Dal colpo di stato contro Chávez al rapimento di Maduro: cosa è accaduto alla rivoluzione bolivariana
La notte tra il 2 e 3 gennaio gli Stati Uniti hanno rapito Maduro e sua moglie
Flores in un vero e proprio atto di guerra contro il Venezuela, non rispettando
il diritto internazionale, bypassando sia le Nazione Unite che il Congresso
degli Stati Uniti. Da quel giorno la macchina della propaganda è in atto,
l’azione di Trump è un’«operazione militare chirurgica», nonostante siano morte
almeno cento persone, e «Maduro è un sanguinoso dittatore».
Il nostro governo di destra supporta apertamente gli Usa e l’ipotesi che Maduro
sia un narco-terrorista. Eppure il Cartel del los Soles di cui Maduro sarebbe a
capo semplicemente non esiste ed è anche stato cancellato dalle carte della
procura statunitense. In realtà, Trump è stato chiarissimo nella sua conferenza
stampa: le compagnie petrolifere devono tornare a controllare il petrolio
venezuelano, è questo il principale obiettivo dell’”operazione”.
Meloni e i suoi giornali continuano a tuonare contro la «sinistra che difende un
dittatore», «contro i sindacati che difendono il Venezuela dove si guadagnano
due dollari» e «contro gli italiani di estrema sinistra che spiegano a degli
esuli venezuelani che cosa significhi essere venezuelano». Welcome to Favelas ha
addirittura portato due persone venezuelane con posizioni anti-Maduro alla
piazza indetta da Stop Rearm Europe, per riprendere la discussione e farne un
video acchiappa click e supportare le tesi trumpiane.
Certo, però, non va meglio nella sinistra democratica che denuncia l’attacco
degli Usa ma con difficoltà lo inserisce nella sua lunga storia imperialistica
nel continente americano. Fino ad arrivare all’articolo di Manconi su
“Repubblica”: «La sinistra invece che schierarsi incondizionatamente dalla parte
della legalità internazionale e dei diritti politici, civili e sociali dei
venezuelani, sceglie di stare dalla parte dell’autocrate Nicolás Maduro».
> E poi abbiamo le posizioni che dividono il mondo in due blocchi, cosiddette
> “campiste”, che difendono Maduro contro ogni critica, liquidando le comunità
> venezuelane migranti come manipolate, ignorando l’esodo di quasi otto milioni
> di persone dal paese per la povertà dell’ultimo decennio e che non hanno
> interesse a discutere di come la rivoluzione bolivariana si sia richiusa su se
> stessa.
Contro l’attacco al Venezuela, le minacce alla Colombia, a Cuba e alla
Groenlandia c’è la necessità di una grande mobilitazione mondiale contro il
nuovo imperialismo statunitense, guidata dai Paesi latino-americani più colpiti.
Movimenti e organizzazioni di sinistra del sud del continente hanno già lanciato
una mobilitazione permanente e discutono di una marcia continentale contro il
nuovo imperialismo.
LA RIVOLUZIONE BOLIVARIANA
Il rapimento di Maduro è l’apice della campagna per screditare e distruggere la
rivoluzione bolivariana portata avanti dagli Stati Uniti per 27 anni, iniziata
con la prima elezione di Hugo Chávez a Presidente del Venezuela. Ed è anche la
continuazione di un’aggressione durata sei secoli contro l’America Latina,
iniziata con il processo coloniale.
Chávez era un militare, che si politicizza quando alla fine degli anni 1970 il
governo di centro sinistra di Carlos Andrés Pérez vota, su indicazione del Fondo
monetario internazionale, l’aumento del biglietto dell’autobus di quasi quattro
volte. Insieme alla polizia, viene chiamato l’esercito, e si spara su chi è in
piazza: le stime ufficiali parlano di 300 persone uccise, ma quelle non
ufficiali parlano di migliaia.
