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Il Costo Medio per Studente e le disuguaglianze
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani accoglie la pubblicazione dei nuovi valori del Costo Medio per Studente per l’anno scolastico 2025/2026 come un atto che, pur presentato in forma tecnica e amministrativa, ha un forte significato politico e culturale. I numeri diffusi dal Ministero dell’Istruzione e del Merito non sono neutri: essi raccontano, in modo implicito ma inequivocabile, quale idea di scuola il Paese sta progressivamente costruendo e quali priorità sceglie di darsi quando trasforma il diritto all’istruzione in un parametro economico. Il dato che più colpisce è quello relativo alla scuola primaria, il cui costo medio supera i 9.000 euro annui per studente, ponendosi nettamente al di sopra degli altri ordini di istruzione. Questo valore, letto superficialmente, potrebbe apparire come la conferma di un investimento significativo nell’istruzione di base; tuttavia, se analizzato in relazione agli altri segmenti del sistema scolastico, apre interrogativi più complessi. La scuola secondaria di primo grado, che rappresenta uno snodo cruciale nello sviluppo cognitivo, emotivo e sociale degli studenti, risulta invece il segmento con il costo medio più basso. È proprio in questa fascia d’età che si concentrano le prime forme di disaffezione, il rischio di dispersione implicita, le difficoltà di apprendimento non intercettate in tempo e le fragilità psicologiche amplificate dal contesto sociale e digitale contemporaneo. La distanza economica tra primaria e secondaria di primo grado non è soltanto contabile: essa riflette una visione che continua a sottovalutare il valore educativo, preventivo e sociale della scuola media. Il CNDDU ritiene che il Costo Medio per Studente, nato come strumento di trasparenza e come parametro di riferimento per la verifica della non commercialità delle scuole paritarie ai fini fiscali, stia assumendo di fatto una funzione simbolica molto più ampia. Quando lo Stato utilizza questi dati per definire esenzioni, agevolazioni e politiche di sostegno, esso implicitamente dichiara quale sia, secondo la propria impostazione, il “valore” economico dell’istruzione nei diversi momenti della crescita. Tuttavia, il diritto allo studio, sancito dalla Costituzione come diritto fondamentale e come leva di uguaglianza sostanziale, non può essere ridotto a una soglia numerica funzionale esclusivamente a criteri tributari. Nel contesto reale delle scuole italiane, questi numeri si innestano su una situazione segnata da forti disuguaglianze territoriali, sociali e culturali. I dati sulla dispersione scolastica, sebbene mostrino un lento miglioramento, continuano a evidenziare un legame stretto tra abbandono precoce, condizioni socioeconomiche delle famiglie e contesto territoriale. Le rilevazioni sugli apprendimenti restituiscono un quadro analogo, nel quale le competenze di base risultano fortemente condizionate dall’ambiente di provenienza degli studenti. In questo scenario, la scuola dovrebbe agire come fattore di riequilibrio e di emancipazione, ma troppo spesso si trova a operare con risorse insufficienti o mal distribuite rispetto ai bisogni reali. Il tema delle scuole paritarie e delle agevolazioni fiscali e contributive ad esse collegate si inserisce in questa cornice già fragile. Il CNDDU non nega la funzione pubblica riconosciuta dalla normativa alle scuole paritarie, ma richiama con forza il principio secondo cui ogni beneficio accordato dallo Stato deve essere coerente con la finalità di garantire un’istruzione realmente accessibile, inclusiva e non discriminatoria. Quando il Costo Medio per Studente diventa il parametro per stabilire se una retta sia “simbolica” o meno, il rischio è quello di limitare la riflessione alla sola dimensione fiscale, trascurando l’impatto concreto che tali scelte producono sull’eguaglianza delle opportunità educative. Alla luce di questi dati e di questo contesto, il CNDDU ritiene necessario un ripensamento complessivo delle politiche educative, che vada oltre la pubblicazione annuale di parametri contabili. Rivolgiamo al Ministro dell’Istruzione e del Merito una proposta che nasce dall’analisi dei numeri disponibili e dall’esperienza quotidiana nelle scuole: utilizzare il Costo Medio per Studente non solo come strumento di verifica amministrativa, ma come base per una strategia nazionale di riequilibrio educativo. Ciò significa riconoscere esplicitamente che la scuola secondaria di primo grado rappresenta oggi il punto più fragile del sistema e che proprio lì occorre concentrare investimenti mirati, capaci di rafforzare il tempo scuola, il supporto educativo, l’orientamento e il benessere degli studenti. Significa, inoltre, legare ogni misura di sostegno economico, sia essa fiscale o sotto forma di contributo alle famiglie, a criteri rigorosi di trasparenza e di impatto sociale. Ogni euro pubblico destinato all’istruzione dovrebbe essere valutato non solo per la sua correttezza formale, ma per la sua capacità di ridurre le disuguaglianze, contrastare la dispersione e ampliare i diritti reali degli studenti, in particolare di quelli provenienti dai contesti più fragili. Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ribadisce che l’istruzione non è un servizio a domanda individuale, ma un bene comune e un investimento collettivo sul futuro democratico del Paese. I dati sul costo medio per studente possono e devono diventare l’occasione per una scelta politica chiara: rafforzare la scuola come spazio di inclusione, giustizia sociale e costruzione della cittadinanza, restituendo pieno significato al principio costituzionale secondo cui la scuola è davvero aperta a tutti. prof. Romano Pesavento presidente CNDDU Redazione Italia
Emergenza sanitaria: negato il soccorso a un minore con disabilità gravissima
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profonda indignazione e forte preoccupazione per la vicenda denunciata pubblicamente dal signor Andrea Desilvio, cittadino residente a Mola di Bari, padre di Paolo, ragazzo con disabilità gravissima, totale assenza di autonomia e pluripatologie complesse. Il racconto diffuso attraverso un video sui social non è uno sfogo isolato, ma una drammatica testimonianza di ciò che accade quando i diritti fondamentali vengono schiacciati da procedure rigide, mezzi inadeguati e da una sanità che troppo spesso dimentica la centralità della persona. Il 2 gennaio, a fronte di una gravissima crisi respiratoria, febbre altissima, tremori e tachicardia con frequenza cardiaca pari a 180 battiti al minuto, la richiesta di soccorso urgente si è trasformata in un’attesa di oltre mezz’ora, nonostante la postazione del 118 fosse a pochi minuti dall’abitazione della famiglia Desilvio, a Mola di Bari. L’ambulanza è giunta priva di medico a bordo e con strumentazioni non funzionanti: un elettrocardiografo incapace di collegarsi alla rete ha reso impossibile persino un esame di base. Un’ora trascorsa tra tentativi tecnici falliti e impotenza operativa. La situazione è divenuta ancora più paradossale quando si è posto il problema del trasporto verso il Pronto Soccorso dell’Ospedale Di Venere di Carbonara di Bari. Paolo, per le sue condizioni cliniche e comportamentali, non può essere immobilizzato su una barella senza rischi seri per la propria incolumità. La richiesta del padre di utilizzare la carrozzina, unico presidio compatibile con la sicurezza del figlio, è stata respinta perché l’ambulanza non era abilitata al trasporto in carrozzina. Neppure la possibilità che il genitore provvedesse autonomamente al trasporto, con un mezzo idoneo, accompagnato dal personale sanitario, è stata presa in considerazione. Persino una comunicazione preventiva al pronto soccorso per segnalare l’arrivo imminente di un paziente con disabilità gravissima è stata negata. Il risultato è stato l’abbandono operativo della famiglia: l’ambulanza è andata via senza aver garantito una reale presa in carico. Anche l’accesso successivo all’Ospedale Di Venere ha confermato, secondo quanto denunciato, un sistema che fatica a riconoscere e tutelare adeguatamente le persone con disabilità complesse, lasciando i familiari soli a fronteggiare emergenze sanitarie che richiederebbero risposte rapide, competenti e umanamente orientate. Questo episodio solleva interrogativi gravissimi: – che valore ha il diritto alla salute se non è realmente accessibile a tutti, a partire dai più fragili? – che senso hanno protocolli e “codici” se diventano ostacoli anziché strumenti di protezione? – dove finisce la responsabilità delle istituzioni quando una famiglia viene lasciata senza soluzioni nel momento di massimo bisogno? Parlare di procedure senza affrontare la realtà concreta delle disabilità gravi significa tradire lo spirito stesso della sanità pubblica. Le persone con disabilità complesse non possono essere considerate un’eccezione scomoda di un sistema standardizzato. Hanno bisogno di priorità reali, di mezzi adeguati, di ambulanze attrezzate per il trasporto in carrozzina, di personale formato e autorizzato a intervenire con flessibilità e competenza. Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani chiede con forza: * una revisione urgente dei protocolli di emergenza per i pazienti con disabilità grave; * l’istituzione di ambulanze idonee al trasporto in carrozzina; * una formazione specifica del personale sanitario sui diritti e sui bisogni delle persone con disabilità complesse; * un’assunzione di responsabilità chiara da parte delle direzioni sanitarie e delle istituzioni politiche, a partire dal territorio di Bari e della sua area metropolitana. La civiltà di un Paese si misura da come tutela i più fragili. Quando un padre di Mola di Bari è costretto a denunciare pubblicamente l’abbandono del proprio figlio durante un’emergenza sanitaria, non siamo di fronte a un caso individuale, ma a una ferita profonda dello Stato di diritto. I Diritti Umani non sono uno slogan né una formula retorica: sono un dovere quotidiano. E quando vengono negati, il silenzio diventa complicità. Il Coordinamento non intende restare in silenzio. prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU Redazione Italia
