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A proposito di referendum
Un pacchetto sicurezza (con dentro un decreto e un disegno di legge) che spinge ancora avanti la costruzione di un diritto penale della destra (amministrativo-penale, e dal taglio nettamente preventivo). Conferirgli il valore di un “progetto” organico, coerente e complessivo è probabilmente impossibile: ma non è questo il punto fondamentale. Anzi, la frammentarietà caotica – anche della repressione – fa parte della vocazione di queste nuove destre a muoversi sul terreno della fine delle mediazioni conosciute, di una politica criminale “interna” che rispecchia l’aggressività, altrettanto lontana dalla prevedibilità tradizionale, con cui entrano nella congiuntura di guerra tradizionale. Fatto sta che questo securitarismo “accelerato” che va per accumulo, di provvedimento in provvedimento, ha sempre più bisogno di uno spostamento di tutto l’equilibrio costituzionale sull’esecutivo. Oggi in una tremenda prima pagina del Tempo, Capezzone torna su un esempio che era già stato portato in conferenza stampa della presidente del consiglio: il governo voleva portare – così oggi il Tempo – la “feccia” in Albania. Se non è stato possibile è perché una parte della magistratura non è disposta a servire la “legge”, e vi frappone l’ideologia. Di qua, la necessità della riforma costituzionale per riequilibrare il rapporto tra legge e magistratura. Dalla sponda degli esperti e opinionisti vicini all’industria d’armi, sponda decisamente importante in regime di guerra, in modo più elegante ma nella stessa identica direzione, ha preso parola nei giorni scorsi Marco Minniti, una vita sul fronte della “disciplina” delle migrazioni. Il ragionamento qui è esplicito: sbaglia chi vede nella riforma costituzionale un pericolo per la democrazia, perché – dice il presidente Med-Or – è la democrazia che va vista nel suo nesso ora diventato particolarmente stringente con la sicurezza, e l'”efficienza” assicurata dalla riforma sottoposta al referendum. Insomma, è evidente il passaggio. Abbiamo un neoautoritarismo che funziona per continua gestione e cronicizzazione della crisi. In questo quadro, l’asse sull’esecutivo va tenuto ben fermo, e legislativo e giudiziario devono essere funzionalizzati ad assicurare la velocità dell’azione di governo come asse del regime di guerra “interno”. Non ci sarebbe bisogno di ripeterlo, ma c’è chi inquina i pozzi, anche a “sinistra”: questo quadro non ha nulla a che fare con il panorama Settanta-Novanta, con la magistratura “esorbitante” nella crisi del sistema. Qui non c’è una magistratura “emergenziale” da riallineare. La magistratura erede dell’emergenza è già allineata da tempo alle politiche securitarie, e non si dà come magistratura “politicizzata”, ma anzi (lo ha notato di recente Pepino), come una delle magistrature a più alto tasso di depoliticizzazione (e di “formalismo”, del tutto ideologico) che abbiamo mai avuto. La magistratura da colpire qui è quella – probabilmente neanche maggioritaria, ma molto consapevole – che continua a guardare al contesto costituzionale, europeo e globale come a una sponda per trovare strumenti di difesa dei diritti fondamentali contro la stretta democrazia-sicurezza-ordine pubblico, su cui convergono allegramente i Capezzone e i Minniti. Se questo è il quadro, sarebbe un errore gravissimo, per chi esercita conflitto sociale e tiene aperti spazi e percorsi di emancipazione, liquidare il referendum come un’occasione tra giudici, un confronto interno tra apparati autoritari, e disinteressarsene, perché “io non difendo certo i magistrati”. In una certa misura ovviamente è anche uno scontro interno, ma la tendenza segnata da questa riforma costituzionale segna una consacrazione anche nella lettera del testo costituzionale di passaggi autoritari che riguardano direttamente i movimenti sociali. Dipendenza degli organi di autogoverno della magistratura dalla maggioranza parlamentare a sua volta ormai espressione inerte dell’esecutivo; gerarchizzazione interna delle carriere e ancora maggiore allontanamento delle procure dalla giurisdizione, con spinta verso il pm securitario e ancorato sostanzialmente alla polizia giudiziaria; sullo sfondo generale, l’esecutivizzazione integrale del governo nel segno del regime di guerra e delle nuove esigenze di “efficacia”, sicurezza e ordine, che sono necessarie al capitalismo politico per attraversare l’epoca del “multilateralismo” centrifugo e caotico.   Redazione Sicilia
