitola Things Fall Apart. Il successo è immediato; fino a quel momento l’Africa la raccontavano gli europei (come ad esempio Joseph Conrad, bestia nera di Achebe come ho spiegato nella precedente puntata di questa rubrica), e ci fu subito curiosità per questo nigeriano che raccontava la colonizzazione dal punto di vista dei colonizzati. Il romanzo uscì quasi subito in francese e in tedesco, e quattro anni dopo Mondadori ne pubblicò la traduzione italiana, Le locuste bianche, a opera di Giuliana De Carlo. Certo, c’era stato un battistrada, nigeriano anche lui, Amos Tutuola, che già nel 1952 aveva fatto parlare di sé con Il bevitore di vino di palma; ma il romanzo di Achebe diventa presto una sorta di manifesto politico a denuncia del colonialismo britannico, e il suo autore un modello per altri scrittori del suo continente, come il keniano Ngũgĩ wa Thiong’o e più tardi il tanzaniano Abdulrazak Gurnah (e vi risparmio un elenco piuttosto lungo di altri autori folgorati sulla via di Lagos). Non sorprende che Achebe sia stato spesso indicato quale padre della letteratura africana moderna, anche se lui ha rifiutato con una certa veemenza questo titolo onorifico. Le cose crollano (come si intitola il romanzo nell’edizione italiana attualmente in stampa) è diventato nel tempo un classico insegnato in università di tutto il mondo e ristampato regolarmente, ne è stato tratto nel 1961 un radiodramma realizzato dalla NBC (nel quale recitava tra gli altri un ennesimo nigeriano illustre, il futuro premio Nobel Wole Soyinka), due film nel 1965 e 1970 rispettivamente, una miniserie televisiva prodotta dalla Nigerian Television Authority nel 1987, e nel 2024 è stata annunciata la realizzazione di una serie televisiva da prodotta dall’americana A24 con Idris Elba e David Ogelowo. Insomma, abbiamo a che fare con un classico contemporaneo. Al centro del romanzo c’è Okonkwo, nigeriano di etnia Ibo (popolazione immaginaria ma assai simile a quella degli Igbo dalla quale proveniva la famiglia di Achebe) che vive nel villaggio di Umuofia in un anno indeterminato tra il 1861 e il 1900. A tutti gli effetti è un self-made-man: il padre, Unoka, alcolizzato, più bravo come flautista che come agricoltore, gli ha lasciato solo debiti. Nonostante ciò, il nostro eroe è riuscito a farsi rispettare come lottatore e come guerriero; ha pure raggiunto la prosperità, attestata dalle tre mogli e dall’abbondanza di cibo immagazzinata nella sua dimora. Inoltre fa parte di uno dei clan più potenti della regione, ed è riuscito a farsi accogliere nella cerchia dei capi. Il protagonista di Le cose crollano, però, non ha un carattere facile: in casa è un vero despota. Non discute coi suoi famigliari, specie coi figli: comanda, ordina, impone. Al di là degli stereotipi identitari, Achebe ci mostra un’autentica famiglia patriarcale, tutt’altro che bianca e occidentale; le mogli temono il capofamiglia, che non esita a picchiarle se non rigano dritto; stessa cosa accade al figlio maggiore, Nwoye, che il padre considera uno smidollato. Solo Ezinma, la figlia di Okonkwo, gode della stima del genitore, ed è l’unica in casa che osa contraddirlo – tanto che suo padre pensa che sarebbe dovuta nascere maschio. In casa però arriva Ikemefuna, un ragazzino consegnato al clan di Umuofia come risarcimento da parte di un altro clan. Il padre del ragazzo ha ucciso una donna di Umuofia, e l’offerta del figlio è l’unico modo per scongiurare una guerra tra i due villaggi; Ikemefuna viene affidato a Okonkwo, e vive per qualche tempo in casa sua, dimostrando di essere intelligente e intraprendente, tanto che Okonkwo un po’ comincia a provare affetto per il ragazzo, peraltro ricambiato. Però Umuofia ha le sue leggi ferree: gli anziani decidono che il ragazzo deve essere sacrificato. Uno degli anziani consiglia a Okonkwo di non farsi carico dell’uccisione di Ikemefuna, ma qui viene fuori un aspetto rilevante del protagonista di Le cose crollano: lui crede fermamente – potrei dire fanaticamente – nella giustezza e nella bontà delle tradizioni