La violenza giovanile richiede una risposta di responsabilità collettiva
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profonda vicinanza allo studente vittima della grave aggressione avvenuta a Sesto San Giovanni * e alla sua famiglia, condividendo il dolore e lo sgomento che attraversano in queste ore la comunità scolastica e cittadina. Un accoltellamento all’uscita da scuola non è solo un fatto di cronaca: è una frattura simbolica che interroga il nostro presente e chiama tutti – istituzioni, educatori, famiglie, società civile – a una responsabilità collettiva. Accogliamo con rispetto e attenzione la presa di posizione dei docenti dell’IIS De Nicola, che hanno saputo reagire con parole misurate ma ferme, rifiutando ogni semplificazione e ogni tentativo di delegittimazione della scuola. Difendere l’istituzione scolastica, in questo contesto, non significa negare i problemi, ma riaffermare con forza che la scuola è presidio di umanità, di legalità e di cura, non terreno di violenza. La violenza giovanile non nasce nel vuoto. È spesso il risultato di solitudini non intercettate, di fragilità ignorate, di contesti sociali impoveriti di ascolto e di futuro. Per questo la risposta non può essere esclusivamente securitaria o emergenziale. Serve, piuttosto, un investimento culturale ed educativo che rimetta al centro la dignità della persona, il valore del dialogo e la responsabilità reciproca. In questo senso, il ruolo dei docenti va riconosciuto nella sua dimensione più autentica: non meri trasmettitori di contenuti, ma adulti di riferimento, capaci di ascolto, di mediazione e di accompagnamento. Ogni giorno, spesso oltre i confini formali dell’orario scolastico, gli insegnanti si fanno carico di storie complesse, di differenze culturali e religiose, di conflitti interiori che chiedono tempo, competenza e sensibilità. È qui che l’educazione ai Diritti Umani diventa strumento vivo, capace di prevenire l’odio prima che si trasformi in gesto irreparabile. Condanniamo senza esitazioni ogni forma di prepotenza, bullismo e violenza, ribadendo che nessuna giustificazione può essere invocata per negare il diritto fondamentale alla sicurezza e all’incolumità di ciascuno. Ma ribadiamo anche che solo una scuola sostenuta, ascoltata e valorizzata può essere davvero argine alla deriva della violenza. Agli studenti va il nostro pensiero più sincero: crediamo nella vostra capacità di scegliere il rispetto al posto della sopraffazione, la parola al posto del coltello, la cura dell’altro come fondamento della convivenza. La scuola resta e deve restare il luogo in cui anche le ferite più profonde possono trovare senso, ascolto e possibilità di riscatto. Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani continuerà a impegnarsi affinché episodi come quello di Sesto San Giovanni non vengano archiviati come fatalità, ma diventino occasione di riflessione e di cambiamento. Perché educare ai Diritti Umani significa, oggi più che mai, difendere la vita, la dignità e il futuro delle nuove generazioni. Romano Pesavento – presidente CNDDU   * Un grave episodio di violenza ha sconvolto l’ambiente scolastico e cittadino di Sesto San Giovanni nella mattinata di mercoledì 17 dicembre. Un giovane di 18 anni, studente dell’Istituto di Istruzione Superiore Enrico De Nicola, è stato accoltellato davanti alla scuola, in via Saint Denis, da un gruppo di altri giovani che si sono poi dati alla fuga – SESTO NOTIZIE / 19.12.2025 Redazione Italia
Giornata internazionale dei Diritti Umani: in Italia la situazione peggiora
La lettera aperta del presidente del CNDDU / Coordinamento Nazionale Docenti della Disciplina dei Diritti Umani, Romano Pesavento, richiama l’attenzione su una realtà che non può essere ignorata: in Italia i diritti umani non vengono negati apertamente, ma progressivamente indeboliti nella vita quotidiana delle persone. Oggi la povertà non ha un’unica forma riconoscibile. È economica, abitativa, sanitaria, educativa, digitale. È una povertà diffusa, stratificata, spesso invisibile, che restringe le possibilità e svuota i diritti della loro sostanza. Quando l’accesso ai diritti fondamentali dipende dal reddito, dalla competenza tecnologica o dalla possibilità di emigrare, quei diritti smettono di essere universali. I dati presentati dalla Comunità di Sant’Egidio parlano con forza: quasi sei milioni di persone in povertà assoluta, oltre un