Queste rivolte e la loro repressione sanguinaria di fatto rompono il Pacto de
Puntofijo, l’accordo siglato dopo la dittatura tra i tre principali partiti
venezuelani, Acción Democrática (AD), Comité de Organización Política Electoral
Independiente (COPEI), Unión Republicana Democrática (URD), tutti
filo-statunitensi, e che esclude ogni forza di sinistra. I governi si
alternavano, spartendosi le posizioni di potere e il controllo economico, mentre
la maggior parte della popolazione rimaneva esclusa dalla vita politica vivendo
in condizioni di estrema povertà. Coloro che hanno siglato il Pacto e ne hanno
beneficiato per decenni hanno poi osteggiato Chávez in tutti i modi, perché la
sua presidenza gli ha tolto il potere politico ed economico.
Tra gli ufficiali militari dopo il Carcazo inizia a serpeggiare malcontento,
nasce il Movimento Bolivariano Rivoluzionario, che porterà Chávez al tentato e
fallito golpe del 1992. Chávez rimarrà in prigione fino al 1994, rilasciato
grazie alla sua crescente popolarità si dedica alla costruzione di un movimento
che possa prendere il potere democraticamente, Il Movimento Quinta Repubblica
con cui vince le elezioni nel 1998, con l’obiettivo di scrivere una nuova
Costituzione e superare la Quarta Repubblica, fondata su un patto tra
oligarchie.
> Salito al potere, Chavez inizia un vero e proprio processo costituente: indice
> un referendum, il primo della storia venezuelana, la partecipazione supera
> l’80% degli aventi diritto, un successo è anche l’elezione dell’Assemblea
> costituente, dove il suo movimento prende più del 60% dei voti, così come il
> referendum confermativo della Costituzione.
Al centro della carta l’idea di una Democracía Participativa y Protagónica, dove
il popolo controlli il potere tramite referendum revocatorio possibile per tutte
le cariche elettive, Presidente compreso. E soprattutto tramite processi
partecipativi che si sono aperti negli anni seguenti come les comunas e le
politiche sociali organizzate in misiones. Redatta la Costituzione, si ritorna
al voto, e Chávez vince nuovamente con quasi il 60% delle preferenze.
Come spiega Koerner in Black Agenda Report, «Il chavismo non fu una creazione
verticistica di Chávez, bensì un movimento dal basso – organizzato dal
semiproletariato nero e indigeno delle baraccopoli periferiche insieme agli
ex-guerriglieri comunisti – di cui il futuro Presidente fu egli stesso un
prodotto. Fu proprio questa frazione di classe, costituita da piccoli produttori
sfollati dalle campagne senza essere pienamente integrati nei settori
industriale o nei servizi, che giocò un ruolo decisivo anche nella Rivoluzione
algerina e nella lotta per la liberazione dei neri negli Stati Uniti».
I primi dieci anni di chavismo sono segnati da: investimenti in istruzione e
ricerca, aumento degli stipendi degli insegnanti, riduzione della povertà,
diminuzione della disoccupazione, borse di studio per le fasce più povere della
popolazione, creazioni di cooperative, abolizione del latifondo. Anche se con
difficoltà, pure Rodolfo Toé su Il Post deve riconoscere che «tra i cittadini
del Venezuela la popolarità di Chávez era soprattutto dovuta alle sue politiche
economiche, basate su importanti nazionalizzazioni e su programmi di spesa
pubblica, finanziati dai profitti delle imponenti riserve petrolifere
venezuelane, in anni in cui il prezzo del petrolio crebbe molto». E questo è
inaccettabile per molti dentro e fuori il Venezuela.
IL COLPO DI STATO
Il petrolio in Venezuela è stato nazionalizzato nel 1976, la compagnia PDVSA, la
più importante del Paese, era già statale e gestita da un gruppo di burocrati in
accordo con il settore privato. Quando Chávez tenta di riformare la gestione
della compagnia statale e rimuovere i direttori esecutivi questi si rifiutano di
lasciare le proprie posizioni. Ed è qui che la rottura con le élite borghesi
filo-statunitensi che avevano fino ad allora guidato il Paese esplode. Questo
porta al tentativo di rimuovere Chavez con la forza con il colpo di stato
dell’11 aprile del 2002, apertamente sostenuto dagli USA, di cui rimangono le
immagini dei cecchini sui palazzi che sparano sulla folla.