di Umuofia, e si ostina a dimostrare anche questa volta la sua dedizione, che potremmo tranquillamente chiamare pietas (nel senso che il termine aveva in Virgilio). A differenza del suo amico Obierika, che di tanto in tanto nutre dubbi su certe usanze locali, Okonkwo le segue rigidamente, stavolta andando oltre quel che gli sarebbe richiesto; è lui a uccidere Ikemefuna. Così facendo il nostro eroe passa un segno invisibile; sembra quasi uno di quei personaggi del mito greco che, ammazzato un consanguineo, vengono perseguitati dalle Erinni. Dal momento della morte del figlio adottivo niente va più per il suo verso; Ezinma, la figlia preferita si ammala e poi viene posseduta, e quando alla fine viene esorcizzata e sembra tornare la serenità in casa di Okonkwo, si arriva al disastro. Durante il funerale di uno dei capi del clan, il fucile di Okonkwo esplode e uno dei frammenti uccide un figlio del defunto. C’è evidentemente una simmetria tra la sorte del padre di Ikemefuna, che per aver ucciso accidentalmente una donna di Umuofia ha dovuto rinunciare a suo figlio, e quella di Okonkwo, che per il suo omicidio involontario viene esiliato dal suo villaggio per sette anni, e non è l’unico gioco di specchi a complicare l’apparente semplicità della narrazione di Achebe (tutt’altro che lineare date le frequenti divagazioni, che comunque rendono sempre più nitidamente la cultura degli Ibo). A ben vedere, sotto il romanzo c’è l’impianto tragico: l’eroe che, spinto dall’ambizione, supera un limite invalicabile viene punito dagli dei. Ma qui non sono gli immortali dell’Olimpo a trascinare Okonkwo nella rovina, bensì forze storiche incarnate dagli inglesi giunti a Umuofia durante l’esilio del nostro, che sconvolgono completamente la comunità locale: i reietti, gli sfigati, gli ultimi nella gerarchia sociale del clan, vedono nel dominio coloniale un’occasione di riscatto, di sottrarsi alle leggi degli Ibo. L’incarnazione di questa dinamica è la sorte di Nwoye, stufo delle angherie subite in famiglia, che se ne va di casa e si converte al cristianesimo, anche e soprattutto perché, dopo una vita con un padre padrone tirannico e severo, non gli pare vero di essere adottato da un Padre celeste amorevole e caritatevole. Tutto va a pezzi, il mondo si rovescia. Dopo aver dato fuoco alla chiesa dei missionari inglesi come rappresaglia per la profanazione compiuta da un convertito dopo un rito tribale, il governo coloniale esige il pagamento di una multa pesantissima, consistente in duecento sacchi delle conchiglie che vengono usate nella regione come monete. Non bastante ciò, gli anziani del villaggio, che vanno a trattare con i funzionari britannici, vengono umiliati, maltrattati e assoggettati a pagare un’ulteriore multa. A questo punto viene convocata un’assemblea per decidere il da farsi, nella quale Okonkwo, da par suo, incita alla guerra contro i bianchi e i loro servitori africani; ma la maggioranza degli abitanti di Umuofia esita, nonostante quello sia sempre stato il clan più forte e risoluto della regione. Irato per quella che percepisce come viltà, Okonkwo decapita uno dei messaggeri mandati dagli inglesi a imporre di sciogliere l’assemblea. Dopo questo gesto, con la prospettiva di essere arrestato e giustiziato, al nostro eroe non resta che il suicidio. A tutti gli effetti siamo davanti a una vicenda che – vale la pena di ribadirlo – somiglia molto a una tragedia in forma di romanzo. Achebe riesce così in una notevole operazione di ibridazione culturale, mettendo protocolli narrativi tipicamente europei al servizio di una rivendicazione genuinamente africana. Del resto, non è la lingua dei colonizzatori, quella che lo scrittore nigeriano di etnia Igbo usa per raccontare l’umiliazione dei colonizzati? (Va anche notato che il titolo originale viene da una poesia di William Butler Yeats, lirico di lingua inglese e bianco, sì, ma figlio di un’altra colonia inglese, l’Irlanda; ennesimo rispecchiamento, ennesima appropriazione!) Dopo la pubblicazione di Le cose crollano, la carriera