milione di minori, famiglie soffocate dall’aumento degli affitti, sfratti per morosità che tornano a colpire anche i bambini. Migliaia di alloggi popolari restano inutilizzati mentre cresce il disagio abitativo. La povertà non è una statistica: è un volto, una storia, una relazione che si spezza. A questa frattura si aggiunge una solitudine sempre più diffusa, che impoverisce tanto quanto la mancanza di reddito. Sempre più drammatica appare la povertà sanitaria. Nel 2024 oltre mezzo milione di persone non ha potuto permettersi farmaci e cure non coperte dal Servizio sanitario nazionale. Tra queste, quasi 146˙000 sono minori. Sempre più cittadini rinunciano a visite ed esami per motivi economici o per liste d’attesa incompatibili con il diritto alla salute. Curarsi non dovrebbe mai essere una scelta tra bisogni, né tantomeno un privilegio. Accanto alla povertà materiale cresce una povertà meno visibile ma sempre più determinante: la povertà digitale. Viviamo in una società in cui il digitale è diventato infrastruttura dei diritti. Senza competenze digitali oggi si resta esclusi dall’accesso alla sanità, al welfare, alla scuola, al lavoro, alla partecipazione democratica. La povertà digitale non riguarda solo l’assenza di dispositivi, ma la mancanza di accompagnamento, alfabetizzazione critica, fiducia e consapevolezza nell’uso delle tecnologie. Colpisce famiglie fragili, minori, anziani, persone con background migratorio, ma anche operatori sociali ed educativi che non sempre sono messi nelle condizioni di affrontare la trasformazione digitale. Trasformare il digitale da barriera a strumento di inclusione è oggi una sfida cruciale per la tenuta dei diritti umani. In questo quadro già fragile si inserisce una ferita che riguarda il futuro del Paese: l’emigrazione giovanile. Dal 2011 oltre 630˙000 giovani hanno lasciato l’Italia. Oggi chi parte è più numeroso di chi nasce. Più del 40% degli emigrati è laureato. Non è una semplice mobilità internazionale, ma una selezione al contrario che priva il Paese di energie, competenze e visioni. Dietro questa scelta non c’è solo attrazione per l’estero, ma salari insufficienti, precarietà cronica, costo della vita insostenibile, mancanza di meritocrazia e prospettive credibili. Il diritto di partire è sancito. Ciò che sempre più spesso viene negato è il diritto di restare senza rinunciare alla dignità. Un Paese che non riesce a offrire ai suoi giovani lavoro dignitoso, autonomia e futuro non perde solo capitale umano: perde fiducia, coesione sociale, democrazia. Come docenti di Diritti Umani incontriamo quotidianamente queste contraddizioni nelle scuole e nelle università. Vediamo studenti consapevoli, informati, sensibili alle grandi questioni globali, ma anche disillusi, costretti a immaginare il proprio futuro come un altrove. Educare ai diritti oggi significa dare strumenti per leggere la realtà, collegare le diverse forme di povertà, comprendere che i diritti non sono astrazioni giuridiche ma condizioni concrete di vita. È in questa prospettiva che il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani rilancia la terza edizione dell’Albero dei Diritti Umani, un’iniziativa simbolica e pedagogica che invita scuole, studenti e docenti a riflettere sui diritti negati e su quelli da far crescere, trasformando le aule in spazi di consapevolezza, responsabilità e partecipazione attiva. L’Albero dei Diritti Umani non è un gesto rituale, ma un percorso educativo: ogni diritto riconosciuto, discusso e condiviso diventa una radice; ogni riflessione critica un ramo; ogni azione di cittadinanza una foglia che guarda al futuro. In un tempo di diritti fragili, coltivare diritti significa prendersene cura insieme. La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani non chiede celebrazioni formali. Chiede coerenza. Chiede scelte capaci di tenere insieme giustizia sociale, salute, innovazione, inclusione e dignità del lavoro. Chiede che i diritti siano praticabili, non solo proclamati. In questa Giornata internazionale dei Diritti Umani ribadiamo che una società non è più giusta perché parla di diritti, ma perché li rende reali. E oggi renderli reali significa non lasciare indietro i più fragili, non costringere i giovani ad andare via, non permettere che il digitale, la salute o la povertà decidano chi ha futuro e chi no. Romano Pesavento – presidente CNDDU Coordinamento Nazionale Docenti della Disciplina dei Diritti Umani Albero dei Diritti Umani : educare alla dignità, alla giustizia, alla pace e l’impegno delle scuole Redazione Italia
Burnout docenti: un’emergenza educativa e democratica
