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Sul ragazzo accoltellato a La Spezia: “Fallimento dello Stato, non della scuola”
L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ PRENDE POSIZIONE SULLA VICENDA DELLA MORTE DI UNO STUDENTE DI 18 ANNI, ACCOLTELLATO DA UN ALTRO STUDENTE, IN UNA SCUOLA SECONDARIA SUPERIORE DEL COMUNE DI LA SPEZIA. LO FACCIAMO PUBBLICANDO IL COMUNICATO STAMPA DEL SINDACATO SSB E UNO STRALCIO DEL COMUNICATO DELLA CUB. TRA LOGICHE SECURITARIE, INVITI ALLA SICUREZZA E IL DISORIENTAMENTO GENERALE CI SONO TUTTAVIA VOCI DISSENZIENTI. OLTRE ALLE DUE SOPRA MENZIONATE AGGIUNGIAMO LA PRESA DI POSIZIONE DELL’OSSERVATORIO REPRESSIONE, IL NOSTRO SCOPO È QUELLO DI APRIRE UNA RIFLESSIONE SUL RUOLO DELLA SCUOLA, SUI PROCESSI DI MILITARIZZAZIONE CHE COLPISCONO LE SCUOLE DI OGNI ORDINE E GRADO. EDUCARE ALLA PACE E ALL’INTEGRAZIONE NON SONO SLOGAN, MA NECESSITANO DI CONDIZIONI AMBIENTALI E DI SCELTE POLITICHE CORAGGIOSE. Sgomento, dolore, angoscia, rabbia, e molto altro di fronte a quanto è accaduto in una scuola di La Spezia la mattina del 16 gennaio. Fatichiamo a scrivere queste parole, perché sappiamo che di fronte alla morte di un ragazzo dovrebbe regnare solo il silenzio. Ma non riusciamo a tacere, perché sappiamo che da subito è partita l’onda repressiva che userà questa tragedia per aggravare ulteriormente le condizioni che l’hanno resa possibile. Il problema non è la sicurezza all’interno delle scuole o l’inasprimento delle sanzioni disciplinari nei confronti degli studenti; il problema è l’abbondono di fette enormi della popolazione giovanile alla marginalità in cui ha avuto la sfortuna di nascere, è il disinvestimento da decenni nella scuola pubblica, è la mancanza di qualunque punto di aggregazione creativa, ricreativa, sportiva, culturale; a questo sono condannati moltissimi giovani, nella nostra città e in troppe altre città italiane. Ci sono scuole che sono diventate dei ghetti, in cui le classi scoppiano, in cui i nostri colleghi vivono una condizione professionale difficilissima in mezzo ad adolescenti problematici che portano dentro le classi tutta la loro disperazione e frustrazione. Cosa offrono le nostre città a giovani che provengono da famiglie con disagio socio-economico e culturale? Il nulla: se non hai soldi, non c’è nemmeno quell’altro nulla fatto di vasche sotto i portici, di negozi e di locali. E la scuola, che dovrebbe essere il luogo che più di ogni altro rimuove le differenze, è diventata impotente e dove riesce a reggere, lo fa quasi esclusivamente sulle spalle della motivazione degli insegnanti. Cosa facciamo perché tragedie come queste non accadano più? Riempiremo le scuole di metaldetector (per rassicurare i molti genitori che ora avranno paura)? Inaspriremo i già allucinanti regolamenti disciplinari che in questi anni i collegi docenti sono stati chiamati a deliberare? Alimenteremo ancora e ancora il razzismo e la paura? Non è la scuola che ha fallito, è lo stato, quello stesso che ha creato le condizioni perché questa tragedia avvenisse e che ora invoca una stretta sulle regole e chissà, un buon periodo di servizio militare… Tutti lo sappiamo, anche chi siede negli scranni del Parlamento, cosa dovremmo fare ed è questo che ci preme dire, anche in questa giornata di lutto e dolore: * Dimezzare da subito il numero di alunni per classe, in primis nelle scuole più difficili * Ripristinare immediatamente molte ore di compresenza, a partire dalla scuola elementare, in modo da non inchiodare già a 6 anni i bambini e le bambine alle loro condizioni di provenienza * Aprire in ogni quartiere palestre gratuite * Aprire in ogni quartiere gratuitamente scuole di musica e teatro * Aprire le scuole in orario pomeridiano per corsi di recupero, aiuto nei compiti e le mille attività che vi si potrebbero svolgere * Ripristinare il vero tempo pieno * Inserire strutturalmente nelle scuole lo psicologo (e non solo tre ore al mese per scuole con centinaia se non migliaia di iscritti) * Aprire in ogni quartiere luoghi di aggregazione ricreativi * Ristrutturare gli edifici scolatici rendendoli luoghi piacevoli da vivere Sappiamo anche da dove è possibile prendere i soldi, visto che per le armi siete riusciti a trovare decine di miliardi. Vogliamo scuole e non bombe, vogliamo educazione e non repressione, vogliamo che lo stato investa i nostri soldi per migliorare la vita di tutti i nostri studenti e studentesse, fuori e dentro le nostre scuole, vogliamo essere messi nelle condizioni di tornare ad essere pienamente degli educatori e non dei poliziotti nelle nostre aule. Oggi piangiamo un nostro studente, ci stringiamo alla sua famiglia; ci stringiamo anche ai nostri colleghi e alle nostre colleghe e ai loro ragazzi. Oggi siamo messi di fronte a una tragedia che coinvolge due ragazzi e le loro famiglie. Non cadremo nella vostra trappola, siete lo stato carnefice che ora fa la vittima per costruire, con le vostre trombe della propaganda, una trappola ancora più grande. E ora davvero basta parole. Sindacato Sociale di Base, La Spezia -------------------------------------------------------------------------------- Un ragazzo è stato ucciso a scuola da un coetaneo, è accaduto in un Istituto di La Spezia in Liguria, erano da poco maggiorenni e con genitori immigrati il che ha subito suscitato sarcasmo e pregiudizi, titoloni su qualche giornale al quale non sfugge mai l’occasione per ridurre la realtà ai soliti stereotipi. Poi ci sono le autoassoluzioni, meglio prendersela con immigrati, etnie, maranza, piccola criminalità, se poi si ricoprono incarichi istituzionali importanti abbiamo perfino il pulpito mediatico. Dovrebbero vergognarsi, ammesso che sappiano cosa sia la vergogna, quanti speculano all’indomani su episodi del genere, attenzione anche ai titoli dei giornali che possono far più male di un fendente.  