letteraria di Achebe è andata da un successo all’altro, prima con i due sequel dell’opera d’esordio, Ormai a disagio (1960) e La freccia di Dio (1964), dove lo scrittore mette a fuoco periodi successivi alla colonizzazione, fino agli anni Venti, tenendo però sempre al centro il tema delle conseguenze della dominazione inglese, evidenziando (specie nell’ultimo romanzo della trilogia) la corruzione che essa ha generato. La produzione di Achebe sfocerà nel romanzo ferocemente satirico A Man of the People (1966), dove lo scrittore arriverà al presente della Nigeria indipendente, raffigurata sotto forma di un’anonima nazione africana dove corruzione e nepotismo vanificano le speranze di progresso generate dai soli delle indipendenze (per metterla nei termini usati da un altro grande scrittore africano, l’ivoriano Ahmadou Kourouma). La storia culmina con un colpo di stato che si rivelerà profetico; proprio all’inizio del 1966 – prima della pubblicazione del romanzo di Achebe, ma dopo il suo completamento – ci sarà un tentativo di golpe scatenato da ufficiali dell’esercito nigeriano. Da quel momento lo scrittore diventerà la bestia nera dei militari del suo paese, una reputazione aggravatasi alla fine degli anni Sessanta per il suo sostegno alla secessione della repubblica del Biafra, stroncata dopo tre anni di guerra civile. Successivamente Achebe si dedicò all’insegnamento accademico (tra il 1971 e il 1976 risiedette con la famiglia in alcuni college americani) e alla redazione della rivista Okike, dedicata all’arte, alla narrativa e alla poesia africane; solo nel 1987 tornò al romanzo con Viandanti della storia, incentrato su un colpo di stato nell’immaginaria nazione del Kangan, assai somigliante alla Nigeria ripetutamente governata da giunte militari. Morì da esule nel 2013 a Boston, negli Stati Uniti, dove si era trasferito negli anni Novanta dopo un incidente automobilistico che lo aveva inchiodato sulla sedia a rotelle, e dove aveva insegnato per quindici anni nel prestigioso Bard College. Il semplice fatto che Achebe dovette andare a farsi operare in Inghilterra nel vano tentativo di recuperare l’uso delle gambe la dice lunga su come stava la sanità nigeriana all’epoca. La scelta di usare l’inglese fu senz’altro fortunata, nella misura in cui aprì a Le cose crollano un pubblico che si può tranquillamente definire globale; difficilmente il romanzo sarebbe stato pubblicato in italiano così rapidamente se fosse stato scritto in Igbo, la lingua madre dell’autore, quella che sarebbe stata parlata dai suoi personaggi se fossero realmente esistiti. Però questo ha avuto un costo, del quale Achebe era ben consapevole visto che dichiarò “Per un africano scrivere in inglese non è una faccenda senza seri ostacoli. Spesso si trova a descrivere situazioni o modi di pensare che non hanno un equivalente diretto nello stile di vita inglese”. Eppure il romanzo riesce a farci entrare nella vita di questo villaggio di africani di più di un secolo fa, dove si pratica una religione politeista a noi sconosciuta, nonché la poligamia, nonché una serie di usanze e costumi a noi alieni; ma questa gente dopo un po’ sentiamo di conoscerla, di capirla, e cominciamo a entrare in sintonia con le loro speranze, ambizioni, paure, dubbi. Achebe disse che la scelta di usare l’inglese lo metteva di fronte a due alternative, “provare a contenere quello che vuoi dire entro i limiti dell’inglese convenzionale o tentare di allargare quei limiti fino a farci entrare le tue idee”. La via scelta è stata la seconda, e questo ha implicato inserire anche qualche parola Igbo qua e là, con tale abilità da non richiedere spiegazioni. Ma soprattutto Achebe ci ha fatto vedere la vita quotidiana di Umuofia e dei suoi abitanti, a partire dal lavoro dei campi e dal suo prodotto, che diventa il cibo consumato quotidianamente o nelle festività, che diventa in ultima analisi la vita di una società agricola – e l’importanza del cibo noi italiani la capiamo ancora bene (forse più dei lettori inglesi del romanzo). Insomma, questo