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU) denuncia con forza la crescente incidenza del burnout tra i docenti italiani ed europei, una condizione che non può più essere interpretata come disagio individuale, ma come emergenza sistemica che mina il diritto all’educazione e la qualità della democrazia. Secondo i dati più recenti diffusi dall’OECD TALIS 2024, circa il diciotto per cento degli insegnanti della scuola secondaria dichiara di provare un livello elevato di stress, e più della metà individua nel carico burocratico la principale fonte di pressione professionale. In Italia, soltanto il quattordici per cento dei docenti ritiene che la propria professione sia realmente valorizzata dalla società, mentre appena il 5,8 per cento crede che la voce degli insegnanti sia ascoltata dai decisori politici, come evidenziato dall’OECD Education GPS 2024. Il disagio non è confinato ai confini nazionali. Nell’Unione Europea, numerosi Paesi – fra cui Francia, Croazia, Portogallo, Slovacchia e Slovenia – registrano livelli di riconoscimento sociale del docente inferiori al dieci per cento. Il rapporto UNESCO-Fundación SM “Global Report on Teachers” (2024) stima che oltre il novanta per cento del turnover di insegnanti in Europa e Nord America sia legato a condizioni lavorative insostenibili e alla perdita di motivazione professionale. Si tratta di una crisi strutturale che riflette non solo la carenza di risorse, ma anche la progressiva erosione dell’identità di chi educa. Una ricerca internazionale pubblicata nel 2024 su ResearchGate (“Stress, Burnout and Resilience: Are Teachers at Risk?”) ha rilevato che circa il sei per cento dei docenti presenta simultaneamente esaurimento emotivo, cinismo e ridotta efficacia personale, i tre sintomi chiave del burnout. Gli psicologi del lavoro sottolineano che l’esposizione prolungata a richieste eccessive genera un logoramento profondo della motivazione e della capacità di relazione, con conseguenze dirette sulla qualità dell’insegnamento e sulla salute mentale. Il CNDDU richiama l’attenzione delle istituzioni sul fatto che la tutela della salute psicologica dei docenti non è un atto di benevolenza, ma l’attuazione di un diritto umano universale sancito dall’articolo 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e recepito dal D.Lgs. 81/2008 in materia di rischi psicosociali. Una scuola che non protegge chi insegna non può garantire pienamente il diritto all’apprendimento di chi studia. Alla luce di questi dati, il CNDDU avanza una proposta concreta al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara: promuovere un grande patto per il benessere degli insegnanti, una “Carta del Benessere Docente” che riconosca la salute mentale come componente essenziale della professionalità educativa. Tale iniziativa dovrebbe prevedere un monitoraggio periodico del clima lavorativo, un sostegno psicologico continuativo accessibile a tutti gli istituti, la semplificazione delle procedure amministrative e un piano di formazione volto a rafforzare la consapevolezza emotiva e la resilienza professionale. Esempi virtuosi in altri Paesi europei – come il Teacher Well-Being Programme britannico, sostenuto da Education Support (2024) – dimostrano che la prevenzione non è un costo ma un investimento: ogni euro speso in salute mentale dei docenti produce benefici misurabili in termini di qualità didattica, continuità formativa e riduzione dell’assenteismo. L’Italia può e deve farsi capofila di una nuova cultura educativa fondata sulla cura di chi si prende cura. Il CNDDU invita il Ministero a istituire un tavolo tecnico permanente con psicologi del lavoro, università e rappresentanze professionali per elaborare linee guida nazionali sulla prevenzione del burnout docente e sulla promozione del benessere emotivo nelle scuole. Rimettere al centro il valore umano dell’insegnamento significa restituire dignità alla scuola e forza alla democrazia. Perché un insegnante sostenuto non solo insegna meglio: testimonia, ogni giorno, che i diritti umani cominciano in classe. prof. Romano Pesavento presidente CNDDU Redazione Italia
Ferrovia Jonica: non è più tempo di attese
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU) esprime forte preoccupazione per i ritardi e le continue interruzioni legate ai lavori di elettrificazione della linea ferroviaria Sibari–Crotone–Catanzaro Lido, infrastruttura vitale per la Calabria ionica e, in particolare, per la città e la provincia di Crotone. Alla data del 24 agosto 2025, la situazione è la seguente: * la tratta Crotone–Catanzaro Lido è chiusa dal 20 gennaio 2025 e resterà interrotta fino al 7 settembre 2025 per consentire l’avanzamento dei lavori; * la tratta Sibari–Crotone è stata riaperta solo temporaneamente per il periodo estivo, ma tornerà a essere sospesa dal 1° ottobre 2025 fino ai primi mesi del 2026, sempre per esigenze di cantiere; * gli obiettivi ufficiali di Rete Ferroviaria Italiana (RFI) indicano il completamento dell’elettrificazione entro il 2026, ma la banca dati ministeriale SILOS riporta come data presunta di fine lavori il 16 giugno 2027. Questi dati, forniti da fonti istituzionali, fotografano