Democrazia partecipativa o democrazia diretta?
È ormai da diversi anni che, nell’ambito della sinistra, si fa un gran parlare
della cosiddetta “democrazia partecipativa”, mentre è calato il silenzio sulla
democrazia diretta, un tempo auspicata (e spesso praticata) dal movimento
operaio e contadino, oggi ormai confinata all’interno delle organizzazioni
libertarie.
Così è, e non va affatto bene. Con il termine “democrazia partecipativa” si
intende infatti, in generale, un insieme di organismi consultivi che vengono
affiancati agli organismi tipici delle democrazie borghesi: questi ultimi
decidono, mentre i primi si limitano a discutere.
Di norma gli organismi consultivi della “democrazia partecipativa” sono
costituiti da cittadini scelti dalla pubblica amministrazione attraverso il
sorteggio (non sempre: talvolta sono gli amministratori stessi a scegliere tra
sedicenti “portatori di interesse”).
La democrazia diretta invece, per chi non lo sapesse, attribuisce ogni potere
decisionale alle assemblee. Qualora la decisione riguardi un numero di persone
tale da non poter essere riunito in un’unica assemblea, si organizzano più
assemblee e queste, dopo aver discusso e deliberato circa il problema da
risolvere, nominano dei delegati con vincolo di mandato, revocabili in qualsiasi
momento, che si accordano fra loro, salvo ratifica da parte delle assemblee che
li hanno nominati.
Alla democrazia diretta appartengono (ma non tutti sono d’accordo su questa
affermazione) anche i referendum, attraverso i quali, effettivamente, i
cittadini decidono direttamente, senza la mediazione di rappresentanti (e
nemmeno di delegati), sui problemi che li riguardano.
La vera differenza dunque tra “democrazia partecipativa” e democrazia diretta è
nel potere decisionale: nella cosiddetta “democrazia partecipativa” si partecipa
alle decisioni, in quella diretta si decide effettivamente.
Quanto al metodo del sorteggio, spesso utilizzato nella “democrazia
partecipativa”, personalmente, non amo questo tipo di selezione, ma non si può
negare che si tratti di un metodo ugualitario. Del resto è stato spesso usato,
fin dall’antichità, da molte democrazie. Nulla vieta dunque di utilizzarlo.
La cosa fondamentale però è che chi viene sorteggiato abbia effettivamente il
potere di decidere (e di decidere su questioni importanti!) senza essere
indirizzato da manipolatori di professione (funzionari, “facilitatori” ed
“esperti” vari) nominati dalle amministrazioni: se l’assemblea costituita dai
sorteggiati ritiene opportuno ascoltare il parere di esperti deve essere
quest’ultima a sceglierli e convocarli!
Qualcuno obietterà che ciò a cui mi sto riferendo non è la “democrazia
partecipativa” ma una distorsione di essa. Può darsi, ma allora perché non
chiamarla democrazia diretta? Inoltre, in quasi tutti casi in cui l’ho vista in
azione erano presenti manipolatori di professione e, comunque, anche in loro
assenza, l’assemblea non aveva alcun reale potere decisionale.
Ed è questo, a mio parere, l’aspetto più grave, perché quando i cittadini che vi
partecipano, passato un primo periodo di infatuazione, si accorgono che le
decisioni vengono prese altrove e che stanno sostanzialmente perdendo del tempo,
si disamorano della democrazia. E spesso si convincono che forse è meglio
lasciare alle autorità costituite l’onere di decidere al loro posto.
In conclusione: stiamo attenti a non aprire la strada alla “servitù volontaria”!
Luciano Nicolini
(da Cenerentola n. 277, novembre 2024, pagina 5)
Redazione Italia