è il caso di uno scrittore che all’inizio della sua carriera si presenta già con un’opera matura, potente, vivente, per cui non si potrebbe trovare accesso migliore all’opera di Achebe di Le cose crollano – un romanzo che a quasi settant’anni dalla sua pubblicazione resta ancora un’opera imprescindibile se si parla di colonie e imperi. Dopotutto, come vediamo anche troppo bene oggigiorno, e come insegnava un grande scrittore californiano, l’impero non è mai finito. Nota bibliografica Le edizioni italiane del romanzo di Achebe sono piuttosto distanziate nel tempo, ma attestano comunque un certo interesse da parte della nostra industria editoriale. Dopo la prima versione nella nostra lingua, bisogna attendere il 1977 perché Jaca Book pubblichi l’intera trilogia (intitolata Dove batte la pioggia), nella quale il primo romanzo, ritradotto da Silvana Antonioli Cameroni, appare col titolo Il crollo. Questa nuova traduzione riesce per Mondadori nel 1990, poi ancora per Jaca Book nel 1994. Infine, arriva Elisabetta Sgarbi che fa entrare il romanzo nel catalogo della Nave di Teseo nel 2016, con un titolo più aderente all’originale, Le cose crollano, e la terza traduzione firmata da Alberto Pezzotta. Tre traduzioni in sessantaquattro anni è già, a modo suo, un record. L'articolo Chinua Achebe: Le disavventure di un nigeriano in Nigeria proviene da Pulp Magazine.
March 6, 2026
Pulp Magazine
Conrad e le ambiguità del colonialismo
Forse non tutti sanno che Chinua Achebe, il grande romanziere nigeriano (lettura obbligata: Il crollo, ripubblicato col titolo Le cose crollano), non aveva una grande opinione di Joseph Conrad. Lo considerava “un maledetto colonialista”; ce l’aveva soprattutto con Cuore di tenebra, a suo avviso “un libro offensivo e totalmente deplorevole”, scritto da un autore reo di essere un “diffusore di miti confortanti”. Achebe era particolarmente irritato dal fatto che nel romanzo di Conrad gli africani non parlassero quasi mai, come fossero muti; che l’Africa venisse dipinta come l’antitesi dell’Europa e quindi della civiltà; che le realizzazioni artistiche dei popoli del Congo fossero del tutto ignorate. In conseguenza di ciò, l’autore di Le cose crollano invitava a leggere il suo romanzo come “Cuore di tenebra visto dall’altra parte”, cioè con gli occhi degli africani e non dell’europeo Marlow, identificato come alter ego di Conrad e suo portavoce. Con tutta la stima e l’ammirazione per Achebe e per la sua straordinaria narrativa, mi viene da replicare con un commento che Conrad mette in bocca allo stesso Marlow: “La conquista della terra, che per lo più significa portarla via a quelli che hanno una carnagione diversa o un naso un po’ più schiacciato del nostro, non è una bella cosa se la guardi troppo a lungo”. Non sembra un ragionamento da colonialista convinto; e poi ci sarebbe anche da chiedersi fino a che punto possiamo identificare Marlow e il suo autore, per quanto entrambi abbiano comandato un battello fluviale che si spingeva nel cuore dell’Africa nera. Comunque, posso pure comprendere che nel lontano 1977 Achebe, quando il discorso postcoloniale era agli inizi, si sentisse in dovere di mettere sotto accusa Cuore di tenebra, di reclamare il diritto degli africani di raccontarsi, rivendicazione animata più da comprensibile vigore polemico che da attenzione alle molteplici ambiguità del testo. D’altro canto, Conrad non è facile da inquadrare. Polacco, nato nel 1857 in un paese che all’epoca era una colonia russa (o toh, il colonizzato che alla fine parla di colonialismo, proprio come Achebe…), emigrato per non fare la fine del padre, Apollo Korzeniowski, grande traduttore dall’inglese e indipendentista, arrestato e deportato per le sue idee politiche (la Russia non cambia mai!); il giovane Józef lascerà la sua terra, se ne andrà in Francia, s’imbarcherà, farà una carriera nella marina mercantile fino a diventare capitano, e poi – dopo un esaurimento nervoso dovuto a quel che aveva vissuto in Congo – opterà per la terraferma e, divenuto suddito di