con chiarezza il rischio di uno slittamento temporale che avrebbe ripercussioni pesanti sul territorio. La mobilità non è un privilegio, ma un diritto fondamentale, strettamente connesso alla dignità della persona e alla possibilità di accedere ai servizi essenziali. Le chiusure prolungate della linea ferroviaria hanno già prodotto conseguenze tangibili: * Sociali: studenti e lavoratori pendolari costretti a ricorrere a bus sostitutivi con tempi di viaggio molto più lunghi; cittadini che devono spostarsi per cure mediche in altre città incontrano difficoltà aggiuntive; le comunità locali vivono un senso di isolamento crescente. * Turistiche: il territorio crotonese, ricco di patrimonio storico, archeologico e naturalistico, viene penalizzato da collegamenti instabili proprio nei mesi cruciali della stagione estiva. * Economiche: la mancata affidabilità della rete ferroviaria riduce la competitività del territorio, scoraggia investimenti e genera un danno diretto per imprese, attività commerciali e famiglie. Dal punto di vista tecnico-scientifico, va sottolineato che l’elettrificazione di una linea a binario unico di circa 170 km, in condizioni ordinarie e con più fronti di lavoro attivi, può essere completata in un arco temporale stimato di 18–30 mesi. Il fatto che nel caso calabrese la previsione reale si estenda fino a oltre tre anni conferma un divario significativo tra tempi tecnicamente realizzabili e tempi effettivamente previsti, divario che si traduce in un evidente danno sociale e territoriale. Il CNDDU chiede con forza che la politica, a tutti i livelli, garantisca la concreta attuazione dei tempi di realizzazione già comunicati, assicurando trasparenza sugli avanzamenti e responsabilità nella gestione delle scadenze. Il Mezzogiorno, e la Calabria in particolare, non possono più essere condannati a vivere nella logica dell’attesa perpetua: la ferrovia jonica deve diventare simbolo di riscatto e modernità, non l’ennesima testimonianza di promesse disattese. Il CNDDU ribadisce che la mobilità sostenibile è oggi un diritto umano emergente: senza un trasporto efficiente, equo e rispettoso dell’ambiente non è possibile garantire uguaglianza, inclusione e futuro ai cittadini. prof. Romano Pesavento presidente CNDDU Redazione Italia
Attacco alla Chiesa della Sacra Famiglia a Gaza: sgomento e inquietudine
Il Coordinamento Nazionale Docenti della Disciplina dei Diritti Umani esprime sgomento e profonda inquietudine per il grave attacco che ha colpito la Chiesa della Sacra Famiglia a Gaza, luogo sacro e simbolo della resistenza pacifica di una comunità fragile, ma ancora capace di custodire il valore della vita e della solidarietà. Il gesto compiuto dal cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme, che ha scelto di entrare a Gaza per condividere direttamente il dolore delle famiglie colpite e per valutare di persona le necessità della popolazione cristiana locale, assume un significato che va oltre la dimensione ecclesiale. In un tempo in cui la sofferenza umana rischia di essere normalizzata o dimenticata dietro la freddezza delle statistiche, la presenza fisica di una delegazione religiosa nella Striscia rappresenta un atto di testimonianza, coraggio e prossimità che interpella profondamente le coscienze. La distruzione di un luogo di culto, e con esso l’offesa a una comunità che vi trovava rifugio e identità, costituisce una chiara violazione del diritto internazionale umanitario, delle convenzioni a tutela dei civili nei conflitti armati e dei principi fondamentali dei diritti umani. Non è possibile parlare di progresso civile senza ribadire, con forza e chiarezza, che la sacralità della vita umana – di ogni vita umana – deve essere tutelata sempre, senza eccezioni e senza ambiguità. In questo contesto, l’educazione ai diritti umani, alla legalità internazionale e alla cultura della pace diventa una necessità strategica. Le scuole, le università, le istituzioni educative tutte, sono chiamate non solo a formare competenze, ma a costruire consapevolezza. Occorre offrire agli studenti gli strumenti per comprendere i conflitti, riconoscere le ingiustizie, elaborare la complessità del presente e sviluppare una responsabilità civica che si esprima anche nel saper dire “no” alla violenza, all’indifferenza, alla logica dell’annientamento. Il Coordinamento esprime solidarietà piena e convinta alla comunità cristiana di Gaza, a padre Gabriel Romanelli e a tutte le persone coinvolte, facendo propria l’affermazione del Patriarcato Latino: «Non saranno dimenticati, né abbandonati». In nome dei diritti umani, e per onorare la dignità di ogni persona, continuiamo a credere che l’educazione – nelle aule, nei gesti, nella memoria – sia il primo strumento per fermare l’ingiustificabile. prof. Romano Pesavento presidente CNDDU Redazione Italia
Libertà di stampa. Quando scatta l’allarme Europa?
