Le ragazze ardenti per il pane e le rose
Il 25 marzo 1911 la fabbrica di camicette Triagle di New York, al nono piano di
un edificio in piazza Washington, va a fuoco: è una strage! centoquarantasei le
vittime. La notizia fa il giro del mondo. Nell’estremo sud d’Europa il Giornale
di Sicilia titola: Spaventevole incendio a New York. I morti sono operai di ambo
i sessi provenienti dall’Italia, dalla Germania e dalla Russia – riporta il
quotidiano dell’Isola. In verità nell’incendio hanno perso la vita diciassette
uomini e centoventinove donne, giovani cucitrici, di età sotto i vent’anni,
impiegate nell’opificio dei signori Isaac Harris e Max Blanck, i quali, invece,
sono riusciti a mettersi in salvo. Molte delle vittime erano italiane o di
famiglie emigrate dall’Italia, tra cui ventiquattro di origini siciliane, come
documenta Ester Rizzo in Camicette bianche (Navarra editore, 2014), che ha
rintracciato per ciascuna delle decedute nel rogo un nome e, dove possibile, un
profilo.
Maria Rosa Cutrufelli nel suo ultimo romanzo Il cuore affamato delle ragazze
(Mondadori, 2025) ci restituisce le lotte delle donne nella New York del primo
decennio del secolo scorso mediante i ricordi della protagonista Etta,
infermiera professionista, che dalla provincia di Palermo era giunta bambina
negli Stati Uniti col nome di Marietta assieme alla madre diplomata maestra e al
padre medico e socialista. Non tutti gli emigrati lasciavano la Sicilia alla
ricerca di lavoro e di una prospettiva di vita più umana, alcuni, come il padre
di Etta, fuggivano per non dover abiurare alle proprie idee politiche.
Ricordiamo a tal proposito che intorno al 1891 i fasci siciliani dei lavoratori
iniziarono a organizzare i grandi scioperi contro lo sfruttamento e i soprusi
delle classi dominanti dell’Isola, ma già nel 1894 le rivendicazioni dei
contadini e degli operai insorti erano state brutalmente soffocate nel sangue
dal governo Crispi. E tra le prime pagine del romanzo ritroviamo proprio a New
York uno dei capi dei fasci, Nicola Barbato. Ma non erano solo uomini gli
scampati alla repressione dei fasci che si erano rifugiati negli Stati Uniti,
come ha documentato Elisabetta Burba in Da arbëreshë a italo-americani (Pitti
edizioni, 2013), per la comunità albanese di Piana – il paese natio di Barbato
in provincia di Palermo –, « le donne arbëreshe aderirono con entusiasmo al
fascio » anzi ebbero un ruolo di primo piano nell’organizzazione delle
mobilitazioni, come quando per protesta contro le autorità ecclesiastiche che
condannavano le rivendicazioni dei fascianti decisero di non prendere parte alla
processione del Corpus Domini. E nel romanzo di Cutrufelli incontriamo una
fasciante in un laboratorio sartoriale, una « maestra con le forbici e il
gessetto » che parla un inglese storpiato dalla pronuncia siciliana – non certo
famosa come il dottor Barbato! – che nel suo paese d’origine aveva organizzato «
manifestazioni, lagnanze in municipio e, una volta, persino uno sciopero delle
donne alla processione del venerdì santo ».
In questo modo la nostra autrice, tra gli orditi degli avvenimenti storici,
intreccia le vite delle sue personagge d’invenzione con le azioni di figure
storiche ben identificate, come le attiviste impegnate nelle rivendicazioni dei
diritti delle donne nei sindacati e nelle leghe suffragiste Jane Addams, Mary
Dreier, Alice Frances Kellor, Clara Lemlich, Pauline Newman, Frieda Miller e
Frances Perkins. Signore dell’alta società o comunque di condizione borghese che
decisero di supportare le lotte delle operaie dell’industria tessile.
Il loro appoggio non mancò nel grande sciopero del 1909 che prese avvio proprio
dalle proteste delle camiciaie degli ultimi piani dell’Asch Building, occupati
dalla fabbrica di Isaac Harris e Max Blanck , per cui il New York Herald aveva
ironizzato: «Anche i pulcini ora alzano la cresta?». A riguardo non possiamo non
ricordare lo sciopero del 1902 a Milano delle piscinine, le schiave-bambine
impiegate nelle sartorie milanesi della Belle Époque, protagoniste del romanzo
La piccinina di Silvia Montemurro (Edizioni E/O, 2023). I pulcini o più
propriamente le pulcine newyorchesi, le più giovani avevano quindici anni,
«trovarono, il coraggio, alla fine. Svitarono le Singer dalle postazioni
(persino alla Triangle, la più moderna delle fabbriche, le macchine dovevano
fornirle le operaie) e, con il loro tesoro tra le braccia, scesero per strada»
tant’è che l’Herald dichiarava : «È la rivolta delle ragazze».