sua maestà britannica, sarà scrittore in una lingua non sua, letto prima come autore di storie avventurose e poi pian piano riconosciuto come grande narratore e precursore del Novecento letterario. Ammetterete che è una storia complicata e non proprio lineare. Ecco, proprio la figura del padre Apollo a me sembra offrire una chiave per leggere i personaggi conradiani: quando Józef Korzeniowski scrisse Cuore di tenebra firmandosi Joseph Conrad (usando come cognome il suo terzo nome), la Polonia era ancora sotto il tallone russo, e il massimo che Apollo era riuscito a fare, una volta scarcerato, era stato di trasferirsi a Leopoli e poi a Cracovia, in quel pezzo del suo paese che allora era sottomesso a un altro impero, quello austro-ungarico – insomma, Józef/Joseph aveva visto morire suo padre nel 1869 come un vinto, vissuto inseguendo un sogno che non s’era realizzato. Apollo era insomma assai simile ad altri visionari: uno decisamente inquietante, il Kurtz di Cuore di tenebra; un altro più patetico, e parliamo di Kasper Almayer, il protagonista dell’opera d’esordio di Conrad, uscita nel 1895. Ancora oggi La follia di Almayer non è considerata tra le opere maggiori del capitano Korzeniowski; non è Lord Jim, non è La linea d’ombra, non è Cuore di tenebra – secondo alcuni commentatori lo scrittore anglo-polacco ancora non padroneggiava a sufficienza la lingua inglese, e la sua prosa era ripetitiva. Sarà; io trovo invece che questo romanzo breve sia estremamente interessante, e che meriti di essere letto specialmente oggi, proprio mettendolo fianco a fianco con Cuore di tenebra. Mi spingo fino ad affermare che La follia di Almayer a tutti gli effetti risponde alle severe obiezioni di Chinua Achebe prima ancora che esse venissero formulate: miracoli della letteratura! Anche nell’opera prima siamo in una società coloniale; più precisamente nell’immaginario villaggio malese di Sambir, basato su quello realmente esistente di Tanjung Redeb, oggi cittadina del Borneo facente parte dell’Indonesia, ai tempi di Conrad possedimento olandese. Olandese è Kasper Almayer, commerciante male in arnese con un matrimonio fallito sul groppone (la moglie, malese, disprezza il marito perché ai suoi occhi troppo debole – o, come diremmo oggi, insufficientemente patriarcale), regolarmente fregato dagli abilissimi mercanti arabi della zona, e facile a imbarcarsi in imprese sballate, come la costruzione di una dimora di lusso nella quale ha dilapidato somme considerevoli senza neanche arrivare a completarla. Proprio questo palazzo dà il titolo al romanzo, perché tutti gli abitanti di Sambir la chiamano “la follia di Almayer”. Che Conrad venga considerato un modernista in anticipo non deve stupire: il suo personaggio è a tutti gli effetti un inetto, ben più di Zeno Cosini. A differenza di quest’ultimo, però, Kasper ha un sogno che gli promette un riscatto: individuare una miniera d’oro che lo farà ricco e gli consentirà di tornare nella terra dei suoi sogni, quell’Olanda dalla quale provenivano i suoi antenati e dove lui non è mai stato, dove vivrà ammirato e rispettato, non più zimbello dei suoi compaesani dalla pelle scura e dai tratti asiatici. La ricchezza Kasper la desidera soprattutto per sua figlia Nina, che si è vista trattare a pesci in faccia dagli olandesi perché mezza malese e dai malesi perché mezza olandese; come riscatto da queste umiliazioni Almayer immagina una vita nel lusso della ricca e civilizzata Europa, lontano dai selvaggi del Borneo. Il problema è che questo sogno non interessa affatto né alla moglie né alla figlia. Quest’ultima, nonostante sia cresciuta a Singapore in un ambiente tutto olandese, ha capito anche troppo bene che agli occhi dei bianchi sarà sempre e comunque macchiata dalla sua madre malese – ha capito che la logica del razzismo colonialista non le aprirà mai del tutto la porta del mondo dei colonizzatori, per cui decide di essere malese, e s’innamorerà di un principe di Bali, Dain Maroola. Quest’ultimo è esattamente il contrario di Almayer: è bello, è forte, è