Il Coordinamento Nazionale Docenti della Disciplina dei Diritti Umani, in occasione della Giornata Mondiale della libertà di stampa che si celebra ogni anno il 3 maggio, intende sensibilizzare il mondo della scuola sulle tematiche di tutela della libertà di stampa, sottolineare l’importanza del ruolo dei giornalisti e celebrare la memoria di chi ha perso la vita svolgendo il proprio dovere. Tale giornata è stata celebrata la prima volta nel 1993 dopo essere stata proclamata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il suo obiettivo è informare i cittadini delle violazioni della libertà di espressione che avvengono in moltissimi Paesi. Libertà sancita dall’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e, per quanto concerne il nostro Paese, dall’articolo 21 della Costituzione “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. La vera democrazia non può esistere senza la libertà di stampa. Il cuore pulsante delle nostre società democratiche è l’esistenza, infatti, di una stampa indipendente e sostenitrice del pluralismo. La vox veritas del giornalismo ben fatto che offre e commenta i fatti di attualità è garanzia per poter offrire regolarmente i fatti della vita umana. La stampa arricchisce la vita delle persone e permette di conoscere la vastità del mondo. Purtroppo negli ultimi anni la stampa è diventata l’obiettivo mirato, la vittima collaterale dei conflitti armati. Sono sempre di più, inoltre, i giornalisti che lottano quotidianamente per evitare bavagli e censure e per difendere il diritto all’informazione ripugnando qualsiasi tipo di compromesso. La situazione della libertà di stampa nel mondo è preoccupante, con un netto peggioramento rispetto agli anni precedenti. In Russia la repressione dei media indipendenti è aumentata, molti giornalisti sono costretti a esiliare per sfuggire al carcere. Anche in Palestina la situazione è drammatica, troppi giornalisti sono morti sotto le bombe. È fondamentale sostenere i media indipendenti, promuovere leggi che proteggano i giornalisti e garantire la pluralità dell’informazione per preservare una società democratica e informata. È fondamentale che le istituzioni e la società civile lavorino insieme per garantire un’informazione libera e pluralista, essenziale per una democrazia sana e funzionante. Al contrario, però, è sempre più marcato e costante, in moltissimi Paesi del mondo, il controllo politico sui media insieme con le intimidazioni, che a volte sfociano in vere e proprie minacce all’indipendenza giornalistica. Anche l’Italia sta affrontando sfide significative per mantenere una stampa libera e indipendente. Le pressioni politiche, le leggi restrittive e le minacce ai giornalisti pongono a rischio la qualità democratica del Paese. Secondo una riunione dell’Osservatorio sulle minacce ai cronisti tenutasi alla Prefettura di Milano nel 2025, in Italia, oltre 250 giornalisti sono sotto vigilanza delle forze dell’ordine e almeno 20 vivono sotto scorta. Inoltre, nello scorso anno sono stati registrati 114 episodi di intimidazione nei confronti dei giornalisti. I dati sono veramente allarmanti e ci spingono ad una riflessione che dovrebbe essere immediatamente affiancata a interventi urgenti ed efficaci. “Un cronista sotto scorta è una sconfitta per la democrazia”, così ha giustamente affermato Alessandra Costante, segreteria generale della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI). Nel 2025 sono stati uccisi almeno sei giornalisti a livello globale e 124 sono morti nel 2024. La maggior parte delle uccisioni si è verificata in zone di conflitto, con particolare gravità in Palestina o comunque nei Paesi in cui la libertà di stampa è gravemente compromessa. Il caso di Cecilia Sala, la giornalista italiana che lo scorso dicembre è stata arrestata a Teheran con regolare visto giornalistico mentre stava lavorando ed è rimasta per 21 giorni nel carcere duro di Evin, si inserisce nel contesto globale, molto preoccupante per la libertà di stampa, che stiamo cercando di delineare. È di pochi giorni fa la notizia della morte della giornalista ucraina Viktoriia Roščyna, di appena 27 anni, trovata senza vita dopo essere scomparsa nell’agosto 2023, mentre documentava la vita nelle zone occupate dalla