«Le trovavi dappertutto […] Ovunque c’erano cucitrici, là c’era un picchetto. E
insieme ai picchetti comparvero i poliziotti con i manganelli e gli agenti della
Pinkerton con i revolver e i gangster assoldati dagli industriali e i ruffiani
con il seguito di prostitute da affittare al posto delle operaie». Ma le
scioperanti non demordevano mentre ad un certo punto la repressione «era
sfuggita di mano al sindaco e agli altri caporioni, perché i poliziotti, nella
loro spavalderia, avevano commesso un errore madornale: assieme alle operaie,
avevano ammanettato una signora della buona società. La bionda signora Dreier,
presidente » della sezione di New York della Women’s Trade Union League. Infatti
– commenta Cutrufelli – «quegli stupidi scimmioni, oltretutto, l’avevano
arrestata nel momento meno opportuno: con il rinnovo a breve delle cariche
municipali bastava niente per perdere il proprio elettorato». Probabilmente era
stata la stessa astuta Miss Dreier a cogliere «a volo l’opportunità».
Lo sciopero era terminato dopo mesi, e poteva vantare una prima vittoria perché
quasi tutte le imprese avevano accettato la richiesta più importante per le
operaie ovvero l’ingresso del sindacato nelle fabbriche a tutela dei loro
diritti. Ma la Triangle si era dissociata è non aveva acconsentito a nessuna
delle rivendicazioni delle impiegate. Così quando scoppiò l’incendio all’Asch
Building, Miss Perkins che «si occupava di riforme sociali: regolamenti
sanitari, riduzione dell’orario di lavoro per donne e bambini» e non ultima «la
prevenzione degli incendi nelle fabbriche» dovette avvertire «il rogo della
Triangle come uno scacco personale. Il fallimento del suo impegno». Nessun
dubbio vi era infatti che al nono piano dello stabile, «il reparto dove si
tagliava e si cuciva in lunghe file parallele, la porta era bloccata, chiusa a
chiave per timore che le operaie scappassero con qualche ritaglio di stoffa» e
pertanto « non c’erano vie di fuga, in barba alle norme di sicurezza previste
dalla legge». Una grave «negligenza» che però andava dimostrata in sede
processuale e la testimonianza di Kate Alterman, sopravvissuta all’incendio,
sembrava aver convinto la giuria che era stata attraversata assieme al pubblico
presente in aula da un moto di commozione generale. Tuttavia con il verdetto
finale Harris e Blanck venivano assolti, il loro avvocato era riuscito a
neutralizzare la deposizione di Alterman chiedendole di riconfermare una prima,
una seconda e una terza volta la medesima versione dei fatti: perché «a forza di
ripeterle, le parole smarriscono il loro significato, perdono valore, e ogni
testimonianza finisce col tradire sé stessa».
Il cuore affamato delle ragazze è un romanzo avvincente e, inoltre, ci invita a
riflettere sul nostro presente. In merito alla sicurezza nei luoghi di lavoro,
ad esempio, continuiamo ad assistere a tragedie che non possono essere
tollerate.
Già la regista Costanza Quatriglio nel film Triangle (2014) aveva messo in
relazione la strage di New York del 1911 e, a cento anni, il disastro di
Barletta del 2011, in cui persero la vita cinque operaie tessili sotto le
macerie di una palazzina fatiscente. Mentre il rogo dell’Asch Building in cui
perirono così tante giovani vite ci ricorda tristemente la strage dello scorso
capodanno a Crans Montana. Anche in questo caso, pare che – così come emerge
dalle cronache (fermo restando gli accertamenti sulle responsabilità della
magistratura ancora in corso) – il cinismo e l’avidità abbiano portato a
risparmiare sull’applicazione delle norme di prevenzione e sui dispositivi
previsti dalla legge per la sicurezza, mentre rimane ancora da capire perché
l’unica porta d’emergenza fosse sbarrata.
Per concludere, diciamo che le mobilitazioni newyorchesi del 1909 «per il pane e
le rose» delle «ragazze ardenti» – così come le chiamò la stampa, quasi a
prefigurare la drammatica fine alla Triangle – rimandano oggi agli scioperi di
operaie/i del settore del tessile soggette non soltanto allo sfruttamento
servile, ma subiscono puntualmente minacce e repressioni, cancellando di fatto
oltre un secolo di lotte: pensiamo a cosa di recente è avvenuto a Prato.
Ketty Giannilivigni