Un insegnante ha ammesso la propria sconfitta,  i sentimenti diffusi, per fortuna, non sono quelli della speculazione politica e del pregiudizio anti immigrazione, infatti tra coetanei, insegnanti e genitori serpeggiano dolore,  incredulità, sgomento, ma anche rabbia di fronte alla morte di un giovane. I motivi sono futili, avere messo un like sul profilo di una ragazza, qui manca perfino una educazione sessuo- affettive nelle scuole, chi parla di etnie si cela dietro a luoghi comuni, la questione riguarda i giovani autoctoni e di famiglie migranti, i ragazzi in toto, il loro modo di approcciarsi alla libertà e alle relazioni ma non pensiamo di estraniarci noi  adulti, certi messaggi siamo noi a trasmetterli o almeno non li ostacoliamo. Il problema per noi non è la sicurezza all’interno delle scuole, i cani antidroga non servono ad aprire riflessione e consapevolezza sull’utilizzo delle droghe o a costruire un approccio diverso rispetto a sostanze leggere che droghe non dovrebbero essere definite. Negli Usa le scuole sono spesso circondate da filo spinato o protette da vigilantes, non ci sembra che il modello scolastico e sociale di quel paese funzioni e possa assurgersi a modello, non è pregiudizio anti americano ma mera constatazione che ove il servizio pubblico viene indebolito e ridimensionato le conseguenze ben presto si manifestano sotto forma di disagio, disuguaglianze, emarginazione sociale In Italia abbiamo un Ministro che vede le assemblee sulla Palestina come un pericolo assoluto, una sorta di propaganda ideologica inaccettabile, ormai la equiparazione tra sostenitori della Palestina e fiancheggiatori di pericolosi estremismi o del terrorismo già la intravediamo all’orizzonte. Non  funziona il modello securitario, non produce alcun risultato se non quello di dividere ulteriormente studenti e studentesse con regole classiste che la scuola pubblica da sempre combatte, gli istituti scolastici dovrebbero essere aperti alla cittadinanza (era uno dei leit motive degli anni settanta), per aprire un laboratorio o una palestra, organizzare delle iniziative con i ragazzi e le ragazze occorre una lunga sequela di autorizzazioni, la burocrazia, la mancanza di soldi per pagare lo straordinario al custode o per assumere un insegnante in più impediscono alle scuole di essere aperte. Va ripensata la scuola, i danni recati da alcuni Ministri che hanno ridotto l’orario sono incalcolabili, il problema doveva essere affrontato in termini diversi ripensando la modalità educativa di quelle ore in più, si è preferito invece cancellarle per ridurre solo le spese. Ma le incombenze burocratiche degli insegnanti sono infinite e questo a discapito del ruolo educativo che dovrebbero svolgere nel migliore dei contesti possibili. Questa situazione è il risultato di anni di disinvestimento ma anche di progressivo abbandono delle funzioni educative proprie della scuola pubblica, l’ultima Legge di Bilancio assegna un fiume di soldi alle parificate e uno Stato che non riesce ad aprire laboratori e palestre non dovrebbe regalare fondi ad istituti privati quando a poca distanza sorgono istituti pubblici. E’ proprio la nozione di pubblico ormai a essere invisa perchè portatrice di messaggi antitetici a quelli Governativi. Rifiutiamo le scuole ghetto, classi pollaio, di questo il Ministro Valditara non vuol parlare, crediamo  invece che la mancata apertura pomeridiana delle attività scolastiche sia parte del problema  e impediscono alle classi sociali meno abbienti, alle famiglie che vivono in un disagio sociale ed economico di appoggiarsi sulla comunità educante per consentire ai propri figli di partecipare ad attività ricreative e sociali. Non è la scuola comunista come sostenuto dal pregiudizio classista oggi imperante, parliamo di un modello inclusivo che stride con la visione aziendalistica e ideologica ormai dominante. Il Governo teme la inclusione e con essa la funzione educativa e sociale della scuola che poi è l’esatto contrario di quella pseudo formazione ideologica, nozionistica ove domina l’acriticità, la supina accettazione di una monocultura incapace anche di aggiornarsi. A quanti chiedono metaldetector, schedature di massa, repressione ricordiamo che quanto accade fuori dalle mura scolastiche dovrebbe riguardarci direttamente anche in qualità di educatori, rispondiamo  alle chiusure repressive con modelli e pratiche educative che restituiscano un valore sociale ai percorsi educativi, non chiudiamoci dentro regole burocratiche o certezze precostituite, apriamo le scuole. CUB Scuola -------------------------------------------------------------------------------- Osservatorio Repressione: La scuola punitiva produce morte, il governo produce repressione