Gli Stati Uniti, la Spagna e Israele si affrettano a riconoscere il nuovo
Presidente, che dichiara subito di uscire dall’OPEC, elimina gli accordi con
Cuba, e annulla la nuova Costituzione. Il tutto con il pieno sostegno
dell’apparato mediatico. Nei tre giorni seguenti, mentre Chávez era tenuto in
detenzione, si conta che quasi sei milioni di persone siano scese in strada per
difendere la rivoluzione bolivariana, sfidando i cecchini, l’esercito, e tutto
l’apparato a sostegno del nuovo governo. Solo grazie a questa straordinaria
mobilitazione il colpo di stato è fallito.
> Allora oggi ci potremmo chiedere: che cosa è cambiato in Venezuela dal 2002 al
> 2026? Perché il colpo di stato contro Chávez è stato difeso da milioni di
> persone che sono scese in piazza con i propri corpi e nel 2026 le strade sono
> rimaste più o meno calme dopo il sequestro di Maduro?
Il fallito colpo di stato del 2002 ha reso Chávez molto più forte e stabile
all’interno del Venezuela, e lo ha anche isolato sempre di più dal mondo
occidentale, e dai governi latino americani filo-statunitensi. È qui che la
politica di Chavez si fa più socialista e anti-imperialista, non solo nelle
politiche ma anche nel linguaggio e nella simbologia. Sono gli anni delle
alleanze con i governi progressisti latino americani, dell’ALBA, l’abbandono del
Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale. Fino al momento
emblematico in cui Chávez nel 2006 di fronte all’assemblea delle Nazioni Unite
definisce Bush «Mr. Danger».
Come spiega il Prof. Alejandro Velasco, intervistato da CBC: «II chavismo ha
sempre avuto al suo interno due correnti contrapposte e contraddittorie. La
prima è una corrente autoritaria, che risale (…) a quella visione più
aristocratica di Simón Bolívar. Secondo questa visione, il modo per trasformare
gli Stati, rivoluzionare i governi e migliorare realmente il benessere delle
nazioni latinoamericane era attraverso un governo forte ma illuminato. Ma, a
causa delle tendenze e delle convinzioni di sinistra di Chávez e di altri membri
del suo movimento, il chavismo ha anche mantenuto una componente molto
partecipativa: molto più democratica, molto più orientata verso i settori
popolari». E se da un lato c’è stata una tendenza ad accentrare potere
nell’esecutivo, e intorno al grande carisma del Presidente, dall’altra si è
sviluppata una vera e propria democrazia partecipativa multilivello con
assemblee di quartiere, elezioni dirette comunali degli enti locali, e
partecipazione diretta di lavoratori e lavoratrici nella gestione delle
industrie espropriate, redistribuzione della ricchezza e politiche sociali per
migliorare le condizioni di vita della popolazione più povera e marginalizzata.
Tutto questo non può essere facilmente dismesso, Chavez è stato un catalizzatore
per i governi e movimenti progressisti di tutto il continente americano e non
solo».
IL PASSAGGIO DI POTERE, LA CRISI ECONOMICA E LE SANZIONI USA
Chávez muore a marzo del 2013, a un anno dalla sua quarta elezione, lascia in
carica il vicepresidente Maduro, già Ministro degli Esteri per sei anni. Maduro
non ha il carisma di Chavez e nel 2015, con il crollo del prezzo del petrolio,
si trova a gestire una delle più gravi crisi economiche per il Paese. L’economia
venezuelana si mostra in tutta la sua fragilità ed estrema dipendenza dalla
fonte fossile. Il reddito pro capite crolla sotto gli 8.000 dollari, in cinque
anni l’economia si contrae del 30%, le politiche sociali vengono tagliate, e
l’inflazione è fuori controllo, arrivando a picchi del 700%.
