Filippo La Porta / Sottrarsi al culto della visibilità
Se dal titolo appare chiaro l’intento dell’autore di porre l’attenzione su una
parola cardine come “ordinaria” non lo è affatto il come intende arrivarci. La
Porta, infatti, non sigla un semplice saggio, né un banale excursus bensì chiama
in causa letture e visioni cinematografiche nonché ascolti musicali dagli albori
del pensiero occidentale fino ai giorni nostri. Vengono chiamati in causa il
romanzo dell’Ottocento, da Austen a Gončarov a Tolstoj, Wordsworth, Simone Weil,
Epicuro, Manzoni, San Tommaso, Montaigne, Pontiggia, Kafka, Spinoza, Orwell,
Chesterton, Horkheimer, Wender e ancora altri.
Un volume composto come una lunga camminata, o una lunga chiacchierata tra sé e
sé, o con un amico col quale tirare le somme di una vita. Sì, perché il volume
anche un po’ per le sue dimensioni si presta a quel fare tra diario e breviario,
da tenere nella tasca del paltò per essere estratto e aperto ogni volta in cui
si è presi dallo sconforto del non essere abbastanza performante o abbastanza
visibile.
In qualche modo La Porta ci richiama all’eterno fuoco dell’uomo chiamato a
essere, a definirsi senza rispecchiamento nel fare. E in una società come quella
contemporanea permeata da immagine e da effimera gloria questo è il paradigma
opposto per eccellenza, ma ciò non vuol dire che non sia possibile invertire la
rotta. Tramite esempi e raffinate citazioni ci viene ricordato come anche testi
classici (Guerra e pace per esempio) abbiano saputo ridare dimensioni adeguate a
ego smisurati, oppure rendere barlume di luce una piccolissima e banale azione,
per quest’ultimo aspetto La Porta cita in supporto la Torah e gli estratti
sapienziali del Pirqei Avot.
Non si tratta mai di giudizio, e questo per un libro di saggistica che ha come
tema la vita è una grande qualità, e quindi non scade nel retorico, bensì di
osservazione. Il lettore è chiamato costantemente a mettere in discussione le
affermazioni dell’autore e a confutarle se può per poi tornare a leggere e a
discuterne a ripensare a riguardare la realtà che lo circonda. Credo che la
sensazione che più permane nel lettore a ogni singolo capitolo, a ogni singolo
passaggio sia quella di pace con sé stessi e di grande quiete intellettuale. Non
è un caso che tra le tante citazioni ci sia anche una parte de Il preludio di
William Wordsworth: «Se mai felicità ha visitato l’uomo, / quel giorno una
perfetta felicità fu mia, / distesa, continua, calma, contemplativa».
La Porta ci accompagna quasi mano nella mano a lambire quel lago che è coscienza
e consapevolezza del sé che ci rende umani, quasi a far da faro in un mondo che
si perde dietro a falsi eroi (coloro che vengono celebrati non per imprese ma
per redditività) e nuovi miti (coloro che implementano fatturati senza pensare
al bene comune), mai in contrapposizione ma abbracciando le diversità e
mettendone in luce gli aspetti che possono essere applicati nella vita
quotidiana, quei piccoli precetti che possono elevare ogni gesto. Un po’ come
nella filosofia di Estremo Oriente ogni giorno non sarà sprecato se ogni singola
azione avrà teso all’essenza di una presenza pura, di un essere reale, fatto di
fragilità e domande. Un viaggio attraverso le arti ma soprattutto in sé stessi
alla scoperta del passato in noi, del futuro costruibile e del presente che
necessita di nuovi occhiali (come Sartre insegna) non per adeguarsi
all’omologazione ma per essere motore di quiete e stabilità.
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