Russia. La sua morte ha suscitato indignazione internazionale e richieste di indagini approfondite. Il suo corpo è stato restituito all’Ucraina con segni evidenti di torture, tra cui abrasioni, ustioni da elettricità, una costola rotta e la mancanza di organi vitali come cervello, occhi e trachea; supplizio perpetrato per nascondere la causa della morte. Roščyna era nota per i suoi reportage nelle aree occupate e per i suoi report sulle violazioni dei diritti umani da parte delle forze russe. Purtroppo l’elenco dei giornalisti martiri è molto lungo, per questo anche se ci limiteremo a citare solo alcuni nomi intendiamo, attraverso questi nomi, ricordare tutti gli altri giornalisti. Il nostro pensiero va ai giornalisti palestinesi Hossam Shabat, Faisal Abu AI-Qumsan, Aymann AI-Jadi, Ibrahim AI-Sheikh Ali, Fadi Hassouna, Mohammed AI-Ladah e alla fotografa Fatima Hassouna uccisi da bombardamenti israeliani a Gaza; alla giornalista Oksana Baulina uccisa da un bombardamento a Kiev; alla giornalista Zemfira Sulejmanova morta saltando su una mina nel Donbass, durante l’invasione russa dell’Ucraina; alla giornalista Daria Dugina, uccisa da un’autobomba. La Libertà di Stampa è una necessità per ogni società democratica ed è parte fondamentale dei diritti promossi dall’ideologia liberale, questo afferma chiaramente la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. E questo sostiene a chiara voce la Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI), alla quale ci allineiamo, che denuncia “pericoli e rischi per la libertà di stampa” nel nostro Paese, il quale nel 2025 scende al 49° posto nell’Index di Reporters Sans Frontieres, perdendo tre posti rispetto allo scorso anno. “Quando scatta l’allarme dell’Europa?” si chiede preoccupato Vittorio Di Trapani, Presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI), noto per il suo impegno nella difesa dei diritti dei giornalisti e nella promozione della libertà di stampa. Concludiamo il nostro comunicato ribadendo che è davvero inaccettabile pensare che oggi tanti siano i reporter che rischiano la propria vita in nome del nobile principio della libertà d’informazione, pilastro fondamentale della società democratica. Dobbiamo essere tutti coscienti che diritti e libertà sono in pericolo, a causa di censure, minacce, leggi restrittive sulla libertà di espressione, sorveglianza e violazioni della privacy, e spetta ad ognuno di noi il compito di proteggere queste nostre preziose tutele. La Giornata Mondiale della Liberà di Stampa deve essere un faro che illumina la verità per portare alla luce le ingiustizie e garantire che i governi e le istituzioni siano limpidi e responsabili; è doveroso dedicare un pensiero a tutti i giornalisti, italiani e cittadini di altri Paesi che ogni giorno sacrificano la loro vita per il diritto d’informazione, e commemorare chi ha perso la vita solo perché ha scelto di essere portatore di libertà e di verità. Il CNDDU intende sottolineare con forza l’altissimo valore civile di una giornata così significativa, la quale ci deve spingere a comprendere pienamente che il valore della libertà non è un diritto acquisito e immutabile, pertanto va difeso ogni giorno con coraggio e gesti importanti per fare in modo che niente e nessuno possa scalfirlo, facendoci scivolare in baratri già conosciuti. Come ogni anno il CNDDU chiede ai docenti della scuola italiana di I e II grado di aderire all’iniziativa #InchiostroLibero per sensibilizzare gli studenti sul valore della libertà di stampa e sull’importanza del lavoro e del ruolo dei giornalisti. Anche quest’anno lo facciamo, invitando i colleghi docenti a coinvolgere i loro studenti nella creazione di una “Parete digitale della Memoria” dove poter scrivere alcune biografie dei giornalisti che hanno pagato con la vita o con la libertà il coraggio di raccontare la verità, e ricordare attraverso queste storie il sacrificio di tutti gli operatori media morti in nome dell’informazione. Come sempre saremo felici di pubblicare gli elaborati degli studenti sul nostro sito e sui nostri canali social. “La libertà di stampa è la misura di una nazione libera”. prof.ssa Rossella Manco CNDDU (Coordinamento Nazionale Docenti della Disciplina dei Diritti Umani) Redazione Italia