Le nuove sanzioni statunitensi peggiorano enormemente la situazione. Infatti
durante la sua prima presidenza, Trump impedisce l’accesso ai mercati finanziari
statunitensi per qualsiasi titolo legato al Venezuela e alla sua compagnia
petrolifera nazionale, rendendo sempre più difficile il rifinanziamento del
debito pubblico venezuelano, e di fatto azzerando il valore dei titoli
venezuelani. Questo ha avuto un impatto drammatico sulla popolazione
venezuelana: il sistema sanitario finanziato con la rendita petrolifera
collassa, l’importazione di cibo diminuisce quasi dell’80% nel 2018, le
infrastrutture di base, come quelle dell’acqua, sono lasciate all’abbandono.
> In uno studio pubblicato nell’agosto del 2025 su The Lancet si stima che le
> sanzioni unilaterali statunitensi abbiano un impatto drammatico tanto quanto
> quello di una guerra, provando una correlazione diretta tra innalzamento della
> mortalità e sanzioni.
A questo il governo Maduro ha risposto con un vero e proprio piano di austerità,
accentrando il potere, aumentando la repressione, e costruendo intorno a sé una
nuovo gruppo di potere che gode di benefici impensabili per il resto della
popolazione. Nel 2018 il Programma per la ripresa, la crescita e la prosperità
economica ha di fatto «liquidato i salari e annullato le discussioni sulla
contrattazione collettiva. Queste misure hanno favorito la trasformazione dei
salari in bonus (…), senza mantenere le ferie pagate, le prestazioni sociali e
altri benefici che i lavoratori ricevevano in precedenza come parte del loro
reddito salariale» come spiega in un’ intervista il membro del Partito per il
Socialismo e la Libertà. E di fronte all’iper-inflazione, l’economia venezuelana
si dollarizza di fatto, perché tutti preferiscono dollari ai bolivares negli
scambi quotidiani, peggiorando ancor di più la situazione della moneta.
La repressione è ricaduta prima di tutto su chi a sinistra critica il governo
per le sue scelte socio-economiche, persone attive nel processo della
rivoluzione socialista bolivariana fino ad allora, e che lentamente hanno
iniziato a lasciare il Paese per non finire in carcere. Come scrivono compagn_
della diaspora venezuelana del sindacato ADL cobas, il governo Maduro negli
ultimi anni «ha represso, silenziato e incarcerato settori popolari,
sindacalisti e sindacaliste, lavoratori e lavoratrici, attivisti e attiviste
sociali che erano stati protagonisti del processo chavista e che oggi lottano
semplicemente per salari dignitosi, servizi pubblici e diritti fondamentali». Il
2024 è sicuramente stato l’anno di svolta, dopo le elezioni non riconosciute
come valide, e più di duemila persone arrestate, e migliaia ferite dalla
polizia.
> Le opposizioni di sinistra venezuelane oggi, però, sono silenziate sia
> all’interno che all’esterno del Venezuela, dove sui media occidentali trovano
> voce solo le opposizioni della destra neoliberale e filostatunitense.
I numeri della diaspora sono enormi, otto milioni di persone sono emigrate fuori
dal Paese in dieci anni, quasi un terzo della popolazione, che con le loro
rimesse supportano il sistema economico. La popolazione venezuelana è divisa e
una parte – lo abbiamo visto – ha accolto con favore o con indifferenza la fine
del governo Maduro perché straziata dal costo della vita, dalle misure di
austerità, dalla distruzione di ogni politica sociale, e dalla repressione.
Continuano l_ sindacalist_ di ADL cobas «Se oggi una parte significativa della
diaspora proveniente da settori popolari finisce per identificarsi politicamente
con la destra, questo dato non può essere liquidato o stigmatizzato, ma deve
interrogare seriamente le responsabilità del governo Maduro, che ha compromesso
e delegittimato, nei fatti, il significato storicamente associato alla sinistra
e al progressismo».
La copertina è di Alex Lanz da Flickr
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