Monarchici, unità nazionale e futuro dell’Iran
Tre anni fa iniziava la rivolta di “Donna, Vita, Libertà”, scatenata
dall’uccisione della giovane e innocente Jina Amini e dalla mobilitazione
immediata del popolo del Kurdistan orientale.
Dallo slogan gridato nel cimitero fino alla diffusione delle proteste in decine
di città iraniane, l’Iran è stato attraversato da manifestazioni di massa. Le
strade del Paese hanno visto centinaia di uccisioni da parte dei pasdaran e
delle forze legate al regime islamico. Nonostante la repressione violenta, la
censura di internet e il tentativo di impedire la diffusione delle notizie,
questa rivolta ha prodotto profondi cambiamenti nella società iraniana e ha
mostrato un nuovo volto della lotta in Kurdistan.
Negli ultimi mesi, inoltre, nuove proteste di carattere economico contro il caro
vita, la povertà e la scarsità di beni essenziali hanno riportato le persone in
piazza. Anche in queste occasioni la risposta del regime è stata la repressione
indiscriminata. Tutto ciò ha messo in evidenza la debolezza strutturale del
sistema e la paura crescente di un suo possibile crollo.
In questo contesto, la scorsa domenica è stata annunciata ufficialmente la
“Coalizione delle Forze Politiche del Kurdistan Orientale in Iran”, un’alleanza
tra i principali partiti del Kurdistan orientale:
* il Partito Democratico del Kurdistan dell’Iran
• il Partito per una Vita Libera in Kurdistan (PJAK)
• l’Organizzazione della Lotta del Kurdistan dell’Iran
• il Partito della Libertà del Kurdistan
• Komala dei Lavoratori del Kurdistan
Questa nuova alleanza nasce con l’obiettivo di unificare la lotta contro il
regime iraniano, realizzare il diritto all’autodeterminazione e promuovere, in
prospettiva futura, un sistema democratico e decentralizzato.
L’accordo è il risultato di una serie di colloqui volti a superare la
frammentazione delle forze di opposizione in una fase particolarmente delicata.
L’obiettivo principale è la costruzione di una struttura politica fondata sulla
volontà del popolo kurdo e su principi chiari: convivenza democratica, diritti
dei popoli, diritti delle donne ed ecologia.
Peyman Viyan, co-presidente del PJAK, in un’intervista all’agenzia Rojnews, ha
dichiarato che il Kurdistan orientale è pronto a ogni eventualità e che
l’alleanza è stata costruita sulla base della fiducia reciproca e della
convinzione politica, non per necessità o costrizione.
I kurdi, come dimostra la loro storia, hanno sempre portato avanti una lotta
politica organizzata per la pace, la democrazia e i diritti. Anche prima
dell’attuale Repubblica Islamica, durante il periodo dello Scià, esistevano
partiti kurdi che si opponevano alla dittatura. Oggi, di fronte alla prospettiva
di un cambiamento politico in Iran, vogliono farsi trovare pronti con un
progetto chiaro per il “dopo”.
In seguito all’annuncio della coalizione, Reza Pahlavi, figlio dell’ex Scià
deposto, ha diffuso un comunicato in cui ha criticato duramente l’iniziativa
kurda, ribadendo che l’integrità territoriale dell’Iran è una “linea rossa” non
negoziabile e affermando che un futuro esercito iraniano dovrebbe adempiere al
proprio “dovere nazionale e patriottico” contro i separatisti.
Le sue parole hanno suscitato forti reazioni, soprattutto tra le forze politiche
kurde, che hanno interpretato tali dichiarazioni come una minaccia.
Alla dichiarazione di Pahlavi ha risposto Abdullah Mohtadi, segretario generale
di Komala del Kurdistan dell’Iran. Mohtadi ha affermato che minacciare la
repressione dei kurdi sotto il pretesto del separatismo non favorisce l’unità
del popolo iraniano, ma alimenta divisioni e riproduce la retorica del regime.
