PALESTINA: LETTERA APERTA DI SAMI ABUOMAR, DA GAZA, A MELONI, TAJANI E CROSETTO. “COME VOLETE CHE LA STORIA VI RICORDI?”
In Palestina il genocidio per mano israeliana non conosce sosta alcuna. Tel Aviv
demolisce interi quartieri a est di Beit Lahia, in concomitanza con i
bombardamenti di artiglieria che hanno preso di mira le aree a est di Khan
Younis e il campo profughi di Bureij. Bombe pure dal mare, con almeno 2
palestinesi feriti da navi da guerra israeliane sula spiaggia di Rafah.
Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco nell’ottobre 2023, poco meno di
2mila palestinesi sono stati uccisi (500) o feriti a seguito di 1.300 violazioni
commesse dall’occupazione. Questo porta il numero totale di palestinesi uccisi
dal genocidio in 2 anni e mezzo a 71.551, con 171.372 feriti e migliaia e
migliaia di dispersi sotto le macerie. La corrispondenza da Gaza con Sami Abu
Omar, nostro storico collaboratore.
Il resto della popolazione continua a combattere, ora per ora, per la vita, al
gelo, tra vento e pioggia, e senza uno straccio di aiuto.
Dalla Striscia di Gaza Sami Abuomar, cooperante palestinese e collaboratore di
tante realtà solidali italiane, oltre che nostro storico collaboratore, ha
scritto una lettera aperta a Meloni, Tajani e Crosetto, chiedendo loro: “Come
volete che la storia vi ricordi? Il mondo vi guarda”.
La corrispondenza dalla Striscia di Gaza con Sami Abuomar, su Radio Onda d’Urto,
di mercoledì 21 gennaio. Ascolta o scarica
Di seguito, il testo della lettera aperta spedita da Sami Abuomar al Governo
Italiano:
“Lettera aperta alla Presidente Meloni, al Ministro Tajani e al Ministro
Crosetto
Presidente Meloni, Ministro Tajani, Ministro Crosetto.
Scrivi a voi da Gaza perché ho vissuto molti anni in Italia e la considero una
terra vicina. E scrivo in una notte in cui il vento a Gaza sembra parlare da
solo. Non è un vento normale: è un vento che entra nelle ossa, scuote le tende
come fogli di carta e costringe migliaia di persone a restare sveglie per paura
che il proprio riparo venga portato via. È un rumore continuo, simile al mare in
tempesta, senza sosta.
Mentre vi scrivo, famiglie intere sono fuori sotto la pioggia, nel buio,
stringendo ai bambini coperte che non scaldano. Hanno paura che la tenda crolli,
che il vento la strappi, che qualcosa cada dall’alto. E mentre il vento passa,
il freddo brucia.
È strano pensare che nel 2026 esistano ancora luoghi dove una tenda decide la
vita o la morte.
Una tenda che d’inverno è un frigorifero e d’estate un forno.
Una tenda che non protegge da niente, neppure dalla memoria di ciò che è stato
perso.
Gaza vive così da oltre due anni: bombardamenti, fame, mancanza di cure,
malattie, poi ancora fame, poi ancora freddo. E oggi i numeri dell’ONU parlano
chiaro: 95.000 persone in malnutrizione acuta. Bambini morti di freddo. Anziani
morti di freddo. Non per un missile: per il freddo.
E allora la domanda che vi rivolgo non è tecnica, né diplomatica.
È una domanda che riguarda la coscienza, quella dimensione che nessuna carriera
politica potrà mai sostituire:
Come volete che la storia vi ricordi? Il mondo vi guarda.
Ogni epoca ha avuto la sua tragedia.
Ogni epoca ha avuto il suo punto in cui era impossibile far finta di non vedere.
Noi oggi viviamo uno di quei momenti.
So che la politica è complessa.
So che gli equilibri internazionali sono fragili.
So che ogni parola pesa.
Ma pesa anche il silenzio. E il silenzio, in certi momenti, pesa molto di più.
Tra dieci, venti, cinquanta anni, quando qualcuno leggerà cosa è accaduto in
questi mesi, nessuno ricorderà le sfumature diplomatiche o le frasi calibrate.
Ricorderanno solo chi ha parlato e chi no. Chi ha protetto la dignità umana e
chi ha preferito la prudenza alla verità.
Di Gaza resteranno i nomi dei morti.
Dei leader resterà ciò che hanno scelto di fare mentre quei morti chiedevano
aiuto.
Per questo vi scrivo.
Non per ottenere una risposta, non per farvi cambiare linea politica con una
lettera: sarebbe ingenuo pensarlo. Scrivo perché c’è un dovere che va oltre la
politica, ed è il dovere di lasciare una traccia. Salvare le vite dal freddo,
adesso e una voce che dica: questa cosa non può essere normale.
Vi chiedo di usare la vostra posizione per fare e dire almeno questo.
Per affermare che nessun popolo deve morire di freddo, fame e abbandono.
Per ricordare che la dignità non è negoziabile.
Perché, che lo vogliamo o no, la storia sta già scrivendo questo capitolo, e un
giorno qualcuno lo leggerà e giudicherà.
Non dimenticherà le vittime.
E non dimenticherà nemmeno chi aveva la possibilità di dire una parola e non
l’ha detta.
Con rispetto, ma senza rassegnazione. Con dolore, ma senza silenzio.
Sami Abuomar”