Sicurezza pubblica contro libertà democratiche? La trappola del governo Meloni e il referendum sulla giustizia
Mentre il governo stringe al massimo i tempi per il referendum sulla giustizia, sull’onda di recenti fatti di cronaca si aggiunge l’ennesimo ricorso alla decretazione d’urgenza per un provvedimento sotto forma di decreto legge in materia di sicurezza pubblica (di 25 articoli) al quale dovrebbe seguire, nella stessa materia, un disegno di legge di portata ancora più vasta (40 articoli). Dopo che lo scorso anno, a giugno, era stato già approvato un decreto legge sicurezza, la propaganda governativa sembra concentrata sugli scarsi effetti che le nuove norme avrebbero avuto per responsabilità di una magistratura, che sarebbe ancora troppo concentrata a difendere i propri privilegi, piuttosto che assecondare l’opera del legislatore, e del governo che attraverso i suoi decreti legge ne stabilisce, spesso in assenza di un qualsiasi dibattito parlamentare, le linee di indirizzo. Le misure previste, tutte di indubbia connotazione repressiva, vanno da una stretta sulla criminalità minorile, con sanzioni più rigorose sulle armi da taglio, all’inasprimento di pene per furti e scippi, dall’ulteriore restringimento delle possibilità di ricongiungimento familiare alla esternalizzazione dei controlli di frontiera nei paesi terzi “sicuri”, dalle espulsioni più rapide di stranieri irregolari allo scudo penale per gli agenti di polizia e per i cittadini che ricorrono alla legittima difesa o che agiscono nell’adempimento di un dovere. I contenuti del nuovo decreto legge, che potrebbe essere pubblicato entro la fine di gennaio, sono evidentemente legati alla riforma della giustizia, perchè mirano ad inserire paletti sempre più stretti all’attività dei giudici, restringendo gli spazi della giurisdizione, ampliando invece i poteri degli organi di polizia e dell’esecutivo. L’obiettivo primario di assoggettare la magistratura alla politica è stato apertamente affermato dal ministro Carlo Nordio («mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo», 3 novembre 2025), dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano («c’è un’invasione di campo [dei magistrati] che deve essere ricondotta», 4 novembre 2025) e persino dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni nella conferenza stampa d’inizio anno («se vogliamo garantire sicurezza occorre lavorare tutti nella stessa direzione: governo, forze di polizia e magistratura»). Emerge così come siano meramente strumentali i dibattiti sulla separazione delle carriere, questione di principio, legata al modello accusatorio del processo penale, che non può essere affrontata nei tempi attuali nei modi nei quali veniva trattata ai tempi di Vassalli e Di Pietro, o di Tortora e Craxi, ma che deve essere calata nel contesto che la circonda, per gli effetti che potrebbe produrre sui futuri equilibri costituzionali. La separazione delle carriere in realtà è stata già implementata in precedenti riforme, ed oggi la questione in gioco è l’indipendenza della magistratura, a partire dai suoi organi di autogoverno (il CSM che si vorrebbe sdoppiare) e di disciplina (la Corte di disciplina), che in misura crescente incidono sulle carriere dei magistrati e ne possono minare l’indipendenza. Una questione quindi democratica, che andrebbe risolta nel rispetto del quadro costituzionale, senza stravolgere quell’equilibrio tra i poteri dello Stato che i Costituenti vollero a garanzia dei principi di uguaglianza