Ha ribadito che il popolo del Kurdistan è unito nella lotta contro la Repubblica
Islamica e impegnato per un Iran democratico, pluralista e fondato sui diritti
umani, dove siano garantiti i diritti di tutte le nazionalità.
Nella parte conclusiva della sua risposta, Mohtadi ha dichiarato che ciò che la
Repubblica Islamica non è riuscita a ottenere in decenni di repressione contro i
kurdi non potrà essere realizzato da nessun altro, sottolineando la
determinazione del popolo kurdo a difendere la propria identità e i propri
diritti.
A questo proposito, desidero aggiungere anche che Reza Pahlavi, oltre a non
essere un uomo politico nel senso proprio del termine, non rappresenta neppure
una figura realmente desiderata dalla maggioranza del popolo iraniano. La
famiglia Pahlavi, dopo aver lasciato l’Iran portando con sé ingenti ricchezze
appartenenti al popolo iraniano, ha continuato a vivere all’estero senza
svolgere un ruolo politico concreto né promuovere un’opposizione contro
l’attuale regime.
Oggi una parte minoritaria della popolazione all’interno dell’Iran lo sostiene,
in particolare alcuni giovani che non hanno vissuto direttamente la dittatura
dello Shah e che spesso non conoscono a fondo la storia del proprio Paese;
diversamente, difficilmente appoggerebbero il ritorno di una figura associata a
un sistema autoritario.
Le alleanze, le tensioni e le prese di posizione mostrano che la questione del
futuro dell’Iran, tra unità nazionale, autodeterminazione e democrazia, è ormai
al centro del dibattito politico interno e dell’opposizione al regime.
Alla fine, il 28 febbraio 2026, una coalizione militare guidata dagli Stati
Uniti e da Israele ha lanciato un’offensiva contro obiettivi strategici in Iran,
culminata con la morte confermata della Guida Suprema, Ali Khamenei. Secondo
conferme ufficiali iraniane e fonti internazionali, Khamenei è stato ucciso
durante gli attacchi aerei che hanno colpito il cuore del potere politico e
militare a Teheran.
Il governo iraniano ha annunciato 40 giorni di lutto nazionale, definendo
Khamenei “martire della Repubblica Islamica”. Le autorità di Teheran hanno
denunciato l’attacco come un’“aggressione imperialista”, mentre la leadership
statunitense e israeliana hanno difeso l’operazione sostenendo che mirava a
neutralizzare la minaccia nucleare e l’espansione regionale del regime. Va
tuttavia sottolineato che, secondo la narrativa di Washington e Tel Aviv,
l’intervento è stato giustificato principalmente come risposta a una minaccia
diretta alla sicurezza degli Stati Uniti e di Israele, anche alla luce delle
ripetute dichiarazioni ostili provenienti dalla leadership iraniana. Non si è
trattato, dunque, di un’operazione motivata dalla tutela dei diritti del popolo
iraniano o dalla promozione della democrazia, bensì di un’azione inserita in una
logica di sicurezza strategica e di equilibrio militare regionale.
In risposta, la Repubblica Islamica dell’Iran ha lanciato una serie di razzi,
missili e droni contro obiettivi israeliani, statunitensi e nei Paesi del Golfo
Persico. Attacchi sono stati segnalati contro basi militari e infrastrutture in
Israele, Bahrein, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq
(Regione autonoma del Kurdistan dell’Iraq) e Siria.
Diverse nazioni arabe hanno condannato formalmente gli attacchi iraniani come
una violazione della loro sovranità nazionale e hanno rafforzato la loro
prontezza difensiva.
La morte di Khamenei e l’escalation militare che ne è seguita segnano un punto
di svolta nella storia recente dell’Iran e del Medio Oriente. Mentre le tensioni
crescono su più fronti, la questione kurda e la costruzione di alleanze
politiche autonome restano centrali nel dibattito su un futuro possibile per
l’Iran, tra unità territoriale, autodeterminazione, diritti e democrazia.
Gulala Salih, UDIK
Unione Donne Italiane e Kurde (UDIK)