coraggioso, ove occorre spietato, intraprendente, e non ha paura di mettersi contro i dominatori olandesi organizzando un traffico clandestino di polvere da sparo – insomma se la cava meglio del padre di Nina anche come commerciante. Con Dain s’inserisce nel romanzo l’elemento avventuroso, perché il principe contrabbandiere viene braccato dalla marina olandese, e gran parte del romanzo ruota intorno alla suspense relativa al suo destino: verrà catturato e giustiziato, o riuscirà a sfuggire ai suoi nemici? La follia di Almayer funziona bene anche come romanzo d’avventura, e rispetto a questo non si può non notare che qui i colonizzati non sono solo oggetto del dominio europeo, ma a tutti gli effetti sono soggetti di una riottosa resistenza, che sfugge spesso al controllo degli olandesi, come riconoscono gli stessi ufficiali che danno la caccia a Dain. Del resto Almayer è ben consapevole che la superiorità dell’uomo bianco (lui) è continuamente smentita dall’astuzia degli asiatici, dai loro intrighi e dai loro inganni; e questo lo porta a sognare che gli olandesi, visti come colonialisti inefficienti, vengano sostituiti dagli inglesi – perché loro sì che sanno come si mettono in riga i popoli sottomessi. Di qui l’impressione che Conrad critichi il colonialismo degli altri (qui gli olandesi, in Cuore di tenebra i belgi) confrontandolo con quello illuminato degli inglesi – però alla fine della fiera il capitano Korzeniowski ci mostra sempre un colonialismo immorale e fallimentare, che dietro l’ideologia del fardello dell’uomo bianco intento a fare del bene, incompreso dai nativi, nasconde semplicemente rapacità e brutalità, e la caccia al dollaro (che infetta anche i malesi, vedasi come ammucchia monete la moglie di Almayer). E alla fine Nina e Dain riescono a scappare, epilogo che dovrebbe dare da pensare a chi legge Conrad come apologeta del colonialismo – e lo pone stranamente vicino a un tal Salgari Emilio… Ma il lato avventuroso di questo romanzo non dovrebbe farci sfuggire la sua notevole densità letteraria. Per certi versi Conrad è ancora debitore del realismo ottocentesco, Almayer è un vinto come certi personaggi di Verga, di Zola, di Hardy; ma la componente della follia non va trascurata, e la descrizione del declino psicofisico del commerciante olandese, che finisce a fumare oppio con l’altro antieroe, il suo collega cinese Jim-Eng, risente dell’investimento nell’esplorazione dei meandri della psiche che di lì a poco porterà a Joyce e Musil. E se da un lato Conrad si lancia di tanto in tanto in descrizioni della natura tropicale tra il pittorico e il poetico, quadri fatti di parole che sono caratteristici del romanzo ottocentesco, il suo uso disinvolto del flashback (che in narratologia si chiamerebbe analessi) è già novecentesco, e fa sì che la narrazione sia tutt’altro che lineare, anticipando il vortice cronologico di Nostromo. Insomma, in questo caso si può ben dire che il buon giorno si vede dal mattino; e se mi si consente di citare una canzonetta dei favolosi anni Settanta, in quest’opera prima un po’ trascurata quanta politica ce poi trovà…   P.S. Ma in conclusione, era colonialista o no Conrad? In verità ci sono momenti in cui i suoi personaggi manifestano opinioni decisamente razziste fondate sulla convinzione della superiorità dell’uomo bianco, però poi in Cuore di tenebra Marlow ammette che c’è una comune umanità che include sia i neri che i bianchi: quel che li distingue è il restraint, l’autocontrollo, la capacità di frenare le proprie pulsioni che caratterizza gli europei. Detto questo, Conrad ci mostra un europeo come Kurtz che il self-control l’ha perso del tutto; e a bordo dell’imbarcazione capitanata da Marlow viaggia anche un gruppo di cannibali che – per quanto affamati – non aggrediscono i bianchi, dimostrando un restraint considerevole. No, la faccenda non è semplice, e soprattutto, con buona pace di Achebe, non è in bianco e nero. L'articolo Conrad e le ambiguità del colonialismo proviene da Pulp Magazine.
January 22, 2026
Pulp Magazine