e solidarietà su cui si basa la Costituzione repubblicana del 1948. […] Il nucleo centrale del nuovo decreto legge sicurezza riguarda la limitazione della libertà di manifestazione, se non della libertà di circolazione. Non è certo al momento cosa andrà nel decreto legge e cosa sarà soltanto nel disegno di legge, tutto questo sarà oggetto di trattative tra i partiti di maggioranza, con un rinnovato protagonismo della Lega, e potrebbe risentire della mediazione informale con il Quirinale. Le “norme manifesto” degli intenti governativi sono tuttavia già note. Nel nuovo pacchetto sicurezza ci sono norme per chi non si ferma all’alt della Polizia, che rischia fino a 5 anni di carcere. Si introduce una ammenda fino a 20mila euro per chi manifesta spontaneamente e senza preavviso. Si prevede l’estensione delle cosiddette “zone rosse” tanto da rendere “strutturale” (e non solo “eccezionale”) la possibilità per i prefetti di individuare aree segnate da episodi ripetuti di illegalità, dove possa scattare il divieto di permanenza e l’allontanamento per soggetti già segnalati dall’Autorità giudiziaria per particolari reati (contro la persona, il patrimonio o per stupefacenti o per il porto di armi), indipendentemente da una pronuncia di condanna, o da altre misure cautelari disposte da un giudice, ma solo sulla base di una segnalazione di polizia. Tutti casi nei quali i controlli giurisdizionali appaiono particolarmente attenuati. Si deve poi considerare l’impatto che sulla portata effettiva di queste nuove limitazioni della libertà di manifestazione potrà avere una legge di contrasto dell’antisemitismo, con diversi progetti tuttora oggetto di discussione in Parlamento, che recepisca la definizione operativa dell’International Holocaust Remembrance Alliance. Come osserva Francesca Albanese, Commissaria ONU per la Palestina, sarebbe una “vergogna”. Un progetto di legge “Doppiamente ignominioso perché sfrutta la memoria dell’antisemitismo del secolo scorso e garantisce l’impunità per i crimini commessi oggi da Israele” che, in collegamento con le misure previste dai progetti di decreti sicurezza, potrebbe avere pesanti ricadute sulla libertà di associazione e sulla residua libertà di manifestazione in favore del popolo palestinese. […] Si dovrà impedire lo stravolgimento della Costituzione finalizzato a colpire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, minando l’equilibrio dei poteri previsto dai Costituenti, in modo da svuotare i controlli di legalità, come è già successo nel caso della Corte dei Conti. Ma si dovrà spiegare bene ai cittadini che chiedono sicurezza, che questa sicurezza potrà arrivare non da un inasprimento delle misure repressive, tentativo fallito a più riprese in passato, ma con un ritorno agli obblighi di solidarietà, ai principi fondativi dello Stato sociale, nel quadro di una rigorosa separazione dei poteri dello Stato, ed ai doveri di partecipazione sanciti dalla Costituzione, con una effettiva capacità di ascolto dei gruppi sociali più deboli e con la riaffermazione dei principi di legalità e giustizia nella distribuzione delle risorse. La sicurezza non si può garantire senza la giustizia sociale. Questi principi devono tradursi in scelte politiche ed in prassi applicate che devono imporre il ripristino della coesione sociale in tutti i territori dello Stato, da nord a sud, battendo il profitto speculativo, lo sfruttamento lavorativo e la logica del conflitto permanente e del nemico interno, come si considerano ormai gli stranieri. Si tratta di principi di convivenza che al contempo vanno tradotti nel rifiuto assoluto della guerra come sistema di risoluzione delle controversie internazionali tra Stati. Perchè la questione della effettività dei controlli di legalità operati dalla giurisdizione domestica ed internazionale è unitaria, come si è visto da tempo in materia di immigrazione ed asilo, e come è confermato dal caso Almasri, e rimane ancora un cardine degli Stati democratici. Fulvio Vassallo Paleologo