Mario Burlò, chi è il “santo” imprenditore liberato dalla “Alcatraz chavista”
Pubblichiamo un’importante riflessione della latinoamericanista Federica Cresci,
coordinatrice dell’associazione solidale Cuba Mambí, sui lati oscuri
dell’imprenditore torinese Mario Burlò, colui che secondo i media mainstream
italiani sarebbe un “santo” che finalmente è stato liberato dalla “Alcatraz” dei
chavisti venezuelani. Mario Burlò, imprenditore torinese di 52 anni, era stato
arrestato il 10 novembre 2024 in territorio venezuelano, dove sarebbe entrato,
via terra, dalla Colombia. Era stato fermato a un posto di blocco mentre
viaggiava da Caracas a Guasdualito con accuse che non sono mai state chiarite e
i suoi legali hanno sempre sottolineato che era detenuto «arbitrariamente» senza
che a suo carico fosse formalizzata alcuna accusa. Burlò, a capo di diverse
aziende in Italia, aveva detto alla famiglia che sarebbe partito per il
Venezuela per esplorare “nuove opportunità imprenditoriali”. Recentemente ha
dichiarato che la sua priorità ora è di aiutare tutti i “prigionieri di Maduro”
dichiarando che la sua “non era una prigione, ma un campo di concentramento”
simile a “Guantanamo”.
Mario Burlò non è un cittadino qualunque finito per caso sotto i riflettori. È
un imprenditore torinese, attivo da anni nel settore dei servizi e
dell’outsourcing, con una forte esposizione pubblica anche nello sport (Auxilium
Basket Torino) e un preciso retroterra politico.
Secondo quanto riportato dalla stampa, ha avuto un passato nella Democrazia
Cristiana piemontese ed è poi transitato nell’orbita del centrodestra, con
rapporti e vicinanze con l’area di Forza Italia, cioè quello stesso mondo
politico che oggi sostiene il governo. Questo dato non è un dettaglio
folkloristico: è parte del contesto che spiega perché oggi la sua vicenda venga
raccontata in modo così selettivo e indulgente.
Sul piano giudiziario italiano, Burlò non è mai stato estraneo ai tribunali. È
stato coinvolto nel processo Carminius, una delle più importanti inchieste sulla
’ndrangheta in Piemonte. In quel procedimento è stato assolto in Cassazione, ma
va detto con precisione, senza slogan: non perché sia stata accertata la sua
innocenza, bensì per insufficienza di prove a sostenere l’accusa di concorso
esterno in associazione mafiosa. È una differenza enorme. La Cassazione non ha
certificato che Burlò non avesse rapporti o responsabilità, ma che le prove
raccolte non erano sufficienti per una condanna. In uno Stato di diritto questo
basta per assolvere — giustamente — ma non equivale a una patente morale.
E soprattutto, quella non è l’unica storia giudiziaria che lo riguarda. In
Italia Burlò ha ancora processi aperti. È imputato nel procedimento sul crac
dell’Auxilium Basket, dove la Procura contesta gravi irregolarità fiscali, l’uso
di crediti tributari inesistenti e indebite compensazioni. La sua posizione è
stata stralciata e rinviata, non archiviata. Quel processo deve ripartire e, in
caso di condanna, le conseguenze non sarebbero simboliche: anni di reclusione,
sanzioni economiche pesanti, possibili interdizioni.
C’è poi il procedimento di Terni, per violazioni tributarie strutturate, legate
a meccanismi di accollo dei debiti e compensazioni fittizie. Anche qui: se
rinvio a giudizio e condanna arriveranno, si parla di reati che prevedono il
carcere, almeno sulla carta.
E allora la domanda vera — politica, non morale — è inevitabile: che cosa ci fa
un imprenditore con questo curriculum giudiziario in Venezuela? Non un
cooperante, non un turista sprovveduto, ma un soggetto con procedimenti penali
pendenti e rischi concreti di condanna in Italia. Quale razionalità, quale
prudenza, quale senso delle istituzioni porta una persona in quella posizione ad
andare in uno dei Paesi più “instabili” e opachi del mondo, (perchè cosi il
Venezuela è considerato dai liberatori esultanti di centro destra e i lecchini
democratici a comando del centro sinistra che di sinistra c’ha solo la falsa
morale)? E soprattutto: perché, una volta tornato, diventa improvvisamente un
simbolo mediatico? Perché il suo racconto della detenzione viene amplificato
senza che quasi nessuno ricordi cosa lo aspetta qui? Perché si costruisce una
narrazione emotiva che lo trasforma in vittima assoluta, mentre le carte
giudiziarie italiane finiscono in fondo, quando va bene, o scompaiono del tutto?
Qui entra la questione più scomoda. Un governo che ha fatto dell’anticomunismo
di maniera, della demonizzazione del Venezuela e della propaganda “law & order”
una cifra politica — il governo di Giorgia Meloni — ha tutto l’interesse
comunicativo a esibire un caso come questo. Serve a rafforzare una linea
ideologica, a parlare alla propria base, a costruire consenso. Ma cosa ottiene
Burlò in cambio di questa esposizione? Solo attenzione mediatica? O anche un
clima più indulgente, più distratto, più pronto a dimenticare che in Italia non
è un perseguitato politico, ma un imputato in procedimenti penali seri?
La riflessione dura è questa: in Italia la galera vera spesso non la fa chi ha
soldi, avvocati, relazioni e tempo, ma chi non ha voce. Burlò, paradossalmente,
ha conosciuto il carcere all’estero prima di affrontare davvero i suoi conti con
la giustizia italiana. E oggi rischiamo di assistere a un copione già visto:
santificazione pubblica, vittimismo mediatico, silenzio sulle carte giudiziarie,
e poi — magari — prescrizioni, sconti, pene alternative, oblio.
Ma c’è un’ultima ipocrisia da smascherare, perché questo non è un gioco
esclusivo del centrodestra.
Lo stesso schema viene praticato dal centrosinistra che ama definirsi
progressista, ma che nei fatti è un centrosinistra svuotato, sinistrato,
perfettamente integrato nel sistema di potere. È lo stesso campo politico che
santifica mercenari italiani, contractor, personaggi ambigui coinvolti in teatri
di guerra, in nome di falsi diritti umani a geometria variabile. Diritti buoni
per i comunicati, ma del tutto compatibili con politiche di guerra, riarmo,
esportazione di armi e fedeltà cieca agli interessi geopolitici dominanti.
Il centrodestra usa casi come Burlò per propaganda ideologica.
Il centrosinistra usa casi analoghi per ripulire figure discutibili e
giustificare interventi militari e politiche belliche. Cambiano le parole, non
la sostanza. Cambiano i colori, non il meccanismo.
Alla fine, se non è zuppa è pan bagnato. E questo è il punto politico centrale:
non siamo davanti a una battaglia per la giustizia o per i diritti, ma a una
gestione cinica delle narrazioni, dove le persone diventano strumenti, i
processi vengono messi tra parentesi e la responsabilità penale resta sempre un
problema di qualcun altro. Finché questo schema non verrà rotto, destra e finto
centrosinistra continueranno a giocare la stessa partita, con gli stessi
silenzi, le stesse assoluzioni morali anticipate e la stessa, eterna, impunità
selettiva.
Federica Cresci, coordinatrice dell’associazione solidale Cuba Mambí – gruppo di
Azione Internazionalista.
Redazione Italia